Il tuo nome è Dedicazione, alleluia!
IV settimana T.P. –
L’evangelista Giovanni precisa il contesto in cui le parole di Gesù vengono pronunciate: <la festa della Dedicazione> (Gv 10, 22). Questa ricorrenza è per Israele la memoria del superamento di uno dei momenti più tristi e difficili della sua storia che fu la profanazione del Tempio da parte di Antioco Epifane (165 a.C. circa). Il Signore Gesù, sembra dire che ci sono molti e svariati modi per profanare il tempio del cuore. Il fatto che i notabili del popolo lo vogliano mettere a morte, loro che tanto si preoccupano della purità del tempio, rivela che il loro cuore è impuro perché non ha imparato, dalla frequentazione e dall’amore per il tempio, a considerare come luogo di divina dimora ogni realtà creata e, in particolare, ogni persona in cui la presenza di Dio da sempre e per sempre pone la sua dimora. Questo tema del tempio e del corpo del Signore attraversa tutto il quarto vangelo. Agostino, riflettendo sul mistero del tempio, lo interpreta alla luce del desiderio divino di fare di tutta l’umanità il luogo della sua dimora: <affinché in Cristo Gesù una sola e medesima fede conduca a Dio tutti coloro che sono predestinati a diventare città di Dio, casa di Dio, tempio di Dio>1.
Mentre per i sacerdoti e gli scribi il tempio rischia di diventare il simbolo di una differenza e di una eccellenza, per il Signore Gesù non può che essere il segno di una cura e di una tenerezza che si stende e si estende a tutti. I Giudei pongono al Signore Gesù una domanda che assume il tono della supplica: <Se tu sei il Cristo dillo a noi apertamente> (Gv 10, 24). Al Signore non sfugge tutta l’ambiguità di una simile identificazione in cui si cela il bisogno e il desiderio più di un condottiero e di un liberatore che di un pastore e di un salvatore: <Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore> (10, 26). Forse nella mente e nel cuore di quanti si stringono <attorno> (10, 24) al Signore non ci sono pecore, ma più facilmente cavalli e cavalieri. Ogni volta che immaginiamo un Dio capace di fare cose grandi, difficilmente riusciamo ad immaginarlo in quella forma così tenera e così intima che, invece, sembra essere l’unica che Gesù conosca e ami: <Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano> (10, 28).
All’immagine della conquista e della giusta vendetta si contrappone quella di una cura che sa e vuole sempre e solo dare storicizzando e incarnando quella che è la stessa ed essenziale vita divina: <Il Padre mio che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre> e come se non bastasse <Io e il Padre siamo una cosa sola> (10, 29-30). È questa attitudine e questa logica che sta a fondamento della vita della Chiesa, del suo ministero pastorale e del suo zelo di evangelizzazione, così come possiamo ammirare in Barnaba che, in tutto simile al Signore, <partì alla volta di Tarso per cercare Saulo> (At 11, 25).
1. AGOSTINO, La città di Dio, 18, 47.






Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!