Accogliere… seguire
Settimana del Tempo di Natale –
Le parole dell’apostolo, nella prima lettura, ci introducono magnificamente nella comprensione del Vangelo che ci prepara immediatamente alla celebrazione della solennità dell’Epifania: <Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?> (1Gv 3, 17). Una domanda esigente che, per molti aspetti, riguarda proprio il mistero dell’incarnazione che, in questi giorni, andiamo meditando e contemplando. L’incarnazione del Verbo di Dio è la grande occasione per ritrovare la nostra umanità non come una ricchezza da amministrare in proprio e per il proprio interesse, ma come una possibilità di condividere e di crescere insieme. Il principio discriminatorio risulta chiaro: <Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte> (3, 14).
Attorno al Signore Gesù sembrano ricrearsi le possibilità smarrite di una fraternità ritrovata e rinvigorita… quasi contagiosa in cui, finalmente, è possibile ritrovarsi in modo non solo nuovo, ma promettente. Il Signore Gesù passa. Il Maestro non è un uomo stanziale, gli piace camminare, sa di essere movimento, sa che deve essere come l’acqua sorgiva, zampillante e rigenerante. La sua storia di uomo, Figlio dell’Altissimo nasce proprio in quel primo viaggio nel ventre della madre da Nazareth arrampicandosi su per la montagna per poter abbracciare Elisabetta, poi da Nazareth a Betlemme per il censimento e da lì in Egitto per fuggire una morte sicura, poi di nuovo da Betlemme a Gerusalemme per il rito di purificazione di Maria… e ancora: <volle partire per la Galilea; trovò, Filippo e gli disse: “Seguimi”> (Gv 1, 43). Il Signore Gesù non fa il prezioso, ma condivide la ricchezza della sua vita e della sua relazione col Padre creando attorno a sé un vortice di fraternità attraverso la discepolanza.
Sembra che il fine di Gesù non sia avere dei discepoli, ma permettere, attraverso il discepolato, di ritrovarsi e riconoscersi fratelli. Subito Filippo comunica la sua scoperta a Natanaele, come Andrea aveva fatto con suo fratello Simone e lo fa non spiegando – ciò che tra l’altro non si può spiegare – ma condividendo come si fa con il pane, con la strada, con l’amore: <Vieni e vedi> (1, 46). Il Signore Gesù non si spaventa, né tantomeno si mostra ferito dallo scetticismo di Natanaele, ma gli comunica una fraternità e un’amicizia ancora più remote della conoscenza e della comunanza di vita: <Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi> (1, 48). Invece di disprezzare e di imporsi, il Signore Gesù riconosce a Natanaele che il suo impegno di ascolto appassionato e costante delle Scritture lo porta – giustamente – alla conclusione che da Nazaret non può <venire qualcosa di buono> (1, 46). Eppure, sono proprio questo riconoscimento e questo rispetto della posizione dell’altro a far intuire a Natanaele che c’è qualcosa di nuovo in Gesù da cui vale la pena lasciarsi interpellare e cambiare. Come i magi partiti da lontano sulle tracce di una stella che si fermerà su una semplice capanna ai margini di Betlemme e ben lontana da Gerusalemme; come i primi discepoli chiamati a seguire un rabbi non omologato né omologabile; anche noi siamo invitati a metterci in cammino per farci trovare dalla vita e ritrovare così dei cammini di vita sempre più condivisi e fraterni. Per l’apostolo non ci sono dubbi: <In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri> (1Gv 3, 19-20).




