Pace e pace!

XV Settimana T.O. –

Le parole con cui il Signore Gesù conclude il suo discorso di consegna della sua missione agli apostoli non ci lascia certo indifferenti: <Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada> (Mt 10, 34). Come non ricordare che l’ultimo dono del Signore Gesù prima della sua passione è la promessa di una <pace> (Gv 14, 27) che viene ridonata abbondantemente e pienamente la sera di Pasqua nel Cenacolo (Gv 20, 19)?! In realtà, si può veramente dire che c’è pace e pace come c’è preghiera e preghiera, secondo quanto ci ricorda il profeta Isaia che arriva a dire: <Smettete di presentare offerte inutili; l’incenso per me è un abominio, i noviluni, i sabati e le assemblee sacre: non posso sopportare delitto e solennità> (Is 1, 13). Spesso si sente parlare di una ricerca di pace e di serenità che spinge a cercare luoghi di preghiera e di contemplazione e, certamente, questa è una cosa più che buona, nondimeno la parola del Signore di oggi ci aiuta a non cadere nella trappola di facili romanticismi spirituali.

La pace che il Signore ci dona non è l’irenismo di chi si sottrae alla quotidiana fatica dell’incarnazione e della solidarietà, ma il coronamento di un lungo processo interiore di adattamento e di coinvolgimento espresso attraverso un piccolo detto che potrebbe essere assunto come criterio di discernimento per ogni cammino di discepolanza e per ogni necessaria autenticazione di un reale impegno apostolico: <Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa> (Mt 10, 42). Per il Maestro i suoi discepoli non sono, prima di tutto, coloro che danno un bicchiere d’acqua fresca, ma, al contrario, sono coloro che lo ricevono e che accettano di muoversi in mezzo ai loro fratelli e sorelle in umanità non come coloro che possono dare una mano, bensì che ne hanno bisogno e non si vergognano di lasciarsi aiutare. In questo modo viene predicato il Vangelo di liberazione da ogni ansia di prestazione e viene disattivato quel meccanismo, tanto religioso quanto segnato endemicamente dall’ipocrisia, che viene così gagliardamente denunciato dal profeta.

La <spada> (10, 34) evocata dal Signore Gesù non ha niente a vedere con la violenza, ma è un simbolo che rimanda al necessario discernimento che deve continuamente accompagnare la nostra vita per non restare mai al livello delle apparenze e cercare di porre basi sempre più profonde e affidabili di quelli che sono gli orientamenti fondamentali della nostra esistenza. Anche i legami più sacri e amabili devono essere sottoposti a discernimento per comprendere quanto questi blocchino o, al contrario, sono capaci di dinamizzare il nostro progresso interiore nella libertà di amare senza mai diventare schiavi dei propri sentimenti e delle proprie emozioni: <Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera> (10, 35). Senza una giusta “separazione” analoga a quella con cui Dio ha creato il mondo separando, prima di tutto, la luce dalle tenebre, la vita non può progredire e rischia di implodere miseramente. Ogni volta che ci rendiamo disponibili ad una scelta dobbiamo necessariamente renderci pure disponibili ad attraversare il crogiolo della rinuncia come porta stretta di un’amplissima pace.

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