Santa Pasqua

“Il rapporto di Gesù con noi rimane ad assicurarci che il nostro tradimento non è l’evento definitivo del mondo … La verità incarnata, ‘resuscitata da morte’, stabilisce la sua fedeltà quale fondamento nel mondo di una speranza inesauribile, persino in mezzo ai nostri autoinganni.”

 (Rowan Williams, Resurrezione)

                                   Pasqua 2026

Auguri  di  una  

Santa  Pasqua

di Speranza!

I Fratelli

dell’Abbazia dei SS. Pietro e Andrea

Il tuo nome è Intuizione, alleluia!

DOMENICA di PASQUA 

Non sosteremo mai abbastanza sulla nota caratteristica del quarto vangelo per indicare gli indizi del grande evento della risurrezione: <e il sudario. che era stato sul suo capo, non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte> (Gv 20, 7). Su questo particolare i santi Padri come i moderni teologi hanno molto riflettuto dando diverse interpretazioni e, come nel caso di Agostino, arrivando persino a rinunciare a spiegare troppo il mistero di questo <sudario… piegato> in modo diverso da tutto il resto. Dopo Maria di Magdala, con Simon Pietro e il discepolo amato anche noi arrivando questa mattina al sepolcro ove dovrebbe giacere il corpo inerme del Signore Gesù, non possiamo che scandagliare tutti i minimi particolari. Sial il nostro modo per cercare di comprendere per intuire che cosa sia avvenuto e che cosa stia avvenendo attorno a noi e dentro di noi. Giovanni Crisostomo dice che se qualcuno avesse voluto trafugare il corpo del Signore – come sosterrà Maria parlando con il giardiniere – non avrebbe sprecato tempo nel ripiegare ordinatamente il sudario. Ma un altro Padre – Cirillo di Gerusalemme – è ancora più raffinato nel cogliere che questo sudario è <piegato> come se non avesse avuto nessun contatto con la morte poiché il corpo del Signore è <carne senza carne> anzi è <carne santa>. Potremmo dire che proprio nel momento della morte e della sepoltura il <Verbo si fece carne> (Gv 1, 14) e si fece <carne santa> per dare alla nostra carne e alla nostra umanità tutta la speranza della sua divinità. Così il sepolcro assume tutta la sua valenza di “monumentum/séma” in cui – sia in greco che in latino – troviamo la compresenza del legame alla morte che si fa testimonianza di qualcosa che la morte non può vincere e su cui non ha presa. Per questo la nostra non può che essere l’invocazione dei discepoli viandanti in cammino verso Emmaus: <Resta con noi, perché si fa sera>. 

Ton nom est intuition, alléluia !

DIMANCHE des PAQUES 

Dimanche de Pâques -Nous n’insisterons jamais assez sur l’annotation caractéristique du quatrième évangile qui désigne les indices du grand événement de la résurrection : «  et le suaire qui  recouvrait sa tête n’était pas avec les bandelettes, mais roulé dans un endroit à part » (Jn 20,7). Sur cette particularité, les saints Pères, tout comme les théologiens modernes ont beaucoup réfléchi donnant diverses interprétations, et, comme dans le cas d’Augustin, arrivant même à renoncer à trop expliquer le mystère de ce « suaire… plié » de façon différente à tout le reste. Après Marie de Magdala, avec Simon Pierre et le disciple bien-aimé, nous aussi, en arrivant ce matin au tombeau où devait être enseveli le corps inanimé du Seigneur Jésus, nous ne pouvons que scruter toutes les petites particularités. C’est notre façon de chercher à comprendre pour pressentir ce qui est arrivé et ce qui arrive autour de nous et en nous. Jean Chrysostome dit que si quelqu’un avait voulu dérober le corps du Seigneur- comme le soutiendra Marie en parlant avec le jardinier- il n’aurait pas perdu de temps à replier soigneusement le suaire. Mais, un autre Père – Cyrille de Jérusalem – est encore plus pointilleux dans sa façon de préciser que ce suaire est « plié » comme s’il n’avait eu aucun contact avec la mort, car le corps du Seigneur est « chair sans chair » donc « chair sainte ». Nous pourrions dire que précisément au moment de la mort et de l’ensevelissement, le «  Verbe s’est fait chair » (Jn 1, 14) et se fit «  chair sainte » pour donner à notre chair et à notre humanité toute l’espérance de sa divinité. Ainsi le tombeau assume toute sa signification de « monumentum/séma » où – que ce soit en grec ou en latin -nous trouvons la coprésence du lien à la mort qui devient témoignage de quelque chose que la mort ne peut vaincre et sur quoi elle n’a pas de prise. Pour cela, notre invocation ne peut être que celle des disciples, pèlerins en chemin vers Emmaüs : « Reste avec nous, car le soir tombe ».

Convertire… la maschilità

Settimana Santa

Giuseppe d’Arimatea ci aiuta a coltivare lo spirito del Sabato Santo.

Uomo di azione, uomo di decisione, uomo di responsabilità, uomo che non perde tempo, uomo senza parole e interamente intessuto di gesti che rendono possibile altri gesti e custodiscono i fremiti più puri della nostra umanità come evidenze e senza fare caso a se stessi… almeno non troppo. Giuseppe della fine, così simile al Giuseppe degli inizi, intento a prendersi cura del <corpo di Gesù> (Gv 19, 38), come il padre si era preso a cuore il <bambino> (Mt 2, 14). C’è un tempo per ogni cosa e <tutto ha il suo momento (Qo 3. 1) un tempo per vivere le passioni più vere che danno senso alla vita <di nascosto> (Gv 19, 38) e un tempo per venire allo scoperto e gridare la propria indignata rivolta senza nulla dire, ma facendo tutto ciò che è giusto: non solo necessario, ma amorevolmente eccedente, esagerato, ribelle, senza mai smettere il proprio riserbo e l’invulnerabile dignità. Giuseppe di nome, Giuseppe di fatto: “Dio aggiunga” e, quando tutto sembra finito, porta a compimento in un’eccedenza d’amore che mette a disposizione la propria eternità, cedendo il proprio sepolcro nuovo.

Il luogo della tua nascita ti ha forgiato fin dalle fasce per questo momento: Arimatea significa rimettere in equilibrio la vita e la morte, prendendosi cura, fino ad oltre la fine, senza troppo ragionare, ma assumendosi la responsabilità di compiere gli ultimi gesti apparentemente inutili, ma così necessari a porre il <sigillo> (Ct 8,) dell’amore su questa terribile morte. Dicono che hai tentato in tutti i modi di farti salvatore del Salvatore. Dicono che i tuoi colleghi non te l’abbiano perdonato e ti abbiano rinchiuso nella tua casa trasformandola in un sepolcro. Dicono che lì ti abbia raggiunto il Maestro, nel segreto, rendendoti partecipe della sua resurrezione, tu che avevi onorato col massimo amore e con la più squisita pietà la sua sepoltura. Dicono che partisti lontano, verso il nord custodendo sul cuore il santo Graal. Dicono che arrivato in Britannia piantasti il tuo bastone su quella terra di amorose magie e ne nacque miracolosamente un ramo di Biancospino.

Ne dicono di cose su di te… forse perché come te si vorrebbe tutti essere e diventare: uomini veri, persone giuste, umanità tormentata da dubbi e mai risparmiata da inquietudini, eppure decisi a fare tutto ciò che è bello per chi non può più fare nulla per se stesso. Hai visto morire l’amore e lo hai aiutato quando non poteva più aiutare se stesso dopo aver soccorso tanti con la sua compassione. Il santo Graal, da tutti cercato, è questo <corpo> di Gesù che si invera in ogni corpo bisognoso di tutto ed è dentro di noi e significato da ogni cosa bella attorno a noi.

Convertire… in uomo

Settimana Santa

Gesù Cristo, re ferito

Dio incoronato dalle nostre spine,

o Signore, abbi pietà,

che il tuo perdono ci illumini!

L’uomo, ecco l’uomo!

Mai un uomo ha parlato come quest’uomo.

Re del silenzio,

Re che tace dinanzi all’offesa,

Re di pazienza e di bontà.

L’uomo, ecco l’uomo!

Mai un uomo ha parlato come quest’uomo.

Re di luce,

Re umiliato nella polvere,

Re di preghiera e di chiarezza.

L’uomo, ecco l’uomo!

Mai un uomo ha parlato come quest’uomo.

Re di larghezza,

Re che consola le nostre pene,

Re di tenerezza nelle nostre durezze.

Gesù Cristo, re ferito

Dio incoronato dalle nostre spine,

o Signore, abbi pietà,che il tuo perdono ci illumini!1


1. Testo di Raoul Mutin

Convertire… in acqua

Settimana Santa

Lasciamoci lavare dalle mani di Cristo Signore e lasciamo che i nostri cuori siano purificati dal suo indicibile amore. Come ricorda Origene:<Neanche Giuseppe ha portato dell’acqua per lavare i piedi dei suoi undici fratelli; ma è stato il maggiordomo a dare “loro acqua perché si lavassero i piedi” (Gen 43, 24)>1. Invece per noi è lo stesso Signore e Maestro che <versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto> (Gv 13, 5). Lasciamoci vincere da questo gesto, lasciamoci trasformare da questo gesto, lasciamoci cullare da questo gesto, lasciamoci contagiare contemplando più che pensando: 

Ultima sera di un amore già dato,

per dire infine la Parola 

che squarcia il linguaggio

e al terreno mostrare 

l’amore che radica altrove.

Spoglio di tutti, nell’umana natura,

Gesù si riveste, come un servo,

di un panno mortale

e la vita si cinge

per compiere il segno estremo.

Quella sua mano che ogni cosa possiede,

gelosa non stringe il suo tesoro,

ma umile s’apre

e lavando si svuota

per tutto mondare nel dono.

Acqua versata fino all’ultima stilla, 

torrente di grazia veemente

che sgorga dal cuore

da un costato trafitto

che prossima morte già intona.

Tutto è compiuto fin da questo momento:

Gesù è il Signore che proclamano 

tutte le genti

e la gloria del Padre

svelata nei secoli eterni.

Amen!


1. ORIGENE, Commento a Giovanni, 32, 4.

Convertire… in lucidità

Settimana Santa

Ciascuno dei discepoli si sente personalmente interpellato dalla parola del Maestro: <In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà> (Mt 26, 21). È ben vero che alla fine si parla di Giuda, il quale ormai è tutto preso dal cercare <l’occasione propizia per consegnare Gesù> (26, 16), ma rimane sempre vero che la reazione degli altri discepoli, <profondamente rattristati> (26, 22), rimanda a tutte quelle zone d’ombra che permangono, talora ben nascoste, ma non meno presenti, pur nelle intenzioni più sante e più amabili. Nel nostro cuore rimane sempre qualche traccia di tenace egoismo, di rifiuto ad aprirsi fino a consegnarsi alla logica del perdono; una sottile rivolta continua ad abitarci dinanzi alle esigenze del Vangelo. Per un attimo vediamo i discepoli in una luce assai sincera: sanno riconoscere con lucidità che nessuno di loro è, in realtà, esente dal pericolo di tradire e questo perché, nel lungo cammino percorso con Gesù, hanno imparato ad avere fiducia in se stessi senza smettere di diffidare di se stessi. In un testo poetico, l’autore fa dire a Giuda: <Gesù mi amava. Egli ci amava tutti. Chi può sostenere il peso di questo amore? Non è un sentimento, sarebbe troppo poco! Non è una pulsione, sarebbe ridicolo! Un desiderio, forse… eppure non basta! L’amore è qualcosa che non passa, che non si esaurisce, che non si rompe… non muore mai>1.

La domanda si pone per ciascuno di noi: come riuscire a rimanere discepoli in ogni momento e fino in fondo. Il profeta Isaia parlandoci del servo del Signore, profetizza la figura del Messia sofferente che è Gesù, ma preconizza pure quelle che sono le caratteristiche del discepolo fedele: <Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli> e aggiunge <Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli> (Is 50, 4-5). Nella traduzione greca di Isaia, il termine <servo> talora è tradotto con <figlio>. Questo naturalmente si addice in modo unico e irripetibile alla figura del Signore Gesù che è il Figlio unigenito del Padre, capace di assumere la condizione di <servo> per portare a compimento il disegno d’amore. Ma ciascuno di noi, in quanto discepolo di Cristo, è chiamato ad entrare in questi processi di interiore trasfigurazione che ci rende servi non servili, ma filiali… profondamente amicali. 

Il segno che questa trasformazione tocca veramente – anche se mai completamente – il nostro vissuto, è di essere capaci di <indirizzare una parola allo sfiduciato> (50, 4), non solo verbalmente, ma con una crescente capacità di condivisione e di compassione. Forse è proprio questo che mancava a Giuda: sentirsi veramente figlio e fratello, tanto da non poter nemmeno sopportare l’idea di tradire la fiducia e l’amore. E invece si lascia conquistare dalla logica del mercato, nel disperato intento di non perderci, ma di guadagnarci: <Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?> (Mt 26, 15). Il giusto viene venduto, ma la cosa più terribile, la più tenebrosa è che qualcuno pensa di poterlo vendere e nessuno di noi è esente da questo pericolo. La Liturgia ci chiede di entrare ancora una volta nel mistero pasquale, non solo celebrato, ma pure vissuto, con una lucidità che ci renda capaci di guardare in verità a noi stessi per aprirci, più profondamente, alla verità di Cristo Signore che si mette nelle nostre mani per darci la possibilità di rivelare, fino in fondo, la verità del nostro cuore. Possiamo porre anche noi la domanda: <Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?> (Mt 26, 17). Forse sarebbe meglio chiedere: <Come vuoi che ci prepariamo alla Pasqua?>. 


1. J.-F. BOUTHIORS, La Nuit de Judas, L’Atelier, Paris 2008, p. 14.

Convertire… la notte

Settimana Santa

Ci sono dei giorni, dei momenti, degli attimi della vita che sembrano sprofondare in una <notte> (Gv 13, 30) che pare infinita e persino capace di inghiottire ogni speranza, di spegnere ogni luce e di affievolire ogni amore. Sembra che nel Cenacolo avvenga qualcosa di ancora peggiore quando il Signore Gesù annuncia il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Simon Pietro. Nello spazio di pochi versetti assistiamo ad una sorta di intristimento delle relazioni dopo un lungo cammino vissuto insieme, dopo tante speranze e gioie condivise, dopo aver vissuto qualcosa di indimenticabile… eppure non basta! La notte dell’inconsapevolezza è sempre in agguato come un mostro le cui fauci perennemente spalancate potrebbero inghiottire tutto, se solo si lasciasse cadere l’attenzione, che è il primo grado dell’amore. Mentre la notte stranamente avanza all’inizio della primavera e durante il plenilunio pasquale, tanto da permettere di muoversi, persino di notte, senza nessun problema, rimangono accese due lampade. La prima è quella del discepolo che <Gesù amava> e che si trova al suo <fianco> (13, 23). La seconda, la più importante, è la presenza discreta, eppure così percepibile, del Padre a cui il Signore non smette di rivolgersi con una fiducia invincibile: <Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato da parte sua e lo glorificherà subito> (13, 31-32).

Possiamo ben immaginare la confusione, nel cuore dei discepoli, davanti a questo continuo alternarsi di annuncio di umiliazione, inalterabilmente congiunto alla coscienza di un’imminente glorificazione. La meditazione dei carmi del Servo del Signore che ci accompagna in questi giorni della Settimana Santa, ci aiuta ad entrare nello sguardo che Gesù ha di ciò che gli sta succedendo: <poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza> (Is 49, 5). Laddove noi rischiamo di pensare all’onore che Dio ci fa di essere suoi servi, come ad un’immunizzazione dalla sofferenza più graffiante che è l’esperienza del fallimento, la Parola, che illumina il mistero pasquale, ci ricorda che l’onore più grande è quello di partecipare dello stesso dinamismo di “dono inerme” che è proprio del cuore di Dio. Ciascuno di noi è stato <plasmato suo servo dal seno materno> (49, 5) ed è stato chiamato <fino dal grembo> di nostra madre per rinascere, secondo la parola rivolta, in un’altra <notte> (Gv 3, 1), a Nicodemo attraverso le acque matrici di una relazione con Dio. Essa rifonda il nostro stesso modo di sentire la vita fino ad accettare di donarla.

Al cuore dell’annuncio di due tradimenti, risuona il modo più dolce e materno con cui il Maestro si rivolge ai suoi discepoli chiamandoli <Figlioli…> (Gv 13, 33). Questo modo di chiamare i discepoli lo ritroveremo al mattino presto sul lago di Tiberiade nella terza manifestazione del Risorto, quando il Signore porrà una domanda di rara tenerezza capace di ristabilire, fino a redimere radicalmente, tutti tradimenti e i rinnegamenti: <Figlioli, non avete nulla da mangiare?> (21, 5). In questo modo il Signore, dopo avere attraversato – giustamente da solo – gli abissi dell’umiliazione e della morte, è come se dicesse: <Non temete, vi voglio ancora bene… vi voglio ancora più bene!>. Peccato che l’apostolo Giuda non potrà lasciarsi interrogare da questa rinnovata offerta d’amore che, invece, sarà la grande occasione di salvezza per Simon Pietro. Se possiamo disperare di noi stessi, mai dobbiamo disperare dell’amore e della misericordia. Proprio di questo e in tutti i modi, <Satana> (13, 27) cerca di convincerci tanto da non farci capire il senso di quel <boccone> con cui il Maestro offriva, fino all’ultimo, una briciola del suo amore che, come una <freccia appuntita> (Is 49, 2), sarebbe stata capace di ferire e vincere qualunque <notte> (13, 30).

Convertire… in cena

Settimana Santa

Un testo di Gregorio Magno ci può aiutare ad intuire il senso profondo di ciò che avviene a Betania <dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali> (Gv 12, 1-2). Il papa spiega così la differenza tra il pranzo e la cena: <Questo convito di Dio non è chiamato pranzo ma cena, perché si sa che questa viene dopo il pranzo e che dopo di essa non c’è più alcun convito>[1]. A Betania il Signore Gesù vive, <Sei giorni prima della Pasqua> (Gv 12, 1), la vigilia della sua passione con una lucidità che ci tocca profondamente e che viene intuita e condivisa in modo personale e diverso da ciascuno dei suoi amici tanto che <Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo> (Gv 12, 3). Ogni anno questo gesto di Maria apre il cammino degli ultimi giorni della Quaresima così, come il Triduo pasquale, si apre sempre con il tenerissimo gesto, da parte di Gesù, della lavanda dei piedi durante la cena pasquale.

Si tratta sempre di due cene; eppure, c’è qualcosa di diverso tra la cena di Betania e quella vissuta nel Cenacolo. Nella prima, il Signore Gesù è l’amato ospite che accetta il servizio di un’amicizia capace di fare da contrappeso alle nuvole di tradimento e di rifiuto che già si addensano all’orizzonte. Nel Cenacolo, invece, dove ancora una volta Giuda Iscariota avrà un ruolo particolare, è il Signore Gesù che serve, che si dona, che consola, che prepara senza smettere di chiarire e di illuminare con la sua parola. La reazione di Giuda, apparentemente così devota, in realtà rivela il cancro che sta divorando il suo cuore e la sua anima. Il suo riferimento ai <poveri>(12, 5) non fa che rivelare il suo profondo disagio per essere diventato discepolo di un Messia povero ed umile, nella quale si realizza la profezia di Isaia: <Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta> (Is 42, 2-3). 

Il vaso di nardo effuso da Maria ha mille nomi ed è capace di vincere l’odore della morte che è il nostro egoismo, il quale ci spinge persino ad usare gli altri per raggiungere i nostri obbiettivi piuttosto che, per lasciarci guidare ed aiutare a divenire sempre più capaci di attenzione e di tenerezza. Possono essere queste le due virtù, i due atteggiamenti con cui vivere il cammino di questi giorni: attenzione e tenerezza. L’attenzione soprattutto nei confronti delle parole e dei gesti del Signore Gesù che ritroveremo nell’ascolto della Parola e nei gesti sacramentali che ritroveremo nelle liturgie della Settimana Santa. La tenerezza è l’atteggiamento che possiamo coltivare nei confronti di noi stessi e dei nostri fratelli, soprattutto nei confronti di quanti, come noi e con noi, celebrano, in questi giorni, la Pasqua di Cristo che è sempre l’occasione per celebrare le pasque delle nostre vite. Accanto all’attenzione e alla tenerezza potremmo anche coltivare, lasciandoci ispirare dal gesto di Maria di Betania, un’apertura ancora più grande: quella della generosità che esige sempre una dose di eccedenza e persino di eccesso, proprio come si fa quando si invita qualcuno a cena… si ha davanti a sé tutta la notte per gioire della reciproca presenza.


1. GREGORIO MAGNO, Omelie sui Vangeli, II, XXXVI, 2.

Convertire… in modello

Domenica delle Palme 

Al cuore del vangelo secondo Matteo è racchiuso, come una perla incastonata nel cuore del suo messaggio, un insegnamento che si fa invito: <Imparate da me che sono mite e umile di cuore> (Mt 11, 29). Questa parola di esortazione che cogliamo sulle labbra del Signore Gesù, quasi come sgorgasse direttamente dal suo cuore, si offre a noi – nella liturgia odierna – nel massimo della sua incarnazione e del suo inveramento, tanto da diventare per noi un gesto da contemplare e un esempio da seguire. La Chiesa stessa pregando, è consapevole di doversi mettere alla scuola di Cristo Signore non solo sedendo con le <folle> (Mt 5, 1) sul monte delle beatitudini, ma soffrendo pure con il suo Sposo sul monte ove l’amore si offre fino allo stremo e allo spreco più assoluto. Per questo siamo invitati a pregare con queste parole: <Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa’ che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione> (Colletta). Il discorso della montagna, come vangelo delle beatitudini, rivela – nella passione del Signore – uno stile preciso sul cui modello siamo chiamati a conformare il nostro modo di imparare e di patire nella nostra vita.

Nel vangelo della Passione che ascoltiamo durante la liturgia di ingresso nella Settimana Santa, l’evangelista Matteo attira tutta la nostra attenzione su un particolare: <Ma Gesù taceva> (Mt 26, 63). Al cuore della sua offerta pasquale ritroviamo in Gesù, che, come uomo, si trova nel pieno della sua vita e della sua consapevolezza, la stessa nota che ha segnato e significato la sua incarnazione e la sua accoglienza da parte di Giuseppe nella casa <di Davide> (Mt 1, 20) … nella casa della nostra umanità. Alla fine, come all’inizio, all’inizio come alla fine, troviamo il silenzio proprio dell’amore! La carne del Verbo e il tratto inconfondibile della sua umanazione risplendono oggi in tutto il loro fulgore rivelandosi come la vera e univa gloria di <Gerusalemme> (21, 1) che l’accoglie festante e interrogativa: <Chi è costui?> (21, 10). Questa domanda risuona nel nostro cuore, mentre ascoltiamo – ancora una volta – la storia degli <insulti> e degli <sputi> (Is 50, 6). Il profeta sembra rispondere alle nostre attonite domande e ci invita ad imitare il nostro Modello Unico come amava ripetere Charles de Foucauld: <Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma> (Mt 21, 5). Il corteo regale che accoglie Cristo a Gerusalemme è solo un pallido riflesso e una balbettante profezia del corteo nuziale che accompagna il Signore Gesù verso la croce.

Ciò che il Verbo, azzittito per amore, riesce a dire gridando < a gran voce> (27, 50) avvolge e travolge l’intero cosmo e stravolge la storia dell’umanità: <Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono> (27, 51-52). Con queste immagini, Matteo ci vuole mettere in condizione di comprendere che nulla può rimanere come prima davanti alla rivelazione di un amore di una passione di Dio per noi che arriva a così tanto! Ora tocca a noi, a ciascuno di noi, di trovare il nostro posto nel corteo nuziale di Cristo mite e umile di cuore.