Il tuo nome è Cuore, alleluia!

V settimana di Pasqua

La <discussione> (At 15, 7, all’interno della comunità, circa la necessità o meno di imporre anche ai discepoli non provenienti dal Giudaismo la pratica della circoncisione, si fa alquanto dura.  Non sono poche le posizioni che esprimono le sensibilità diverse e non è mai stato univoco il modo di sentire e di vivere la relazione con Dio, così come si è rivelata in Cristo Gesù, attraverso il suo mistero pasquale. Per questo Pietro non trova di meglio che fare appello ad un elemento più profondo che rischia di sfuggire all’assemblea esacerbata dalla difesa delle proprie posizioni: <E Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi> (15, 8). In modo assai discreto, ma ben efficace, Pietro riesca a riorientare la discussione cercando di andare al fondamento che non può mai trovarsi nei nostri usi e costumi. Questo fondamento si trova in in ciò che, attraverso la storia e gli eventi concreti, siamo chiamati ad accogliere come novità di percorsi e di possibilità.

Il primo dato è che i cuori sono conosciuti dal Signore, insieme al fatto che è stato concesso il dono dello Spirito Santo anche a coloro che non erano circoncisi. Questo dono gratuito è segno di quanto la cosa più importante non sia la circoncisione della carne, ma, come avevano già preannunciato i profeti, la circoncisione del cuore. Questa circoncisione, di cui è segno la circoncisione stessa, avviene con l’accoglienza della fede e la risposta di una vita che si fa conforme a ciò che il cuore ha ricevuto come dono. La parola del Signore Gesù sembra intervenire da lontano in ogni discussione analoga a quella affrontata da quello che consideriamo il primo Concilio della storia della Chiesa: <Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore> (Gv 15, 10). Al motto <credere, obbedire, combattere> corrisponde il moto evangelico che si potrebbe riassumere così: <credere, obbedire, amare>.

Solo che in questo caso il terzo elemento – amare – non solo è quello che autentica il credere e l’obbedire, ma li fonda. L’obbedienza ai comandamenti è non solo il modo più vero per rimanere nell’amore, ma è il frutto di un amore assolutamente più grande di ogni nostra possibile esperienza di amore e sempre ci precede: <Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore> (15, 9). La prima comunità cristiana si è resa conto ben presto che, nonostante la naturale continuità con l’esperienza della fede di Israele, la risurrezione di Cristo immetteva nuove energie e apriva spazi sempre più ampi alla possibilità di ricevere i doni di Dio e corrispondervi con la propria vita. La conclusione di Giacomo risulta chiara e naturale e non fa che confermare le parole di Simone e di Paolo: <Per questo io ritengo che non si debbano importunare quelli che dalle nazioni si convertono a Dio> (At 15, 19). Soprattutto non bisogna mai creare degli inutili ostacoli al dono di una <gioia> che <sia piena> (Gv 15, 11) e questo non può che essere un affare di cuore. Il fatto che l’ultima parola sia proprio quella di Giacomo che è rimasto a Gerusalemme, ancorato agli usi della tradizione, la dice lunga: nella Chiesa è sempre necessario e avere a cuore la gioia di tutti, rendendola più facile e naturale.

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