Purché
XXIX Settimana T.O. –
Scrivendo ai Filippesi l’apostolo Paolo, in certo modo, accetta di mantenere il “posto qualunque” che si trova ad occupare nella sua vita e nel suo lavoro di evangelizzazione con una motivazione tanto chiara quanto compatibile con la parola del Signore Gesù: <purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato> (Fil 1, 18). Questo <purché> rivela quanto la vita di Paolo non sia centrata su se stessa ma, al contrario, radicalmente decentrata fino ad essere come sospesa ad un cenno che viene da lontano, che viene sempre da un altro: <perché quando viene colui che ti ha invitato dica: “Amico vieni più avanti”> (Lc 14, 10). Naturalmente la conclusione del testo evangelico ci tocca profondamente ma non senza una certa ambiguità che dobbiamo saper dissolvere il più possibile: <Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali>. Questo onore è semplicemente una sorta di effetto collaterale non essenziale. Si potrebbe dire che al cuore del nostro desiderio dovrebbe esserci un solo e semplice anelito: “purché io possa restare con te” parafrasando una bellissima espressione del salterio (Sal 72, 23). L’importante e l’essenziale è infatti poter partecipare alla gioia delle <nozze> (Lc 14, 7) in attesa che lo sguardo dello Sposo si posi radioso su di noi e la sua parola soave ci raggiunga dovunque e comunque. Essere raggiungibili dallo Sposo senza cercare di raggiungerlo troppo presto e prima che ci faccia cenno è il segreto dell’arte spirituale, è il segreto della vita. Perché questo possa realizzarsi è necessario un profondo distacco da se stessi e, soprattutto, dalla paura che attanaglia il nostro cuore: quella di rimanere indietro, di essere lasciati in disparte, di non essere elevati in grado e in considerazione… di essere dimenticati! Può l’amore dimenticare?
Questo scenario di paura e di angosciosa attesa che si fa pretesa – trasformandosi in sospetto – viene smascherato dalla parola del Signore: <non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti “Cedigli il posto!”> (Lc 14, 8-9). Ma come mai sarebbe possibile pensare che non ci sia o che non ci possa essere – almeno in futuro – un <invitato più degno>? In questo cammino di semplicità che è un altro modo per dire umiltà ci soccorre l’esempio e la parola dell’apostolo il quale nei pochi versetti della prima lettura di quest’oggi fa di continuo riferimento all’unico centro irrinunciabile che è Cristo fino a dire con somma gratitudine: <Per me, infatti, il vivere è Cristo e il morire un guadagno> (Fil 1, 21).
In altre parole, è il cenno che crea una relazione con Lui a dare bellezza e consistenza alla vita tanto da poter sopportare serenamente persino la morte… purché il tutto sia vissuto per e con Lui. Si potrebbe dire che essere al primo posto o all’ultimo posto, essere a un posto qualunque – normalmente il penultimo! – ci lascia nella perfetta serenità se abbiamo coscienza che <servirà alla mia salvezza… secondo la mia ardente attesa e la speranza che in nulla rimarrò deluso; anzi nella piena fiducia> (Fil 1, 19-20). Potremmo spostare la nostra attenzione dalla scelta dei <primi posti> (14, 7) – persino nella Chiesa e in chiesa – alla verifica sincera del nostro grado di <fiducia> in <colui che ha invitato te e lui> (Lc 14, 9). Purché ci abbia invitato, poco importa il resto! Così commenta ed esorta il monaco e dottore Girolamo: <Mettiti all’ultimo posto fratello, quando siedi a mensa. Su chi riposa il Signore se non sugli umili e sui miti, su coloro che temono le sue parole? A chi è stato affidato di più, viene richiesto di più>1.
1. GIROLAMO, Lettere, 14, 9.





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