Simbolo

XIX Settimana T.O.

Il Signore Dio si rivolge direttamente al profeta e lo investe di una missione assai particolare: <io ho fatto di te un simbolo per gli Israeliti> (Ez 12, 6). Un po’ oltre il Signore riprende il dialogo con il profeta e, davanti alla penosa constatazione dell’assoluta indifferenza del popolo, manda un <messaggio> (12, 10) destinato al <principe di Gerusalemme> unitamente a <tutta la casa d’Israele>. Il messaggio, contrariamente alle nostre aspettative confermate da quelle che sono le abitudini profetiche, non è una parola in senso discorsivo, ma è una parola che interpreta un fatto: <Io sono un simbolo per voi…> (12, 11) dice il profeta. Nella stessa linea, il Signore Gesù risponde alla domanda di Pietro con una parabola che è tra le più belle e tra le più percuotenti di tutto il Vangelo. Il gesto di quel servo di cui il padrone ha <compassione> (Mt 18, 27) e che appena fuori dalla porta della misericordia <trovò uno dei suoi compagni… lo prese per il collo e lo soffocava> (18, 28) può veramente toglierci il sonno.

Se Ezechiele rappresenta un simbolo per il popolo con il suo <bagaglio come quello di un esule> in spalla che fa un <foro nel muro con le mani> (Ez 12, 7) per lasciarsi alle spalle il tristissimo spettacolo di un popolo insensibile ai richiami del Signore che porterà alla distruzione della città santa e alla rovina di ciò che di più sacro può essere al cuore di un sacerdote, Pietro con la sua domanda è un simbolo per ciascuno di noi: <… quante volte dovrò perdonargli?> (Mt 18, 21). La reazione alla domanda dell’apostolo da parte del Signore è quasi brutale tanto da sentire persino vergogna alla fine della parabola che, in realtà, si conclude con un ulteriore simbolo geografico: <Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, aldilà del Giordano> (19, 1).

Il Signore non si accontenta di fare dei discorsi, ma fa dei cammini! Dopo aver risposto a Pietro e averlo svergognato per la sua modalità di pensare al perdono in termini contabili, Gesù si sposta da una zona più sicura – la Galilea – verso una regione a lui ben più ostile, la Giudea. Con questa scelta il Signore ci mostra come non solo bisogna essere disponibili a perdonare <fino a settanta volte sette> (18, 22) ma fare della disponibilità al perdono un’attitudine fondamentale e fondante di compassione che si estende persino – anzi in modo ancora più forte – verso quel <fratello che commette colpe contro di me> (18, 21). Il Signore non ci chiede semplicemente di perdonare ma lasciarci convertire e formare dal cuore del <Padre mio celeste> (18, 35). In tal modo il perdono è un processo interiore di assimilazione e conformazione al Dio rivelato da Gesù Cristo e non semplicemente la piccola o lunga serie di atti o parole. Come il Signore anche noi siamo chiamati a inchiodare per sempre sulla croce dell’amore ogni debito e ogni rivalsa (Col 2, 14) per fare della nostra vita un <simbolo> di <compassione> che fa pensare!

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