Il tuo nome è Annuncio, alleluia!

II settimana T.P. 

L’antifona di ingresso riprende il salmo che ci ha accompagnato nella meditazione del mistero pasquale del Signore: <ai miei fratelli annunzierò il tuo nome>. L’angelo che spalanca le porte della prigione in cui sono confinati gli apostoli affida loro la stessa missione: <Andate e mettetevi a predicare al popolo nel tempio tutte queste parole di vita> (At 5, 20). Il messaggio pasquale è intriso di un profondo e grande dinamismo di condivisione di ciò che è la rivelazione essenziale della nostra fede e che l’evangelista Giovanni riassume con le parole di cui il Signore Gesù fa dono a Nicodemo e, attraverso di lui, partecipa a ciascuno di noi: <Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna> (Gv 3, 16). Questa parola del Signore Gesù è la rivelazione ardente, attraverso il roveto della croce, del cuore del Padre che batte per ciascuno di noi sin dalla fondazione del mondo e persino da prima che il mondo fosse creato.

Davanti a questa meraviglia che commuove le profondità del nostro essere non possiamo che fare nostra l’esultanza del salmista che canta: <Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire> (Sal 33, 6). Sì, non abbiamo più motivo di arrossire di vergogna perché la nostra vita è continuamente accompagnata da questo sguardo pieno di benevolenza e di amore del Padre il quale partecipandoci la sua intimità ci libera da ogni senso di inadeguatezza che sta alla base di ogni senso di colpa. Forse è proprio questa libertà di stare davanti a Dio senza paura alcuna e senza che nessuno mai in nome suo ci possa fare paura e generare la <gelosia> (At 5, 17). Il Signore non si lascia irretire dalla gelosia di nessuno e soprattutto di quelli che rischiano – come i sacerdoti di tutti i tempi e di tutti i luoghi – di creare l’immagine di un Dio geloso della nostra felicità e nemico della nostra libertà. Per questo il testo degli Atti continua così e, grazie a Dio, continua proprio così: <Ma, durante la notte, un angelo del Signore aprì le porte del carcere, li condusse fuori e disse: “Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita”. Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare> (5, 20-21).

Teniamo a mente le parole che l’angelo rivolge ai discepoli liberandoli dal carcere perché siano testimoni intrepidi di un annuncio di libertà attraverso le <parole di vita>. Facciamo un piccolo esame di coscienza per renderci conto se il nostro modo di parlare di Dio non è talora così poco <di vita> da generare, in realtà, un senso di repulsione e quasi una paura di essere come impediti nella ricerca di una pienezza di felicità. Ricordiamo le parole del Signore Gesù <Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui> (Gv 3, 17). Questo annuncio è affidato alle nostre mani e al nostro cuore: ciò che importa non è <sapere> qualcosa su Dio, ma essere consolati e rafforzati da ciò che Dio fa per noi.

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