Il tuo nome è Mangiato, alleluia!
III settimana T.P. –
Nella sinagoga di Cafarnao il Signore Gesù risponde alle domande e soprattutto alle provocazioni dei suoi ascoltatori. Tutto il discorso verte sulla richiesta di <quale segno tu fai perché vediamo e possiamo crederti?> (Gv 6, 30). Sinceramente dobbiamo riconoscere che anche noi poniamo continuamente la stessa domanda che si ritroverà nel cuore e sulla bocca di Tommaso dopo la Pasqua. Il nostro bisogno è talmente forte e i nostri bisogni talmente impellenti ed urgenti da non riuscire – forse neppure lo possiamo – leggere la vita e i segni di vita se non a partire dalla soddisfazione o perlomeno dalla consolazione di ciò di cui maggiormente sentiamo la necessità.
Il rischio è sempre quello di fermarci ai doni della vita e di farne il centro della vita: <I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto> (Gv 6, 31). Il Signore Gesù ci invita ad andare oltre quello che “abbiamo mangiato” e ad aprirci ad un mangiare diverso a nutrirci del <pane di Dio> che <è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo> (Gv 6, 33). Di quel pane si nutre, quasi come viatico, il diacono e protomartire Stefano che <fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra> (At 7, 55). Ai Giudei – a noi – viene comodo fare riferimento al pane del deserto che ci ha permesso di raggiungere la Terra Promessa, il Signore Gesù invece ci invita a passare da un mangiare per sopravvivere ad un mangiare per essere mangiati come Lui che ha dato se stesso per noi.
Il Risorto ci invita in ogni momento con le parole: <date voi stessi da mangiare> (Mc 6, 37). Con grande forza il Signore ci sospinge ad essere grano maturo, pane ben cotto per poter finalmente dire con Gesù e in Gesù: <Io sono Pane> (Gv 6, 35) <Venite a mangiare> (Gv 21, 12). Un pane che non si può andare a comprare ma che può essere solo donato e ricevuto in gratuità come il sangue, come la vita versata da Stefano e che già irriga la pianticella di quel <giovane> (At 7, 58) che sarà l’apostolo delle genti. Noi tutti ci sentiamo mangiati e in certo modo privati della nostra stessa vita: <e così lapidavano Stefano mentre pregava…> (At 7, 59). E la nostra preghiera deve crescere e passare dal <dacci oggi il nostro pane quotidiano> (Mt 6, 11) al “fa’ che io sia come pane quotidiano” per i miei fratelli. E talora si diventa un pane nutriente solo col fatto di lasciarsi mangiare con lo sguardo di chi ci chiede un sorriso: <chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete> (Gv 6, 35). La storia dell’umanità è cominciata col gesto di stendere la mano per prendere e mangiare (Gn 3), la storia dell’umanità raggiunge la sua maturità e la sua pienezza quando un uomo o una donna sono capaci di donarsi fino in fondo lasciandosi mangiare con gusto e soddisfazione trovando in ciò tutta la propria gioia… Non lo celebriamo forse nell’Eucaristia? Non lo sperimentiamo forse nell’amore…?





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