Il tuo nome è Intimità, alleluia!

III settimana T.P. 

L’invito del Signore Gesù è sempre più profondo: <colui che mangia di me, vivrà per me> (Gv 6, 57) e il modello di questa com-unione cui il Risorto chiama ciascuno di noi è sempre più alto <come io vivo per il Padre> (Gv 6, 57). Ciò a cui il Signore Gesù chiama ed invita è una profonda intimità con lui e in lui con il Padre. L’invito a questa intimità ha sconvolto la vita stessa di Saulo: <Chi sei o Signore?> (At 9, 5). 

Questo zelantissimo fariseo, che imperversava <sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore> (At 9, 1) per fedeltà alla Legge di Mosè e alla tradizione dei padri, si riscopre sulla via di Damasco ignorante e cieco, incapace di cogliere il nesso profondo tra Gesù, il Figlio di Dio, e i suoi discepoli: <Io sono Gesù che tu perseguiti> (At 9, 5).

Sempre siamo come stretti da due approcci possibili – anche concomitanti – con il mistero di Dio e della sua presenza nella vita nostra e del mondo intero: uno esterno – fatto di leggi, dogmi e prescrizioni – e uno interiore – fatto di intima conoscenza e amore. La grande conversione di Saulo che lo renderà <uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli> (At 9, 15) sarà proprio il passaggio da questo vivere la fede nel Dio dei padri a partire dall’esterno e imparare a riconoscere la presenza di Dio in modo sempre più interiore, gratuito e personale: <Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me> (Gal 2, 20). 

Il Signore Gesù insiste: <se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue non avrete in voi la vita> (Gv 6, 53). La vita non la si può ricevere in modo estrinseco ma solo in modo interiore, profondo, acconsentendo alla volontà di Dio che è proprio quella di diventare <più intimo a me di me stesso> come cantava Agostino. 

Il dono che Anania è chiamato a portare a Paolo che si trova a Damasco <dove rimase te giorni senza vedere e senza prendere cibo né bevanda> (At 9, 9) è proprio l’annuncio di una nuova relazione <Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù> (At 9, 17). Ogni nostro incontro, ogni nostra relazione, ogni nostra fraternità è come la manifestazione di una relazione più profonda e più originaria e fondamentale: quella con il Signore Gesù che diventa relazione nel Signore Gesù.

Non cediamo alla tentazione di discutere: <Come può costui darci la sua carne da mangiare?> (Gv 6, 53) a questa domanda l’unica risposta possibile è quella che Gabriele dà a Maria di Nazaret quando le annuncia la carne del Verbo: <Nulla è impossibile a Dio> (Lc 1, 37). L’impossibile diventa possibile nella misura in cui acconsentiamo a ciò che fino ad oggi abbiamo temuto e schivato come Anania ai cui timori e rimostranze – <Signore, riguardo a quest’uomo…> (At 9, 13) il Signore dice semplicemente: <Va’> (At 9, 15). 

Acconsentiamo ad essere nutriti dal Signore Gesù che dice <la mia carne è vero cibo> (Gv 6, 55), acconsentiamo, al pari di Saulo, ad essere guidati per mano e condotti (At 9, 8) perché solo <cadendo a terra> (At 9, 4) e rimanendo “a piedi” <sentendo ma non vedendo> (At 9, 7), come bambini appena nati, saremo nutriti al seno della Vita e godremo dell’Intimità del Risorto per la cui presenza più nutriente di ogni cibo <le forze gli ritornarono> (At 9, 19).

Il tuo nome è Fecondità, alleluia!

III settimana T.P. 

Anche noi siamo ciascuno <sul suo carro da viaggio> (At 8, 28) e come l’eunuco di Candace stiamo <leggendo>. Quest’uomo ha nella sua borsa da viaggio, come pane per il cammino, la Scrittura e mentre viaggia cerca di comprendere che cosa vi sia scritto dentro <Sta scritto nei profeti: “ E tutti saranno ammaestrati da Dio”> (Gv 6, 45): viaggiare con la Parola può diventare un modo di affrontare il viaggio della vita.

Il Signore Gesù in questo tempo pasquale in cui si rinnova, si rinvigorisce e ringiovanisce il nostro rapporto con Lui continua ad attrarci a sé con una forza grande e travolgente. Ma l’attrazione di cui il Signore Gesù ci vuole rendere partecipi è verso qualcosa di ancora più grande persino di Lui: <Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato> (6, 44). Si può dunque dire che ogni volta in cui un uomo o una donna si sente attratto dal mistero di Cristo, morto e risorto per noi, si compie un’opera del Padre che lo attrae verso la vita eterna, ossia verso tutto ciò che rende questa nostra vita, che sperimentiamo in tutta la sua limitatezza e povertà, una scintilla e un pregusto di ciò che <vivrà in eterno> (Gv 6, 51). 

Non possiamo comunque nascondere che non è facile viaggiare sul carro della vita – un po’ sballottati di qua e di là – e impegnarsi non solo a leggere ma a capire, tanto che le parole di Filippo potrebbero essere rivolte anche a noi, anche a me: <Capisci quello che stai leggendo?> (At 8, 30). La risposta è negativa: <E come lo potrei?> (At 8, 31). Eppure questo eunuco segnato nella sua vita, nella sua carne dal grande marchio della solitudine e della sterilità continua a leggere un testo che suona così: <Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, ma la sua posterità chi potrà mai descriverla?> (At 8, 33). 

Un eunuco che legge della promessa di una posterità indescrivibile! La sua solitudine e la sua umiliazione non potrebbero che crescere eppure senza capire continua a leggere come si continua a mangiare il pane senza seguirne tutto il processo di assimilazione. La preghiera dell’eunuco è la nostra ogni volta che leggiamo, che mangiamo il <pane vivo disceso dal cielo> (Gv 6, 51): <Ti prego di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?> (At 8, 34). A questa domanda Filippo risponde annunziando la buona novella del Signore Gesù che rinnova l’esistenza tanto che, colui la cui vita <è stata recisa dalla terra> (At 8, 33), affondando le sue radici nell’acqua rifiorisce: <discesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò> (At 8, 38) strappandolo alla sua sterilità e solitudine e riconsegnandolo a un cammino che <proseguì pieno di gioia> (At 8, 39) perché ormai è la vita eterna per cui <Non dica l’eunuco: “Ecco io sono un albero secco”> (Is 56, 3)

Il tuo nome è Pietas, alleluia!

III settimana T.P. 

Come una madre il Signore Gesù cerca in tutti i modi di convincere i suoi ascoltatori, di convincere ciascuno di noi, su quanto è grande il suo dono di vita per la nostra vita. Il Signore Gesù insiste più e più volte nel porre l’accento sul legame tra il pane e la vita, tra la vita di cui facciamo esperienza ogni giorno – come di un pane duro da ingurgitare – e la vita che egli ci dà <chi viene a me non avrà più fame> (Gv 6, 35).

Come la Sapienza (cfr. Pr 8) il Signore Gesù si aggira per le nostre strade, per i sentieri della nostra vita cercando di convincerci a comprare il “suo” pane, ad entrare in comunione con la “sua” vita di Risorto. Ma certo la domanda che viene spontanea è: “cos’ha di speciale questo pane?” che il Signore ci dà e ci vuole come vendere, o più precisamente, regalare a tutti i costi.

Il Pane del cielo è il pane della Pietas, quella che ritroviamo nella prima lettura: <persone pie seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui> (At 8, 2). Il Signore Gesù vuole darci il pane della sua presenza, della sua compagnia, della sua compassione proprio e soprattutto mentre la persecuzione <infuriava contro la Chiesa> (At 8, 3).

Il Signore ci svela il nocciolo, l’essenza e la fonte del piano di Dio e della sua volontà: <che io non perda nulla> (Gv 6, 39). Consolazione infinita è questa immagine di Dio che da sempre e per sempre – si tratta e si parla della volontà del Padre che fonda il mondo e la storia – raccoglie le briciole di pane <perché nulla vada perduto> (Gv 6, 12), perché nessuno si perda. 

L’immagine del pane in cui Gesù si identifica è per noi mediterranei il rimando a ciò che può tenere in vita una persona, ma dice pure tutto il lavoro umano capace di trasformare – attraverso il fuoco – i doni della natura in un segno della cultura, dello scambio tra persone. Il pane rimanda così a qualcosa che nutre dopo un lungo lavoro che parte dalla semina del frumento e si corona nel forno fumante e profumato che viene condiviso e che accompagna e, in certo modo, rende sostanzioso ogni altro alimento che la natura ci offre. 

Tutta la serie dei gesti che accompagna la panificazione dice una cura, un’attenzione, una capacità di trasformazione e di condivisione che sono la perenne garanzia di una risurrezione dell’umano che non può morire neppure nella morte. Il gesto di coloro che seppelliscono Stefano (At 8, 2) è capace di trasformare la fine in un inizio, l’ora dello sterminio in un tempo di semina abbondantissima <quelli però che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio> (At 8, 4) come il vento che porta lontano i semi e il polline per dilatare la vita. 

Il Signore Gesù ce lo assicura con forza: <io lo risusciterò nell’ultimo giorno> (Gv 6, 40) ma la risurrezione è legata alla nutrizione. Risorgeremo se ci saremo nutriti del Pane che è il Figlio, risorgeremo <nell’ultimo giorno> se “oggi”, nutriti al pane della Parola, trasformeremo, attraverso la cura e la dedizione proprie di ogni processo di “panificazione”, la nostra stessa vita in un pane che nutre e che fa risorgere tanto che <vi fu grande gioia in quella città> (At 8, 8) in noi e attorno a noi. Così persino la notte della sepoltura può trasformarsi nel prezioso tempo del chicco che muore in terra e della pasta che lentamente lievita fino ad essere pane condito di pietas, saporoso di vita.

Il tuo nome è Mangiato, alleluia!

III settimana T.P. 

Nella sinagoga di Cafarnao il Signore Gesù risponde alle domande e soprattutto alle provocazioni dei suoi ascoltatori. Tutto il discorso verte sulla richiesta di <quale segno tu fai perché vediamo e possiamo crederti?> (Gv 6, 30). Sinceramente dobbiamo riconoscere che anche noi poniamo continuamente la stessa domanda che si ritroverà nel cuore e sulla bocca di Tommaso dopo la Pasqua. Il nostro bisogno è talmente forte e i nostri bisogni talmente impellenti ed urgenti da non riuscire – forse neppure lo possiamo – leggere la vita e i segni di vita se non a partire dalla soddisfazione o perlomeno dalla consolazione di ciò di cui maggiormente sentiamo la necessità.

Il rischio è sempre quello di fermarci ai doni della vita e di farne il centro della vita: <I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto> (Gv 6, 31). Il Signore Gesù ci invita ad andare oltre quello che “abbiamo mangiato” e ad aprirci ad un mangiare diverso a nutrirci del <pane di Dio> che <è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo> (Gv 6, 33). Di quel pane si nutre, quasi come viatico, il diacono e protomartire Stefano che <fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra> (At 7, 55). Ai Giudei – a noi – viene comodo fare riferimento al pane del deserto che ci ha permesso di raggiungere la Terra Promessa, il Signore Gesù invece ci invita a passare da un mangiare per sopravvivere ad un mangiare per essere mangiati come Lui che ha dato se stesso per noi. 

Il Risorto ci invita in ogni momento con le parole: <date voi stessi da mangiare> (Mc 6, 37). Con grande forza il Signore ci sospinge ad essere grano maturo, pane ben cotto per poter finalmente dire con Gesù e in Gesù: <Io sono Pane> (Gv 6, 35) <Venite a mangiare> (Gv 21, 12). Un pane che non si può andare a comprare ma che può essere solo donato e ricevuto in gratuità come il sangue, come la vita versata da Stefano e che già irriga la pianticella di quel <giovane> (At 7, 58) che sarà l’apostolo delle genti. Noi tutti ci sentiamo mangiati e in certo modo privati della nostra stessa vita: <e così lapidavano Stefano mentre pregava…> (At 7, 59). E la nostra preghiera deve crescere e passare dal <dacci oggi il nostro pane quotidiano> (Mt 6, 11) al “fa’ che io sia come pane quotidiano” per i miei fratelli. E talora si diventa un pane nutriente solo col fatto di lasciarsi mangiare con lo sguardo di chi ci chiede un sorriso: <chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete> (Gv 6, 35). La storia dell’umanità è cominciata col gesto di stendere la mano per prendere e mangiare (Gn 3), la storia dell’umanità raggiunge la sua maturità e la sua pienezza quando un uomo o una donna sono capaci di donarsi fino in fondo lasciandosi mangiare con gusto e soddisfazione trovando in ciò tutta la propria gioia… Non lo celebriamo forse nell’Eucaristia? Non lo sperimentiamo forse nell’amore…?

Il tuo nome è Alato, alleluia!

III settimana T.P. 

La condivisione del pane e dei pesci ha creato un legame tra Gesù e la folla che, in certo modo controlla i movimenti di Gesù e dei suoi discepoli: <notò che c’era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi discepoli> (Gv 6, 22). Ma la folla deve rendersi conto che <Gesù non era più là> (Gv 6, 24) e fare la stessa strada dei discepoli al fine di trovarlo infine <di là>.

Davanti a questo “spostamento” di Gesù la folla pone una domanda: <Maestro quando sei venuto qua?> (Gv 6, 25) e il Signore Gesù risponde in modo provocatorio ma chiaro: <Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura> (Gv 6, 27). La folla dopo aver mangiato a sazietà pensa di sdebitarsi con Gesù facendolo re (Gv 6, 15) e idolatrando il luogo in cui il Signore Gesù ha operato il segno del pane e dei pesci. La folla, ciascuno di noi quando non è sufficientemente “solo/unificato” come il Maestro (Gv 6, 15), davanti ai prodigi operati da Dio nella nostra vita e nella nostra storia, ha la tendenza a voler imbrigliare questa potenza e possibilità nella forma di un “luogo sacro”. L’istinto di sopravvivenza e di conservazione ci spinge continuamente a mettere in scatola anche Dio.

Il Signore Gesù è invece sempre in movimento e noi siamo chiamati a cercarlo per trovarlo sempre <di là dal mare> (Gv 6, 25) e non nel Tempio gelosamente custodito per conservarsi in vita a tutti i costi: <Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo> (At 6, 14). Per la gente “fissata” nelle proprie paure, continuamente alla ricerca di luoghi e tempi di sicurezza e di sopravvivenza, il semplice allargamento di un orizzonte è una minaccia terribile: <distruggerà>! 

Il Signore Gesù, Risorto e Vivente, si sottrae ad ogni “fissazione” e per questo subito se ne va sul monte e oltre il mare per non perdere il contatto con lo spazio in tutta la sua altezza ed ampiezza, per non lasciarsi rinchiudere in un bisogno <voi mi cercate perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati> (Gv 6, 26) mentre egli vuole, saziando il bisogno, dilatare il desiderio verso le vette dei monti e gli amplissimi orizzonti marini che si riflettono nei tratti dei suoi discepoli: <fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo> (At 6, 15). Gli angeli non mangiano ma sono in grado di nutrire e soprattutto non si sedentarizzano mai e non sono soggetti ad alcun limite di spazio e di tempo.

Stefano prima di morire è già un risorto perché si è nutrito del pane <che il Figlio vi darà> (Gv 6, 27) in virtù del quale ha sviluppato pienamente l’abbozzo di ali di cui tutti siamo dotati. Possiamo chiedere a nostra volta: <Che cosa dobbiamo fare> (Gv 6, 28) per sviluppare le nostre ali? Sembra che basti <credere in colui che egli ha mandato> (Gv 6, 29). Se ascoltiamo fino in fondo il Signore Gesù ance il nostro volto sarà <come quello di un angelo> (At 6, 15) perché l’abbozzo delle ali non sono altro che le nostre orecchie che sono pure la nostra vera bocca per nutrirci di cielo. Il Padre ci nutre ogni giorno al suo stesso Petto che è Cristo e attende che raggiungiamo la <piena maturità> (Ef 4, 13) per mettere anche su di noi il suo <sigillo> (Gv 6, 27).

Il tuo nome è Lontano, alleluia!

III Domenica di PASQUA 

L’apostolo Pietro ci aiuta a guardare e a considerare la nostra vita sulla terra e nel tempo come un vero e proprio pellegrinaggio. La vita è occasione per vivere un continuo e sempre più profondo processo di conversione interiore: <comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri> (1Pt 1, 17). È lo stesso apostolo che, nella forza delle primizie dello Spirito effuso, ci aiuta anche a renderci conto con più chiarezza del fine che ha il nostro cammino il quale non è un lento andare verso il nulla, bensì un graduale avvicinarsi ad una pienezza: <Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza> (At 2, 28). Di una presenza, capace di rimettere in moto la speranza e di ridare vigore e senso al proprio cammino, fanno esperienza i due discepoli che sembrano fuggire da Gerusalemme per riguadagnare la quiete e l’anonimato rassicurante del loro villaggio.

L’evangelista Luca tiene il nostro animo sospeso più a lungo di quanto facciano gli altri evangelisti. Infatti le donne fuggono dal sepolcro con un messaggio di risurrezione, ma senza avere incontrato il Risorto. Prima di incontrare personalmente il Signore Vivente è come necessario un tempo di rilettura e di riapertura del proprio cuore a leggere gli stessi avvenimenti, quelli che ci hanno fatto sperimentare una terribile delusione, in uno modo completamente diverso, ovvero: purificato dalle nostre illusorie aspettative e aperto ad un modo di leggere le cose più profondamente. Il Risorto non si impone con una gloriosa e schiacciante presenza, bensì si ripropone in modo ancora più discreto nelle nostre stessi vesti: si fa viandante con dei viandanti, si fa pellegrino con dei pellegrini, si fa ignorante degli eventi, con quanti gli eventi li hanno subiti senza veramente comprenderli: <Solo tu sei forestiero a Gerusalemme!> (Lc 24, 18).

La nota quasi di rimprovero da parte dei discepoli è, in realtà, una dichiarazione inconsapevole dello stato del loro cuore incapace non solo di riconoscere in quel viandante il loro compianto Maestro, ma di rileggere gli ultimi avvenimenti a partire da una sapienza più profonda. Cosicché il Signore comincia una lunga catechesi che, a partire dalle Scritture, aiuta i discepoli a leggere gli eventi non solo a partire dalle evidenze, ma ripartendo dal senso di una morte che, in realtà, non è stata un fallimento bensì un coronamento. La risurrezione del Signore non è la negazione della morte, bensì il suo regale e libero attraversamento. Per questo il Risorto si mostra con i segni della passione che lo hanno segnato profondamente e veramente e, in questo modo, rivela anche ai suoi discepoli come non fuggire la prova, ma dimostrarsi piuttosto capaci di essere temprati nella e dalla prova stessa. Il gemito dei discepoli è spesso anche il nostro: <Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele> (24, 21). In realtà, ciò che talora sembra fondare le nostre speranze non è capace di scaldare il nostro cuore. Il nostro cuore ritrova il suo palpito vitale non nel successo e nella riuscita, bensì in una relazione in cui anche le realtà più dure rivelano un senso che ci porta un po’ <più lontano> (24, 28).

La lettura dei vangeli della risurrezione è sempre l’occasione per fare il punto sulla nostra speranza. Il Signore Gesù si accosta ai due discepoli di Emmaus e li lascia sfogare per poi riorientare la loro lettura degli avvenimenti. È necessario assumere la “morte” di una serie di illusioni… ma siamo pronti ad accogliere le sfide di nuove e impreviste prospettive?

Ton nom est plus loin, alléluia !

III Dimanche de PAQUES 

L’apôtre Pierre nous aide à regarder et à considérer notre vie sur la terre et dans le temps comme un pèlerinage personnel et vrai. La vie est une occasion pour vivre un continuel et toujours plus profond processus de conversion intérieure : «  comportez-vous avec la crainte de Dieu pendant le temps où vous vivez ici-bas en tant qu’étrangers » (1P 1, 17).  C’est le même apôtre qui, dans la force des prémices de l’Esprit répandu, nous aide aussi à nous rendre compte avec plus de clarté de la fin de notre chemin qui n’est pas un lent voyage vers le néant, mais plutôt une approche échelonnée vers une plénitude : «  Tu m’as fait connaître les chemins de la vie, tu me combleras de joie par ta présence » (Act 2, 28). D’une présence, capable de remettre en mouvement l’espérance et de redonner vigueur et sens au chemin même, les deux disciples qui semblent fuir Jérusalem pour regagner le calme et l’anonymat rassurant de leur village, en font l’expérience.

L’évangéliste Luc nous tient en haleine plus longtemps que les autres évangélistes. En effet, les femmes s’enfuient du tombeau avec un message de résurrection, mais sans avoir rencontré le Ressuscité. Avant de rencontrer personnellement le Seigneur Vivant un temps de relecture  et de réouverture du coeur est nécessaire pour relire les mêmes événements qui nous font expérimenter une terrible désillusion, de façon complètement différente, c’est-à-dire, purifiés de nos attentes illusoires et ouverts à une lecture plus profonde. Le Ressuscité ne s’impose pas par une glorieuse et éclatante présence, au contraire, il revient de façon encore plus discrète se mettant dans notre peau : il se fait voyageur avec des voyageurs, pèlerin avec des pèlerins, semble ignorer les événements quand tant d’autres ont subi les évènements sans vraiment les comprendre : « Tu es bien le seul habitant de Jérusalem à ignorer ce qui s’est passé ces jours-ci ! » (Lc 24,18).

La remarque, presque un reproche de la part des disciples, est, en réalité, une déclaration inconcevable de l’état de leur coeur incapable non seulement de reconnaître en ce voyageur leur Maître pleuré, mais de relire les derniers événements à partir d’une sagesse plus profonde. Ainsi le Seigneur commence une longue catéchèse qui, à partir des Ecritures, aide les disciples à lire les événements, non seulement à partir des évidences, mais en repartant du sens d’une mort qui, en réalité, n’a pas été un échec, mais bien un couronnement. La résurrection du Seigneur, n’est pas la négation de la mort, mais bien la façon royale et libre de la traverser. Pour cela le Ressuscité se montre avec les signes marquants, caractéristiques de sa passion  et il révèle ainsi à ses disciples comment ne pas fuir l’épreuve, mais se montrer plutôt capables d’être endurcis dans et par l’épreuve même. Le gémissement des disciples est souvent aussi le nôtre : «  Nous espérions qu’Il était celui qui aurait libéré Israël » (24, 21). En réalité, ce qui alors semble fonder nos espérances, n’est pas capable de réchauffer notre coeur. Notre coeur retrouve sa palpitation vitale non pas dans le succès et la réussite, mais dans une relation où même les réalités les plus dures révèlent un sens qui nous emmène un peu «  plus loin » (24, 28).

La lecture des évangiles de la résurrection est toujours l’occasion de faire le point sur notre espérance. Le Seigneur Jésus s’approche des deux disciples d’Emmaüs et les laisse s’extérioriser pour ensuite réorienter leur lecture des événements. Il est nécessaire d’assumer la «  mort » d’une série d’illusions…mais sommes-nous prêts à accueillir les défis de nouvelles et imprévisibles perspectives ?

Il tuo nome è Timone, alleluia!

II settimana T.P. 

Concludiamo questa seconda settimana del tempo pasquale prendendo un tempo di riposo con il Signore che si mostra come colui che è capace, ancora una volta e sempre, di raggiungerci nel bel mezzo della nostra vita di farsi facilitatore e animatore appassionato della nostra pace e della nostra serenità. Possiamo oggi contemplare il Signore Gesù al timone della sua Chiesa. Al timone della nostra vita. Tutto ciò ci viene confermato nella e dalla prima lettura della liturgia: in un momento di difficoltà e di incomprensione all’interno della giovane comunità cristiana, gli apostoli si dimostrano capaci di trovare la giusta e innovativa soluzione senza timore e con grande sicurezza. La nostra vita di uomini e di donne, come pure il nostro itinerario di discepoli e il nostro cammino di Chiesa sempre esigono una leggerezza come quella che permette ad una imbarcazione di solcare le onde riuscendo a raggiungere il porto. Così, mentre infuria la tempesta dello scontento e della mormorazione all’interno della comunità, gli apostoli invece di appesantire la situazione rischiando di affondare così la vita della comunità, con grande libertà, trovano una soluzione nuova che ha il crisma dell’evangelicità in quanto è capace di alleggerire e non di appesantire: <Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola> (At 6, 2-4). Questa creatività di cui gli apostoli si dimostrano capaci nello Spirito del Risorto, forse hanno cominciato ad impararla proprio in quella notte di turbamento e di paura… sul lago. Loro, che quella notte nel mare in tempesta erano stati così paurosi hanno imparato dal Signore a non temere di andare avanti anche quando è <ormai buio> (Gv 6, 17), a trovare una soluzione anche quando tutto è incerto e causa di insofferenza per alcuni che si sentono – più o meno ragionevolmente – trascurato. Meditando su questo testo del vangelo di Giovanni nel 1940, Edith Stein in un poema intitolato La Tempesta così chiede: <Signore quanto sono alte le onde, quanto oscura la notte! Non vorresti forse illuminarla per me che veglio solitaria?>. E il Signore le risponde: <Tieni saldamente il timone, abbi fiducia e conserva la calma. La tua barca è preziosa ai miei occhi, voglio condurla al porto>. Dal canto suo Simone Weil nella stessa cornice storica così dura da portare e da comprendere, scriveva: <Quando un uomo si allontana da Dio, semplicemente si abbandona alla pesantezza>1. E la pesantezza non può che portare ad affondare mentre la leggerezza ci permette sempre di immaginare e di creare persino delle istituzioni nuove per rispondere a nuovi bisogni senza perdere la giusta direzione e tenendo saldamente il timone non per restare fermi ma per avanzare persino quando è <ormai buio>.


1. S. WEIL, L’attente de Dieu, Fayard, Paris 1966, p. 111.

Il tuo nome è Profeta, alleluia!

II settimana T.P. 

Vi è sempre qualcosa che <avanza> nella nostra conoscenza del mistero di Cristo e che ci porta sempre un po’ più oltre di ogni esperienza già vissuta e di ogni intuizione già avvertita. Molto abbiamo da imparare dalla saggezza delicata e al contempo così virile di Gamaliele che si fa oggi anche nostro maestro rammentandoci che l’unico vero guaio nella nostra vita potrebbe essere quello di ritrovarsi, magari con l’intenzione di dare una mano a Dio, addirittura di <combattere contro Dio> (At 5, 39). La riflessione di un teologo contemporaneo ci può illuminare su quella che è la posta in gioco della nostra vita di discepoli: <La certezza della risurrezione trasfigura tutta la nostra vita e nella sua luce rinnova i rapporti umani. Essa ci richiama ad una conversione sempre più profonda che esige da parte nostra una dilatazione del cuore a misura di quello di Cristo e ci invita ad incontrare i fratelli in modo personale… proprio come siamo chiamati ad incontrare Dio>1

La lunga vita di Gamaliele e la sua continua meditazione sulla storia della salvezza, unitamente all’attenta considerazione di quelle storie che della salvezza sono remoti ingredienti, gli ha insegnato ad avere occhi per le persone per non lasciarsi accecare dalle precomprensioni e dagli automatismi interpretativi. Sarà necessario un lungo cammino a uno dei discepoli eminenti di Gamaliele per arrivare ad intuire il punto di vista del maestro, ben oltre gli insegnamenti accademici. E, se è stato difficile per Saulo di Tarso, possiamo ben mettere in conto che non sia tanto facile neanche per noi che ci ritroviamo sempre come la folla affamata e bisogno per cui il Signore moltiplica il pane fino a farne avanzare. La conclusione del Vangelo di quest’oggi è una professione di fede semplice, ma chiara: <Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!> (Gv 6, 14).

Eppure, sembra proprio che questa professione non sia sufficiente, anzi, rimane persino ambigua se non converte e <rinnova i rapporti umani>. Per la folla sembra di aver trovato la soluzione ai propri problemi di sostentamento e, invece, il Signore Gesù non vuole risolvere, ma vuole rinnovare. Il suo gesto di moltiplicazione e di condivisione non è magico, ma è profondamente umano: parte dal suo sguardo attento verso i bisogni della folla e passa attraverso la disponibilità di quel ragazzo a mettere a disposizione quello che ha senza trattenerlo per se stesso. In questo modo il Signore ci svela in cosa consista la profezia: uno sguardo attento nel leggere i bisogni e un cuore disponibile a lasciarsi coinvolgere personalmente nei bisogni. In questo Gamaliele si rivela anch’egli un profeta perché capace di immaginare uno spazio per l’opera di Dio che non si può e non si deve controllare ma piuttosto dilatare per evitare sempre e in ogni modo di <combattere contro>. Come dimenticare che l’unzione battesimale fa di noi dei profeti secondo il cuore di Cristo Signore?!


1. M. J. Le GUILLOU, Chrétiens dans le monde, Mame, Paris, 1992, p. 133.1. S. WEIL, L’attente de Dieu, Fayard, Paris 1966, p. 111.