Il tuo nome è Tavola, alleluia!
VI settimana T.P. –
Le parole che l’apostolo Paolo rivolge al carceriere sono destinate a ciascuno di noi quando qualcosa come un <terremoto> (At 16, 26) si abbatte sulla nostra vita fino a rendere immediato un grande e, talora, terribile cambiamento: <Non farti del male, siamo tutti qui> (16, 28). La parola di Paolo rassicura il carceriere e trasforma il carcere in un luogo di grande libertà. L’immagine dei ceppi che apre il testo si chiude con un’immagine totalmente diversa: <poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per aver creduto in Dio> (16, 34). Nel testo degli Atti ci viene presentato simbolicamente, il cammino cui è chiamato ogni credente e ogni uomo: si tratta di una versa ascensione dalla paura e dal sospetto reciproco, che ci rende gli uni carcerieri degli altri, ad un senso di condivisione che rende reciprocamente ospiti amati e amabili.
Parlando ai suoi nell’intimità del Cenacolo, il Signore Gesù conduce per mano i suoi discepoli di stanza in stanza, di piano in piano per condurli a potersi sedere a mensa nell’intimità del Padre suo fino a rendere possibile di attraversare lo scandalo della croce. Essa, nonostante tutte le comprensibili paure e le inevitabili incomprensioni, diventa una soglia che apre ad uno spazio più ampio e più adeguato al mistero della vita: <Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi> (16, 7). La <tristezza> (16, 6) che riempie il cuore dei discepoli e che, spesso, attanaglia il nostro cuore è legata alla paura di perdere qualcosa, di perdere qualcuno. Invece, il Signore ci porta sempre aldilà della paura di perdere trasformando ogni esperienza di perdita in primo passo per imparare e vivere qualcosa di nuovo e qualcosa di più.
In questo modo il Signore Gesù mette il dito sulla e, persino, nella piaga del nostro cuore che è la paura di perdere e ci guarisce dilatando la speranza e insegnandoci che nella perdita qualcosa viene promesso e, se accolto e seriamente attraversato, si realizza. La promessa dello Spirito è la possibilità di vedere ogni cosa in modo più chiaro a partire dallo sguardo interiore che proprio il Paraclito acutizza tanto che tutto diventa talmente più chiaro da essere assolutamente più vivibile. Lo Spirito si incarica come “avvocato” di farsi carico di mettere ordine nel modo di recepire la realtà e di rivelare così la verità. Lo spiega un teologo contemporaneo quando dice che: <Mostrerà che Gesù non ha peccato, ma che piuttosto è il mondo ad avere peccato non credendo in Lui. Lo Spirito è la giustizia, come dimostra il fatto che Gesù non giace nella tomba, ma vive presso il Padre. Il giudizio che ha condannato Gesù a morte non l’ha vinto, ma, ironicamente, ha vinto il suo grande avversario, il principe di questo mondo>1. A noi riviene il compito di salire dalle carceri della nostra vita per sederci alla tavola di una libertà ritrovata attraverso tutto ciò che fa luce alla nostra vita, rivelandone certo le ombre, ma manifestandone pure tutte le promesse ed esaltandone i gusti.
1. R. E. BROWN, Lire les evangiles de Pâque à la Pentecote, Cerf 2009, p. 85.





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