Il tuo nome è Abitare, alleluia!
VII settimana T.P. –
La nota così prosaica che apre la prima lettura di questo Vigilia di Pentecoste in realtà può simbolicamente rappresentare come la cifra e il messaggio di tutto il cammino pasquale che abbiamo compiuto: <fu concesso a Paolo di abitare per conto suo con un soldato di guardia> (At 28, 16). Nulla di drammatico o di disumano nella prigionia di Paolo a Roma dove – secondo il testo che ci riporta l’interpretazione che ne fa l’evangelista Luca – l’apostolo può annunciare il Vangelo di Cristo <senza impedimento> (28, 31). Nonostante e aldilà di pagine ben più complesse e drammatiche della storia della Chiesa continuamente irrorata dal sangue dei martiri, il finale degli Atti ci lascia con un senso di pace e di fiducia riguardo alla testimonianza resa al Vangelo. Questo <abitare> tranquillo di Paolo ci porta a considerare un altro modo di abitare che è proprio del discepolo amato <colui che nella cena si era chinato sul suo petto…> (Gv 21, 20). Il tempo propizio e gioioso che da Pasqua ci conduce a Pentecoste ci lascia in compagnia di tre apostoli o, più profondamente, evoca tre modi di essere discepoli: quello di Paolo, quello di Pietro e quello del discepolo amato che comunemente identifichiamo con Giovanni.
Di Paolo ci viene tramandato serenamente come <trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui> (At 28, 30). Da questo apostolo possiamo imparare a fare della nostra vita, anche quando fosse attraversata da situazioni persino un po’ dolorose e non certo facili come la prigionia, uno spazio di accoglienza per tutti e già questo essere una sorta di casa senza porta si rivelerà come un modo per annunciare <il regno di Dio>. Di Pietro ci viene evocata oggi una domanda che riguarda il discepolo che, durante la cena, non ebbe timore di porre la grande e dolorosissima domanda al Maestro: <Signore, chi è chi ti tradisce?> (Gv 21, 20). Nella luce pasquale finalmente Pietro trova il coraggio di porre una domanda direttamente e senza intermediari: <Signore, che cosa sarà di lui?> (21, 21). Pietro non riesce a trattenere il dolore che gli viene dal confronto, ma la risposta del Signore lo salva con l’invito pressante a non guardare attorno a sé e a non lasciarsi scoraggiare dal confronto: <Tu seguimi> (21, 22). Da questo apostolo possiamo imparare a portare con semplicità la realtà del nostro essere discepoli senza cedere alla tentazione del confronto se non nella misura in cui ci è di aiuto ad essere fino in fondo noi stessi in relazione al Maestro e Signore di tutti. Infine, le ultime parole che concludono il quarto vangelo sono non solo solenni, ma commoventi: <Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera> (21, 24).
Potrebbe sembrare assai impegnativo, ma forse anche ciascuno di noi potrebbe scrivere ciò che in questo tempo di rinnovato ascolto della Parola attraverso i giorni del tempo pasquale ha imparato o riscoperto nella propria conoscenza del mistero di Cristo Signore, morto e risorto per noi. Veramente se ognuno lo facesse allora <il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere> (21, 25).






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