Proprio beati
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La liturgia di oggi ci fa il grande dono di proclamare nella Chiesa – ancora una volta – l’evangelo delle Beatitudini. Per otto volte il Signore Gesù dice: <Beati…>. Si tratta di un testo che conosciamo a memoria, un testo che amiamo e, indubbiamente, un testo che ci provoca continuamente e sempre. L’intreccio delle letture offerte dalla liturgia della Parola ci permette di entrare nel castello delle Beatitudini attraverso un portale del tutto particolare che suona così: <Considerate la vostra vocazione, fratelli> (1Cor 1, 26). Questa esortazione di Paolo apre ad una comprensione delle Beatitudini nel senso che esse sono la nostra vocazione particolare di discepoli del Signore Gesù formati alla scuola dell’evangelo e conformati al mistero pasquale. Potremmo dunque chiederci quale sia la prima regola della felicità-beatitudine. La liturgia sembra dirci che la prima e fondamentale regola della felicità sia proprio la capacità di guardarsi allo specchio limpidamente e senza paura alcuna e accogliere il mistero della scelta di Dio: <ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti… ciò che nel mondo è debole per confondere i forti… ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato> (1Cor 1, 27-28). Alla fine di questa immersione nella scelta di Dio giustamente si può rimanere alquanto stupiti e inquietati: bisogna proprio prendere le cose alla rovescia. Ma la motivazione dell’apostolo non solo è in grado di chiarire ma pure di illuminare e convincere del fatto che non c’è altra scelta possibile. Egli dice: <perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio> (1, 29). Con queste parole dell’apostolo che cadono “casualmente” tra la prima e terza lettura di questa liturgia della Parola, siamo condotti al cuore delle Beatitudini siamo condotti al cuore della vita stessa di Dio che – secondo san Tommaso d’Aquino – è pura Beatitudine e somma Felicità. Solo se entriamo nella sua vita seguendo le regole del “gioco” della vita divina potremo sperimentare a nostra volta la pienezza della gioia. Ma tutto questo non è in noi e non dipende da noi bensì è pura partecipazione e dono gratuito. Così il primo versetto della liturgia di questa domenica risuona contemporaneamente come un appello e un programma: <Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra> (Sof 2, 3).
A questa parola del profeta fa eco l’inizio assoluto del Discorso della Montagna che è racchiuso tra due beatitudini capaci di delineare l’orizzonte della felicità lasciando aperte tutte le variazioni e creazioni possibili di felicità e di gioia: dapprima <i poveri in spirito> (Mt 5, 3) e – in ultimo – <i perseguitati> (5, 10-11). Queste due beatitudini rappresentato la sintesi più forte della logica divina che il Signore Gesù proclama sul monte come la nuova pista attraverso cui possiamo serenamente attraversare i deserti della vita per giungere – compiuto l’esodo da noi stessi e ucciso il nostro egoismo – alla terra interiore della libertà vera: kenosi (svuotamento) e martyrìa (testimonianza fino allo stremo) sono la via offerta al discepolo per essere in tutto come il maestro e talora persino <di più> (Gv 14, 12). Spesso sentendo nel nostro cuore il termine <vocazione> (1Cor 1, 26) pensiamo a chissà quali appelli fino ad essere persino intimoriti che ci possa toccare in prima persona qualcosa di simile. Invece la nostra vocazione è riassunta dalla conclusione delle beatitudini: <Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli> (Mt 5, 3.10.12). Ma cosa sono mai questi cieli perché possano realmente interessarci fino ad essere oggetto di desiderio ardente e arrischiato?
I cieli che attendiamo non sono altro che la maturità del cielo che viviamo con la nostra capacità di riflettere sempre più e sempre meglio l’ordine, la beatitudine, la luce di Dio fino a poter <riposare senza che alcuno li molesti> (Sof 3, 13). Il cielo è questo riposo e la beatitudine non è altro che la capacità di attraversare la storia e le storie come un <popolo umile e povero> (3, 12).
Vraiment bienheureux
/0 Commenti/in Oggi è la parola/da EldradusIV Dimanche T.O. –
La liturgie d’aujourd’hui nous fait le grand don de proclamer encore une fois – en église – l’évangile des Béatitudes. Huit fois, le Seigneur Jésus dit : « Bienheureux … ». Il s’agit d’un texte que nous connaissons par coeur, un texte que nous aimons et, indubitablement, un texte qui nous provoque continuellement et toujours. La trame des lectures offerte par la Liturgie de la Parole nous permet d’entrer dans le château des Béatitudes par un portail particulier : « Aussi bien, frères, considérez votre vocation » ( 1 Co1, 26). Cette exhortation de Paul ouvre à une compréhension des Béatitudes, dans le sens qu’elles sont la vocation particulière des disciples du Seigneur Jésus, formés à l’école de l’évangile et en conformité avec le mystère pascal. Nous pouvons donc nous demander quelle est la première règle du bonheur-béatitude. La liturgie semble nous dire que la première règle fondamentale est la capacité de se regarder dans le miroir limpidement et sans aucune peur et accueillir le mystère du choix de Dieu : « ce qu’il y a de fou dans le monde pour confondre les sages…ce qu’il y a de faible dans le monde pour confondre la force …ce qui dans le monde est ignoble et méprisant » (1 Co 1, 27-28). A la fin de cette immersion dans le choix de Dieu l’on peut pourtant, justement, être étonnés et inquiets : il faut vraiment prendre les choses à l’envers. Mais la motivation de l’apôtre n’est pas seulement capable d’éclairer, mais aussi d’illuminer et de convaincre le fait qu’il n’y a pas d’autre choix possible. Il dit : « afin qu’aucune chair n’aille se glorifier devant Dieu » (1, 29). Par ces paroles de l’apôtre qui tombent, « par hasard » entre la première et la troisième lecture de cette liturgie de la Parole, nous sommes conduits au coeur des Béatitudes et au coeur de la vie même de Dieu qui – selon saint Thomas d’Aquin – est pure Béatitude et sommet du Bonheur. C’est seulement si nous entrons dans sa vie selon les règles du « jeu » de la vie divine que nous pourrons expérimenter à notre tour la plénitude de la joie. Mais tout cela n’est pas en nous et ne dépend pas de nous, c’est une pure participation et un don gratuit. Ainsi le premier verset de la liturgie de ce dimanche résonne de façon contemporaine comme un appel et un programme : « Cherchez le Seigneur, vous tous, pauvres de la terre » ( So 2, 3).
A ces paroles du prophète fait écho le début du Discours sur la Montagne contenu entre deux béatitudes capables de délier l’horizon du bonheur en offrant toutes les variations et les créations possible du bonheur et de la joie : tout d’abord « les pauvres en esprit » (Mt 5, 3) et – à la fin « les persécutés » (5,10-11). Ces deux béatitudes représentent la synthèse la plus forte de la logique divine que le Seigneur Jésus proclame sur la montagne ainsi que la nouvelle piste pour passer sereinement les déserts de la vie pour rejoindre – après avoir accompli l’exode et tué notre égoïsme – la terre intérieure de la vraie liberté : kenosi ( dépouillement ) et martyria ( témoignage jusqu’à l’extrême) : elles sont la vie offerte au disciple pour être en tout semblable au maître et peut-être même « d’avantage » ( Jn 14, 12). Souvent, en entendant dans notre coeur le terme « vocation » ( 1co 1, 26) , nous pensons à je ne sais quels appels jusqu’à être même intimidés qu’une telle chose puisse s’adresser personnellement à nous. Au contraire, notre vocation est résumée par la conclusion des béatitudes : « Réjouissez-vous et exultez de joie car votre récompense est grande dans les cieux » ( Mt 5, 3.10.12). Mais quels sont donc ces cieux qui peuvent réellement nous intéresser jusqu’à devenir objet de désir ardent et audacieux ?
Les cieux que nous attendons ne sont rien d’autre que la maturité du ciel que nous vivons par notre capacité de refléter toujours d’avantage et toujours mieux l’ordre, la béatitude, la lumière de Dieu jusqu’à pouvoir « se reposer sans que personne nous agresse » ( So 3, 13). Le ciel est ce repos et la béatitude n’est rien d’autre que la capacité de traverser notre Histoire et les histoires comme un « peuple humble et pauvre » (3, 12).
Partire è morire
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Lasciamoci interiormente toccare dall’invito del Signore Gesù che non è solo per i suoi discepoli ma pure per ciascuno di noi: <Passiamo all’altra riva> (Mc 4, 35). Come persone umane unitamente a tutti gli animali che popolano la terra e solcano le profondità dei mari, siamo non solo degli esseri in movimento, ma degli esseri di movimento. Con le piante e le pietre e persino con gli astri che sembrano essere fissi nel cielo, abbiamo in comune in dinamismo di crescita che comporta un continuo cambiamento di cui fa parte il nascere e il morire. Di questo processo che è proprio della natura, il Signore Gesù fa la stessa legge della vita spirituale e per questo, invece, di sedentarizzarsi decide di prendere il largo: con il Signore Gesù non è assolutamente possibile installarsi, né tantomeno riposarsi. Come avviene sempre e dovunque nella natura e nella storia per entrare nella vita e non accontentarsi di una mera sopravvivenza è necessario morire – ogni giorno – alla tentazione di sedentarizzarsi e di rassegnarsi a ciò che già si è vissuto e già si conosce nel bene e nel male.
La drammatica pagina che troviamo nella prima lettura in cui Natan si contrappone senza alcun timore al suo re aiutandolo a prendere coscienza del suo crimine, ci ricorda come persino l’esperienza della colpa e del peccato possono diventare momenti preziosi per fare un ulteriore passo nel proprio cammino di miglioramento e di crescita interiore che coincide con un incremento di sensibilità e di attenzione per gli altri. Natan dapprima risveglia in Davide la sua parte migliore commuovendolo con la storia dell’uomo povero e della sua povera pecorella: <Per la vita del Signore, chi ha fatto questo è degno di morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non averla evitata> (2Sam 12, 5-6). Solo dopo questo momento di auto-rivelazione, Davide sarà capace di morire a se stesso e alla sua presunzione riconoscendo di avere peccato e accettando umilmente e gravemente le conseguenze amare della sua scelta: <il bambino si ammalò gravemente> (12, 15).
Tutto questo non è indolore! Davide scomodato da Natan e i discepoli scomodati dal Signore Gesù, mentre sembra comodamente dormire sul suo <cuscino> (Mc 4, 38), devono affrontare la tempesta che si leva nel cuore ogni volta che siamo più o meno obbligati a portarci oltre le nostre inerzie e a lasciare che il vento dello Spirito riempia le vele della nostra vita imponendoci ritmi imprevisti o sgraditi alle nostre paure e alle nostre abitudini. Il contrasto si fa forte tra la calma di Natan e la furia di collera prima e di dolore poi di Davide, come pure tra la paura dei discepoli e il quietissimo sonno di Gesù. Ogni volta che le nostre ragioni e i nostri desideri entrano in conflitto con i nostri mezzi reali nell’affrontare le scelte della vita, la tempesta nel cuore si fa violenta. Tutto ciò viene permesso perché si faccia più profonda e più vera l’invocazione come esorta Agostino: <Se hai sentito un insulto, è come il vento; se sei adirato, ecco la tempesta. Se quindi soffia il vento e sorge la tempesta, corre pericolo la nave, corre pericolo il tuo cuore ed è agitato. All’udire l’insulto tu desideri vendicarti: ed ecco ti sei vendicato e, godendo del male altrui, hai fatto naufragio. E perché? Perché in te dorme Cristo. Che vuol dire: “In te dorme Cristo”? Ti sei dimenticato di Cristo. Risveglia dunque Cristo, ricordati di Cristo, sia desto in te Cristo: considera lui>1.
1. AGOSTINO, Discorsi, 63, 3.
Pedagogo
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Il Signore Gesù trova il mondo per parlarci del Regno di Dio come un buon pedagogo che, insegnando, suscita l’interesse e il desiderio di comprendere meglio e di essere come condotti più lontano e più in profondità. Quello del Signore Gesù è un messaggio di speranza per tutti coloro che sono angustiati e spaventati dai dati statistici del fervore spirituale e dall’ansia del successo e della riuscita: <dorma o veglia, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa> (Mc 4, 27). Il Signore ci invita alla fiducia e alla pazienza, ma soprattutto al rispetto dei tempi e dei modi di Dio che ci permettono di leggere e attraversare il nostro tempo, in cui tutto un mondo cui eravamo abituati, sta crollando, in un modo completamente nuovo, inedito… persino forse più bello e più evangelico almeno in taluni aspetti. Tutti questi elementi sono consegnati alla nostra amorosa custodia perché possano serenamente ed efficacemente crescere e farlo, per quanto talora fatichiamo a crederlo e perfino a pensarlo, <spontaneamente> (4, 28).
L’amara e iniqua esperienza di Davide e il suo comportamento inqualificabile, ci mostrano il pericolo che nella vita non solo si possa progredire, ma anche regredire, per questo la vigilanza è sempre richiesta. Eppure, sono le macchinazioni di Davide ad evidenziare, ancora più plasticamente, in tutta la sua profondità la naturale bontà di Urià l’Hittita e la sua semplice e spontanea rettitudine che gli meriterà di essere nominato – unico straniero – accanto al <re Davide> nella Genealogia di Gesù Cristo, quasi come memoria della verità di Davide e di ogni uomo che voglia essere veramente se stesso. Ed ecco che la bellissima immagine parabolica di Gesù trova in Urià una icona vivente: <L’albero, questa forza che lentamente sposa il cielo. Così è anche per te, piccolo uomo! Dio ti fa nascere, ti fa crescere, ti ricolma di progressivi desideri, di rimpianti, di gioie e di sofferenze, di collera e di perdono, poi ti richiama a sé. Tuttavia, tu non sei né quello scolaro, né questo sposo, né questo bambino, né questo vecchio: tu sei colui che si va compiendo!>1.
Siamo noi, ciascuno di noi quel <granello di senape> (Mc 4, 31) di cui il Signore Gesù ci parla nel Vangelo chiamati a crescere non solo per noi stessi ma anche per la gioia e la consolazione degli altri: <quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra> (Mc 4, 32). Le inique macchinazioni di Davide sono state l’occasione perché il piccolo granello che fu la vita di Urìà che, facilmente, sarebbe caduto nell’oblio ha manifestato tutta la sua bellezza e fecondità tanto da diventare parte del lungo cammino che ha portato alla pienezza dei tempi in cui il Verbo si è fatto carne accettando di cadere nel terreno – non sempre accogliente – della nostra umanità>.
1. A. DE SEAINT-EXUPERY, Citadelle. Oeuvres Complètes, Gallimard, Paris 1999, p. 371.
Fiaccola
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Ancora una volta non possiamo che restare ammirati e grati per l’immensa fiducia con cui il Signore Gesù avvolge la nostra vita di discepoli cui è affidata la stessa luce di Dio perché essa – posta sul <candelabro> (Mc 4, 21) della nostra vita – possa splendere e illuminare il mondo. Massimo il Confessore chiarisce per noi che: <La lampada posta sul candelabro è la luce del Padre, quella vera che illumina ogni uomo che viene al mondo (Gv 1,9). Il Signore nostro Gesù Cristo chiamò lucerniere la santa Chiesa, perché in essa risplende la parola di Dio mediante la predicazione, e così, con i bagliori della verità, illumina quanti si trovano in questo mondo come in una casa, arricchendo le intelligenze con la conoscenza di Dio>1. Come lucerniere siamo solo chiamati a fare da supporto alla luce che non siamo noi stessi. Davanti a questo dono che si fa responsabilità possiamo fare nostre le parole di Davide stupito e grato davanti al mistero della divina condiscendenza nei suoi confronti: <Chi sono io, Signore Dio, e che cos’è la mia casa perché tu mi abbia condotto fin qui?> (2Sam 7, 18). La risposta a questa domanda di Davide è la parola che il Signore Gesù ci dona nel vangelo di oggi: “sei il candelabro” e sembra aggiungere: <Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti> (Mc 4, 23). La sapienza sta infatti nel non presumere di se stessi e nello stesso tempo essere capaci di portare la responsabilità del dono che ci viene fatto dimostrandoci degni della fiducia che ci viene accordata. La fiducia che Dio ci fa è reale ed essa richiede che noi siamo realisti. La nostra vita di credenti e di discepoli è chiamata a rimandare continuamente alla luce che è Dio e in questo modo la nostra missione è quella di mettere in luce alcuni aspetti della vita nostra e dei nostri fratelli perché siano chiarificati dalla e alla luce del Vangelo. Infatti, la luce della fede dovrebbe far scoprire lo splendore del mondo quando esso viene guardato a partire dalla luce della presenza di Dio tenuta ben alta dalla nostra vita perché rischiari il più possibile. Lungi da noi <metterla sotto il moggio> (4, 21) impedendo così al lievito del vangelo di far crescere tutto ciò che nel mondo porta già l’impronta del Verbo fatto carne perché ogni cosa sia divinizzata. Noi non siamo la fonte della luce; eppure, senza di noi la luce di Cristo e del suo Vangelo non potrebbe risplendere e irradiare la vita dei nostri fratelli e sorelle che ne hanno bisogno. Come dice padre André Louf: <Siamo veramente splendore di Dio senza saperlo, e la maggior parte del tempo anche senza averlo cercato> ed è lo stesso abate che aggiunge qualcosa che ci può turbare ma che pure non possiamo dimenticare: <può succedere che si brancoli nella notte pur essendo fonte di luce per gli altri>. A noi basta – si fa per dire – restare solidamente inseriti in Gesù, attaccati a lui che è la luce del mondo. Facciamo nostra per tutta questa giornata la supplica di Davide: <Ora, Signore, la parola che hai pronunziato riguardo al tuo servo e alla sua casa, confermala per sempre e fa’ come hai detto> (2sam 7, 25).
1. MASSIMO IL CONFESSORE, Risposte a Talassico, quaestio 63.
Largheggiare
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La parabola che il Signore ci racconta ci mette di fronte all’immagine del “seminatore prodigo”. Come Luca ci parlerà, in uno dei passaggi tra i più belli di tutte le Scritture, di quel “figliol prodigo” che in realtà assomiglia così tanto a suo padre che si dimostra ancora più prodigo di amore e di misericordia, così nella parabola che la liturgia ci fa leggere quest’oggi munita di spiegazione la prodigalità è la caratteristica del divino seminatore. Prima di tutto, rileggendo questa parabola, non dobbiamo cedere all’idea di preoccuparci della qualità del terreno della nostra vita ma lasciarci come stupire dalla generosa prodigalità con cui il Divino Seminatore sparge il seme della sua parola e della sua presenza. Come Natan insegna a Davide, la parola del Signore Dio è proprio come un seme affidato alla terra della nostra storia che non ama la sontuosità dei magnifici templi ma, seppure accetta di abitarvi per amore nostro, di gran lunga preferisce essere sempre e comunque il Dio che ha <camminato> (2Sam 7, 7) e che accetta persino di cadere nel solco come <un chicco di grano> (Gv 12, 24) accettando di marcire pur di non tirarsi indietro dal condividere in tutto e fino in fondo il nostro cammino di uomini e donne. Le spine, le pietre, l’aridità della strada polverosa della nostra vita possono anche essere l’unica cosa che siamo in grado di offrire al seme della divina presenza dentro di noi… e dobbiamo imparare a farlo con atteggiamento prodigo e non malvolentieri e come frustrati per la nostra debolezza. Il solo fatto che il Signore accetti di lasciarsi cadere dentro il solco della nostra vita può dare una speranza oltre ogni speranza e questa può abbellire il terreno del nostro cuore dandogli una fecondità insperata. Come spiega Cesario di Arles: <ci sono due specie di campi: uno è il campo di Dio, l’altro è il campo dell’uomo. Hai la tua tenuta; anche Dio ha la sua. La tua tenuta è la terra; la tenuta di Dio è la tua anima. È forse giusto che coltivi il tuo campo e lasci incolto il campo di Dio? Coltivi la tua terra, e non coltivi la tua anima?>1. Eppure, il coltivare per noi non è altro che il lasciarci coltivare da Dio stesso che continuamente ripete anche a ciascuno di noi quanto sussurra al cuore di Davide troppo preso da se stesso e troppo fiducioso sulle sue capacità: <Forse tu mi costruirai una casa perché io vi abiti?> (2Sam 7, 5). Al rimprovero si aggiunge prontamente una promessa: <Fisserò un luogo a Israele mio popolo e ve lo pianterò perché abiti in casa sua> (7, 10). Alla voce di un Padre si aggiunge concordemente quella di un biblista dei nostri giorni che così spiega a sua volta: <L’opera del discepolo non sarà mai quella di portare un Regno già fatto (sarebbe un venditore di alberi, non un seminatore). […] Dobbiamo imparare dunque a fare i seminatori, mentre ci hanno spesso insegnato a fare i coltivatori, i potatori; in realtà oggi non funziona più: occorre ributtare il seme>2… e farlo con lo stesso atteggiamento del Signore: prodigo.
1. CESARIO DI ARLES, Discorsi, 6.
2. B. MAGGIONI, La Parola di fa carne. Itinerari biblici di spiritualità missionaria, Bologna 1999, pp. 35-37.
30 gennaio: atto di fondazione dell’Abbazia SS Pietro e Andrea di Novalesa: il VIDEO
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La lettura liturgica delle Scritture ci fa saltare un versetto assai importante: <… e Mikal, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte> (2 Sam 6, 23). Davide accetta di danzare davanti a Dio come <un uomo da nulla> (6, 20) così lo apostrofa sua moglie Mikal quando, dalla sua finestra dove si tiene aristocraticamente separata dal resto del popolo, lo vede danzare <con tutte le forze davanti al Signore> (6, 14). Ma Davide, nella cui discendenza si incastona quale preziosissima perla la carne del Verbo di Dio, si mostra re soprattutto quando si mostra <uomo> come e con tutti gli altri. Anche se questo non viene approvato, anzi viene disprezzato da Mikal la quale – come figlia di Saul – ha un’idea aristocratica e non solidale della regalità, nondimeno è uno degli aspetti che rende Davide una figura profetica del Cristo.
Così, in modo non molto diverso da quello di Mikal, anche i parenti di Gesù – non esclusa sua madre – fanno fatica ad entrare nel cerchio di coloro che stanno seduti attorno al Maestro e per il loro ascolto diventano la sua vera e irrinunciabile famiglia: <Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli!”> (Mc 3, 34). Dovremmo sostare in silente contemplazione sostando interiormente su questo sguardo circolare di Gesù che si dimostra capace di accogliere tutti nel mistero della loro unicità e diversità, ma che pure li rende parte irrinunciabile di quella <volontà di Dio> che ci pensa e ci vuole gli uni per gli altri: <fratello, sorella e madre> (3, 35).
Come discepoli siamo energicamente invitati ad accettare di entrare nel cerchio senza voler rimanere <fuori> (3, 32), ma amando di entrare dentro al circolo della danza che fa dimenticare ogni pretesa di superiorità dandoci la <gioia> (2Sam 6, 12) di sentirci parte di una stessa ed unica famiglia.
Abbondante
/0 Commenti/in Oggi è la parola/da EldradusSanti Timoteo e Tito –
La parola con cui il Signore invia i suoi discepoli ad annunciare la presenza del Regno di Dio indica una dismisura e un paradosso che sembrano irrinunciabili per una missione che non sia semplicemente un contenuto dottrinale – per quanto elevato – ma uno stile di vita capace di farsi lievito nella realtà di un modo evangelico di vivere, di sentire, di reagire. Da una parte il Signore ricorda ai settantadue discepoli che <La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!> (Lc 10, 2) e dall’altra chiede loro di non attrezzarsi troppo, anzi di non attrezzarsi affatto: <non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada> (10, 4). Sembra che l’ampiezza del lavoro cui i discepoli sono chiamati non debba in nulla metterli in agitazione. Al contrario il Signore chiede una misura ancora più grande di fiducia non in se stessi, nei propri mezzi e persino nell’annuncio di cui sono portatori, ma negli altri verso cui i loro passi vengono indirizzati in una semplicità e libertà. Questo stile, che si fa tratto inconfondibile, è già annuncio e testimonianza di un modo nuovo di approcciare e di presentarsi: <Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa> (10, 7) e nello stesso tempo non può pretendere in alcun modo di essere ricompensato.
Alla <messe abbondante> che rischierebbe di esasperare, il Signore sembra contrapporre una fiducia interiore ancora più abbondante da essere capace di donare ai suoi discepoli persino la serenità di affrontare l’inevitabile rifiuto senza nessun vittimismo né alcuna recriminazione: <ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi> (10, 3). Sembra che la vera preoccupazione del Signore non è che i suoi discepoli siano risparmiati, ma che abbiano il coraggio di rimanere sempre e comunque dei veri <agnelli>. Ciò che nella Colletta dell’Eucaristia dei santi Timoteo e Tito viene evocata e invocata come <scuola degli apostoli>, sembra non essere altro che questa leggerezza interiore che permette di coniugare al realismo di uno sguardo disincantato e preciso sulle situazioni, una fiducia invincibile. Proprio e solo questa fiducia rende possibile continuare a seminare e a mietere senza nessun calcolo e con una gratuità che diventa un vero e proprio stile di vita e, in particolare, stile di relazione.
Lo ricorda con dolcissima forza l’apostolo Paolo scrivendo a uno dei suoi discepoli e collaboratori più stimati e amati: <Dio, infatti, non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza> (2Tm 1, 7). La <medesima fede> (Tt 1, 4) da cui Paolo sente di essere intimamente legato a Tito diventa una sorta di forza interiore che permette continuamente di comunicare il meglio di sé creando attorno a sé un <ordine> (1, 5) che è quello di un amore e di un’attenzione sempre più profonde e autentiche.
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