Convinzione
XXIX Domenica del T.O. –
La parola con cui si conclude la seconda lettura di questa domenica suona così: <Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione> (1Ts 1, 5). È sulle nostre convinzioni profonde che oggi la Parola di Dio ci chiede di interrogarci con una certa onestà. Nonostante la loro ipocrisia e la loro falsa amicizia, i discepoli dei farisei che, almeno per una volta, si mettono insieme agli erodiani rivolgono al Signore Gesù un complimento che, ben aldilà della fonte, è autentico: <Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non ha soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno> (Mt 22, 16). Nonostante tutte le diatribe e nonostante il fatto che i farisei cercano in tutti i modi per <cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi> (22, 15) per poterlo eliminare. In ogni modo, soprattutto dopo il suo acclamato ingresso nella città santa di Gerusalemme, tutti hanno un’alta considerazione del Signore per la sua profonda onestà e le sue convinzioni forti.
La domanda circa la questione del <tributo a Cesare> (22, 17) è un tranello e nasce dalla <malizia> (22, 18), ma la risposta di Gesù e, prima ancora, la sua immediata reazione è come se fosse capace di andare oltre la malizia senza lasciarsene in nessuno modo contaminare: <Mostratemi la moneta del tributo> (22, 19). Il Signore Gesù non tira fuori di tasca sua una moneta – non va escluso che forse avesse qualche spicciolo! – ma chiede a quanti lo vogliono incastrare di rendersi conto che la loro domanda ha già la sua risposta e che questa non viene da Gesù né contro né a favore di Cesare. Già il fatto di avere anche un solo denaro è indice che si è inseriti – e nel caso di farisei e sadducei si dovrebbe meglio dire molto e ben inseriti – in un sistema socio-politico-economico. La domanda seria non è riguardo al denaro e riguardo al tributo, ma alla propria convinzione profonda, che genera scelte e atteggiamenti concreti, di rendere sempre <a Dio quello che è di Dio> (22, 21).
E non si rende a Dio il giusto se non si rende a lui tutto, tanto da farsi continuamente illuminare e guidare anche nel modo in cui si usa il denaro e si vivono le relazioni sociali ed economiche perlopiù imposte dal contesto. Naturalmente la domanda si fa ancora più forte: come discernere non il “se” ma il “come” pagare il proprio tributo alla concretezza di una vita che è necessariamente incarnata nella storia? Il profeta Isaia ci aiuta a dare una risposta, anzi due! La prima è che non bisogna troppo catalogare e demonizzare… neppure il denaro e neppure il Cesare di turno. Infatti, un grande re pagano come Ciro diventa un docile strumento che permette al popolo di ritornare nella Terra dei Padri e ricostruire Gerusalemme. Il criterio per discernere è che ciò che viene vissuto sia in grado di <aprire a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso> (Is 45, 1). Il Signore Dio si rivolge a Ciro, attraverso il profeta, riconoscendo nelle sue scelte e nei suoi progetti dei tratti del suo stesso divino disegno e questo <sebbene tu non mi conosca> (45, 4). Invece di chiedere al Signore Gesù, come dei bambini che cercano l’autorizzazione ad avere ciò che già hanno da sempre in tasca, cerchiamo di chiederci se il nostro modo di servirci delle cose della terra sono in grado di <aprire> e non di chiudere a tutti e a ciascuno <i battenti delle porte> della vita. Questo dipende dalla nostra <convinzione>, non dall’<immagine> e né tantomeno dall’<iscrizione>.





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