Tornare

XIV Settimana T.O.

La minaccia del profeta suona in modo forte e quasi categorico: <dovranno tornare in Egitto> (Os 8, 13). Anche per noi rischia di rendersi necessario di dover tornare ai luoghi delle nostre idolatrie per riassaporare l’amarezza della schiavitù che rischiamo di dimenticare fino ad avere nostalgia di ciò che ci ha fatto così a lungo soffrire: <e poiché hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta> (8, 7). Le parole accorate del profeta sono offerte dalla liturgia per aiutarci ad accogliere e a comprendere la conclusione della seconda grande sezione del vangelo di Matteo. Dopo le parole di Gesù pronunciate sul monte per sfamare la fame spirituale della folla che lo attorniava, il Signore compie dieci miracoli che confermano e in certo modo spiegano esistenzialmente il cuore del suo insegnamento. L’ultimo di questi miracoli consiste nel ridare la parola ad <un muto indemoniato> (Mt 9, 32). Finalmente quest’uomo può parlare e quindi non essere più schiavo di chi parla in suo nome togliendogli attraverso il diritto di parola, quello ben più fondamentale di esistere.

La reazione dei <farisei> (9, 34) è terribile e temibile: la libertà di quest’uomo li spaventa più della sua schiavitù, e il fatto che ci sia una persona in più che possa prendere la parola ed esprimere il proprio cuore desta quasi sgomento. Il silenzio cui quest’uomo è costretto dal demonio sembra quasi gradito ai notabili del popolo, mentre la sua parola sembra quasi spaventarli. La reazione di Gesù, secondo Matteo, non è di discussione, ma di prosecuzione e di intensificazione: <percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno di Dio e guarendo ogni malattia e ogni infermità> (9, 35). Ciò che il popolo di Samaria sembra aver dimenticato è proprio la <compassione> (9, 36) con cui Dio lo ha liberato dalla schiavitù e questa dimenticanza è la più terribile delle malattie che chiude non solo il cuore a Dio, ma lo sbarra pure ai propri fratelli verso le cui necessità non si ha nessuna sensibilità.

Il Signore si rende ben conto di quanto sia immenso il campo di lavoro dell’umanità la cui sofferenza è così <abbondante> (9, 37) da esigere non i <sacrifici> (Os 8, 13), ma una misura sempre più generosa di compassione che si faccia carico di ogni smarrimento, di ogni disorientamento, di ogni non senso per ridare a ciascuno la possibilità, infine, di essere veramente ascoltato così da poter finalmente riprendere a parlare. Essere <muto> (Mt 9, 32) può essere talora l’unico modo per non essere completamente schiacciato lasciando ad altri l’illusione della nostra approvazione conservando segretamente la nostra personale sensibilità. Quella provata dal Signore Gesù non è una semplice pietà emotiva, ma è un coinvolgimento profondo che lo prende, letteralmente, sin dalle viscere, proprio come già nelle Scritture Ebraiche si dice essere il sentimento di Dio nei confronti del suo popolo. Lasciamoci guarire dalla malattia dell’indifferenza e curare dall’infermità dell’insensibilità per tornare ogni giorno al ricordo dei tempi e dei modi con cui il Signore Dio si è preso cura di noi per diventare affidabili <operai nella sua messe> (Mt 9, 38).

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