Il tuo nome è Salutare, alleluia!
VII settimana T.P. –
Il cammino di Paolo volge verso il suo termine e la sua vita interseca quella di altre persone che ritengono di avere su di lui un potere senza limiti, eppure non sarà così perché il martirio non sarà altro che il sigillo di un grande amore. Ciò che Luca dice in apertura della prima lettura di oggi: <arrivarono a Cesarea il re Agrippa e Berenice e vennero a salutare Festo> (At 25, 13) a un certo punto sembra aprire una certa speranza sulla possibile liberazione di Paolo. In realtà il passaggio di queste due persone, così influenti, non sarà in nulla salutare per l’apostolo che è ormai in viaggio verso Roma per versarvi il suo sangue. Ben diverso e assolutamente salutare nel senso di capaci di dare salvezza e di ridare speranza è il passaggio del Signore Gesù sul mare di Galilea dove, dopo che i discepoli <ebbero mangiato> (Gv 21, 15) sfama la loro fame di senso che è la possibilità di poter sempre e comunque ricominciare ad amare di più, ad amare meglio: <Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?>.
Siamo di fronte ad una delle pagine più commoventi di tutte le Scritture certo per la grande tenerezza del Signore Gesù, ma anche per la bella possibilità che viene offerta al discepolo di ricominciare ad amare e di iniziare ancora una volta e in modo del tutto nuovo il suo cammino con un netto: <Seguimi> (21, 19). Il senso di questo invito, se è in netta continuità con tutto il cammino vissuto da Simon Pietro accanto e dietro al Signore Gesù, diventa più consapevole e, soprattutto, più fondato e sicuro a motivo dell’esperienza del fallimento nel gesto del rinnegamento con cui il discepolo ha potuto partecipare al mistero pasquale del Maestro e ora può, attraverso la sua parola e i suoi gesti, essere rimesso in piedi tanto da essere risuscitato al mistero della sequela in modo più vero: <tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi> (21, 18).
Ciò che il Signore rivela a Pietro è ciò che Paolo a sua volta vede ogni giorno di più compiersi pure per la sua vita e questo – Luca lo fa dire solennemente e quasi distrattamente a un testimone neutrale e non coinvolto nei fatti – a motivo di <un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere vivo> (At 25, 19). Il Maestro sembra accompagnare il cammino di ogni discepolo, anche il nostro, verso la suprema testimonianza che prima di essere il dono della vita è la coscienza di un amore gratuito e incondizionale che ci è stato donato e che ci viene ridonato al cuore delle nostre debolezze e fragilità. Forse Simon Pietro avrebbe voluto chiarire con il suo Maestro il suo rinnegamento… ma dove trovare il coraggio? È Gesù stesso che prende l’iniziativa e ricomincia il dialogo dell’amore dall’assunzione di quelle che sono le radici dell’essere che risalgono fino a prima del nostro essere discepoli: <Simone, figlio di Giovanni> e non più <Cefa, che significa Pietro> (Gv 1, 42). Il modo di <salutare> (At 25, 13) di Agrippa e Berenice così distaccato e così formale non ha niente a che vedere con il modo così “salutare” con cui il Risorto riprende a camminare con i suoi amici rinnovando il loro amore senza nessun timore di ridimensionarlo nella forma per dilatarlo nella sostanza: <Signore, tu conosci tutto, tu sai che ti voglio bene> (Gv 21, 17). Come non ricordare che solo ora, dopo il suo rinnegamento, il Signore che ha parlato di sé come <pastore bello> (Gv 10, 1) associa alla sua identità e alla sua missione uno dei suoi discepoli e in lui ciascuno dei suoi discepoli: <Pasci le mie pecore>!





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