Lasciarsi andare
XIV Settimana T.O. –
Nella litania delle guarigioni che Matteo ci chiede di meditare per potere, a nostra volta, sperimentare un cammino di profonda e duratura guarigione della e nella nostra vita, oggi contempliamo la figura di due donne per le quali il Signore Gesù si manifesta come l’uomo capace di ridare loro la fiducia in una vita che sia buona e bella, degna di essere vissuta. Il Signore Gesù si lascia toccare dall’emorroissa e con il suo tocco richiama alla vita la figlia del capo della sinagoga. Ambedue queste donne, che sono simbolo della nostra umanità bisognosa di essere amata e riconosciuta, si lasciano profondamente toccare dalla presenza di Cristo e si lasciano attraversare dalla sua potenza di guarigione. Questi segni avvengono come una sorta di interruzione del dialogo in atto tra Gesù e i <discepoli di Giovanni il Battista> (Mt 9, 18).
Il Precursore è veramente l’icona di quegli <otri nuovi> (9, 17) di cui ha appena parlato il Signore rispondendo alla reazione scandalizzata dei farisei ed è, inoltre, colui che ha percepito la presenza del Messia come qualcosa di ben più profondo e intimo di un risveglio spirituale, così com’era atteso da molti in Israele non senza qualche ambiguità e persino gli uni contro gli altri. Eppure, già i suoi discepoli rischiano di sistematizzare fino a svuotare il messaggio del loro Maestro riconosciuto da Gesù come il più grande dei nati e presentatosi come <l’amico dello sposo> (Gv 3, 29). L’evocazione sponsale appena richiamata da Gesù (Mt 9, 15) si concretizza nell’atteggiamento così intimo e così forte che il Signore assume nei confronti di due donne riportate alla vita e alla dignità dalla sua disponibilità a lasciarsi coinvolgere nel loro dolore senza timore, senza imbarazzo, senza paura e, soprattutto, con un amore che potremmo definire veramente medico.
La liturgia prepara la lettura di questo testo proprio con il profeta Osea, aiutandoci così a cogliere in modo ancora più profondo come Dio voglia essere lo sposo amoroso e fedele oltremisura della nostra umanità assetata di tenerezza: <Ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza…> (Os 2, 17). Alla tentazione ricorrente di sacralizzare troppo romanticamente il deserto in un luogo impalpabile e pio, il Vangelo oppone una identificazione di questo deserto nell’ambito in cui continuamente la nostra umanità viene fidanzata al suo Creatore nella concretezza di una morte appena avvenuta o di una <perdita di sangue> (Mt 9, 20) – cioè di vita – che dura da troppo tempo: <dodici anni>! A queste due donne il Signore Gesù dona la possibilità di lasciarsi andare finalmente alla vita. E non solo a loro! Come dimenticare questo padre che pur essendo <uno dei capi, gli si prostrò dinanzi> (9, 18) confidandogli tutta la sua pena e tutto il suo dolore a cui però si unisce una grande speranza: <ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà>?! In un momento in cui sarebbe stato comprensibile un certo irrigidimento in questo padre disperato, in questa giovane appena consegnatasi all’abbraccio della morte, in una donna ormai abituata a soffrire, il Signore Gesù crea le condizioni reali di un’alternativa, di un lasciarsi andare non alla deriva della rassegnazione, ma alla corrente di una speranza difficile, certo, eppure non impossibile.






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