Il tuo nome è Lontano, alleluia!

III Domenica di PASQUA 

L’apostolo Pietro ci aiuta a guardare e a considerare la nostra vita sulla terra e nel tempo come un vero e proprio pellegrinaggio. La vita è occasione per vivere un continuo e sempre più profondo processo di conversione interiore: <comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri> (1Pt 1, 17). È lo stesso apostolo che, nella forza delle primizie dello Spirito effuso, ci aiuta anche a renderci conto con più chiarezza del fine che ha il nostro cammino il quale non è un lento andare verso il nulla, bensì un graduale avvicinarsi ad una pienezza: <Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza> (At 2, 28). Di una presenza, capace di rimettere in moto la speranza e di ridare vigore e senso al proprio cammino, fanno esperienza i due discepoli che sembrano fuggire da Gerusalemme per riguadagnare la quiete e l’anonimato rassicurante del loro villaggio.

L’evangelista Luca tiene il nostro animo sospeso più a lungo di quanto facciano gli altri evangelisti. Infatti le donne fuggono dal sepolcro con un messaggio di risurrezione, ma senza avere incontrato il Risorto. Prima di incontrare personalmente il Signore Vivente è come necessario un tempo di rilettura e di riapertura del proprio cuore a leggere gli stessi avvenimenti, quelli che ci hanno fatto sperimentare una terribile delusione, in uno modo completamente diverso, ovvero: purificato dalle nostre illusorie aspettative e aperto ad un modo di leggere le cose più profondamente. Il Risorto non si impone con una gloriosa e schiacciante presenza, bensì si ripropone in modo ancora più discreto nelle nostre stessi vesti: si fa viandante con dei viandanti, si fa pellegrino con dei pellegrini, si fa ignorante degli eventi, con quanti gli eventi li hanno subiti senza veramente comprenderli: <Solo tu sei forestiero a Gerusalemme!> (Lc 24, 18).

La nota quasi di rimprovero da parte dei discepoli è, in realtà, una dichiarazione inconsapevole dello stato del loro cuore incapace non solo di riconoscere in quel viandante il loro compianto Maestro, ma di rileggere gli ultimi avvenimenti a partire da una sapienza più profonda. Cosicché il Signore comincia una lunga catechesi che, a partire dalle Scritture, aiuta i discepoli a leggere gli eventi non solo a partire dalle evidenze, ma ripartendo dal senso di una morte che, in realtà, non è stata un fallimento bensì un coronamento. La risurrezione del Signore non è la negazione della morte, bensì il suo regale e libero attraversamento. Per questo il Risorto si mostra con i segni della passione che lo hanno segnato profondamente e veramente e, in questo modo, rivela anche ai suoi discepoli come non fuggire la prova, ma dimostrarsi piuttosto capaci di essere temprati nella e dalla prova stessa. Il gemito dei discepoli è spesso anche il nostro: <Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele> (24, 21). In realtà, ciò che talora sembra fondare le nostre speranze non è capace di scaldare il nostro cuore. Il nostro cuore ritrova il suo palpito vitale non nel successo e nella riuscita, bensì in una relazione in cui anche le realtà più dure rivelano un senso che ci porta un po’ <più lontano> (24, 28).

La lettura dei vangeli della risurrezione è sempre l’occasione per fare il punto sulla nostra speranza. Il Signore Gesù si accosta ai due discepoli di Emmaus e li lascia sfogare per poi riorientare la loro lettura degli avvenimenti. È necessario assumere la “morte” di una serie di illusioni… ma siamo pronti ad accogliere le sfide di nuove e impreviste prospettive?

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