Accedere

Cuore di Gesù

Dopo aver contemplato il mistero dell’Amore, nella meditazione della Trinità e dell’Eucaristia, ecco che ci avviciniamo al simbolo umano per eccellenza dell’amore: il cuore. La solennità del Cuore di Gesù aiuta i credenti a ripetere spiritualmente il gesto del discepolo amato che, reclinatosi sul petto di Gesù, avverte l’indicibile profondità e commozione davanti all’imminenza della sua Pasqua (Gv 13, 21-25). Questa parte del corpo di Gesù si trova ad essere evidenziata dall’evangelista Giovanni all’inizio del racconto della Passione (Gv 13, 25) e nel suo punto culminante in cui viene squarciato da una lancia (Gv 13, 31-34). Ma questo punto preciso del corpo del Signore ricompare nei racconti della Risurrezione, quando l’incredulità di Tommaso viene vinta dall’invito di Gesù risorto: <tendi la tua mano e mettila nel mio fianco> (Gv 20, 27). Con questa festa, la Chiesa vuole che entriamo più profondamente nel mistero dell’amore di Dio che si è manifestato nella sua incarnazione nel cuore di Gesù Cristo. Le parole che Gesù rivolge a Santa Margherita Maria Alacoque sono fatte, in questa festa, ridondare in tutta la Chiesa: <Ecco questo cuore che ha tanto amato gli uomini>. Potremmo commentare tutto ciò con le parole di Paolo in cui si manifesta il nocciolo incandescente del <mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell’universo, affinché, per mezzo della Chiesa, sia ora manifestata ai Principati e alle Potenze dei cieli la multiforme sapienza di Dio, secondo il progetto eterno che egli ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore> e continua <nel quale abbiamo la libertà di accedere a Dio in piena fiducia mediante la fede in lui> (Ef 3, 9-12).

Veramente il cuore di Cristo è un canale e d è quella <porta> attraverso cui ciascuno di noi <entrerà e uscirà e troverà pascolo> (Gv 10, 9). Davanti a una simile proclamazione ciascun credente è invitato ad inabissarsi in questo mistero di amore e a chiedersi come sant’Ignazio davanti al crocifisso: <Tu hai fatto così tanto per me e io cosa farò per te?>. Il dialogo d’amore è già avviato certo nella sua semplicità, ma pure nella sua grande forza ed esige una crescente capacità di saperne stimare – come si fa con una perla – <l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità> al fine di <conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio> (Ef 3, 19). Accedere al cuore del Signore Gesù significa tornare al proprio cuore e dirigere i propri passi verso il cuore della propria vita e della propria fede <che supera ogni conoscenza> e ci fa <camminare tenendolo per mano> (Os 11, 3). Mentre celebriamo questa solennità non possiamo di certo dimenticare tutti i nostri tradimenti nei confronti di ciò che il nostro cuore ci sussurra dentro e non possiamo che rinnovare il nostro impegno a tornare al cuore per accedere al mistero del cuore di Cristo. Come il discepolo amato potremo trovare là il nostro riposo e, soprattutto, la chiave per vivere e morire in un amore appassionato e ardente.

Catene

IX settimana T.O.

L’inizio della prima lettura di quest’oggi crea nella nostra mente un’immagine assai forte della situazione dell’apostolo Paolo a partire proprio dalle sue stesse parole: <soffro fino a portare le catene come un malfattore> (2Tm 2, 9). Non è difficile immaginare il combattimento interiore di un devoto fariseo che al contempo si sente fieramente cittadino romano e che si trova – a motivo del <Vangelo> (2, 8) – doppiamente incatenato. Le catene di Paolo sono infatti la conseguenza di una scelta assai coraggiosa e, di certo non facile, che mette in crisi le coordinate fondamentali della sua vita: l’appartenenza al popolo eletto e l’appartenenza alla struttura di potere vincente! Per la sua adesione al Vangelo queste due realtà così fondamentali per Saulo di Tarso entrano non solo in crisi all’interno della sua coscienza, ma sembrano rivoltarsi contro di lui dovendo così portare le catene che sono il segno esteriore di un grande conflitto interiore che lo contrappone alle strutture che per una vita intera lo avevano sostenuto.

Ciò che l’apostolo chiede a Timoteo con calde parole di esortazione è, di certo, ciò che per prima ha richiesto a se stesso e che ora viene richiesto a ciascuno di noi se vogliamo realmente camminare come discepoli: <Sforzati di presentarti a Dio come una persona degna, un lavoratore che non deve vergognarsi e che dispensa rettamente la parola della verità> (2, 15). Il Vangelo ci offre un esempio particolarmente fulgido di cosa possa significare dispensare la verità. Il modo con cui il Signore reagisce alla domanda di <uno degli scribi> (Mc 12, 28), in realtà, non ha nulla di speciale accontentandosi di riprendere quella che era la catechesi ordinaria della sinagoga e delle scuole rabbiniche. Eppure il modo con cui il Signore Gesù risponde a questo scribi evidenzia non tanto la particolarità delle parole che passano tra i due interlocutori, ma piuttosto lo stile. Si tratta di uno stile sincero di incontro e non di provocazione, di autentico desiderio di confronto che non ha niente a che vedere con le <vane discussioni> (2Tm 2, 14) stigmatizzate da Paolo e spesso sopportate dal Signore Gesù. 

L’evocazione dei comandamenti che, spesso, è stato motivo di amarezza tra Gesù e gli scrivi diventa in questo caso motivo di reciproca ammirazione: <Hai detto bene, Maestro…> (Mc 12, 32) cui segue una delle parole più belle di tutte le Scritture: <Non sei lontano dal regno di Dio> (12, 34). La ripresa dei comandamenti e delle consuetudini che spesso erano motivo di attrito tra Gesù e gli scrivi proprio a motivo di un’interpretazione che potremmo definire incatenante, diventa in questo caso assolutamente e magnificamente liberante. La <catene> portate da Paolo, in realtà sono il prezzo della libertà che non è più un bene riservato a pochi eletti sia a livello religioso che politico, ma è un dono che è per tutti nella misura in cui ciascuno accetta di entrare in un processo di liberazione dall’egoismo per aprirsi a un cammino che ha come spinta una sola parola: <Amerai…> e ancora <amerai> (12, 30-31). 

Aspettare

IX settimana T.O.

L’apostolo Pietro sembra essere radicalmente fiducioso: <Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia> (2Pt 3, 13). Il breve racconto che viene oggi evocato dal Vangelo ci mette di fronte ad un Gesù in cui abita un senso di <giustizia> che non sfugge nemmeno ai suoi nemici i quali <rimasero ammirati di lui> (Mc 12, 17). Eppure, sembra che non basi l’ammirazione a colmare quel fossato che si è creato nel cuore di quanti ormai sembrano aver smarrito quell’immagine di Dio che pure è impressa – per il dono della grazia attraverso i doni della natura – nel cuore di tutti. Potremmo intendere la risposta del Signore rivolta a ciascuno di noi e riguardante la nostra stessa vita: <Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo> (12, 15). Siamo richiamati a guardare noi stessi come fossimo una moneta per cercare di capire che cosa riusciamo a dire di noi stessi e, soprattutto, in relazione a chi progettiamo e spendiamo la nostra vita.

Un testo di un monaco medievale può aiutarci a ripensare la nostra realtà di creature chiamata a non perdere la memoria di se stesse: <Ecco che il vaso di porcellana sfugge dalla mano di colui che l’ha impastato; sfugge dalla mano che lo tiene e lo porta. Se gli succedesse di cadere dalla tua mano, sarebbe un disastro, perché si romperebbe in mille pezzi, si ridurrebbe a nulla. Egli lo sa, e per tua grazia non cade. Abbi pietà, Signore, abbi pietà: tu ci hai modellati, e noi siamo argilla (Ger 18,6; Gen 2,7). Fin qui restiamo fermi, fin qui la mano della tua forza ci porta; siamo sospesi alle tue tre dita, la fede, la speranza e la carità, con le quali sostieni la massa della terra, la solidità della tua santa Chiesa. Abbi compassione, sostienici; la tua mano non ci lasci cadere. Raffinaci al fuoco dello Spirito Santo il cuore e la mente (Sal 26,2); consolida ciò che in noi hai modellato, affinché non ci disgreghiamo e non ci riduciamo all’argilla che eravamo o al nulla>1.

La preghiera è forse la scuola in cui siamo chiamati ogni giorno a ripulire la moneta della nostra vita perché sia veramente capace di favorire lo scambio e l’incontro piuttosto che essere motivo di opposizione e di oppressione. Se sapremo sempre meglio <di chi> (Mc 12, 16) siamo e a chi vogliamo realmente assomigliare, allora la nostra vita potrà conoscere uno splendore inimmaginato eppure assolutamente riconoscibile. Il primo passo che ci viene richiesto è quello di fare verità: in realtà il solo fatto che i notabili abbiano una moneta romana dice chiaramente che si servono della moneta della nazione occupante e così ne accettano, in realtà, l’amministrazione e il dominio con tutte le angherie che ciò comporta soprattutto per i più poveri. Allora risuona ancora più forte l’esortazione dell’apostolo: <Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia> (2Pt 3, 14)!


1. GUGLIELMO DI ST. THIERRY, Orazioni meditative, 1, 1.


Santamente

IX settimana T.O.

Sembra ci siano due modi ben diversi di vivere e di relazionarsi. Il primo è quello di cui ci parla l’apostolo Pietro e che può diventare il programma di tutta una vita: <Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità> (2Pt 1, 5-7). Il secondo è quello, ben diverso, con cui i notabili del popolo si relazionano – sarebbe meglio dire che non si relazionano – al Signore Gesù e dapprima <cercavano di catturarlo> e poi, vinti dalla <paura della folla>, <Lo lasciarono e se ne andarono> (Mc 12, 12). Ciò che rende inaccettabile e pericoloso il modo di pensare e di comportarsi da parte dei notabili del popolo è la loro fatica a comprendere di essere a servizio e non di essere padroni. Così, quasi a loro stessa insaputa, comportandosi da padroni si rivelano usurpatori che invece di aggiungere e di condividere i frutti di una vita giusta non fanno che sottrarre e impadronirsi ingiustamente della speranza che è di tutti ed è per tutti. 

Coloro che erano chiamati a riconoscere, ad accogliere e ad indicare la presenza del <figlio> (…) scelgono invece di farlo sparire dall’attenzione fino ad ordire la sua morte. Il motivo è la paura di perdere quel senso di privilegio e di immunità su cui si fonda ogni sentimento di casta che rischia di contaminare anche il nostro cuore ogni volta che non riusciamo ad amare il nostro posto e il nostro ruolo lasciandoci prendere da sentimenti e da pretese che non possono che farci dare il peggio di noi stessi. Ma Pietro ci ricorda che non siamo chiamati ad entrare in competizione bensì a vivere una relazione trasformante: <affinché per loro mezzo diventiate partecipi della natura divina> (2Pt 1, 4). Questo è un dono che comunque esige l’<impegno> (1, 5) di una vita che si orienti sempre più decisamente verso quella logica che fa del padrone un uomo di cuore: <piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre> e come se non bastasse <La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano> (Mc 12, 1). Nell’atteggiamento di questo padrone vi è una grande fiducia che sembra quasi ingenua! Non sembra temere che i suoi servi possano ingannarlo e, al <momento opportuno, mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto> (12, 2). Inoltre, nonostante quello che viene fatto ai suoi servi non si capacità di tanta cattiveria tanto da pensare di rischiare di mandare <un figlio amato> (12, 6).

Attraverso il linguaggio e il ritmo proprio della parabola, il Signore Gesù aiuta i suoi uditori ad entrare nel dramma del rifiuto che segna la storia tra Dio e il suo popolo. Eppure sembra che non tutte le speranze siano perdute poiché <lo lasciarono e se ne andarono>. Ma dove mai se ne vanno i notabili del popolo? Dove mai ci nascondiamo noi stessi quando non riusciamo a sostenere in confronto esigente e spiazzante della parola? Spesso dimentichiamo che <La sua potenza divina ci ha donato tutto quello che è necessario per una vita vissuta santamente> (2Pt 1, 3).


Fermento

Corpus Domini

Nella Colletta di questa solennità viene chiaramente evidenziato il “nesso pasquale” di questa festa: <Signore Gesù Cristo, che nel mirabile sacramento dell’Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua>. La Chiesa vuole invitare i suoi figli a adorare, cioè a rendersi conto della grandezza del dono che viene fatto loro perché l’opera della redenzione – frutto della Pasqua di Cristo – sia sempre più benefica. L’Eucaristia è per la Chiesa la garanzia del legame al suo Signore. Infatti, a partire dalla Pentecoste essa non cessa di celebrare l’Eucaristia fino al giorno del suo ingresso nel banchetto del Regno. Vi è un profondo legame tra la contemplazione del Dio-Amore e il Cristo presente nel sacramento. L’Eucaristia è infatti il mezzo – sacramento – attraverso cui la vita di Dio viene riversata nella nostra stessa vita, tanto da fare della Chiesa il Corpo di Cristo per mezzo del Corpo mistico di Cristo. Come dice Efrem il Siro: <Il fuoco e lo Spirito sono nel nostro battesimo ma anche nel calice sono il fuoco e lo Spirito>. Quando la Chiesa ci invita a porci in relazione particolare al mistero dell’Eucaristia lo fa nella speranza che ciascun credente possa, in tal modo, prendere coscienza o rettificare la sua coscienza di fronte a questo dono che nutre e fortifica la vita di ogni battezzato. Ma quante volte si rischia di dimenticare ciò che Agostino dice così fortemente: <il mistero che voi siete è nelle vostre mani>? Proprio come quella misteriosa <brocca d’acqua> (Mc 14, 13) che indica la strada per la sala al <piano superiore> (14, 15). L’Eucaristia è il luogo in cui impariamo a vivere come Cristo donando la vita fino a portare l’acqua come fanno le donne e come farà Gesù – nel vangelo di Giovanni – amando i suoi <fino alla fine> (Gv 13, 1). Attraverso l’Eucaristia, Dio stesso – in Cristo Gesù – si mette nelle nostre mani, entra nel nostro stesso corpo per assimilarci al suo e farci una cosa sola con tutti i credenti. Infatti, comunicare con Cristo risorto significa far entrare dentro di noi un seme di vita incorruttibile che desidera trovare nella nostra vita il terreno buono e fertile in cui portare frutto abbondante. Il seme di risurrezione posto dentro il nostro stesso corpo vuole essere in noi fermento di <immortalità> come scriveva Ignazio di Antiochia e questo <in virtù del proprio sangue> (Eb 9, 12). Questo fermento avrà fatto la sua opera solo, quando la nostra vita sarà una vita da risorti, ossia segnata dalla medesima logica del Cristo: l’autodonazione, il dono totale di sé, il lasciarsi prendere al pari di un nutrimento e di una bevanda. Mangiare e guardare per essere assorbiti e assorbire una presenza del Mistero che ci trasformi, assieme a tutti i credenti, nello stesso Corpo di Cristo in cammino verso l’unità. Un Dio che accetta di mettersi nelle nostre mani non può che aspettarsi da noi che facciamo altrettanto: non solo che ci rimettiamo nelle sue mani, ma che ci abbandoniamo fiduciosi alle mani degli altri.

Ferment

Corpus Domini 

Dans la Collecte de cette solennité, l’on met clairement en évidence le ” la connexion pascale ” de cette fête: ” Seigneur Jésus qui nous a laissé dans l’admirable sacrement de l’Eucharistie le mémorial de ta Pâques “. L’Eglise veut inviter ses fils à adorer, c’est-à-dire à se rendre compte de la grandeur du don qui leur est fait afin que l’oeuvre de la rédemption – fruit de la Pâques du Christ – soit toujours plus bénéfique. L’Eucharistie est pour l’Eglise la garantie du lien à son Seigneur. En effet, à partir de la Pentecôte, elle ne cesse de célébrer l’Eucharistie jusqu’au jour de son entrée au banquet du Règne. Il y a un lien profond entre la contemplation du Dieu- Amour et le Christ présent dans le sacrement. L’Eucharistie est en fait le moyen – sacrement – par lequel la vie de Dieu est reversée dans notre propre vie, pour faire de l’Eglise le Corps du Christ par l’intercession du Corps mystique du Christ. Comme le dit Ephrem le Syrien : ” Le feu et l’Esprit sont dans notre baptême mais dans le calice aussi il y a le feu et l’Esprit “. Quand l’Eglise nous invite à entrer en relation particulière dans le mystère de l’Eucharistie, elle le fait dans l’espérance que chaque croyant puisse ainsi prendre conscience ou rectifier sa conscience face à ce don qui nourrit et fortifie la vie de chaque baptisé. Mais combien de fois nous risquons d’oublier ce que Augustin dit d’une manière forte : ” Le mystère que vous êtes est entre vos mains ” ? Tout comme dans la mystérieuse ” cruche d’eau ” ( Mc 14, 13 ) qui indique le chemin pour la salle de  ” l’étage supérieur ” ( 14, 15 ). L’Eucharistie est le lieu où nous apprenons à vivre comme le Christ en donnant la vie jusqu’à porter l’eau comme le font les femmes et comme le fera Jésus – dans l’évangile de Jean – en aimant les siens ” jusqu’à la fin ” ( Jn 13, 1 ). A travers l’Eucharistie, Dieu lui-même – en Jésus-Christ – se met entre nos mains, vient dans notre propre corps pour nous assimiler au sien et devenir un avec tous les croyants. En effet, communiquer avec le Christ ressuscité signifie faire entrer en nous une graine de vie incorruptible qui désire trouver dans notre vie le bon terrain fertile pour porter des fruits abondants. La graine de résurrection mise à l’intérieur de notre corps veut être en nous un ferment ” d’immortalité ” comme l’écrit Ignace d’Antioche, et ceci, ” en vertu du propre sang ” ( He 9, 12 ). Ce ferment aura fait son oeuvre seulement lorsque notre vie sera une vie de ressuscité, également marquée par la même logique du Christ : l’auto-don, le don total de soi, le fait de se laisser prendre comme une nourriture et une boisson. Manger et chercher à être absorbé et absorber une présence du Mystère qui nous transforme, ensemble à tous les croyants, dans le même Corps du Christ en chemin vers l’unité. Un Dieu qui accepte de se mettre entre nos mains ne peut qu’attendre de nous que nous fassions de même : non seulement que nous nous remettions entre ses mains, mais que nous nous abandonnions, confiants, entre les mains des autres.

Tranello

VIII settimana T.O.

Il Signore Gesù non ha paura delle nostre domande! Il Signore Gesù non ha nessun timore a porci delle domande attraverso cui cerca di portarci un poco oltre le questioni che rischiano di occupare il nostro cuore senza, in realtà, essere in grado di darci quella pace che nasce non dalla conoscenza teorica ma dall’esperienza di una relazione sempre più vera e autentica. La provocazione dei notabili suona così: <Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?> (Mc 11, 27-28). Già il modo di porre la domanda rivela quale sia il centro dell’attenzione e delle preoccupazioni dei capi dei sacerdoti di ogni tempo e di ogni luogo: il problema dell’autorità che viene posto nella segreta speranza di dare alla propria autorità un fondamento inviolabile e inattaccabile. La risposta del Signore Gesù è un interrogativo ancora più grande e sicuramente meno teorico e più esistenziale: <Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi> (11, 30).

Chiaramente il Signore Gesù si rifà alle tecniche rabbiniche per non cadere nel tranello che gli viene teso, ma non si accontenta di questo perché costringe i capi dei sacerdoti ad uscire allo scoperto con se stessi dovendo accettare di non essere assolutamente in grado di uscire allo scoperto con gli altri: <temevano la folla> (11, 32)! Senza colpo ferire e senza cadere nella trappola che gli è stata tesa, Gesù costringe i notabili del popolo a prendere coscienza del fatto che, in realtà, ciò che più li interessa è non di sapere da dove viene l’autorità del rabbi di Nazaret, m di conservare il più possibile la propria autorità che non si piega nemmeno alla parola del <profeta> che, invece, è unanimemente riconosciuto dal popolo. La conclusione della diatriba è il silenzio di Gesù su quelle che sono questioni di scuola attraverso cui si cerca di far prevalere il proprio interesse facendo finta di avere a cuore la verità.

Questo “silenzio dogmatico” del Signore è un insegnamento preciso e da non dimenticare mai per non cadere nella trappola che tiene prigionieri i capi dei sacerdoti tanto da farli ricorrere – in preda alla paura – all’arma del tranello. In questo caso vale la complessa esortazione dell’apostolo: <Siate misericordiosi verso quelli che sono indecisi e salvateli strappandoli dal fuoco; di altri infine abbiate compassione con timore, stando lontani perfino dai vestiti, contaminati dal loro corpo> (Gd 22-23). Esortazione dura dall’apparente sapore così poco evangelico e che pure rappresenta una vera via di fuga da tutto ciò che rischia di incastrarci e di incatenarci in perniciose questioni di principio in cui si annida il tarlo dell’amore di noi stessi che ci induce a conservare e a rafforzare i nostri piccoli e talora ridicoli poteri. Del resto se c’è un’autorità che viene da Dio è quella che ci porta sempre più generosamente verso una pienezza di dono: <Costruite voi stessi sopra la vostra santissima fede, pregate nello Spirito Santo, conservatevi nell’amore di Dio, attendendo la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo per la vita eterna> (20-21).


Incontri

Visitazione della B.V. Maria

Una delle caratteristiche particolari e toccanti di tutto il vangelo secondo Luca sono i molti e intensi incontri che segnano la vita del Signore Gesù. Questa disponibilità – si potrebbe parlare persino di passione- ad “incontrare” non solo segna, ma sembra persino precedere la vita del Salvatore. I primi due capitoli del Vangelo di Luca ci mostrano un Dio che si vuole fare incontro all’umanità visitandola in quelle che sono le situazioni più significative e normalmente più dolorose. Per questo Zaccaria viene visitato da Gabriele come avverrà per Maria e per i pastori che vegliano nella notte. Nella Visitazione si vede come chi è veramente visitato e trasformato dalla visita del Signore non può che mettersi in cammino in tutta <fretta> verso la <montagna> (Lc 1, 39). Questa montagna può ben significare la vita dell’altro per raggiungere il quale si esige la fatica di un viaggio interiore che è sempre un esodo. Il mistero della Visitazione è un modo per suggerire ad ogni credente quanto, la storia della salvezza, passi attraverso l’incontro che si concretizza negli incontri che segnano la nostra vita.

L’incontro e l’abbraccio di Maria ed Elisabetta è profezia non solo del segreto abbraccio e riconoscimento prenatale tra il Verbo di Dio e il Precursore Giovanni, ma tra tutte le dimensioni e le realtà della nostra esistenza. È, infatti, questa capacità di relazione che ci costituisce come persone umane interiormente lavorate dallo Spirito che in Maria genera – nella carne e secondo la carne – lo stesso Verbo eterno del Padre. Come afferma giustamente Francesco di Sales: <È caratteristico dello Spirito Santo, quando colpisce un cuore, cacciarne ogni tiepidezza. Egli ama la prontezza, ed è nemico degli indugi, dei ritardi nell’adempiere la volontà di Dio> Per questo <Maria si alzò e andò in fretta>. Troviamo nel tempo che precede la stessa nascita del Signore Gesù gli stessi verbi che dominano i racconti della risurrezione e ritmano ogni avventura di discepolanza.Lasciamoci non solo incantare, ma profondamente contagiare dall’atteggiamento di Maria, lasciando che lo stile di Dio diventi il nostro stesso stile: andare incontro senza mai aspettare, né tantomeno aspettarci che sia l’altro a fare il primo passo per venirci incontro.

Il primo a fare un passo nei nostri confronti è il Signore stesso che, secondo l’esultante profezia di Sofonia, <in mezzo a te è un salvatore potente> tanto che <Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia> (Sof 3, 17). La conseguenza di questo atteggiamento del Signore nei confronti della nostra umanità è tratteggiata dall’apostolo Paolo quando esorta e ci esorta: <amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiare nello stimarvi a vicenda> (Rm 12, 10). Una domanda sorge spontanea dal nostro cuore: <Come sarebbe possibile tutto ciò?>. La risposta sembra essere adombrata nella nota discreta ma importantissima che, accanto a Maria, Elisabetta, Giovanni e lo stesso Gesù, ci ricorda la presenza di un quinto – forse il primo – protagonista di ogni visitazione: <fu colmata di Spirito Santo>. Lo Spirito Santo ha già ricolmato Maria nel momento dell’annunciazione e si dona a ciascuno di noi come principio dei tempi nuovi il cui segno distintivo e il sigillo di autenticità non è altro che un modo nuovo di incontrarsi… di visitarsi… di abbracciarsi… di amarsi.


Grido

VIII settimana T.O.

Vi è un grido che si leva da sempre dal più profondo della nostra umanità: è il grido del bambino, è lo spasimo del morente, è l’esultanza degli amanti. Vi è qualcosa che la nostra carne e la nostra anima concordemente invocano evocando così a se stesse la propria origine e il proprio anelito. Mentre il cammino di Gesù nel vangelo di Marco volge alla sua conclusione pasquale ecco che Bartimeo si fa portavoce – lui che è cieco come un bambino appena nato – di tutta la nostra umanità assetata di vita e di senso e lo fa con un grido che qualcuno cerca di zittire e che, invece, si fa più forte: <Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!> (Mc 10, 47) e ancora <Figlio di Davide, abbi pietà di me!> (10, 48). Bartimeo nella sua cecità avverte il passaggio di quella <luce meravigliosa> (1Pt 2, 9) da cui si sente chiamato e da cui vuole sia rischiarata e illuminata la sua vita. È come quando ad occhi chiusi sentiamo un raggio di sole che risplende sul nostro volto in una fredda giornata d’inverno: tutto cambia e, soprattutto, tutto può cambiare.

Questa è la grande percezione di Bartimeo che si fa annuncio per ogni uomo: quando Gesù passa e se Gesù passa nella nostra vita tutto cambia, tutto può cambiare. <Eccola la mia purificazione, la mia fiducia e la mia giustizia: la contemplazione della tua bontà, Signore buono! Tu, mio Dio, hai detto alla mia anima, come sai fare: «La tua salvezza, sono io» (Sal 34,3). Rabbunì, sovrano Maestro e insegnante, tu l’unico medico capace di farmi vedere ciò che desidero vedere, di’ al tuo mendicante cieco: «Che vuoi che io ti faccia?» E sai bene, tu che mi dai questa grazia…, con quale forza il mio cuore ti grida: «Ho cercato il tuo volto; il tuo volto, Signore, io cerco.  Non nascondermi il tuo volto» (Sal 26,8)>1.

In realtà nessuno aveva mai visto quell’uomo cieco, Gesù ha talmente occhi per quest’uomo da restituire la facoltà di vedere dandogli finalmente la possibilità di chiedere in verità e semplicità dal profondo del suo essere e del suo bisogno: <Che cosa vuoi che io faccia per te?> (Mc 10, 51). L’ascolto di Gesù apre gli occhi dopo aver aperto il cuore alla fiducia che viene riconosciuta e indicata come <fede> (10, 52) che salva ciascuno di noi come le braccia e il seno nutrice di una madre salva da morte certa <i bambini appena nati> (1Pt 2, 2) che, a differenza degli altri animali, non sanno trovare da sé la strada della vita e rischiano così la morte.


1. GUGLIELMO DI ST. THIERRY, La contemplazione di Dio, 2.


Salvezza

VIII settimana T.O.

Ciò che il Signore Gesù chiede ai suoi discepoli non è una pratica del distacco perseguita come fosse una pratica da fachiri. Ciò che viene proposto e richiesto è la capacità quotidiana di saper scegliere ciò che ci rende più agevole e autentico il cammino di quella <salvezza> (1Pt 1, 10) di cui ci parla l’apostolo Pietro in apertura della prima lettura. L’apostolo ci ricorda che <sulla salvezza indagarono e scrutarono i profeti, che preannunciavano la grazia a voi destinata>. È lo stesso Pietro a concludere la sua riflessione, ponendo questo cammino in un contesto la cui ampiezza e profondità sono magnificamente unici: <come il Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta> (1, 15). A fondamento di questo cammino che coincide con l’interezza e la totalità della vita, viene posto, come fondamento, l’antico appello rivolto al popolo di Dio, il quale si invera in ogni situazione di vita che si voglia aperta ad una reale esperienza di grazia e di salvezza: <Poiché sta scritto: “Sarete santi, perché io sono santo”> (1, 16). 

Possiamo solo immaginare e, al contempo, non possiamo sottovalutare quale lungo cammino di comprensione e di accettazione sia avvenuto nel cuore dell’apostolo che si fa portavoce dei sentimenti e dell’imbarazzo di tutti: <Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito> (Mc 10, 28). Come al solito Pietro reagisce in modo diretto e quasi istintivo non solo per dichiarare il suo pensiero, cercando di farsi interprete di quello degli altri, ma anche per placare la sua angoscia davanti a quelle realtà che non solo non capisce, ma che non vuole capire per paura di soffrire. Il lungo cammino di Pietro è il lungo cammino che spetta a ciascuno di noi che abbiamo l’impressione di aver <lasciato tutto>, persino la certezza di averlo <seguito>, senza talora renderci ben conto di quanto e di come, ciò che abbiamo lasciato, è di gran lunga minore di ciò che abbiamo trovato e di ciò che abbiamo ricevuto in <case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi insieme a persecuzioni> (10, 30).

Sicuramente ciò che ha impressionato Pietro e impressiona anche noi è la presenza di queste <persecuzioni> che sono il necessario sigillo che autentica la verità del nostro aver fatto delle scelte <per causa del Vangelo> (10, 29). Ogni volta che il Vangelo diventa l’ispirazione dominante della nostra vita, questo mette in crisi i sistemi cui siamo abituati non solo a livello personale, ma pure in relazione al mondo che ci circonda e in cui siamo chiamati a giocarci quotidianamente. Ciò che ci permette di comprendere il pensiero del Signore, è l’ultima parola del Vangelo di quest’oggi: <Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi> (10, 31). In questo mistero di capovolgimento di logiche persino <gli angeli desiderano fissare lo sguardo> (1Pt 1, 12) perché esso è il fondamento dell’esperienza della salvezza che ci libera da ogni ansia di prestazione e da ogni attesa di riconoscimento esterno. Ciò che ci grazia e ci salva non è il distacco per il distacco, non è la rinuncia per la rinuncia, ma quell’amore per il Signore Gesù e il suo Vangelo che ci rende sempre più liberi e sempre più appassionati e fedeli nel donarci.