Volare

XI Domenica del T.O. –

Un’immagine particolarmente toccante apre la liturgia della parola di questa domenica ed è posta direttamente sulla bocca del Signore. La frase dell’esodo in cui Dio parla di se stesso viene proclamata <dal monte> (Es 19, 3) dove, per la prima volta, il Signore ha rivelato a Mosé il suo nome ineffabile chiamandolo ad esserne manifestazione in mezzo la popolo oppresso dalla schiavitù. Davanti alle perplessità e alle paure di Mosé, accanto ad altri segni, il Signore Dio aveva dato appuntamento su <questo monte> (Es 3, 12). E proprio in occasione di questo appuntamento ecco come il Signore interpreta se stesso e la propria opera: <Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me> (Es 19, 4). Marie Noëlle Thabut spiega il particolare modo con cui le aquile insegnano l’arte del volo ai loro piccoli. Non li lanciano semplicemente nel vuoto come gli altri uccelli ma li fanno abituare al vuoto portandoli sulle loro grandi ali: quando se la sentono gli aquilotti si lanciano spontaneamente. Ma persino allora le aquile rimangono vicine ai loro piccoli perché – se vogliono o ne hanno semplicemente voglia – possono riposarsi, nel duplice senso posarsi di nuovo per riposino – sulle loro ali magnifiche e sicure. Un’immagine assai suggestiva per cogliere l’abisso profondo di ciò che ci viene detto nel vangelo: <Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore> (Mt 9, 36). E se è normale che l’aquila si prenda a cuore il volo dei suoi piccoli è naturale che un pastore si prenda a cuore che il suo gregge venga condotto in sicurezza e tranquillità verso pascoli abbondanti.

Questa duplice ed unica cura di Dio verso il suo popolo – la libertà e la serenità – si trasforma nella missione propria che il Signore Gesù affida agli apostoli: <diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e di infermità> (Mt 10, 1). Sembra che non ci sia nulla che possa resistere alla forza terapeutica dell’annuncio del vangelo di Gesù Cristo: <guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni> (Mt 10, 8). Tra queste due solenni investiture che fa degli apostoli dei plenipotenziari del vangelo di salvezza, l’evangelista Matteo inserisce la lista – completa e talora commentata – dei nomi dei <dodici apostoli> (10, 2). Questa inclusione sembra voler dire che gli apostoli sono i primi beneficiari delle cure del Signore, i primi ad aver imparato – e almeno nel caso di Giuda a non aver imparato – l’arte del volo spirituale che da sempre il Creatore cerca di insegnare e trasmettere a noi che siamo sue creature amate. Per insegnare a volare bisogna aver rischiato di lanciarsi nel vuoto! Così pure per guarire a tutti i livelli bisogna aver riconosciuto di avere bisogno di guarigione e di salvezza.

Se queste sono la missione e il ministero degli apostoli allora risulta chiaro che la condizione non è un concorso in cui fare sfoggio di qualità e competenze ma una sempre più profonda sensibilità all’amore misericordioso e compassionevole di Dio nei nostri confronti. Come infatti dice Paolo, nella seconda lettura, non bisogna mai e per nessun motivo perdere la memoria che: <mentre noi eravamo peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito> (Rm 5, 6) e tra questi ci siamo anche noi! Su questa memoria di essere stati salvati e chiamati a vivere in un’amicizia che non abbiamo meritato ma che ci è stata offerta gratuitamente e pagata a caro prezzo si fonda tutta la missione della Chiesa e la testimonianza di ciascun credente. Allora diventa quanto mai chiaro che alla consegna della missione da parte del Signore Gesù si accompagna il mandato dello stile secondo il vangelo del Signore Gesù e che si riassume in una sola frase: <Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date> (Mt 10, 8).

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