Sulla porta!
XIII Domenica del T.O. –
Il Signore Gesù si rivolge a noi come discepoli e, al contempo, si rivolge a ciascuno di noi anche come a coloro che sono chiamati ad accogliere e riconoscere i suoi discepoli. La prima lettura ci aiuta a comprendere che siamo chiamati ad aprire il nostro cuore e la nostra vita ai segni con cui il Signore ci visita. La donna di Sunem non ha dubbi: <Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi> (2Re 4, 9). Potremmo chiederci come si fa a riconoscere <un uomo di Dio> e a sapere con certezza interiore di avere a che fare con <un santo>? La Parola di Dio ci obbliga ad un serio esame di coscienza circa la nostra attitudine a cercare e riconoscere i segni e le persone che possono aiutarci, con la loro sola presenza, <a camminare in una vita nuova> (Rm 6, 4) … ne abbiamo bisogno! Questa donna di Sunem è un’icona molto bella di ogni persona capace di non ripiegarsi su se stessa ma di rimanere attenta e aperta a nuovi possibili passaggi significativi. Il profeta Eliseo è l’uomo di Dio per antonomasia e questo perché sa accettare la cura e la benevolenza di questa donna rimanendo in una profonda discrezione che è assolutamente reciproca. Eliseo dovrà infatti imparare dal suo discepolo che <purtroppo essa non ha figli e suo marito è vecchio> (2Re 4, 14) e la donna di Sunem, pur chiamata espressamente dal profeta attraverso il suo discepolo, nondimeno <si fermò sulla porta> (2Re 4, 15): immensa attenzione nata dalla discrezione!
Il dono più grande che la donna di Sunem può fare al profeta è quello di preparare per lui <una piccola camera al piano di sopra> (2Re 4, 10 – Mc 14, 15) in cui l’accoglienza non turbi la sua solitudine e la squisita sensibilità umana non mescoli i piani ma li tenga – chiaramente e utilmente – distinti. L’invito del Signore non è forse di questo stesso tono? Egli dice infatti: <chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me> (Mt 10, 37) nel senso preciso che la più grande sventura che ci possa capitare è proprio quella di mescolare i piani e persino – talora – di invertirli dimenticando che non è il grado di sofferenza che fa la martyria bensì la <causa> (Mt 10, 39). La <croce> (Mt 10, 38) – e ciascuno ha la <sua> impossibile da cedere o caricare sulle spalle di chicchessia – non è altro che questo lavoro – talora costosissimo – di orientamento e di ordinamento dei piani della nostra vita perché ciascuno abbia il suo giusto posto e ogni aspetto abbia la considerazione la più adeguata ma anche la più chiara. Saper riconoscere e distinguere il <giusto>, il <profeta>, i <piccoli> (Mt 10, 42) e il discepolo.
Saper dare il giusto peso al padre, alla madre, al figlio, alla figlia… ordinando e proporzionando tutti questi elementi fondamentali della nostra vita affettiva attorno all’asse di orientamento che è la croce. La croce come cifra di ciò che rende la vita degna di Cristo e del suo vangelo: morire al proprio bisogno di essere amati per trasfigurarlo nel desiderio di amare attraverso la rottura instauratrice di un modo assolutamente nuovo di rapportarsi col mondo: <chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà> (Mt 10, 39). Solo questo nuovo ordine di valori e di priorità – il perdere – garantisce che <se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui> (Rm 6, 8). Solo questa morte alle nostre aspettative sull’amore potrà aprirci ad una fecondità insperata: <L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio> (2Re 4, 16). Con questa parola di promessa e di speranza il profeta è in tutto simile al Signore (Gn 18, 10) perché conformato totalmente al suo cuore infinitamente attento al desiderio e al bisogno dell’altro.






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