Ragione
XXVI Settimana T.O. –
La parola di Giobbe non solo può accompagnare questa nostra giornata, ma può darci una mano nell’accogliere e nel lasciarci attraversare dall’austera parola che il Signore Gesù ci rivolge nel suo vangelo. All’inizio e alla fine della prima lettura, il giusto Giobbe si mostra capace di prendere le distanze dalle sue ragioni. Ai suoi amici che sono un portento di ragionevolezza, Giobbe così risponde: <In verità, io so che è così: e come può un uomo aver ragione dinanzi a Dio? Se uno volesse disputare con lui non gli risponderebbe una volta su mille> (Gb 9, 2-3). E dopo aver elencato la forza e la potenza con cui il Creatore accompagna e dirige il fluire delle cose nel mondo, aggiunge quasi come atto finale di resa: <Se avessi anche ragione, non risponderei, al mio giudice dovrei domandare pietà> (9, 15). Talora – non solo al cospetto degli altri, ma persino e spesso ancora di più al cospetto di Dio – sentiamo di avere ragione e avvertiamo il diritto di farla valere; talora ci sentiamo persino in dovere di presentare e difendere le nostre ragioni… rimanendo così prigionieri del nostro piccolo mondo.
Quanti si accostano al Signore Gesù, nel vangelo di quest’oggi, hanno tutte le loro ragioni, eppure sembrano avere il grande torto di non comprendere che cosa – la presenza e la chiamata del Maestro – possa significare per la loro vita: <Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre> (Lc 9, 59). Cosa c’è di più ragionevole e di più raccomandabile di un simile desiderio che non è un rifiuto della chiamata, ma semplicemente la necessità di obbedire al comandamento di onorare e custodire i propri genitori? Eppure, vi è qualcosa di più – o di meno – nel lodevole desiderio di seppellire i propri cari: nella reazione di quel tale si può indovinare un profondo attaccamento a quel passato – di cui i genitori sono simbolo – e da cui si fa fatica a prendere una reale distanza. E la distanza esige una certa ignoranza: <Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio> (Lc 9, 60). La forza evangelica di questa parola del Signore non sta nella prima parte, bensì nella seconda che rende necessaria la prima e che viene ribadita nell’altro detto: <Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio> (9, 62).
L’interrogativo che si pone il salmista può aiutarci a cogliere il senso liberatorio e non costrittivo e persino disumanizzante – se accolta erratamente – della parola del Signore: <Si celebra forse la tua bontà nel sepolcro, la tua fedeltà negli inferi?> (Sal 87, 12). Il vangelo e il regno di Dio esigono una disponibilità assoluta e un amore incondizionato alla vita e al suo dinamismo senza il quale non è possibile vivere nella logica del regno di Dio. Persino i grandi slanci di generosità: <Ti seguirò dovunque tu vada> (Lc 9, 57) devono essere verificati sulla disponibilità a seguire il Signore della vita attraverso tutte le sorprese e le esigenze della vitalità, senza cedere nessuno spazio agli attaccamenti e alle paure che danno spazio alla logica della morte nell’apparenza della vita. Per questo il Signore ci chiede di riappropriaci di quella caratteristica “selvatica” da cui tutte le specie viventi devono passare: <Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo> (9, 58). Davanti alle esigenze del Vangelo che è Gesù Cristo non ci resta che fare nostra la reazione di Giobbe: <Tanto meno io potrei rispondergli, trovare parole da dirgli> (Gb 9, 14). Non è questione di ragione ma di consenso.






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