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XII Settimana T.O. –
La parola del Vangelo non ha come fine se non di toccare e trasformare alla radice il nostro modo di vivere e di sentire. Più che di atti, più o meno adeguati, è una questione di sguardo, più precisamente di sguardi… che condannano, che giudicano o, al contrario, che comprendono e vanno ben oltre le comode e troppo scontate apparenze. Il Signore non ci chiede di essere ciechi davanti al male, ma ci invita ad essere giusti cominciando sempre a guardare il nostro stesso occhio per evitare di immaginare di aver visto ciò che non saremmo neanche in grado di vedere a causa della nostra cecità. La prima lettura è come se ci rendesse più facile di evitare una lettura troppo sentimentale e ingenua di quelle che sono le parole del Signore Gesù: <Ciò avvenne perché gli israeliti avevano peccato contro il Signore, loro Dio> (2Re 17, 7) e, se non bastasse, l’agiografo aggiunge e conclude <Il Signore si adirò molto contro Israele e lo allontanò dal suo volto> (17, 18).
Il Vangelo non ci chiede di evitare la denuncia del male e ci ricorda che la sua radice non è mai imputabile, ma solo, realmente condivisibile poiché il male che riscontro nell’altro non può che essere in parte anche dentro di me… altrimenti non potrei neppure vederlo. Il discernimento può essere fatto a partire dalla capacità o meno che persino il giudizio sia capace di rilevare e offrire un avvenire. La sfida che il Signore ci offre è, in realtà, una consegna: <ci vedrai bene> (Mt 7, 5). Vedere e vederci bene è sempre un processo lungo e laborioso di cui il Signore si fa compagno e di cui si fa esigente animatore. Il Regno di Dio irrompe nella nostra vita nella misura in cui accettiamo di giocare la nostra esistenza coltivando relazioni non solo sane ma capaci di far crescere e di farci crescere. Tutto ciò va ben oltre la semplice gestione delle relazioni interpersonali e tocca, invece, quella che potremmo definire la nostra sensibilità teologica. A noi è affidato il compito di tenere sgombro lo spazio del nostro cuore vigilando su ogni minima <pagliuzza> (7, 3) che ci riguarda per non lasciare che il tempo – pagliuzza dopo pagliuzza – non la trasformi in <trave>.
Così commenta il pastore Bonhoeffeur: <Il discepolo non guarda mai l’altro come qualcuno verso il quale Gesù viene. Non incontra mai l’altro se non in quanto gli va incontro con Gesù. Gesù lo precede verso l’altro, e il discepolo lo segue>1. Così ogni nostro giudizio sull’altro – talora inevitabile – deve essere fatto con il Signore in modo che sia sempre più come quello del Signore che continua a ripeterci non per spaventarci, ma per illuminare e purificare il nostro sguardo: <con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi> (Mt 7, 2). Di fatto, ogni persona che incontriamo sul nostro cammino assume il ruolo dei <profeti> (2Re 17, 13) in quanto è un richiamo a convertire il nostro sguardo e a lasciarci continuamente rettificare dalla misericordia.
1. D. BONHOEFFER, Vivre en disciple, Labor et fides, Genève 2009, p. 151.






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