Famiglia

XXV Settimana T.O.

L’invito del Signore Gesù che abbiamo ascoltato nella pericope di ieri: <Fate attenzione a come ascoltate> (Lc 8, 18) è un’esortazione che non ammette eccezioni e che esige una continua crescita poiché, in verità, <il saggio viene istruito, accresce il sapere> (Pr 21, 11). Non è raro che siamo tentati di voler trovare delle scorciatoie per dare corpo al nostro desiderio – in sé molto buono -: <vederti> (Lc 8, 20). Ma il Signore Gesù ci insegna profondamente che l’organo della visione non è l’occhio ma l’orecchio: se non si ascolta non si può vedere e l’occhio deve in certo modo essere illuminato dall’orecchio, quasi essere condotto per sentieri sempre meno evidenti ma così tanto più veri. Infatti, mentre con la vista noi ci illudiamo di possedere il reale perché ci sembra di poterlo dominare e “in-camerare”, con l’udito siamo obbligati a farci penetrare e compenetrare da ciò che viene fuori da noi lasciandocene come conquistare docilmente. Non vi è nessuna parentela “visibile” – <andarono a trovare Gesù la madre e i fratelli> (8, 19) – che possa permetterci di avvicinare Gesù e coronare il nostro desiderio se simile parentela non si fonda sulla capacità e la volontà di ascoltare docilmente con <il cuore del re che è un canale d’acqua in mano al Signore: lo dirige dovunque egli vuole> (Pr 21, 1).

Laddove da parte nostra siamo propensi ad identificare la regalità e la parentela come un privilegio che ci esonera dall’obbedienza e dalla docilità, la Parola ci conduce a prendere coscienza di come sia vero proprio il contrario: è la docilità a renderci <concittadini dei santi e familiari di Dio> (Ef 2, 19). Tutti siamo chiamati a diventare <madre> (Lc 8, 19) di Gesù come Maria. La condizione perché il Verbo sia generato in noi è ineludibilmente legata al fatto che egli sia concepito nel nostro cuore “per aurem/attraverso l’orecchio”. Ciò che ci rende estranei a Dio e impermeabili alla sua grazia sono <gli occhi alteri> (Pr 21, 4), mentre ciò che ci rende a lui sempre più prossimi è la capacità di cogliere ed accogliere i segni della sua presenza e gli inviti – tanto segreti da esigere di non essere mai sbandierati ai quattro venti – della sua Parola.

Come verificare questa attitudine? I poveri sono i portinai del cielo, ricordava Giovanni Crisostomo, e la nostra capacità e disponibilità vera ad entrare nella famiglia di Dio si misura a partire dalla nostra docilità ai poveri che incontriamo ogni giorno sul nostro cammino: <Chi chiude l’orecchio al grido del povero invocherà a sua volta e non otterrà risposta> (21, 13). La <folla> (Lc 8, 19) dei poveri e dei piccoli che sembrano sbarrarci la strada che conduce all’intimità con il Signore è in realtà la porta regale attraverso cui possiamo ritrovarci nella famiglia di Dio. Non è possibile vedere il Signore se non ascoltiamo il fratello che geme accanto a me e che chiede di essere riconosciuto e accolto o semplicemente di essere almeno, per un attimo, ascoltato con tutto il cuore.

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