Il tuo nome è Semplicità, alleluia!
IV Domenica di PASQUA –
Le parole del Signore Gesù sono chiare, semplici, dirette: <In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante> (Gv 10, 1). Detto in altre parole il criterio di discernimento che ci viene offerto dal Signore Gesù per distinguere il pastore dal brigante – e il vero pastore dal <ladro> (10, 10) – è la sua rettitudine che si rivela attraverso il suo modo semplice di relazionarsi con le pecore, senza inutili complicazioni e raggiri, atteggiamenti che fanno perdere tempo ed energie. Inoltre, viene subito menzionato – accanto al pastore che si accosta all’ovile con semplicità – il <guardiano> (10, 3). Non siamo soli, non si è mai soli e ogni nostro gesto – se autentico e non inficiato dalla doppiezza del cuore – può e deve essere compiuto alla luce del sole e al cospetto di altri che condividono il nostro cammino e prendono parte, a loro modo, alla nostra dedizione e alla nostra cura.
Da parte delle pecore è necessario sentire l’odore del pastore e discernere chiaramente la sua voce fino a riconoscere i gesti con cui le spinge fuori per farle pascolare. Il Signore insiste e quasi spera che possa essere vero: <Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei> (10, 5). La <voce degli estranei> è ciò che ci distoglie dall’essenziale semplicità della nostra relazione con il Signore. Ci sono voci nel nostro cuore che promettono tante cose e che ci illudono fino a sedurci. Per questo il Signore Gesù non ci lascia nell’ignoranza: <Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere: io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza> (10, 10). Questo è il criterio per discernere il volto del pastore e distinguerlo, accuratamente, dai gesti incantatori del ladro che ci ruba a noi stessi, ma questo è pure il criterio per discernere in che misura, e fino a che punto, noi siamo <le sue pecore> (10, 3).
Per fare questo ulteriore passo che ci riguarda direttamente, ci viene in aiuto la parola di Pietro. Nella seconda lettura veniamo attrezzati per poter portare a termine il nostro discernimento: <se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza> (1Pt 2, 20). Non si tratta di un invito al masochismo, ma di una memoria di quanto sia necessario valutare ciò che ci sta a cuore e in cui crediamo veramente a partire dalla disponibilità a darsi personalmente. Anche dal nostro cuore sorge spontaneamente la domanda che risuona nella folla al mattino di Pentecoste davanti al Cenacolo: <Che cosa dobbiamo fare, fratelli?> (At 2, 37). Tra le tante risposte possibile a questa domanda, potremmo oggi privilegiare, nel nostro cammino di conversione, una scelta di semplicità che imita l’attitudine del buon pastore: essere capaci di andare diritti verso l’essenziale che si esprime nella capacità e nella volontà di prendersi cura della vita senza fare troppo caso a se stessi. La <porta> (Gv 10, 7) attraverso cui dobbiamo passare per entrare nell’ovile e per uscire verso le <acque tranquille> (Sal 22, 2) della salvezza è la croce di Cristo, la quale ci aiuta a discernere ciò che in noi è conforme al Vangelo e ciò che invece non vi corrisponde, tanto da cedere ad inutili complicazioni e complicanze.






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