Etonnement

XIV Dimanche du T.O. 

La liturgie de la Parole de ce jour est marquée par l’étonnement : les gens de Nazareth sont étonnés par Jésus et se demandent : ” D’où lui viennent toutes ces choses ? ” ( Mc 6, 2 ). Il semble vraiment que, de son côté, Jésus lui-même soit stupéfait par tant de froideur venant justement de la part de ceux qui l’ont vu petit, adolescent, jeune et qui – un jour – l’ont vu partir. Pour cela ” il s’émerveilla de leur incrédulité ” ( 6, 5 ), mais, Nazareth reste scandalisée par Jésus et Jésus semble interloqué par le mépris de ses concitoyens au point ” qu’il ne pouvait accomplir aucun prodige ” ( Mc 6, 5 ). Nous pourrions nous demander qu’est-ce qui bloque ainsi les Nazaréens face à ” Jésus de Nazareth ” que l’ange de la résurrection proclame d’abord ” ressuscité ” avant de le déclarer ” crucifié ” ( 16, 6 ) ? La seconde lettre nous donne une clé d’interprétation possible : la faiblesse ! Paul se trouve face aux Corinthiens dans une situation analogue à celle expérimentée par le Seigneur Jésus devant ses voisins : il est bien difficile de comprendre et de faire comprendre comment il est possible que la puissance de Dieu puisse passer à travers des personnes qui n’ont rien d’extraordinaire, mais qui sont tellement ordinaires ? Là où nous pourrions nous attendre – ou continuons à nous illusionner de penser – qu’être étonnés puisse témoigner de l’extraordinaire, en réalité, ce qui émerveille jusqu’à interloquer est justement l’extrême ordinaire. De fait, la question et le combat qui touchent les Nazaréens attirés et perturbés par ” leur ” Jésus, est en réalité, notre propre combat, sans doute plus profond encore : comment Dieu peut-il se manifester en plénitude dans ce Jésus ” fils de Marie et menuisier ” que tous connaissent depuis toujours et que, nous aussi, d’une certaine façon, non moins vraie, nous connaissons depuis toujours, peut-être même de trop ? La façon dont le Seigneur ” vint dans sa patrie ” ( 6, 1 ), ne devait pas être si différente de la façon dont le même Seigneur vient à nous pour nous visiter – comme d’habitude – par la Parole, les Sacrement, les signes quotidiens de sa présence. Et, pour nous aussi, il est difficile de croire de fond en comble que le Seigneur nous visite seulement parce que – façon de dire – nous lisons son Evangile et nous nous nourrissons de son Eucharistie jusqu’à devenir, nous aussi ” motif de scandale ” ( 6, 3 ). Voici le scandale, voici ce qui fait obstacle dans notre vie à l’écoute des signes de la présence de Dieu au milieu de nous et en nous : l’attente et la recherche de l’extraordinaire comme scénario le plus approprié pour Dieu et pour ses manifestations ! Mais voilà que, justement dans ce contexte, l’invitation que le Seigneur nous fait aujourd’hui – que nous écoutions ou non – la Parole qui nous oblige à nous rendre compte que toujours et partout ” un prophète se trouve au milieu” ( Ez 2, 5 ) de nous. Mais, il ne suffit pas qu’un prophète soit au milieu de nous, s’il n’est pas écouté par nous par une docile et généreuse écoute.

… allora

XIII settimana T.O.

La risposta che il Signore Gesù dà ai farisei crea uno stato di sospensione e lo indica come uno stato necessario e imprescindibile del cammino del discepolo: <Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno> (Mt 9, 15). La discussione sul digiuno segue da vicino quella sulla preminenza assoluta della misericordia che si è appena manifestata non solo nella chiamata di Matteo, ma pure nella magnifica “tavolata” di <pubblicani e peccatori> che è stata imbandita nella sua casa e a cui il Signore Gesù non si sottrae, anzi partecipa amabilmente: non può certo un medico esercitare la sua professione se decide di non avvicinarsi ai malati! La rivoluzione evangelica viene rimarcata dall’immagine sponsale attraverso cui viene comunicato un principio assolutamente nuovo: è la pienezza di una gioia che permette di affrontare i cammini più esigenti e più ardui. È come se il Signore ci comunicasse la sua stessa esperienza divina. Infatti, la sua assoluta esperienza di amore e di intimità con il Padre gli permetterà di donare la sua vita attraversando le penombre della nostra natura e della nostra storia.

In realtà è solo la memoria di uno <sposo con loro> che può dare la forza di sopportare e attraversare i tempi della privazione e dell’attesa. Se quest’esperienza non ci fosse – e molto spesso purtroppo non c’è – nessuna attesa reale sarebbe possibile, ma si rischierebbe di cadere nella trappola dell’amarezza o dell’ansia di prestazione. Si compie meravigliosamente la parola profetica di Amos: <Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – in cui chi ara s’incontrerà con chi miete e chi pigia l’uva con chi getta il seme> e ancora <i monti stilleranno il vino nuovo e le colline si scioglieranno> (Am 9, 13). A questa parola di Amos fa eco quella del Signore Gesù: <Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano> (Mt 9, 17).

Il vino nuovo è il modo nuovo con cui il Signore Gesù ristabilisce la sequenza del modo di entrare in relazione con Dio che mette sempre al primo posto non il dovere di amare, ma la gioia di sentirsi incondizionatamente amati, che fa della vita – e in particolare della vita di fede – un invito a nozze e non la costrizione a partecipare continuamente a dei funerali! Per certi aspetti si potrebbe ancora citare il detto: <Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei>. E la risposta di Gesù è la sua vita dominata e continuamente orientata da una sola passione: <Mio cibo è fare la volontà del Padre> (Gv 4, 34).

Mentre

XIII settimana T.O.

Come scrive Christian Bobin, il Signore Gesù <va diritto alla porta dell’umano che è in noi. Aspetta che questa porta si apra. La porta dell’umano è il volto>. Ed è proprio al livello del volto, attraverso lo sguardo come ha magnificamente intuito Caravaggio che si consuma l’incontro tra Gesù e Matteo. Un incontro che apre la possibilità per quest’uomo incatenato <al banco delle imposte> (Mt 9, 9) di poter reimpostare e immaginare in modo completamente nuovo la sua vita, senza escludere nulla e senza defenestrare nessuno, senza per questo rinunciare a coltivare uno sguardo nuovo su ogni cosa e su ogni persona uscendo dai propri blocchi e dalla sottile condanna a ripetersi. Ciò che sfugge ai farisei, che non lesinano di mascherare il loro imbarazzo fingendo di essere devotamente imbarazzati, è ciò che è avvenuto nell’incontro tra Gesù e Matteo: incontro di sguardi, comunione di cuore, intuizione di intime e segrete sofferenze che esigono la cura di un amore sempre più grande.

In questo contesto di incontro che tocca e guarisce il cuore, la reazione del Signore Gesù alle seccanti argomentazioni dei farisei non lascia dubbi: <Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”> (9, 12-13). La prima lettura ci offre un versetto che ci aiuta a cogliere tutto il peso e, soprattutto, le conseguenze di questa parola del Signore: <In quel giorno farò tramontare il sole a mezzogiorno e oscurerò la terra in pieno giorno!> (Am 8, 9). Questa parola del profeta si è compiuta in modo unico nel momento della morte del Signore Gesù innalzato sulla croce. In tal modo ci viene ricordato che il perdono e la misericordia esigono il dono totale della propria vita che passa sempre attraverso il sottile passaggio – una vera e propria Pasqua! – tra l’offerta di <sacrifici> (Mt 9, 13) e il sacrificio di se stessi a favore della vita e della guarigione dell’altro.

Francesco d’Assisi, rivolgendosi ad un superiore dell’Ordine Francescano, scrive così: <Ecco da cosa riconoscerò che ami il Signore, e che mi ami, me, suo servo e tuo: se qualunque fratello al mondo, dopo aver peccato quanto è possibile peccare, può incontrare il tuo sguardo, chiederti perdono, e andarsene perdonato. Se non ti chiede perdono, chiediglielo tu, se vuol essere perdonato. E anche se dopo pecca ancora mille volte contro di te, amalo più di quanto ami me, e ciò per ricondurlo al Signore>1. La sfida è quella di mettere l’altro sempre al primo posto, mettendolo in condizione di crescere e di fare un cammino. Questo esige la capacità e la volontà di dare tempo, proprio come fa Gesù non solo quando passa nella vita di Matteo, ma anche quando interseca la vita di quanti fanno parte della sua vita <Mentre sedeva a tavola nella casa…> (9, 10). 

Così la fame di cui parla il profeta Amos <non di pane ma di parola> (Am 8, 11) trova una risposta in Gesù che ci sazia con la sua misericordia, la sua benevolenza, la sua compassione: saziati, siamo chiamati a saziare!


1. FRANCESCO D’ASSISI, Lettera ad un superiore dell’ordine francescano.

Facile?

XIII settimana T.O.

La provocazione con cui il Signore Gesù reagisce alla reazione dei farisei che sono scandalizzati dalla sua pretesa di poter arrivare a guarire non i sintomi ma le radici delle malattie che ci paralizzano e ci sfigurano, riguarda anche noi: <Che cosa infatti è più facile: dire “Ti sono rimessi i tuoi peccati”, oppure “Alzati e cammina”?> (Mt 9, 5). La <bestemmia> (9, 3) che viene contestata a Gesù è, in realtà, la più grande delle benedizioni e delle confessioni della grandezza di Dio che si possa immaginare: <Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati> (9, 2). Il Signore Gesù ci rivela un volto di Dio che ci fa coraggio nell’affrontare la vita superando tutte le nostre paralisi e dedicandoci a questo processo di ottimizzazione della vita insieme. L’evangelista sottolinea come la parola rivolta direttamente e autorevolmente al paralitico è il frutto di una constatazione più ampia: <vedendo la loro fede>. 

È come se il Vangelo ponesse sotto i nostri occhi due modi di stare al mondo insieme: quello dei farisei da una parte che sembrano continuamente preoccupati di trovare l’errore in tutto e in tutti e quello di questo gruppo di amici – il cui numero rimane indefinito in Matteo a differenza di Marco – che conduce a Gesù il paralitico nella piena fiducia che qualcosa di buono e di bello potrà ancora succedere nella sua vita a contatto con il Cristo. La risposta alla domanda provocatoria del Signore Gesù non è teorica, ma è assolutamente pratica:< Ed egli si alzò e andò a casa sua> (9, 7). Ciò che sta al cuore della predicazione esistenziale del Signore è che ogni persona possa riprendere in libertà, autonomia e pienezza la propria strada per coronare al meglio il mistero della propria vita. Per questo è necessario sempre un grande <coraggio> che è il primo dono che il Cristo fa a chiunque si avvicini a Lui nella sincera fiducia di poter ricevere una spinta e un orientamento per continuare a vivere.

Eppure ciò che ci viene narrato nella prima lettura circa il profeta Amos, vale anche per il Signore Gesù che reclama per se stesso il titolo misterioso e inquietante di <Figlio dell’uomo> (9, 6). Nello scontro di competenze che mette a rischio una serie di privilegi il sacerdote di Betel non esita a cercare e ottenere al complicità del re Geroboamo: <Amos congiura contro di te, in mezzo alla casa di Israele; il paese non può sopportare le sue parole> (Am 7, 10). Ciò che non è sopportabile nelle parole e nelle prese di posizione di Amos è proprio la sua decisione a smascherare le logiche del potere iniquo che rischia di alleare il potere politico e quello religioso a svantaggio dei più umili e dei più poveri. Così pure ciò che allarma i devoti farisei è che la predicazione e la compassione di Gesù dia troppo coraggio a quanti sono normalmente tenuti in una situazione di soggezione e questo li renda troppo liberi e troppo audaci… troppo poco controllabili attraverso un sistema sottile di colpevolizzazione che la parola di Gesù stravolge con quel suo diretto, gratuito e incondizionato: <Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati>. Tutto può ricominciare! La questione rimane aperta: cosa è più facile rimettere in moto il cuore o le gambe?!

Riconoscere

S. Tommaso apostolo

Nella Colletta preghiamo con queste parole: <perché credendo abbiamo vita nel nome del Cristo, che fu da lui riconosciuto suo Signore e suo Dio>! La festa dell’apostolo Tommaso è sempre un’occasione propizia per fare il punto non solo sul nostro cammino di fede, ma, ancor più efficacemente, sulla nostra rinascita nella fede. Quando il Signore Risorto si rivolge direttamente a Tommaso con una domanda così esigente non lo fa per umiliarlo, ma al fine di permettergli di compiere un passo in più nel suo cammino di fede: <Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente> (Gv 20, 27). Il Signore Gesù chiede a Tommaso di fare esattamente quello che aveva chiesto di fare: <Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo> (20, 25). L’insistenza di Tommaso sui segni della passione è alquanto sorprendente.

Non sappiamo se gli altri apostoli che avevano visto il Maestro Risorto avessero insistito così tanto con l’apostolo assente sui segni della passione, eppure sono questi che fanno la differenza tra la risurrezione e un fantasma. Stando in mezzo ai suoi il Signore aveva mostrato <le mani e il fianco> (20, 20) e ora ritorna al fine di permettere a Tommaso di riconoscere proprio in chi gli sta davanti il suo Maestro e il suo Signore nella continuità di una vita talmente offerta e così interamente donata da essere risorta nella morte, da essere viva nella più assoluta sconfitta. L’invito del Signore è anche per noi: <non essere incredulo, ma credente!>. Il cammino della fede è impastato radicalmente nel cammino concreto della vita e passa, soprattutto, attraverso ciò che segna la nostra vita in modo indelebile come sono le piaghe del Cristo la cui risurrezione non copre ma esalta i segni della croce.

Quando l’apostolo Paolo ci ricorda di avere <come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù> (Ef 2, 20) lo fa per aiutarci a riconoscere proprio nel mistero pasquale il luogo su cui rifondare continuamente la nostra vita. La vita di fede non è un semplice assenso ad un dogma, ma significa accettare di camminare, come tutti i nostri padri e madri nella fede, e di farlo <insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito> (2, 22). Diventare sembra essere la parola d’ordine del regime instaurato dalla risurrezione del Signore. Crescere è l’orizzonte normale di ogni vita credente continuamente aperta al passo successivo richiesto dalla vita. Riconoscere ciò che siamo diventati per continuare a divenire ciò per cui siamo venuti al mondo è un passo indispensabile per non impantanarci nelle nostre superficiali credenze o disperarci in una vuota autoreferenzialità. Come ricordava Paolo VI: <Evangelizzatrice, la Chiesa comincia sempre con l’evangelizzare se stessa… se vuole conservare freschezza, slancio e forza per annunciare il Vangelo>1.


1. PAOLO VI, Evangeli Nuntiandi, 15.

Duello

XIII settimana T.O.

Nella prima lettura il profeta Amos ci mette davanti ad una sorta di interrogatorio. L’elenco di domande non vuole essere altro che un modo – molto simile a ciò che Dio fa con Giobbe alla fine del libro che ci narra il magnifico misurarsi tra l’Altissimo e il suo servo tribolato – per prendere coscienza della signoria di Dio sulla nostra vita. Le ultime parole del profeta hanno il sapore di una vera e propria sfida: <prepàrati all’incontro con il tuo Dio, Israele> (Am 4, 12). Nel Vangelo, il luogo di questo appuntamento per affrontare una sorta di duello tra il Signore e ciascuno di noi sembra proprio essere il mare aperto: <Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era ricoperta dalle onde> (Mc 8, 24). La nota che conclude questo versetto rende lo <sconvolgimento> veramente sconvolgente poiché <egli dormiva>! Laddove tutto fa pensare che il Signore Gesù si sia addormentato, in realtà egli assume su di sé, per superarlo, il nostro essere addormentati dentro. Il dormire del Signore Gesù permette di svegliare nei discepoli quella fede sempre non solo poca, ma così poco profonda da essere turbata da una folata di vento. Non è raro che ci sentiamo travolti da burrasche che si consumano nello spazio ristretto di un bicchiere e il Signore ci dà tutto il tempo di prendere le misure della nostra incapacità e di aprire il cuore alla supplica: <Salvaci, Signore, siamo perduti!> (8, 26).

Come per i discepoli, anche la nostra fede è sempre alquanto piccola. Soprattutto il nostro modo di sentire e di vivere il nostro rapporto con Dio rischia talora di essere così poco puro da noi stessi e altamente contaminato dalle nostre paure che sono, troppo spesso, frutto dei nostri desideri frustrati. Per questo il nostro cuore è raramente vigile tanto che le prove della vita ci trovano spesso impreparati e impauriti. È il Signore Gesù a ridonare la calma al mare del nostro cuore, ma non prima di averci come obbligato ad agitare in noi la fede, come si fa con un prodotto perché funzioni al meglio…  solo dopo tutto ritorna alla pace. La pace a caro prezzo del Vangelo non arriva prima di aver accettato e accolto di nuovo di lasciarci dirigere piuttosto che dirigere, di lasciarci svegliare mentre ci sembra di scuotere dal sonno Colui che non dorme mai come il leone. In una icona orientale si può contemplare il Signore Gesù che dorme con un occhio aperto e Cirillo di Gerusalemme annota: <Molteplici sono le forme che il Salvatore prende nei suoi interventi per ciascuno di noi, ma si fa tutto a tutti adattandosi alle nostre debolezze come medico davvero buono e maestro compassionevole>1.

Non dobbiamo mai dimenticare di considerare il mistero del silenzio con cui l’Altissimo sembra assistere ai nostri più intimi sconvolgimenti e di quanto questo ci turba e ci interroga profondamente come già fa il profeta Amos con il popolo. Se poi ci sembra persino che il Signore dorma, questo ci disturba fino a indispettirci. Eppure, la presenza di Dio, mistero di insondabile amore, non può che calmarci con la sua calma imperturbabile.


1. CIRILLO DI GERUSALEMME, Catechesi, 10.

Nudo

XIII settimana T.O.

Due detti del Signore formano il Vangelo di oggi che interpella ancora una volta la nostra vita di discepoli. Due risposte che il Cristo dà a due interlocutori senza nome che sembrano quasi impedire a Gesù di <passare all’altra riva> (Mt 8, 18). È come quando qualcuno chiede qualcosa mentre si sta partendo o si sta uscendo di casa… è comunque un’interruzione che richiede non solo un surplus di attenzione, ma pure un di più di attenzione. Il Signore Gesù, dopo aver compiuto dei segni di accoglienza e di guarigione, riprende la sua strada senza mai accettare di essere imprigionato dal suo stesso crescente successo nella considerazione della gente. Il Cristo va sempre oltre e vive ordinariamente in un dinamismo pasquale che esige una disponibilità assoluta a sapersi lasciare interpellare dai bisogni fino ad assumere il dolore in modo così profondo da saperlo lenire, ma senza mai lasciarsi bloccare né tantomeno possedere o, peggio ancora, manipolare fosse anche per motivi di compassione.

Questo tale che interroga il Signore sembra veramente ben intenzionato. Le sue parole sono sincere e decise: <Maestro, ti seguirò dovunque tu vada> (8, 19). La risposta di Gesù non è un rifiuto di accoglienza nel numero dei discepoli, ma è una chiarificazione netta del fatto – da tenere sempre presente – che mettersi alla sua sequela è un rischio e non un investimento: <il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo> (8, 20). Davanti a questo dialogo sembra proprio che uno dei discepoli trovi il coraggio di avanzare la sa richiesta, tra l’altro comprensibilissima e umanissima: <permettimi di andare prima a seppellire mio padre> (8, 21). La risposta di Gesù è un invito a restare nell’attimo presente in modo assoluto: <Seguimi…>! Per comprendere la forza e la portata di questi detti del Signore siamo aiutati dalle parole del profeta che dice: <Allora nemmeno l’uomo agile potrà più fuggire né l’uomo forte usare la sua forza, il prode non salverà la sua vita né l’arciere resisterà, non si salverà il corridore né il cavaliere salverà la sua vita. Il più coraggioso fra i prodi fuggirà nudo in quel giorno!> (Am 2, 14-15).

Questo testo sarà ripreso dall’evangelista Marco proprio nel contesto della Passione per indicare come l’unico modo per entrare nel mistero di Cristo è quello di lasciar cadere ogni maschera e ogni protezione. Il cammino richiesto ad ogni discepolo non è quello di un funzionario che si sopravveste dei suoi titoli e delle sue insegne, ma è un cammino di reale e continua spogliazione prima di tutto da ogni progetto personale. Solo così ciascuno può assumere tutta la propria vulnerabilità discepolare che ci permette di essere, infine, rivestiti dalla grazia del perdono e della compassione. Per essere discepoli non basta “volere”, bisogna prima di tutto e soprattutto assumere se stessi per andare incontro agli altri in modo disarmato e realmente aperto ad un incontro che non può e non deve mai lasciarci uguali a noi stessi.

Toccare

XIII Domenica T.O.

Una delle cose più belle – ma anche tra le più fastidiose e talora persino pericolose – che fanno i bambini è proprio quella di toccare tutto e ogni cosa. Questo è un modo per entrare in contatto con il mondo e poterlo così conoscere per avere sempre la possibilità di riconoscerlo al fine di riconoscere se stessi come sua parte: <Dio, infatti, ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte> (Sap 1, 14). Sarà forse proprio per questa certezza radicale che i bambini si portano tutto alla bocca quasi per gustare la dose di <salvezza> contenuta in ciascuna delle cose create? Il Vangelo di quest’oggi ci porta al cuore di questa umanissima esperienza che viene vissuta così divinamente dal Signore Gesù e da coloro che ne incrociano il cammino. La donna <che aveva perdite di sangue> (Mc 5, 25) non ha altra speranza se non quella di dire a se stessa: <Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata> (5, 28). Lo stesso Signore Gesù creando un’atmosfera di grande intimità con la fanciulla appena morta <prese la mano della bambina e le disse: “Talità kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico: alzati!> (5, 41). Non possiamo che essere toccati profondamente dalla forza di intimità e di creatività del gesto di Cristo Signore che prende per mano questa ragazza in procinto di diventare donna: <aveva infatti dodici anni> (5, 42) nonostante il padre la chiamasse ancora <la mia figlioletta> (5, 23). Davanti a questo gesto così dolce e forte del Signore Gesù nei confronti di questa giovinetta non ci resta che essere anche noi <presi da grande stupore> (5, 42). Così possiamo fare nostre le parole dell’apostolo Paolo al fine di poter esprimere la nostra profonda e commossa meraviglia: <Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà> (2Cor 8, 9). È come se il Verbo fatto carne facesse un’esperienza sensibile di questo impoverimento, che è la logica della sua incarnazione in cui si manifesta pienamente l’amore di Dio per noi, nel momento in cui la donna <venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello> (Mc 5, 27). L’evangelista ce lo fa percepire con una nota di rara intensità: <Ma subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: “Chi ha toccato le mie vesti?”> (5, 30). I discepoli faticano a capire che non si può semplicemente urtare casualmente il Signore senza che questo produca un effetto. Già nelle Scritture è attestato che non si può urtare l’Arca del Signore e rimanere illesi e non la si può neppure guardare (1Sam 6, 19) e questo vale ancora di più per il Signore Gesù in cui <abita corporalmente tutta la pienezza della divinità> (Col 2, 9). 

Toucher

XIII Dimanche du T.O. 

Une des plus belles choses – mais aussi des plus difficiles et même des plus dangereuses – que font les enfants est vraiment celle de toucher à tout et à toute chose. Ceci est une façon d’entrer en contact avec le monde et pouvoir ainsi le connaître pour avoir toujours la possibilité de le reconnaître  et enfin de se reconnaître soi-même comme faisant partie de lui : ” Dieu, en effet, a créé toutes les choses pour qu’elles existent ; les créatures du monde sont porteuses du salut, en elles il n’y a aucun poison de mort ” ( Sag 1, 14 ). C’est sans doute pour cette certitude radicale que les enfants portent tout à la bouche comme pour goûter la dose de ” salut ” contenue en chaque chose créée ? L’Evangile de ce jour nous porte au coeur de cette expérience très humaine vécue si divinement par le Seigneur Jésus et par ceux qui croisent son chemin. La femme qui ” avait des pertes de sang ” ( Mc 5, 25 ) n’a pas d’autre espérance que celle de se dire : ” Si je réussis seulement à toucher son vêtement, je serai sauvée ” ( 5, 28 ). Le même Seigneur, créant une atmosphère de grande intimité avec la jeune fille à peine morte ” Il prit la main de la fillette et lui dit : ” Talità kum “, qui signifie ” jeune fille, je te le dis : lève-toi ! ” ( 5, 41 ).  Nous ne pouvons qu’être touchés profondément par la force d’intimité et de créativité du geste du Christ Seigneur qui prend par la main cette jeune fille sur le point de devenir femme ” en effet, elle avait douze ans ” ( 5, 42 ), pourtant son père l’appelait encore ” ma fillette ” ( 5, 23 ). Par ce geste si doux et fort du Seigneur Jésus face à cette jeunette, il ne nous reste qu’à être nous aussi ” pris d’un grand étonnement ” ( 5, 42 ). Nous pouvons ainsi faire nôtres les paroles de l’apôtre Paul afin de pouvoir exprimer notre profond et émouvant émerveillement : ” Vous connaissez en effet la grâce de notre Seigneur Jésus Christ : de riche qu’il était, il s’est fait pauvre pour vous, afin que vous deveniez riches par l’intermédiaire de sa pauvreté ” ( 2 Cor 8, 9 ). C’est comme si le Verbe fait chair faisait une expérience sensible de cet appauvrissement, qui est la logique de son incarnation où se manifeste pleinement l’amour de Dieu pour nous, au moment où la femme ” se faufila à travers la foule et toucha, par derrière, le manteau de Jésus ” ( Mc 5, 27 ). Les disciples ont beaucoup de difficulté à comprendre que l’on ne peut pas simplement toucher avec désinvolture le Seigneur sans que cela ne provoque un effet. Déjà dans les Ecritures, il est attesté que l’on ne peut toucher l’Arche du Seigneur sans demeurer sain et sauf et l’on ne peut pas non plus la regarder ( 1 Sam 6, 19 )  et, ceci est encore davantage valable pour le Seigneur Jésus en qui ” habite corporellement toute la plénitude de la divinité ” (Col 2, 9 ). 

Realtà

Ss. Pietro e Paolo

La domanda rivolta dal Signore Gesù ai suoi discepoli: <La gente chi dice che io sia> è rivolta ogni giorno anche a noi. In realtà le domande del Maestro sono sempre delle provocazioni per i discepoli per andare ben oltre le risposte astratte e teoriche e divenire capaci di toccare la realtà della vita. Non c’è molto da dire, ma c’è tutto da vivere fino ad essere disposti a morire. Pietro vive la liberazione dal carcere come sospeso tra <visione> e <realtà>, ma il messaggio che tocca la vita di ogni discepolo è che la sequela del Signore è capace di trasformare in realtà le nostre visioni più grandi, più belle, più vere. Tuttavia, ciò avviene non secondo i nostri metodi e i nostri pronostici, bensì entrando nella logica della sequela e della croce. Paolo lo ricorda a se stesso e ai suoi amici: la <battaglia> da vincere è prima di tutto contro se stessi per aprirsi ad un dono che fa della nostra vita una confessione di fede che si fa dichiarazione di amore: <Tu sei il Cristo> cui risponde <Tu sei Pietro>.

Nell’esperienza di Pietro e Paolo la Chiesa contempla il segreto del suo fondamento di comunione che sa gestire la fatica del conflitto e assume le sfide di ogni crescita che esige la disponibilità alla trasformazione, al cambiamento e all’incerto. Non bisogna mai confondere la fatica della comunione con l’illusione del concordismo.

Popolo nuovo per il nuovo esodo,

siete passati nella notte del rinnegamento e del rifiuto

per rinascere nuove creature dal perdono;

servi di Cristo e della Chiesa avete confortato i suoi con l’ardore e la parola;

l’assemblea dei redenti segue dietro a voi l’Agnello e acclama:

L’amore è vincitore e ci raduna in voi nell’unità!

Le lacrime sono versate a fondamento della roccia,

gli occhi si riaprono a illuminare i popoli.

La rete è gettata per raccogliere i popoli,

il rotolo è spiegato per nutrire la libertà dei figli.

Le braccia sono distese per confermare la sequela,

il capo è offerto per sciogliere in incenso la vela.

Pietro, nel tuo cuore trovan spazio le chiavi del perdono;

Paolo, nel tuo abisso si dispiega la spada della Parola:

insieme custodi della porta dell’ovile.