Dolce
XIX Settimana T.O. –
Come non essere commossi davanti al profeta Ezechiele che viene imboccato dal Signore proprio come si fa con un bambino piccolo? Se nel Vangelo il Signore ammonisce quasi fino a minacciare: <Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli> (Mt 18, 10), nella prima lettura ci viene offerto un esempio di docilità e questo proprio attraverso il profeta Ezechiele. A quest’uomo di stirpe sacerdotale formato e abituato al decoro e ai privilegi del Tempio, il Signore chiese le cose più assurde fino a farlo agire da pazzo agli occhi dei suoi fratelli. Ezechiele da una parte e la risposta del Signore Gesù unitamente ad una delle sue più belle parabole sono un grande monito per la Chiesa di ogni luogo e di ogni tempo, per i credenti di ogni dove sempre inclini a chiederci con una certa angustia: <Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?> (18, 1). Per uscire dall’imbarazzo possiamo subito rileggere quanto il Signore chiede ad Ezechiele: <apri la bocca e mangia ciò che io ti do> (Ez 2, 8).
Per Ezechiele si tratta di mangiare un <rotolo> (3, 2) per i discepoli si tratta invece di deglutire un boccone amaro: <In verità vi dico : se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli> (Mt 18, 4). Piuttosto che farci prendere da un inutile disprezzo nei confronti dei discepoli del Signore e della loro richiesta siamo invitati a lasciarci prendere da una grande compassione come quella del Signore Gesù. Prima di tutto perché la richiesta dei discepoli non fa che esprimere il nostro continuo bisogno di approvazione e di conferma senza le quali non riusciamo a vivere. Ma ancora più profondamente perché i discepoli e noi con loro <si avvicinarono a Gesù> (18, 1) proprio come dei bambini che chiedono di essere accarezzati nei loro bisogni più segreti e più necessari: <chi è il più grande?>. Lo stesso avviene tra le persone innamorate che elemosinano come dei bambini rinnovate carezze e ripetuti baci arrivando a chiedere – talora in modo ossessivo – “mi ami più di…?”.
Il Signore Gesù non disprezza questi nostri bisogni che sono essenziali alla nostra vita ma ci chiede a nostra di volta di non <disprezzare> (18, 10) e la cosa è talmente seria da chiamare in causa gli <angeli> e il <Padre mio>. Noi tutti siamo nel numero <di questi piccoli> (18, 14) amorevolmente cercati <sui monti> (18, 12) delle nostre illusioni e delle nostre paure per le quali – indistintamente – il pastore si rallegra <più che per le novantanove che non si erano smarrite> (18, 13). Noi tutti – e ciascuno di noi – siamo chiamati a lasciarci nutrire <il ventre> e riempire <le viscere> (Ez 3, 3) con quanto Dio ci porge in cibo per la nostra vita e per la nostra crescita. Come Ezechiele lasciamoci nutrire dalla parola e dall’invito alla conversione che il Signore Gesù ci rivolge nel suo vangelo e come lui speriamo di poter dire: <Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele> (3, 3). Una dolcezza che si fa poi condivisione e annuncio: <recati dagli Israeliti e riferisci loro le mie parole> (3, 4)… parole di attenzione e di cura per <questi piccoli> (Mt 18, 14) che siamo tutti.





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