Liberati

XII settimana T.O.

Uno dei passaggi più rilevanti della Dei Verbum, commentata in lungo e in largo dalla teologia post-conciliari è quello in cui si rileva che la pienezza della Rivelazione è avvenuta in Cristo Gesù <verbis gestisque>, con sue parole indissolubilmente unite ai suoi gesti. Matteo non fa che confermare e fondare tutto questo. Dopo che Gesù ha pronunciato sul monte le sue <dieci parole> nelle beatitudini poi approfondite e spiegate nei versetti seguenti della prima grande sezione del suo Vangelo, compie “dieci gesti” che di queste parole, più precisamente e profondamente, di questa logica sono l’esplicitazione. Quest’uomo che si avvicina a Gesù e che è un <lebbroso> (Mt 8, 1) apre il ciclo dei gesti di guarigione di Gesù con una domanda che tutti li ricapitola: <Signore, se vuoi, puoi purificarmi> (8, 2). Il Signore, dice Matteo, <tese la mano e lo toccò dicendo…> (8, 3) la prima e la fondamentale reazione del Signore Gesù è di profondo coinvolgimento.

Non solo si lascia interrogare dal bisogno di quest’uomo, ritualmente impuro ed escluso, ma più profondamente si lascia coinvolgere dal suo dolore e dalla sua sofferenza dichiarando – col suo gesto prima che con la sua parola – la sua disponibilità a lasciarsi “contaminare” pur di non rimanere estraneo al suo cammino. Il fatto poi che ad aprire questa sezione sia un <lebbroso> che sarà subito seguito da un <centurione> (8, 5) come pure il rimando chiara <al sacerdote> (8, 4) e alla funzione del tempio, sottolinea come il primo ambito in cui c’è bisogno di purificazione e di salvezza è proprio Israele, potremmo dire – da parte nostra – è prima di tutto la Chiesa chiamata a lasciarsi profondamente guarire prima di farsi sacramento di guarigione e di salvezza per gli altri. Il <lebbroso> che vediamo nel Vangelo è un uomo malato, ma profondamente consapevole: si distacca dal resto della <molta folla> (8, 1) con fare chiaro e avveduto come pure sembra ben conscio e in modo non passivo, come avviene con l’indemoniato di Cafarnao nel vangelo di Marco, della potenza di salvezza di cui Gesù è portatore: <Signore se vuoi, puoi…> (8, 2). 

<E colui che mi aveva illuminato tocca con le sue mani i miei legami e le mie ferite; là dove la sua mano tocca e il suo dito si avvicina, subito cadono i miei legami, scompaiono le ferite, e ogni 
sporcizia. L’impurità della mia carne scompaia… sicché egli la rende simile alla sua mano divina. Strana meraviglia: la mia carne, la mia anima e  il mio corpo partecipano della gloria divina>1.

La prima lettura in cui ci viene crudamente rapportato il resoconto di uno dei momenti più tristi della storia di Israele quando non solo la regalità davidica viene rovesciata da Nabucodonosor che, con la sua sentenza, in realtà esprime la colpa del popolo sordo ai richiami del profeta Geremia, ne rivela la colpa profonda: <<fece cavare gli occhi a Sedecia> (2Re 25, 7) rivelando così il peccato di accecamento spirituale che aveva portato persino all’incendio e alla profanazione del <tempio del Signore> (25, 9).


1. Simeone il Nuovo Teologo, Inni, 30

Nel tuo nome!

XII settimana T.O.

Il Discorso della Montagna che abbiamo riletto durante la Liturgia di questi ultimi giorni arriva alla sua conclusione e sembra che l’evangelista Matteo ci tenga a sottolineare la tappa di ascolto da parte dei suoi lettori che desiderano porsi alla scuola dell’unico Maestro: <Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi> (Mt 7, 28). Prima di congedarci da questa fase fondamentalmente di ascolto di un insegnamento, siamo obbligati a fare una sorta di verifica per poter accedere – come in un vero cammino iniziatico – al grado successivo. Questo passo viene assicurato dal racconto di una parabola che sembra preludere a quelle che il Signore Gesù racconterà più ampiamente ai suoi ascoltatori più avanti: <In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”> (7, 22).

Stranamente invece di essere il Maestro ad interrogare i discepoli, sono questi ultimi a porre tre domande che hanno tutta l’aria di un’autogiustificazione. Siamo così posti di fronte ad un serio processo d’iniziazione per cui ciò che sembra all’apparenza non corrisponde all’autenticità verso cui bisogna decisamente incamminarsi. Non basta aver fatto delle grandi cose per essere discepoli di Cristo e realmente formati al suo Vangelo. Perché questo sia autentico è necessario che l’annuncio ricevuto dalla bocca del Signore, che fa tutt’uno con l’aver vissuto accanto a lui in una grande vicinanza che permette una conformazione profonda al suo stile di vita, sia diventato la <roccia> (7, 24) di fondazione della nostra stessa vita. Nella logica del Vangelo non esiste nessuna fondazione interiore che non sia una rifondazione continua. In questo consiste la differenza tra l’insegnamento di Gesù e quello degli scribi, ma pure la differenza tra i discepoli di Gesù e quelli degli scribi. Questa differenza consiste nel non accontentarsi di avere raggiunto una visibilità ed efficacia spirituale, ma nell’essere continuamente impegnati a scavare per raggiungere dentro di sé quel punto di contatto tra la nostra argilla e la roccia che è Cristo.

Secondo l’esempio dell’<uomo saggio> di cui parla il Signore Gesù nella sua parabola, la Liturgia sembra accostare quella di un re non solo iniquo ma pure insipiente che, con la sua superficialità, lascia che siano asportati <tutti i tesori del tempio del Signore> (2Re 24, 13). Ciò da cui dobbiamo cercare non solo di difenderci, ma pure di prevenirci è il rischio di essere condotti in <esilio> (24, 16). Dobbiamo stare attenti a non essere condotti lontano dalla Gerusalemme del nostro cuore per essere deportati interiormente nella fornace di <Babilonia> che è segno di quel movimento ascendente frutto della superficialità e della superbia e privo di fondamento. In tal caso non c’è speranza: <essa cadde e la sua rovina fu grande> (Mt 7, 29).

Libro

XII settimana T.O.

Il Signore Gesù ci ha già vivamente esortato a non giudicare nessuno se non nella disponibilità a lasciarci giudicare con lo stesso metro con cui pesiamo e soppesiamo la vita degli altri. Oggi il discorso continua e, apparentemente, sembra contraddirsi: <Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecora, ma dentro sono lupi rapaci> (Mt 7, 15). Questa parola del Signore non fa che illuminare ulteriormente la consegna di un atteggiamento di non giudizio che, in realtà, sembra essere più una guerra contro ogni pregiudizio che un modo per spalancare la porta ad un ingenuo buonismo che chiude gli occhi sui necessari cammini di conversione. Mentre il giudizio cui siamo abituati e sembra fluire spontaneamente dal nostro cuore, rischia di basarsi su paure e immaginazioni sulla vita e le intenzioni profonde degli altri, il discernimento cui ci invita il Signore è un vero e proprio atteggiamento di ricerca della verità che non può che essere onesta e non pregiudiziale: <Dai loro frutti li riconoscerete> e ancora <Dai loro frutti dunque li riconoscerete> (7, 16. 20).

Mentre il pregiudizio ci fa vivere nel passato e ci chiude alle sorprese e ai cenni dei processi vitali che sono in atto dentro di noi e nelle persone che incontriamo sul nostro cammino, il discernimento è sempre un “lavoro in corso” che esige sensibilità, attenzione, rigore e una sorta di curiosità nei confronti dei cammini della vita. Nella prima lettura ritorna per ben sette volte la menzione di un <libro> trovato nel tempio dal sommo sacerdote Chelkìa che viene portato dallo scriba Safan al re perché ne ascolti la lettura. Si tratta del libro del Deuteronomio che può essere considerato una vera rilettura della Torah alla luce della storia il cui contenuto riporta all’essenza del rapporto con Dio. Questo rapporto si basa su un’alleanza che impegna le profondità di ciascuno e non semplicemente la ripetitività delle pratiche religiose: <Il re, in piedi presso la colonna, concluse l’alleanza davanti al Signore, per seguire il Signore e osservare i suoi comandi, le istruzioni e le leggi con tutto il cuore e con tutta l’anima, per attuare le parole dell’alleanza scritte in quel libro> (2Re 23, 3).

In realtà il libro siamo noi con la nostra vita fatta di scelte da cui scaturiscono, come frutti da un albero, i nostri pensieri e le nostre azioni. Per questo la fedeltà all’alleanza con Dio non può e non deve mai esteriorizzarsi nel senso dell’apparenza e dell’ipocrisia, ma rivelarsi nel senso della fecondità interiore che, in quanto autentica, non può non manifestarsi all’esterno senza mai identificarsi o, peggio ancora, mascherarsi con le apparenze. Le parole oranti del salmo ci danno la chiave per rimanere e progredire in questo processo e dinamismo: <Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore> (Sal 118, 34). L’intelligenza del cuore è ciò che ci può rendere capaci di discernimento senza essere prigionieri del pregiudizio. Il primo passo potrebbe essere quello di fare un serio esame di coscienza chiedendo perdono a Dio, a noi stessi e agli altri delle nostre colpe contro l’intelligenza del cuore.

Insultare

XII settimana T.O.

Ezechia sale al tempio con portando tra le mani la lettera che il re d’Assiria, dall’alto della sua prepotenza e tracotanza, gli ha inviato per umiliarlo toccandolo proprio nella sua via di fede in Dio: <Non ti illuda il tuo Dio in cui confidi> (2Re 19, 10). In questo incipit si riassume e si rispecchia ogni tentazione che cerca di renderci ancora più fragili e vulnerabili sgretolando la roccia sicura della nostra relazione con il Signore Dio su cui si fonda la nostra speranza. Farci pensare che il nostro sia il Dio delle facili illusioni non è prima di tutto un modo per screditare l’Altissimo, ma è il modo più sicuro per farci vacillare facendoci sentire creature abbandonate a se stesse e in balìa della legge del più forte. Ezechia diventa per noi un vero maestro di discernimento e un modello di reazione a tutto ciò che, in molti modi, cerca di sgretolare in noi la fede in Dio e la fiducia nella vita. Invece di convocare un consiglio di guerra, il re, per prima cosa, <salì al tempio del Signore> (19, 14).

Un gesto apparentemente banale e che non è solamente cultuale. Salire al tempio significa fare un passo fuori e oltre se stessi confessando così di non ritenere né di essere il centro della propria vita, né tantomeno di essere garanti di se stessi. Ezechia che pure è il re di Israele colto nel pieno e coraggioso esercizio della sua funzione è capace di creare uno spazio in cui al centro viene posto il Signore Dio. La reazione di Ezechia alla minaccia della superpotenza assira è quella di pregare prima di discutere e di pianificare le strategie di una controffensiva. La preghiera ci aiuta a ristabilire e radicalizzare le giuste proporzioni tra ciò che accade e il senso di ciò che stiamo vivendo. Inoltre la preghiera è capace di ricreare quella comunione non di dipendenza ma di alleanza con Dio a partire dalla quale possiamo sentire che ciò che ci minaccia lo minaccia e viceversa: <Ascolta tutte le parole che Sennacherib ha mandato a dire per insultare il Dio vivente> (19, 16).

Nel Vangelo, il Signore Gesù usa un’altra immagine non meno efficace per aiutarci a non perdere la misura del reale e darci sapienza di non cedere a nessuna minaccia che incrini la dignità e la fiducia: <Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi> (Mt 7, 6). Con questa parabola il Signore Gesù conferma che ogni insulto all’uomo è un insulto a Dio e ogni insulto a Dio non fa che insultare noi stessi toccando l’essenza della nostra stessa vita. È necessaria una continua vigilanza per non cadere nella trappola di una ingenuità perniciosa: nella vita è sempre necessaria la fatica del discernimento e non ci si può lasciare andare a una superficiale “buonismo” che, in realtà, è un comodo modo per abdicare alla propria responsabilità. Allora la parola del Signore diventa ancora più chiara: <Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano> (7, 13). Si tratta della laboriosità richiesta al discepolo nell’essere sempre disposto a lavorare su se stesso e a interpretare in modo adeguato – normalmente faticoso – tutto ciò che attraversa la sua vita senza mai lasciarsi insultare nella propria capacità di discernere e di scegliere.

Nome

Natività di san Giovanni Battista

La nascita di Giovanni crea scompiglio sin dal primo momento del suo venire alla luce e ciò che avviene nella casa di Zaccaria, illuminata dalla gioia non più attesa della presenza di un bambino, è profezia di ciò che il Battista rappresenterà per il cammino della Chiesa. I parenti e i vicini sono meravigliati e un po’ contrariati: <Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome> (Lc 1, 61). Come spiega Jean Danielou: <Giovanni non porterà il patronimico che esprimerebbe semplicemente la sua appartenenza ad una famiglia. Dio gli assegna un nome personale che è l’espressione della sua vocazione unica>1. La rottura con il nome di suo padre Zaccaria rappresenta anche la rottura con la tradizione sacerdotale a favore di un riemergere del ministero profetico. Figlio di un levita, Giovanni avrebbe dovuto e potuto servire nel Tempio godendo di tutti i benefici del levirato sacerdotale e, invece, sin dal momento della sua nascita l’evangelista Luca ci ricorda che <Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele> (Lc 1, 80).

Se l’annunciazione della sua nascita, come leggiamo nella Messa della Vigilia, avviene all’interno del Tempio e nel pieno delle funzioni sacerdotali di Zaccaria, la sua nascita e la sua circoncisione, che prevede l’imposizione del nome, rompono con la tradizione levitica e già si fanno segno di quel ministero di <amico dello sposo> che farà del Battista l’anello di congiunzione tra tempi e modi diversi di sentire la presenza di Dio. In mezzo al popolo e a favore di tutta l’umanità, Giovanni sarà capace di spianare la strada alla pienezza di profezia che sarà la manifestazione in Gesù di Nazaret di un modo completamente nuovo di immaginare la relazione con Dio. Paolo lo ricorda nella sinagoga di Antiochia:<Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”> (At 13, 25).

Si compie per Giovanni la profezia di Isaia: <Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome> (Is 49, 1). Questo vale per Giovanni, ma vale per ciascuno di noi: la nostra identità e la nostra vocazione sono una cosa sola e si illuminano a vicenda. Il lungo tempo di deserto vissuto da Giovanni cui segue un tempo imprecisato di prigionia nelle segrete di Erode gli hanno permesso di maturare nella fede fino ad aprirsi – non certo senza fatica – non solo a preparare la strada all’avvento del Messia, ma pure ad essere in grado di superare lo <scandalo> (Lc 7, 23) che Gesù ha rappresentato per la sua sensibilità. Dall’inizio alla fine della sua vita Giovanni Battista accetta di essere riconosciuto come il <profeta> (7, 26) eppure superato in quella logica di misericordia e di assoluta grazia, che già presente nel suo nome, sarà donata in modo pieno dalle parole e dai gesti del Signore Gesù attraverso cui riceviamo <grazia su grazia> (Gv 1, 16).


  1.  J. DANIELOU, Jean Baptiste témoin de l’Agneau de Dieu, Seuil, Paris 1964, p. 163. 

Fede

XII Domenica T.O.

Ai discepoli che forse pensavano di avere con sé sulla barca una sorta di talismano nella persona del Maestro che li avrebbe tenuti al sicuro da ogni pericolo, il Signore chiede di fare un passo in più. Come dice l’apostolo: <L’amore del Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti>. Paolo aggiunge e chiarisce in modo inequivocabile: <perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro> (2Cor 5, 14). Sembra proprio che al Signore non <importa che siamo perduti> (Mc 4, 38) poiché a Lui importa che viviamo e diventiamo <una nuova creatura> (2Cor 5, 17). Certo egli placa la tempesta, ma la parola che rivolge al vento e al mare la rivolge, in realtà, al nostro cuore in subbuglio e dominato dall’angoscia ogni volta che ci rendiamo conto di un pericolo per la nostra vita e per tutte quelle <cose vecchie> (5, 17) che ne sono ormai la trama e a cui siamo abituati e, spesso, così affezionati. Certo la tempesta infuria sul mare, ma a nessuno viene in mente di alleggerire la barca gettando in mare un po’ di zavorra. Noi tutti siamo in questo “ebrei”! Questo popolo che, a differenza dei suoi vicini, è così legato alla terra e così timoroso del mare come abbiamo cantato nel salmo: <Salivano fino al cielo, scendevano negli abissi, si sentivano venir meno nel pericolo> (Sal 106, 26). Eppure, proprio il salterio ci dice <sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque, e le tue orme rimasero invisibili> (Sal 76, 20).

Il Signore ci invita a camminare sulle acque, a liberarsi dalla zavorra di quella paura di sopravvivere ad ogni costo che ci appesantisce così tanto da farci sprofondare. Come Giona anche Gesù dorme, mentre tutti si agitano. Come spiega Agostino in uno dei suoi Sermoni: <Il Signore Gesù era certamente padrone del sonno non meno che della morte e, quando si trovava nella barca sul lago, l’Onnipotente non ha certo ceduto al sonno senza volerlo. Se pensate una cosa del genere, vuol dire che il Cristo dorme dentro di voi. Se, al contrario, il Cristo è sveglio dentro di voi, anche la vostra fede è sveglia>. In realtà forse siamo noi che siamo addormentati mentre il Cristo Signore semplicemente e beatamente riposa <sul cuscino> (Mc 4, 38) della sua serena fiducia che è già il <porto sospirato> (Sal 106, 30). La domanda che Dio pone a Giobbe viene posta anche a noi: <Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola oscura, quando gli ho fissato un limite> (Gb 38, 8-10). L’unica risposta adeguata a questa domanda è una fede più fiduciosa e una speranza più serena.

Foi

XII Dimanche du T.O. 

Aux disciples qui pensaient sans doute avoir avec eux sur la barque une sorte de talisman en la personne du Maître qui les aurait tenus à l’abri de tout danger, le Seigneur demande de faire un pas de plus. Comme le dit l’apôtre : ” L’amour du Christ nous possède ;  et nous savons bien que l’un est mort pour tous, donc tous sont morts “. Paul ajoute et éclaire sans équivoque : ” afin que ceux qui vivent ne vivent plus pour eux-mêmes, mais pour celui qui est mort et ressuscité pour eux ” ( 2 Cor 5, 14 ). L’on dirait vraiment que pour le Seigneur ” ce n’est pas important que nous soyons perdus” ( Mc 4, 38 ) car, pour Lui, l’important est que nous vivions et devenions ” une nouvelle créature ” ( 2 Cor 5, 17 ). Bien sûr, il arrête la tempête, mais la parole qu’il adresse au vent et à la vent  est adressée, en réalité, à notre coeur  dans la tourmente et dominé par l’angoisse chaque fois que nous nous rendons compte d’un danger pour notre vie et pour toutes ces ” choses anciennes” ( 5, 17 ) qui en sont la trame et auxquelles nous sommes habitués et, souvent aussi, très attachés. Certes, la tempête se déchaîne en mer, mais il ne vient à l’idée de personne d’alléger la barque en jetant par-dessus bord un peu de ballast. En cela nous sommes tous des ” Hébreux ” ! Ce peuple, qui, à la différence de ses voisins, est si attaché à la terre et si craintif face à la mer comme nous l’avons chanté dans le psaume : ” portés jusqu’au ciel, retombant aux abîmes, ils étaient malades à rendre l’âme ” ( Ps 106, 26) Et pourtant, même le psautier nous dit ” par la mer passait ton chemin, tes sentiers par les eaux profondes, et nul n’en connaît la trace ” ( Ps 76, 20 ); 

Le Seigneur nous invite à marcher sur les eaux, à nous libérer du lest de cette peur de survivre à tout prix, qui nous appesantit tellement qu’elle nous fait sombrer. Comme Jonas, Jésus aussi dort alors que tous s’agitent. Comme l’explique Augustin dans l’un de ses Sermons : ” Le Seigneur Jésus était certainement maître du sommeil et tout autant de la mort, et lorsqu’il se trouva dans la barque sur le lac, le Tout- Puissant n’a bien sûr pas cédé au sommeil sans le vouloir. Si vous pensez une telle chose, cela signifie que le Christ dort en vous. Si, au contraire, le Christ est éveillé en vous, votre foi aussi est éveillée “. En réalité, c’est sans doute nous qui sommes endormis alors que le Christ Seigneur  se reposait simplement et béatement ” sur le coussin ” ( Mc 4, 38 ) de la confiance sereine qui est déjà ” le port tant désiré ” ( Ps 106, 30 ). La question que Dieu pose à Job nous est posée aussi : ” Qui a retenu entre deux portes la mer lorsqu’elle sortait impétueuse du sein maternel, quand je la vêtis de nuées  et l’enveloppai d’un nuage obscur, quand je lui ai fixé une limite ” ( Jb 38, 8-10 ). L’unique réponse adéquate à cette question est une foi plus confiante et une espérance plus sereine.

Cosa volete?

XI settimana T.O.

Spesso e volentieri noi non sappiamo quello che vogliamo e soprattutto non siamo disposti a pagare il prezzo di ciò che desideriamo e di ciò che speriamo per la nostra vita e la vita di quanti amiamo. Oggi la parola del Signore Gesù orienta e obbliga il nostro cuore a compiere delle scelte come pure l’esempio di Zaccaria – così vivo nella memoria del popolo da essere citato dallo stesso Signore contro i farisei – ci indica il modo con cui non solo esprimere, ma pure pagare ciò che ci sta veramente a cuore. In un momento non facile, in cui la cosa più semplice sarebbe stata quella di accodarsi al modo di sentire di tutti, troviamo che <lo spirito di Dio investì Zaccaria> (2Cro 24, 20) che rinverdì la memoria di tutti per non commettere in futuro gli stessi errori del passato. A tutti piace l’immagine bucolica che troviamo nel vangelo di quest’oggi: <Guardate gli uccelli del cielo… Osservate come crescono i gigli del campo…> (Mt 6, 26 e 28). È vero che gli uccelli <non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai>; è anche vero che i fiori <non faticano e non filano>, ma quanto, gli uni e gli altri, devono imparare l’arte di accontentarsi e di lasciarsi sfamare e rivestire dalla vita senza pretese e con una inenarrabile gratitudine piena di meraviglia?

Quest’oggi siamo chiamati a metterci alla scuola del profeta Zaccaria per imparare da quanto abbiamo già vissuto e, in modo del tutto particolare, da quanto abbiamo già sbagliato nella nostra vita. Siamo anche chiamati a metterci alla scuola della natura per imparare quel sereno abbandono che non corrisponde, almeno non sempre, ad una sicura facilitazione, che è indice di una fiducia di fondo nella vita che ci permette di vivere nel suo flusso con semplicità, che non significa ingenuità. Per questo il monito del Signore non solo ci riguarda profondamente, ma può diventare per noi una sorta di guida per le nostre scelte quotidiane: <Nessuno può servire a due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza> (Mt 6, 24).

Non si tratta di una concorrenza tra noi e Dio, tra ciò di cui abbiamo effettivamente bisogno per vivere e il Regno di Dio. Si tratta, invece, di una necessità di chiarificazione attraverso una messa in ordine che esige anche una messa in valore degli aspetti della nostra vita che permetta a noi stessi di capire chi siamo realmente attraverso una percezione sempre più chiara di ciò che veramente desideriamo per il nostro cammino. La parola del Signore Gesù ci ricorda che non è possibile vivere all’altezza della nostra vocazione di uomini e di credenti senza dover compiere delle scelte che indichino in modo chiaro non tanto le nostre preferenze emotive – perlopiù passeggere – ma quelle che sono le nostre scelte attraverso cui possiamo manifestare le nostre priorità. Tutto ciò non può che manifestarsi nel momento presente in cui siamo invitati a non lasciarci dominare dalle preoccupazioni, ma guidare interiormente dagli appelli della vita.

Nascosto

XI settimana T.O.

Nella prima lettura leggiamo un testo così drammatico da poter essere definito persino cruento. Alla fine, si dice che <la città rimase tranquilla> (2Re 11, 20), ma a quale prezzo?! Possiamo apprendere da questo passaggio così difficile e inquietante della storia di Israele quanto possa talora essere complesso il processo che conduce infine alla pace e alla tranquillità passando per momenti non solo drammatici, ma perfino tragici. Il primo passo è ciò che fa Ioseba che <nascose> (11, 2) Ioas figlio di Acazia. Il primo passo per sperare nella salvezza e in un possibile incremento di vita è quello di saper entrare in un tempo di sospensione che può e talora deve coincidere con una doverosa chiarificazione interiore ed esteriore. In questo medesimo processo ci conduce la parola del Signore Gesù. 

Egli ci fa prendere coscienza di quelli che possono essere gli ostacoli allo sviluppo corretto della nostra vita quando ci aiuta ad aprire gli occhi su alcune realtà – non sempre facilmente nominabili con chiarezza – che sono in grado di bloccarsi fino a renderci schiavi: <Non accumulate per voi tesori sulla terra… accumulate invece per voi tesori in cielo> (Mt 6, 19-20). La catechesi del Signore Gesù si sviluppa con una profonda coerenza: la capacità di vivere all’altezza del proprio cuore imparando sempre di più a coltivare il livello dell’interiorità è ciò che permette un sano e promettente discernimento. Il Signore ci ricorda con forza una verità che diventa un criterio di valutazione di tutti gli aspetti e le espressioni della nostra esistenza: <Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore> (6, 21).

Quando il Signore Gesù evoca la dimensione del cuore come quella centrale del nostro vivere e del nostro desiderare non ci invita affatto a rifugiarci in un intimismo astorico e dimissionario. Al contrario il Signore ci esorta a ricentrarci continuamente e offre gli strumenti necessari per essere all’altezza della storia: quella più personale e quella di relazione. Per questo aggiunge che: <La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso> e aggiunge per evitare ogni malinteso spiritualistico <ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso> (6, 22-23). Semplificare non ha niente a che fare con una modalità di comoda ingenuità, al contrario è il modo per rettificare continuamente i nostri cammini a partire dal centro del nostro essere da cui abbiamo il compito di ripartire in ogni momento per evitare la più terribile delle catastrofi: <Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tua tenebra!>.

Si tratta di imparare non solo a guardare, ma a vedere! I nostri occhi e quello che passa attraverso di loro – in entrata e in uscita – ci plasmano: noi diventiamo ciò che guardiamo, per questo dobbiamo diventare capaci di contemplare il reale per non cadere nella trappola dell’apparenza e seminare attorno a noi la morte invece che la vita, come avviene nel duro racconto evocato dalla prima lettura.

Come pane

XI settimana T.O.

La preghiera che il Signore insegna ai suoi discepoli è una perla incastonata tra due avvertenze: tra l’argento di una parola essenziale e l’oro di un cuore capace di perdonare perché consapevole del perdono che ha ricevuto. La preghiera del Signore non è semplicemente una formula di orazione, ma donandosi a noi come modello di preghiera, in realtà diventa il modello della nostra vita di discepoli. Papa Giovanni XXIII ebbe a dire: <Vogliamo insistere sul triplo privilegio di questo “pane quotidiano” che i figli della Chiesa devono chiedere al Padre celeste, ed aspettare, fiduciosi, dalla divina provvidenza. Deve essere prima di tutto “nostro pane”, cioè il pane chiesto a nome di tutti. “ Il Signore, ci dice San Giovanni Crisostomo, ci insegna nel Padre nostro a rivolgere a Dio una preghiera a nome di tutti i nostri fratelli. Vuole così che le preghiere che innalziamo a Dio riguardino gli interessi del prossimo quanto i nostri. In questo modo intende combattere le inimicizie e scacciare l’arroganza”. Deve essere, inoltre, un pane “sostanziale” (Mt 6,11 greco), indispensabile alla nostra sussistenza, al nostro cibo. Questo pane, è Dio stesso, verità e bontà da contemplare e amare; un pane sacramentale: il Corpo del Salvatore, testimonianza e viatico della vita eterna. La terza qualità richiesta a questo pane, e non meno importante delle precedenti, è che sia “uno”, simbolo e causa di unità (cf 1Cor 10,17)>1.

Il pane che chiediamo diventa nelle parole del Signore simbolo di tutto ciò che è necessario alla nostra vita e alla vita di tutti: per vivere e per vivere insieme abbiamo bisogno del pane, del perdono, e della forza per vincere il male. Proprio il riconoscimento di avere bisogno ci rende consapevoli del dovere e della sfida della fraternità come esercizio di una comune cura che permette così alla divina paternità di raggiungere e accompagnare ognuno nel suo cammino che è sempre fatto di desideri e di bisogni. La preghiera che Gesù ci insegna è “impegnativa” non per il suo aspetto esoterico, ma per il fatto che, mentre sale al cospetto di quel Dio che riconosciamo e invochiamo come “Padre nostro”, ci rende consapevoli e collaboratori di questo progetto di Dio. Un progetto che riguarda tutti perché ad ognuno va assicurata la vita del corpo, la libertà dell’anima e il perdono ricevuto e offerto senza i quali l’esistenza non può che intristire.

Di questa preghiera che il Signore Gesù ha insegnato ai suoi discepoli ed è stata trasmessa a noi sulle ginocchia delle nostre madri e dei nostri iniziatori alla fede si può veramente dire che <bruciava come fiaccola> (Sir 48, 1). Perché una fiaccola bruci è necessario che venga alimentata con cura e perseveranza. Anche quando le nostre giornate sono più fitte di una boscaglia che ci impedisce di vedere oltre la somma delle urgenze, non dimentichiamo di pregare con le parole che il Signore ci ha consegnato come fuoco della fede da custodire sotto la cenere delle tante occupazione e preoccupazioni di ogni giorno.


1. GIOVANNI XXIII, In Discorsi, messaggi, colloqui, t. 1, Vatican 1958, p. 433.