Il tuo nome è Umano, alleluia!

V settimana T.P. 

La protesta degli apostoli davanti all’entusiasmo degli abitanti di <Listra> (At 14, 6) ci può svelare qualcosa dello stesso cuore di Cristo Signore: <Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità al Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano> (At 14, 15). Si potrebbe dire che, nonostante quel desiderio atavico che abita da sempre il cuore dell’uomo di sentirsi e soprattutto di essere trattato come un “dio” cui si offre <un sacrificio> (14, 18), finalmente siamo contenti di essere semplicemente uomini. Lo dice chiaramente il salmo: <I cieli sono i cieli del Signore, ma la terra l’ha data ai figli dell’uomo> (Sal 113B, 16). Questa nostra serenità di essere semplicemente e fieramente uomini è il dono pasquale per eccellenza ed è l’opera che continuamente lo Spirito del Risorto attua e continuamente rinnova nella nostra vita di creature e di credenti.

Che cosa mai, infatti, lo Spirito ci <insegnerà> e ci <ricorderà> (Gv 14, 26) con così dolce insistenza se non il fatto che nel Verbo fatto carne siamo ormai figli di Dio senza dover cercare in nessuno modo di uscire dalla nostra condizione di <uomini>? Le parole del Signore Gesù rivelano <a noi, e non al mondo> (14, 22) che il segreto della nostra umanità sta proprio nel mistero di quella relazione intradivina di cui il mistero pasquale ci rende profondamente e pienamente partecipi: <Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui> (14, 23). La parola del Signore Gesù è profondamente liberante in quanto fa precedere l’osservanza dell’amore di cui ogni obbedienza e pratica è frutto mentre radice non può che essere un amore preveniente e gratuito. Come dice un grande predicatore francese si tratta proprio <dell’amore umano voluto da Dio, amore totale, ostinato, appassionato e tenero, che impegna tutto l’essere umano e per sempre>1.

L’obbedienza del discepolo ai precetti del Signore, che regolano la vita esteriore e relazionale, non è che il prolungamento dell’obbedienza interiore ad una Parola d’Amore che, seminata nel cuore, è capace di orientare e rinnovare la vita trasformandola sempre più profondamente fino a conformarla alla vita divina che è totalmente un respiro di dono reciproco nell’atmosfera di una gioia profonda e duratura. Come si prega dopo la comunione, il Padre <riporti l’umanità alla speranza eterna> che non è altro se non la partecipazione sempre più profonda alla comunione che unisce il Figlio al Padre e che ci permette, paradossalmente, di non avere più bisogno di un dio in cui proiettare il nostro bisogno di potenza, ma di gioire sempre di più per questo Padre ritrovato che ci fa sentire la gioia e l’ebrezza di essere dei figli perennemente cercati per quello che siamo: <esseri umani>.


1. S. ROUGIER, in Magnificat. 198 (2009) p. 167.

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