Volto

X Settimana T.O.

La Cetra dello Spirito Santo, come veniva chiamato Efrem il Siro, meditando sul mistero di Elia sperso nel deserto e nutrito – per comando di Dio – dai corvi spiega che <benché Elia ricevesse il nutrimento da corvi che sono animali impuri, osservava fedelmente i comandi che riceveva dalla bocca di Dio e benché fosse a contatto con l’impurità veniva santamente nutrito con un cibo spirituale dalla stessa divinità>1. Ricominciamo oggi la lettura feriale annuale del vangelo secondo Matteo proprio riprendendo la lettura biennale del ciclo di Elia. Il profeta di fuoco che compare con Mosè accanto al Signore Gesù nel momento della Trasfigurazione e la cui figura profetico-apocalittica accompagna il ministero e l’accoglienza della parola del Rabbì che viene dalla Galilea ci introduce in una rinnovata accoglienza del vangelo delle beatitudini che è la chiave di volta di tutto il Vangelo.

Come Elia si ritrova in compagnia dei <corvi> che <gli portavano pane e carne al mattino e alla sera> (1Re 17, 6) nutrendolo dal loro becco abituati ai cadaveri, e quindi impuro, così il discepolo del Signore si ritrova sin da subito ad essere invitato dalla parola del Maestro ad accogliere nella propria vita ciò che, naturalmente, sarebbe indotto ad evitare, a respingere o almeno da ritenere di malaugurio. In modo sorprendente il Signore Gesù ribalta il modo di sentire e di portare il peso della vita: <Beai i poveri…> (Mt 5, 3). Non si tratta certo nella sensibilità del Signore, così squisitamente umana e così magnificamente capace di rallegrarsi per le piccole e grandi gioie della vita, di riservare ai suoi discepoli e alle <folle> (5, 1) una vita di diminuzione e di contristante mortificazione ma di dilatare la capacità di essere <beati> e di esserlo per otto volte più una, di esserlo sempre e comunque persino quando – come nel caso di Elia profeta – si è costretti a nascondersi <presso il torrente> (1Re 17, 3). Quando tutto sembra crollare e quando ogni cosa sembra cospirare contro la felicità, il Signore ha il coraggio di prendere la parola e di leggere in modo diverso il cammino e cammini della vita.

Sant’Agostino dice che <le parole pronunciate dal Signore sulla montagna possono dirigere perfettamente la vita di coloro la cui impresa è giustamente paragonata a quella dell’uomo che costruisce la sua casa sulla roccia> e aggiunge <questo sermone contiene tutto ciò che è necessario ad orientare la vita cristiana>2. E questo non principalmente e fondamentalmente in senso morale, ma in senso finale: la beatitudine evangelica è la capacità di accogliere, assumere e attraversare il reale nella sua durezza e talora assurdità nella prospettiva di una promessa, nel respiro della fede che va oltre l’immediato: si tratta della sostanza della vita che rifluisce dal futuro come una luce capace di illuminare e riscaldare l’oscura freddezza del presente. Per questo le beatitudini – in apertura del primo dei cinque grandi discorsi che ritma il vangelo secondo Matteo – sono già parole pasquali e fanno della nostra vita cristiana non un codice morale tra altri o migliore di altri, ma uno sguardo sul Signore Gesù che cerca di accogliere il suo sguardo su ciascuno di noi 3. Gesù <vedendo le folle> (Mt 5, 1) vede ogni cuore e lo narra per consolarlo trasformando la scala, che sembra farci sprofondare agli inferi, in una vera scala che porta al cielo come quella vista in sogno da Giacobbe e rammentata a Natanaele in apertura del quarto vangelo e che apre su un modo nuovo di leggere il mondo (Ap 21, 4).


1. EFREM SIRO, Diatessaron, VII, 13.

2. AGOSTINO, Spiegazione del discorso della montagna, 1, 1.

3. Cfr.: Fratel MichaelDavide, Lo sguardo di Gesù: beati, Meridiana, Molfetta 2010.

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