Corda

XX Settimana T.O.

Forse per una svista dell’amanuense troviamo sulla bocca del Signore Gesù un riferimento al cammello che, in realtà, vorrebbe dire corda. Infatti, in greco troviamo una parola molto simile a quella tradotta con <cammello> (Mt 19, 24), ma che significa “corda gomena”. La svista del traduttore ci permette comunque di accogliere in modo ancora più chiaro l’intento del Signore: le ricchezze possono essere ingombranti come un cammello e possono essere come una corda gomena che impedisce alla nave della nostra discepolanza di prendere il largo sulla parola del Signore Gesù. Lo stesso Gregorio Magno si fa interprete del nostro disappunto davanti alla domanda di Pietro e la esplicita: <Forse qualcuno dirà dentro di sé: per obbedire alla chiamata del Signore, cosa hanno abbandonato, questi due pescatori che non possedevano niente?>. E come fine psicologo, il papa spiega che non bisogna dimenticare che a fare la differenza non sono le cose che si lasciano bensì la disposizione del cuore e aggiunge: <Noi, ciò che possediamo lo conserviamo con passione, e ciò che non abbiamo lo perseguiamo con i nostri desideri>1.

È proprio al cuore, sorgente delle nostre passioni e delle nostre cupidigie che sempre esprimono il nostro attaccamento a noi stessi che ci porta a esagerare su noi stessi che punta – come una lama tagliente – la parola del profeta Ezechiele contro la superbia de re di Tiro. Quest’uomo ha confuso il suo statuto regale con la sua essenza creaturale e perciò sembra far fatica ad essere e rimanere <uomo> tanto da dimenticare il suo stato creaturale fino a fare <il suo cuore come quello di Dio> (Ez 28, 2). Il principe di Tiro ripropone il grande dramma vissuto dall’umanità sin dai primordi della sua esistenza, e la sua è una caduta di tono come quella dei progenitori suggestionati dalla parola del serpente astuto (Gn 3). Ogni volta, infatti, che il nostro cuore si insuperbisce ecco che la nostra splendida creaturalità si altera diventando così una caricatura di Dio e non quel riflesso sereno fatto <a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza> (Gn 1, 26). È come se il raggio di luce entrasse in competizione con il sole che lo genera!

La superbia è come un cammello che rischia di schiacciarci – prima o poi – con il suo ingombrante peso ed è come una corda, impigliandoci nella quale, la nostra libertà rischia di strangolarsi da sola a forza di strattoni uccidendo così la nostra generosità. La domanda del Signore Dio tocca profondamente anche noi: <Ripeterai ancora: “Io sono un dio”> (Ez 28, 9) o impareremo ad amare di essere quello che siamo: uomini e donne, creature amate? Ci sono delle domande come pure dei desideri che <saranno ultimi> e degli aneliti invece che <saranno primi> (Mt 19, 30). A noi è chiesto di mollare le corde che ci trattengono come una nave che non prendesse mai il largo e restasse perpetuamente in un porto: non rischierebbe nulla se non il fatto di non essere se stessa. Il Signore ci rasserena radicalmente: <Questo è impossibile agli uomini> e aggiunge <ma a Dio tutto è possibile> (19, 26). Non ci resta che lasciarci fare, lasciarci andare, smettendo di quantificare.


1. GREGORIO MAGNO, Omelie sui Vangeli, 5.

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