Il tuo nome è Pietas, alleluia!
III settimana T.P. –
Come una madre il Signore Gesù cerca in tutti i modi di convincere i suoi ascoltatori, di convincere ciascuno di noi, su quanto è grande il suo dono di vita per la nostra vita. Il Signore Gesù insiste più e più volte nel porre l’accento sul legame tra il pane e la vita, tra la vita di cui facciamo esperienza ogni giorno – come di un pane duro da ingurgitare – e la vita che egli ci dà <chi viene a me non avrà più fame> (Gv 6, 35).
Come la Sapienza (cfr. Pr 8) il Signore Gesù si aggira per le nostre strade, per i sentieri della nostra vita cercando di convincerci a comprare il “suo” pane, ad entrare in comunione con la “sua” vita di Risorto. Ma certo la domanda che viene spontanea è: “cos’ha di speciale questo pane?” che il Signore ci dà e ci vuole come vendere, o più precisamente, regalare a tutti i costi.
Il Pane del cielo è il pane della Pietas, quella che ritroviamo nella prima lettura: <persone pie seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui> (At 8, 2). Il Signore Gesù vuole darci il pane della sua presenza, della sua compagnia, della sua compassione proprio e soprattutto mentre la persecuzione <infuriava contro la Chiesa> (At 8, 3).
Il Signore ci svela il nocciolo, l’essenza e la fonte del piano di Dio e della sua volontà: <che io non perda nulla> (Gv 6, 39). Consolazione infinita è questa immagine di Dio che da sempre e per sempre – si tratta e si parla della volontà del Padre che fonda il mondo e la storia – raccoglie le briciole di pane <perché nulla vada perduto> (Gv 6, 12), perché nessuno si perda.
L’immagine del pane in cui Gesù si identifica è per noi mediterranei il rimando a ciò che può tenere in vita una persona, ma dice pure tutto il lavoro umano capace di trasformare – attraverso il fuoco – i doni della natura in un segno della cultura, dello scambio tra persone. Il pane rimanda così a qualcosa che nutre dopo un lungo lavoro che parte dalla semina del frumento e si corona nel forno fumante e profumato che viene condiviso e che accompagna e, in certo modo, rende sostanzioso ogni altro alimento che la natura ci offre.
Tutta la serie dei gesti che accompagna la panificazione dice una cura, un’attenzione, una capacità di trasformazione e di condivisione che sono la perenne garanzia di una risurrezione dell’umano che non può morire neppure nella morte. Il gesto di coloro che seppelliscono Stefano (At 8, 2) è capace di trasformare la fine in un inizio, l’ora dello sterminio in un tempo di semina abbondantissima <quelli però che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio> (At 8, 4) come il vento che porta lontano i semi e il polline per dilatare la vita.
Il Signore Gesù ce lo assicura con forza: <io lo risusciterò nell’ultimo giorno> (Gv 6, 40) ma la risurrezione è legata alla nutrizione. Risorgeremo se ci saremo nutriti del Pane che è il Figlio, risorgeremo <nell’ultimo giorno> se “oggi”, nutriti al pane della Parola, trasformeremo, attraverso la cura e la dedizione proprie di ogni processo di “panificazione”, la nostra stessa vita in un pane che nutre e che fa risorgere tanto che <vi fu grande gioia in quella città> (At 8, 8) in noi e attorno a noi. Così persino la notte della sepoltura può trasformarsi nel prezioso tempo del chicco che muore in terra e della pasta che lentamente lievita fino ad essere pane condito di pietas, saporoso di vita.





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