Il tuo nome è Voglio, alleluia!
VII settimana T.P. –
Quante volte anche noi usiamo il verbo <voglio> con grande intensità e con grande trasporto, ma non sempre con quel grado di consapevolezza e di reale coinvolgimento personale necessari. Il Signore Gesù rivolgendosi al Padre non ha nessuna vergogna di chiedere esattamente quello che gli sta a cuore: <voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io> (Gv 17, 24). Il desiderio più profondo per il cuore di Cristo Signore è di poter assicurare una vicinanza che si fa compagnia tra sé e i suoi discepoli. Quella del Signore Gesù è una preghiera rivolta al Padre più che un’esortazione rivolta a noi e allora la cosa si fa sconcertante: il Padre non esaudisce la preghiera del suo Figlio viste le divisioni che da sempre accompagnano il cammino della Chiesa nella storia e le continue occasioni di dissenso e di separazione? Eppure, potremmo dire che la preghiera di Gesù viene esaudita ogni volta che un piccolo passo di riconciliazione e di perdono viene vissuto a partire dalla conformazione personale di ciascuno dei suoi discepoli alla sua modalità di volere che non è un volere per sé e, per certi aspetti, neppure un volere per gli altri, ma un volere con, per poter sentire di esser come tutti e con tutti.
La preghiera educa la nostra volontà perché sia sempre più conforme alla vita stessa di Dio che è segnata da una indivisibile ed essenziale unità che non può mai essere attesa e sperata come qualcosa che viene dall’alto o, comunque, da fuori di noi, ma è intimamente legata alla nostra capacità interiore ad aprirci ad una crescente capacità di condivisione e di profonda comunione. La ragione profonda, infatti, della preghiera del Signore Gesù viene espressa così: <perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo> (17, 24). Mentre la Pasqua si avvicina, anzi è già in atto nella penombra non poco dolorosa del Cenacolo già privato della presenza di uno dei discepoli sprofondato nella notte della sua autonomia che si fa tradimento, il Signore Gesù non parla della sua gloria come di una conquista personale da esibire come un merito. Ne parla sempre e solo come un dono ricevuto dal Padre e che – come il Padre – il Figlio sente il bisogno e la gioia di condividere e di ridonare… persino di approfondire: <E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in esse e io in loro> (17, 26)
Di questo amore che non si arrende mai e che mai si rassegna fa esperienza l’apostolo Paolo in una notte molto diversa da quella attraversata in modo disperato da Giuda, e che viene illuminata da una parola capace di dare la forza di sostenere <la speranza nella risurrezione> (At 23, 6). Il Signore Gesù venne accanto a Paolo e si fa vicino a ciascuno di noi con la stessa parola: <Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma> (23, 11). Per passare dalla Gerusalemme della nostra intimità con il Signore alla Roma della nostra testimonianza al Signore solo la memoria del suo amore ci può essere non solo di conforto, ma pure di guida.





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