Aspettativa

XV Domenica del T.O. –

La parola dell’apostolo Paolo ci conduce al cuore del mistero del mondo che attraverso il tempo è nel suo insieme così simile a quei diversi tipi di terreno di cui ci parla il Signore Gesù in una delle sue parabole. Sì, al cuore del mondo e nel cuore di ciascuno di noi c’è <l’ardente aspettativa della creazione> che è <protesa verso la rivelazione dei figli di Dio> (Rm 8, 19). In realtà ciò che noi attendiamo, in comunione sofferta con tutta la creazione, non è che il riflesso di un’aspettativa ancora più ardente della nostra, quella di Dio stesso che si nasconde sotto le vesti di un semplice e prodigo <seminatore> (Mt 13, 3). Ciò che possiamo ammirare in questo seminatore è la sua fiducia che gli impone di spargere il seme sapendo che non si può sperare nulla se non si è capaci di rischiare molto. Del resto, persino il seme caduto sulla strada forse potrà servire da cibo per gli uccelli e persino quello soffocato dai rovi. In realtà, marcendo, il terreno ingombro di detriti diventerà terriccio che remotamente potrà accogliere fino a nutrire e far crescere i semi che cadranno domani o dopodomani.

Nel cuore del Signore Gesù è confermata la duplice profezia di Isaia. Quella che troviamo nella prima lettura secondo cui la <parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata> (Is 55, 11). Ma ancora più profondamente si compie, nelle parole e nei gesti del Signore Gesù, la profezia che egli stesso cita rispondendo alla domanda un po’ imbarazzata dei suoi discepoli: <Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore> (Mt 13, 15). Davanti ad un quadro così fosco che sembra rievocare e riassumere i vari tipi di terreno inospitale, la conclusione del profeta che diventa la stessa conclusione del Signore Gesù è sorprendentemente chiara come pure profondamente rasserenante: <e non si convertano e io li guarisca>.

A partire da questa citazione evocata dallo stesso Maestro possiamo persino pensare che la cosa che più sta a cuore al Signore Gesù non è il livello di fecondità del terreno del nostro cuore, ma la possibilità che esso possa essere lavorato e concimato per essere pronto ad accogliere e far fruttificare il seme a suo tempo. Quando il Signore termina la sua spiegazione dice che il seme <seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende> (13, 23). Come pure non teme di porre i discepoli che lo stanno ascoltando davanti alla responsabilità che la loro intimità con il Signore comporta: <Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano> (13, 16). Possiamo concludere che la grande aspettativa di tutta la nostra vita consista proprio in un lento e deciso cammino di sensibilizzazione che renda il nostro cuore sempre più consapevole. Per tutto ciò che in noi è ancora segnato dall’insensibilità vi è la speranza che la divina pazienza e larghezza del seminatore di vita pian piano ci <guarisca> (13, 15). Forse potremmo dire che ciò che il Signore si aspetta da noi come frutto è la guarigione della nostra sensibilità.

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