Nuda roccia

XII Settimana T.O.

Le due letture che la liturgia accosta quest’oggi possono sembrare così lontane tra loro; eppure, sono accomunate da una presa di coscienza imprescindibile, per non essere esclusi da quel dinamismo di grazia senza la quale la nostra vita, nonostante tutte le apparenze, rimarrebbe sterile e persino una solenne proclamazione di menzogna: <Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!> (Mt 7, 23) dice il Signore Gesù con una severità tutta evangelica. Al contrario, nella prima lettura si fa menzione di quella <gente povera della terra> (2Re 24, 15) che sembra infine essere privilegiata perché viene risparmiata dalla deportazione e questo per un motivo semplice: i poveri non contano nulla! La terra di Israele, la terra considerata dal popolo delle promesse come il pegno dell’amore di Dio e per questo ritenuta più santa di ogni terra in un attimo viene privata di tutti i suoi migliori abitanti e affidata alla cura di questa <gente povera> che diventa una parabola per indicare ciò che forse non ha funzionato nel modo di abitare quella porzione di mondo donato da Dio.

Forse la deportazione è conseguenza di una difficoltà a rimanere in quella condizione di semplicità e povertà che ha caratterizzato gli inizi del cammino di Israele nella vita dei Patriarchi. Il crescente bisogno di essere come gli altri popoli non fa che esporre il popolo del Signore agli stessi inganni di tutte le nazioni, fino a cadere vittima dei medesimi ingranaggi di potere e di menzogna. Contrariamente a tutte le apparenze sembra che si possa proprio dire che la <gente povera> è la speranza dell’umanità e sono i poveri ad essere posti dall’Altissimo come custodi di nuovi possibili cammini che, per ricominciare, hanno sempre bisogno di ripartire dall’essenziale lasciando che siano asportati <tutti i tesori> (24, 13). La povertà della nuda <roccia> (Mt 7, 24) cui siamo riportati dalla parola del Signore che ci chiede di rifondare continuamente su di essa la nostra vita tradisce una bellezza che è il volto di una solidità senza merletti che fruttifica sul terreno di una solidarietà tra umani austera e incrollabile… quella che si vive solo tra persone che sono serenamente povere!

A partire da tutto ciò possiamo comprendere meglio che cosa possa significare per la nostra vita concreta l’appello del Signore: <Non chiunque mi dice “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli> (Mt 7, 21). Il cammino che è richiesto a ciascuno è quello di un generoso ritorno all’essenziale che se sicuramente rende più vulnerabili, paradossalmente rende anche più stabili e sicuri: <Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia> (7, 25). La stabilità della roccia non può che essere l’assunzione della nostra radicale povertà che ci mette al riparo dalle sabbie mobili dei giochi di potere.

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