Il tuo nome è Cuore, alleluia!
IV settimana T.P. –
Mentre l’annuncio del Vangelo continua a effondere sempre più ampiamente e profondamente la sua luce, viene chiesto agli apostoli di dire una <parola di esortazione> (At 13, 15). Questa parola non è altro che <Gesù> (13, 23). Questo Gesù è Colui che parla di sé come <servo> (13, 16) e parla di noi come suoi imitatori. Di questo Gesù, l’apostolo Paolo ci narra la discendenza che attraversa tutto il mistero di Israele dal momento dell’uscita dall’<esilio in terra d’Egitto> (13, 17) alla predicazione e al riconoscimento del Battista che di lui dice: <viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di sciogliere i sandali> (13, 25). La lunga storia di Gesù, completamente e irrinunciabilmente mescolata con la storia del suo popolo, passa attraverso un momento assai particolare rappresentato dalla figura di Davide che viene caratterizzato come <uomo secondo il mio cuore> (At 13, 22). Il Signore Gesù, figlio di Davide, si rivela non solo capace di vivere secondo il cuore di Dio, ma di rivelarci in modo inedito tutto il cuore di Dio attraverso la sua parola e i suoi gesti dominati dalla misericordia e dalla grazia.
Siamo posti davanti al mistero, non solo della Parola come contenuto, ma pure al mistero della parola come dinamismo di scambio tra persone. La parola offerta, accolta e scambiata riesce a creare uno spazio di cuore, in cui, continuamente e in ogni situazione, la Parola si fa carne, potremmo dire più sensibilmente, la Parola si fa carezza, si fa attenzione, si fa sussulto di umanità che risuscita l’umanità di chiunque si lascia toccare e raggiungere da un soffio di presenza tanto invisibile e inafferrabile quanto percepibile e confortante. Il contesto rivelativo di tutto ciò è la cornice entro cui il Signore continua a parlare sommessamente, ma potentemente, ai suoi discepoli <dopo che ebbe lavato i piedi>.
Il Signore Gesù si pone davanti al Padre come pure si pone davanti all’umanità e questo rimandare all’altro comporta il suo sapersi ritirare fino a scomparire, dopo aver dato tutto se stesso e tutto di se stesso in quello che potremmo definire un ciclo di reciproca generosità e di profondo amore. Ma non sempre le cose si giocano come tra Gesù e il Padre, come tra Gesù e noi! C’è, infatti, la tragica possibilità di qualcuno che non voglia entrare in questo cerchio preferendo rimanere fuori, e quando il gioco della relazione si blocca, ecco che la morte paralizza i cuori, di questo il Signore è costretto a prende dolorosamente atto durante la cena pasquale, la più festosa e la più drammatica, tanto da dire: <Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto…> (Gv 13, 18). Eppure, persino nonostante il tradimento di uno dei suoi amici, il Signore non smette di parlare di sé e perfino del Padre. Eppure, gli apostoli, nonostante sentano la rottura che il mistero di Cristo ha rappresentato nella tradizione di Israele, non smettono di frequentare la sinagoga fino ad accettare di prendervi la parola. Eppure, sin dall’inizio della vita della comunità cristiana, se la comunione si dilata le tensioni insorgono e talora duramente: <Ma Giovanni si separò da loro> (At 13, 13). L’importante, l’essenziale, ciò che terrà accesa la lampada della speranza è di essere <secondo il mio cuore> (13, 22).






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