Significato
XXIV Settimana T.O. –
È lo stesso Signore Gesù a farsi interprete della sua parola rispondendo ampiamente al bisogno di chiarificazione espressogli dai suoi discepoli: <Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio> (Lc 8, 11). Subito dopo il Signore comincia a spiegare e parla di <semi> (8, 12) che diventano il simbolo del cuore più o meno aperto e sensibile all’accoglienza feconda della Parola di Dio. In questo modo il Signore ci fa sentire tutta la profondità del mistero di reciproca appartenenza che si crea tra il dono della Parola e noi stessi che siamo chiamati ad ascoltarla in un modo talmente profondo da diventare noi stessi una “parola” uscita dalla bocca dell’Altissimo per la gioia di tutti. La parola dell’apostolo Paolo ci conforta in questa medesima direzione quando davanti agli interrogativi che si pongono sulla risurrezione si esprime così: <Ciò che tu semini non prende vita se prima non muore> (1Cor 15, 36).
Questa parola dell’apostolo ci aiuta a non soffermarci troppo sulla natura del terreno e del seme che siamo, bensì su quella logica che permette a qualunque terreno e ad ogni seme di dare il suo proprio frutto – poco importa se piccolo o grande – a partire e in proporzione alla disponibilità a lasciarsi attraversare dal mistero pasquale di Cristo di cui siamo resi intimamente e profondamente partecipi: <è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza> (15, 42-43). Seguiamo interiormente e umilmente la storia del seme che siamo e del seme di divina presenza che ogni giorno ci viene ridonato attraverso il soffio della vita e attraverso l’intelligenza interiore della Parola di Dio. È proprio lasciandoci conquistare dalla storia del seme così come si realizza, segretamente ed efficacemente, nell’intimo della terra possiamo assistere stupiti alla più meravigliosa delle trasformazioni pensabili: il nostro <uomo terreno> si riveste serenamente del suo <uomo celeste> (15, 48) ad immagine di Cristo Signore il quale, come noi e per noi, ha accettato di essere seminato e affondato nella nostra terra di <miseria> (15, 43) per dare a tutti e a ciascuno una speranza di gloria.
Se questa è la sublimità del dono, allora non ci resta che dare e condividere quei frutti celesti che sono l’umile reciproco accompagnamento nei lunghi tempi della semina e della gestazione di quell’umanità nuova di cui siamo chiamati ad essere primizia proprio come le primizie di una stagione appena sbocciata capace di rallegrare il cuore di tutti al pensiero di raccolti ancora più abbondanti e gustosi. Il Signore non si stanca di seminare la sua Parola, che nessuno di noi si stanchi di fare la parte del seme e di lasciare che la vita faccia tutto il suo corso nelle nostre esistenze rendendo fecondi persino i nostri fallimenti e le nostre tribolazioni che siamo chiamati a custodire come semi preziosi <con cuore integro e buono> coltivando con coraggio la pazientissima virtù della <perseveranza> (Lc 8, 15). Se non sappiamo dove impararla non ci resta che sostare davanti a un campo appena dissodato e coltivato e il <significato> ci sarà chiaro… ci sarà caro.






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