Affinare
XXV Domenica del T.O. –
La domanda che il padrone della parabola pone ai suoi operai scontenti e mormoratori suona così: <Non hai forse concordato con me per un denaro?> (Mt 20, 13). Domanda assai esigente e profondamente restringente! Per ciascuno di noi si tratta di chiudere gli occhi su quella che è l’esperienza dei nostri fratelli per essere completamente attenti a noi stessi, fino ad accettare un grado di ignoranza che oltre ad essere vero è anche assai utile. Per ciascuno di noi è la sfida di fare memoria di quanto abbiamo <concordato> con il nostro Signore, tanto da accettare di non sapere – perché di fatto non lo sappiamo – che cosa è stato concordato per gli altri. La parabola che la liturgia ci fa leggere in questa domenica non è una proposta di manovra economica, ma, attraverso una realtà che ci tocca tutti e cioè il rapporto di giustizia tra il lavoro fatto e la ricompensa ricevuta, è un modo per essere condotti ad affinare la nostra sensibilità. Questo è l’unico modo per accordare il nostro modo di sentire e di giudicare a quella che è la logica del <regno dei cieli> (20, 1).
L’apostolo Paolo si fa per noi esempio di un atteggiamento giusto e adeguato quando invita a comportarsi <in modo degno del vangelo di Cristo> (Fil 1, 27). Ci viene così offerto l’esempio per vivere con assoluta attenzione e concentrazione non su quello che fanno o non fanno gli altri, ma su quello che l’apostolo sente essere il suo fondamentale e irrinunciabile dovere di fedeltà, tanto da essere disposto a tutto senza giudicare nessuno. Per questo Paolo dice: <Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva, sia che io muoia> e aggiunge magnificamente: <Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno> (1, 20-21). Essere degni del vangelo è ciò che ci deve stare a cuore e questo non può che essere legato al percorso personale di ciascuno di cui è testimone solo il Signore, che conosce sia la fatica di chi ha <sopportato il peso della giornata e il caldo> (Mt 20, 12), sia l’angoscia di chi è rimasto senza lavoro fino a sera con una motivazione non certo banale: <Perché nessuno ci ha presi a giornata> (20, 7).
Possiamo immaginare tutto quello che vogliamo sul livello di laboriosità e di intraprendenza di questi operai dell’ultimissima ora, ma la parabola ci dice solo che questi tali sono rimasti senza lavorare pur essendo disposti a lavorare, tanto da accettare di fare anche un’ora sola di lavoro e senza nessuna contrattazione come era avvenuto per i primi che poi si lamentano. Il salmo ce lo ricorda in modo assai bello: <Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere> (Sal 144, 17). Il profeta, da parte sua, chiarisce l’atteggiamento di Dio che si sottrae ad ogni tentativo di manipolazione: <Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie> (Is 55, 8). Lungo questa giornata siamo chiamati veramente a mettere un po’ in discussione il nostro modo di pensare e di giudicare spesso autogiustificante e accusatorio nei confronti degli altri. Affiniamo non le armi del giudizio, ma quelle della comprensione che comincia sempre con una giusta e umile comprensione di noi stessi.






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