Ai santi

XXVIII Settimana T.O. –

L’apostolo Paolo dando inizio ad una nuova lettera, in cui si effonde il suo cuore di pastore e di ardente evangelizzatore, scrive <ai santi che sono a Efeso> (Ef 1, 1). Questi <santi> siamo noi: siamo anche noi sempre insieme e in comunione con tutti coloro che <credenti in Cristo Gesù> sono stati <scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità> (1, 4). Questa realtà di cui siamo chiamati a prendere sempre più coscienza e di cui dovremmo essere sempre più consapevoli non ci esime dal rischio di cadere nella stessa trappola dei farisei contro cui si scaglia il Signore nel vangelo di oggi: <Guai anche a voi…> (Lc 11, 47). Questo “guai” ritorna ancora una volta sulla bocca del Signore e ci riporta alla versione lucane delle beatitudini (Lc 6, 20-26) in cui la contrapposizione tra la benedizione e la maledizione ci aiuta a rimettere ordine in quelle che sono le scelte della nostra vita.

Paolo ci fa entrare nella logica e nella follia del <mistero della sua volontà> (Ef 1, 9) che non è un concetto teologico astratto, bensì la realtà che sta alla base della vita come dono di infinita <benevolenza>: si tratta di comprendere come e quanto Dio tenga a noi tanto da accetta di abitare con noi per vivere dentro di noi. Dire in modo così forte il mistero della gratuità del dono di Dio che ci rende <santi> significa riconoscere e credere che egli esiste per noi pur essendo senza di noi e che questo, cosa estranea al nostro modo onnipotente di concepire i privilegi della divinità, in certo modo lo condiziona, nel senso che dilata sempre di più il suo essere amore come attenzione e ascolto dell’altro che noi siamo davanti a Dio.

Tutto ciò si manifesta pienamente nel duplice dinamismo del dono offerto – prima lettura – e del rifiuto manifestato – atteggiamento dei farisei che decidono la perdizione del Signore Gesù. Baldovino di Ford spiega che per Gesù <la fine, è la morte accettata per coloro che egli ama: ecco la fine di ogni perfezione, la fine dell’amore perfetto. L’odio ha potuto fare solo ciò che l’amore gli aveva permesso. Infatti, solo l’amore può fare impunemente quanto gli piace>1. Discolparsi è sempre un sottile modo per incolparsi. Come pure onorare <i sepolcri> (Lc 11, 47) significa affidare la Parola viva ai morti difendendosi così dai vivi che ne presentano le esigenze e che giudicano le negligenze. Il Signore Gesù ci chiede di non costruire <sepolcri> e tantomeno di essere noi stessi dei sepolcri, il suo amore riversato <in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza> (Ef 1, 8), vuole renderci come <Abele> (Lc 11, 51): uomini e donne capaci di offrire il meglio di sé per la gloria di Dio senza mai presumere di sé e tantomeno disporre della vita degli altri fino ad annientarla. Essere <santi> rischia di non significare altro se non essere “vivi” e aiutare i nostri fratelli ad essere altrettanto vivi e santi. Che non ci capiti, per eccesso di santità costruita a guisa di sepolcro, di portare <via la chiave della conoscenza> (11, 52) che è l’amore come chiave dell’essere <santi e immacolati di fronte a lui> (Ef 1, 4) come Lui.


1. BALDOVINO DI FORD, Il sacramento dell’altare, II, 1.

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