Fratelli tutti

Maria Madre della Chiesa 

Non siamo ancora abituati a vivere questa memoria mariana istituita da papa Francesco per il giorno dopo la solennità della Pentecoste. Il testo degli Atti degli Apostoli proposto per la Liturgia della Parola risuona come una sorta di protocollo per la vita della Chiesa di ogni tempo e di ogni luogo: <Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi> (At 1, 13). Laddove i Dodici, quasi certamente accompagnati e non solo serviti dalle donne, avevano vissuto il momento della cena pasquale alla vigilia della passione del Signore, il nucleo fondamentale della prima comunità dei discepoli del Crocifisso Risorto, attende il dono promesso dello Spirito. Secondo la cronologia lucana, se la comunione nella carità è il frutto più maturo dell’effusione dello Spirito, ne è pure la premessa essenziale: <Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui> (1, 14).

Questa memoria voluta da papa Francesco per l’intera Chiesa cattolica assume un significato emblematico alla luce dell’ultima enciclica di papa Francesco firmata sulla tomba del Poverello alla vigilia della sua festa: <”Fratelli tutti, scriveva San Francesco d’Assisi per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo. Tra i suoi consigli voglio evidenziarne uno, nel quale invita a un amore che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio. Qui egli dichiara beato colui che ama l’altro «quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui”. Con queste poche e semplici parole ha spiegato l’essenziale di una fraternità aperta, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo del mondo dove è nata o dove abita>. 

Il seme di questa universale fraternità è stato fatto cadere si piedi della croce del nostro amato Signore nel momento in cui redasse il suo testamento di tenerezza con la penna della croce e l’inchiostro indelebile del suo sangue versato: <Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé> (Gv 19, 25-27. All’indomani dello spegnimento del cero pasquale, che ha rallegrato con la sua colonna di luce le nostre assemblee liturgiche, siamo chiamati a ritornare sotto l’albero della croce. Là possiamo cogliere il frutto non proibito di una tenerezza e di un amore che sono l’univo vero antidoto ad ogni tentazione di regressione all’autoreferenzialità mortifera.

La <paura> (Gen 3, 10) sperimentata dalla nostra umanità subito dopo aver acconsentito alla suggestione di potersi dare la pienezza di vita prendendola con le proprie mani, si trasforma in <stupore> (Mc 16, 8) rinnovato. Dopo aver celebrato di nuovo la Pasqua, riprendiamo il nostro cammino nel tempo ordinario nello stupore di un amore che non si lascia vincere da nessuna <paura> perché radicato nella bellezza di camminare insieme e nella promessa che siamo comunque sorelle tutte e fratelli tutti.

Il tuo nome Brilla, alleluia!

Domenica di Pentecoste 

Nella stessa Liturgia evochiamo due Pentecoste. La prima è quella vissuta dagli apostoli nell’intimità e nella quiete del Cenacolo <la sera di quel giorno, il primo della settimana> (Gv 20, 19); della seconda ci parla Luca negli Atti degli Apostoli nel contesto del mattino di una delle feste più care e gioiose della tradizione ebraica. In realtà portiamo oggi a compimento i giorni della Pasqua in cui in più modi e in diversi momenti non solo celebriamo, ma facciamo entrare in noi il vento e il fuoco della risurrezione di Cristo quale promessa di vita e fonte di speranza per ogni creatura. I simboli del vento e del fuoco rievocano le pagine più grandi della tradizione ebraica e rimandano al mistero della vita che esige il movimento e il dinamismo di una fiamma che si nutre di legna e di vento per regalare luce e calore. Questi due simboli, così cari a tutte le tradizioni e che fanno parte integrante della vita quotidiana, ci ricordano che il dono dello Spirito Santo non solo è il <primo dono ai credenti>, ma ne è la fonte perenne. Per questo l’apostolo Paolo enuncia con chiarezza che <se uno solo è lo Spirito> nondimeno <vi sono diversi ministeri> (1Cor 12, 4).

La parola dell’apostolo andrebbe intesa ancora più profondamente tanto da dire che “vi sono diversità di misteri”. Quando il Signore Gesù si presenta ai suoi apostoli la sera di Pasqua augura loro due cose: la <pace> (Gv 20, 19) come dono e la capacità di perdonare, dopo essere stati così profondamenti perdonati (20, 23). Ambedue le cose non sono possibili se non nella misura in cui ciascuno è reso capace, proprio per opera dello Spirito Santo, di accogliere se stesso come mistero e di riconoscere negli altri un mistero da venerare e mai giudicare. Per questo, se la sera di Pasqua il passaggio di Gesù tra i suoi discepoli è capace di riportare la pace come dono di riconciliazione profonda con tutto ciò che la Pasqua ha rivelato di ciascuno mettendolo in contatto con le proprie ombre, al mattino di Pentecoste sembra che ormai nulla e nessuno possa sentirsi o essere considerato estraneo: <A quel rumore la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua> (At 2, 6).

Al mattino di Pentecoste la Chiesa è in grado di uscire dal Cenacolo per farsi animatrice della speranza e sostenitrice della gioia di tutta l’umanità nella sua interezza, fatta di complessità che esige il passaggio per i discepoli dalla necessità di esprimersi al desiderio di essere capiti. La forza dinamica dello Spirito, che si manifesta in <lingue come di fuoco> (2, 3) le quali non possono in nessun modo restare ferme o rimanere immobili, obbliga i discepoli ad uscire e a fare della strada il luogo della vita e dell’annuncio pro-fanando così ogni tentazione religiosa che spinge a trincerarsi e al massimo ad invitare e ad aspettare. La gente accorre perché sente un <rumore> (2, 6) che rievoca quello udito da Ezechiele (37, 7) nella pianura colma di ossa inaridite. La casa della Chiesa non è misticamente silenziosa, ma vitalmente rumorosa e piena di vita come una casa piena di bambini che si aprono alla vita. Il fuoco che si manifesta e rimette in cammino i discepoli è la manifestazione piena di quello che i discepoli confessano di aver sentito come ardore nel loro cuore mentre il Signore Gesù fattosi loro compagno di strada interpretava per loro la vita. Ancora oggi il Signore Risorto ci dona pace interpretando la nostra vita e lasciando che essa si manifesti come luce, fuoco, vento… come qualcosa che brilla e per questo rallegra e attrae… almeno i bambini che dovremmo diventare alla scuola del Vangelo, alla sequela del Risorto che ha riaperto i giochi della vita.

Ton nom Brille, alléluia !

Dimanche de Pentecôte  

Nous évoquons deux Pentecôte dans la même Liturgie. La première est celle vécue par les apôtres dans l’intimité et la quiétude du Cénacle «  le soir de ce jour, le premier de la semaine » (Jn 20, 19) ;  Luc nous parle de la seconde dans les Actes des Apôtres dans le contexte du matin de l’une des fêtes les plus chères et les plus joyeuses de la tradition hébraïque. En réalité, nous accomplissons aujourd’hui l’apogée des jours de la Pâque où de façons différentes et en divers moments nous ne célébrons pas seulement, mais nous faisons entrer en nous le vent et le feu de la résurrection du Christ, promesse de vie et source d’espérance pour chaque créature. Les symboles du vent et du feu évoquent à nouveau les plus grandes pages de la tradition hébraïque  et nous renvoient au mystère de la vie qui exige le mouvement et le dynamisme d’une flamme qui se nourrit de bois et de vent pour offrir la lumière et la chaleur. Ces deux symboles, si chers à toutes les traditions et qui font partie intégrante de la vie quotidienne, nous rappellent que le don de l’Esprit Saint n’est pas seulement le «  premier don aux croyants », mais aussi la source éternelle. Voici pourquoi, l’apôtre Paul énonce clairement que «  S’il n’y a qu’un seul Esprit » il y a pourtant «  différents ministères » (1 Co 12, 4).

La parole de l’apôtre pourrait être entendue plus profondément encore pour dire que «  il y a des diversités de mystères ». Lorsque le Seigneur Jésus se présente à ses apôtres le soir de la Pâque, il leur souhaite deux choses : la « paix » (Jn 20, 19) comme don, et la capacité de pardonner, après avoir été si profondément pardonnés (20, 23). Ces deux choses ne sont possibles que dans la mesure où chacun est rendu capable, par l’opération du Saint Esprit, de s’accueillir soi-même comme  un mystère et de reconnaître dans les autres, un mystère à vénérer et jamais à juger. Pour cela, si le soir de Pâque, le passage de Jésus parmi ses disciples est capable d’apporter la paix comme un don de réconciliation profonde avec tout ce que la Pâque a révélé de chacun en le mettant face à ses propres ombres, au matin de Pentecôte, il semble désormais que rien ni personne ne peut se sentir ou être considéré comme étranger : « A ce bruit, la foule se rassembla et fut perturbée car chacun entendait parler dans sa propre langue » (Ac 2,6).

Au matin de la Pentecôte, l’Église est capable de sortir du Cénacle pour devenir l’animatrice de l’espérance et le soutien de la joie de toute l’humanité faite de complexité qui exige le passage pour les disciples de la nécessité de s’exprimer au désir d’être compris. La force dynamique de l’Esprit, qui se manifeste en «  langues de feu » (2,3) qui ne peuvent en aucun cas restées  fixes ou immobiles, oblige les disciples à sortir et faire de la route le lieu de vie et de l’annonce  pro-fanant ainsi toute tentation religieuse qui pousse à se retrancher ou au maximum à inviter et à attendre. Les gens accourent car ils entendent un «  bruit » (2, 6) qui évoque celui entendu par Ezéchiel (37, 7) dans la plaine couverte d’ossement desséchés. La maison de l’Église n’est pas mystiquement silencieuse, mais vitalement bruyante et pleine de vie comme une maison remplie d’enfants qui s’ouvrent à la vie. Le feu qui se manifeste et remet en route les disciples est la pleine manifestation de ce que les disciples confessent avoir ressenti comme ardeur dans leur coeur pendant que le Seigneur Jésus était leur compagnon de route en leur interprétant la vie. Aujourd’hui encore, le Seigneur Ressuscité nous donne la paix en interprétant notre vie et en la laissant se manifester comme une lumière, un feu, un vent…comme quelque chose qui brille et ainsi réjouit et attire…du moins les enfants que nous devrions devenir à l’école de l’évangile, à la suite du Ressuscité qui a ouvert à nouveau les jeux de la vie.

Il tuo nome è Abitare, alleluia!

VII settimana T.P. 

La nota così prosaica che apre la prima lettura di questo Vigilia di Pentecoste in realtà può simbolicamente rappresentare come la cifra e il messaggio di tutto il cammino pasquale che abbiamo compiuto: <fu concesso a Paolo di abitare per conto suo con un soldato di guardia> (At 28, 16). Nulla di drammatico o di disumano nella prigionia di Paolo a Roma dove – secondo il testo che ci riporta l’interpretazione che ne fa l’evangelista Luca – l’apostolo può annunciare il Vangelo di Cristo <senza impedimento> (28, 31). Nonostante e aldilà di pagine ben più complesse e drammatiche della storia della Chiesa continuamente irrorata dal sangue dei martiri, il finale degli Atti ci lascia con un senso di pace e di fiducia riguardo alla testimonianza resa al Vangelo. Questo <abitare> tranquillo di Paolo ci porta a considerare un altro modo di abitare che è proprio del discepolo amato <colui che nella cena si era chinato sul suo petto…> (Gv 21, 20). Il tempo propizio e gioioso che da Pasqua ci conduce a Pentecoste ci lascia in compagnia di tre apostoli o, più profondamente, evoca tre modi di essere discepoli: quello di Paolo, quello di Pietro e quello del discepolo amato che comunemente identifichiamo con Giovanni.

Di Paolo ci viene tramandato serenamente come <trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui> (At 28, 30). Da questo apostolo possiamo imparare a fare della nostra vita, anche quando fosse attraversata da situazioni persino un po’ dolorose e non certo facili come la prigionia, uno spazio di accoglienza per tutti e già questo essere una sorta di casa senza porta si rivelerà come un modo per annunciare <il regno di Dio>. Di Pietro ci viene evocata oggi una domanda che riguarda il discepolo che, durante la cena, non ebbe timore di porre la grande e dolorosissima domanda al Maestro: <Signore, chi è chi ti tradisce?> (Gv 21, 20). Nella luce pasquale finalmente Pietro trova il coraggio di porre una domanda direttamente e senza intermediari: <Signore, che cosa sarà di lui?> (21, 21). Pietro non riesce a trattenere il dolore che gli viene dal confronto, ma la risposta del Signore lo salva con l’invito pressante a non guardare attorno a sé e a non lasciarsi scoraggiare dal confronto: <Tu seguimi> (21, 22). Da questo apostolo possiamo imparare a portare con semplicità la realtà del nostro essere discepoli senza cedere alla tentazione del confronto se non nella misura in cui ci è di aiuto ad essere fino in fondo noi stessi in relazione al Maestro e Signore di tutti. Infine, le ultime parole che concludono il quarto vangelo sono non solo solenni, ma commoventi: <Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera> (21, 24).

Potrebbe sembrare assai impegnativo, ma forse anche ciascuno di noi potrebbe scrivere ciò che in questo tempo di rinnovato ascolto della Parola attraverso i giorni del tempo pasquale ha imparato o riscoperto nella propria conoscenza del mistero di Cristo Signore, morto e risorto per noi. Veramente se ognuno lo facesse allora <il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere> (21, 25).

Il tuo nome è Salutare, alleluia!

VII settimana T.P. 

Il cammino di Paolo volge verso il suo termine e la sua vita interseca quella di altre persone che ritengono di avere su di lui un potere senza limiti, eppure non sarà così perché il martirio non sarà altro che il sigillo di un grande amore. Ciò che Luca dice in apertura della prima lettura di oggi: <arrivarono a Cesarea il re Agrippa e Berenice e vennero a salutare Festo> (At 25, 13) a un certo punto sembra aprire una certa speranza sulla possibile liberazione di Paolo. In realtà il passaggio di queste due persone, così influenti, non sarà in nulla salutare per l’apostolo che è ormai in viaggio verso Roma per versarvi il suo sangue. Ben diverso e assolutamente salutare nel senso di capaci di dare salvezza e di ridare speranza è il passaggio del Signore Gesù sul mare di Galilea dove, dopo che i discepoli <ebbero mangiato> (Gv 21, 15) sfama la loro fame di senso che è la possibilità di poter sempre e comunque ricominciare ad amare di più, ad amare meglio: <Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?>.

Siamo di fronte ad una delle pagine più commoventi di tutte le Scritture certo per la grande tenerezza del Signore Gesù, ma anche per la bella possibilità che viene offerta al discepolo di ricominciare ad amare e di iniziare ancora una volta e in modo del tutto nuovo il suo cammino con un netto: <Seguimi> (21, 19). Il senso di questo invito, se è in netta continuità con tutto il cammino vissuto da Simon Pietro accanto e dietro al Signore Gesù, diventa più consapevole e, soprattutto, più fondato e sicuro a motivo dell’esperienza del fallimento nel gesto del rinnegamento con cui il discepolo ha potuto partecipare al mistero pasquale del Maestro e ora può, attraverso la sua parola e i suoi gesti, essere rimesso in piedi tanto da essere risuscitato al mistero della sequela in modo più vero: <tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi> (21, 18). 

Ciò che il Signore rivela a Pietro è ciò che Paolo a sua volta vede ogni giorno di più compiersi pure per la sua vita e questo – Luca lo fa dire solennemente e quasi distrattamente a un testimone neutrale e non coinvolto nei fatti – a motivo di <un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere vivo> (At 25, 19). Il Maestro sembra accompagnare il cammino di ogni discepolo, anche il nostro, verso la suprema testimonianza che prima di essere il dono della vita è la coscienza di un amore gratuito e incondizionale che ci è stato donato e che ci viene ridonato al cuore delle nostre debolezze e fragilità. Forse Simon Pietro avrebbe voluto chiarire con il suo Maestro il suo rinnegamento… ma dove trovare il coraggio? È Gesù stesso che prende l’iniziativa e ricomincia il dialogo dell’amore dall’assunzione di quelle che sono le radici dell’essere che risalgono fino a prima del nostro essere discepoli: <Simone, figlio di Giovanni> e non più <Cefa, che significa Pietro> (Gv 1, 42). Il modo di <salutare> (At 25, 13) di Agrippa e Berenice così distaccato e così formale non ha niente a che vedere con il modo così “salutare” con cui il Risorto riprende a camminare con i suoi amici rinnovando il loro amore senza nessun timore di ridimensionarlo nella forma per dilatarlo nella sostanza: <Signore, tu conosci tutto, tu sai che ti voglio bene> (Gv 21, 17). Come non ricordare che solo ora, dopo il suo rinnegamento, il Signore che ha parlato di sé come <pastore bello> (Gv 10, 1) associa alla sua identità e alla sua missione uno dei suoi discepoli e in lui ciascuno dei suoi discepoli: <Pasci le mie pecore>!

Il tuo nome è Voglio, alleluia!

VII settimana T.P. 

Quante volte anche noi usiamo il verbo <voglio> con grande intensità e con grande trasporto, ma non sempre con quel grado di consapevolezza e di reale coinvolgimento personale necessari. Il Signore Gesù rivolgendosi al Padre non ha nessuna vergogna di chiedere esattamente quello che gli sta a cuore: <voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io> (Gv 17, 24). Il desiderio più profondo per il cuore di Cristo Signore è di poter assicurare una vicinanza che si fa compagnia tra sé e i suoi discepoli. Quella del Signore Gesù è una preghiera rivolta al Padre più che un’esortazione rivolta a noi e allora la cosa si fa sconcertante: il Padre non esaudisce la preghiera del suo Figlio viste le divisioni che da sempre accompagnano il cammino della Chiesa nella storia e le continue occasioni di dissenso e di separazione? Eppure, potremmo dire che la preghiera di Gesù viene esaudita ogni volta che un piccolo passo di riconciliazione e di perdono viene vissuto a partire dalla conformazione personale di ciascuno dei suoi discepoli alla sua modalità di volere che non è un volere per sé e, per certi aspetti, neppure un volere per gli altri, ma un volere con, per poter sentire di esser come tutti e con tutti.

La preghiera educa la nostra volontà perché sia sempre più conforme alla vita stessa di Dio che è segnata da una indivisibile ed essenziale unità che non può mai essere attesa e sperata come qualcosa che viene dall’alto o, comunque, da fuori di noi, ma è intimamente legata alla nostra capacità interiore ad aprirci ad una crescente capacità di condivisione e di profonda comunione. La ragione profonda, infatti, della preghiera del Signore Gesù viene espressa così: <perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo> (17, 24). Mentre la Pasqua si avvicina, anzi è già in atto nella penombra non poco dolorosa del Cenacolo già privato della presenza di uno dei discepoli sprofondato nella notte della sua autonomia che si fa tradimento, il Signore Gesù non parla della sua gloria come di una conquista personale da esibire come un merito. Ne parla sempre e solo come un dono ricevuto dal Padre e che – come il Padre – il Figlio sente il bisogno e la gioia di condividere e di ridonare… persino di approfondire: <E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in esse e io in loro> (17, 26)

Di questo amore che non si arrende mai e che mai si rassegna fa esperienza l’apostolo Paolo in una notte molto diversa da quella attraversata in modo disperato da Giuda, e che viene illuminata da una parola capace di dare la forza di sostenere <la speranza nella risurrezione> (At 23, 6). Il Signore Gesù venne accanto a Paolo e si fa vicino a ciascuno di noi con la stessa parola: <Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma> (23, 11). Per passare dalla Gerusalemme della nostra intimità con il Signore alla Roma della nostra testimonianza al Signore solo la memoria del suo amore ci può essere non solo di conforto, ma pure di guida.

Il tuo nome è Sangue, alleluia!

VII settimana T.P. 

Le immagini di dedizione dominano la liturgia! L’evocazione da parte dell’apostolo Paolo della comunità dei credenti come quella di un <gregge> (At 20, 28) che va curato e custodito con un amore capace di dare la vita, ci permette di comprendere ancora più profondamente il senso delle parole oranti del Signore Gesù: <per loro io consacro me stesso> (Gv 17, 19). Il modo con cui il Verbo fatto carne si è consacrato alla nostra umanità, che ha ricevuto dal Padre suo come un tesoro da custodire e da impreziosire, non può essere circoscritto ad un’azione cultuale per quanto possa essere sacrificale, ma va ben oltre ed esige il rischio e il dono dell’intera sua persona. Lo ricorda l’apostolo Paolo indicando ai pastori della comunità in che cosa realmente consista il loro compito: <Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio> (20, 28). 

Le parole con cui il Signore Gesù si rivolge al Padre ci fanno comprendere quale sia la volontà e il disegno di Dio che nel Cristo si è rivelato nella sua pienezza. Secondo la tradizione ebraica ogni cosa che viene consacrata lo è attraverso un’aspersione di sangue e così si ricorda che la consacrazione è sempre legata al dono e alla capacità di perdere la vita visto che <il sangue è la vita> (Gn 9). Sempre nella tradizione linguistica dell’ebraismo le parole <verità> e <fedeltà> hanno la stessa radice che viene evocata continuamente nella Liturgia con l’acclamazione “Amen!”. In realtà il nostro “amen” non è che la risposta all’Amen che Dio ha pronunciato su di noi chiamandoci alla vita e per noi rivelandoci le vie della vita nella Pasqua del suo Figlio.

All’immagine di dedizione si affianca, del tutto naturalmente, una sorta di preoccupazione che attraversa il cuore dell’apostolo: <Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge> (At 20, 29). Ciò che fa sanguinare il cuore di Paolo è ciò che già fa sgorgare dal cuore di Cristo Signore una fervida – accorata sarebbe il termine più adeguato – preghiera che sale verso il Padre: <Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo come io non sono del mondo> (Gv 17, 15). A ciascuno di noi è chiesto di entrare nella preghiera del Signore Gesù e di lasciarsi toccare profondamente dall’esortazione di Paolo che ricorda <le parole del Signore Gesù che disse: “Si è più beati nel dare che ne ricevere!”> (At 20, 35). Anche noi come e con l’apostolo che <si inginocchiò> (20, 36) siamo chiamati a pregare e a metterci sempre di più ai piedi dei nostri fratelli e sorelle in umanità per mettere a loro disposizione tutta la nostra vita per trovare tutta la nostra beatitudine nel farci in tutto conformi al <Signore e Maestro> (Gv 13, 14) che prima di parlare ai suoi discepoli e persino prima di pregare il Padre suo, si mise a lavare i piedi persino di chi stava per rinnegarlo e tradirlo.

Il tuo nome è Utile, alleluia!

VII settimana T.P. 

Le parole che Paolo rivolge agli anziani della Chiesa sono in grado di svelarci il cuore stesso dell’atteggiamento profondo del Signore Gesù: <Ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove> e tutta questa fatica ed impegno per un solo motivo <non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile>(At 20, 19-20). E dopo i lunghi discorsi, il Signore Gesù sembra, appena prima della sua passione, che si voglia rendere <utile> ai suoi discepoli con la realtà che egli stesso più volte indica come la più importante e la più efficace: la preghiera! In questi ultimi giorni del tempo pasquale, mentre obbediamo al comando del Signore datoci prima della sua Ascensione di attendere in preghiera il dono dello Spirito, tutto sembra elevarsi in una supplica ardente che si fa modo nuovo e particolarmente profondo di leggere la storia e gli avvenimenti: <alzati gli occhi al cielo disse: “Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te> (Gv 17, 1).

Il Cenacolo diventa il luogo della profezia più ardente di quello che sarà rivelato nel mistero della Pasqua del Signore. Così spiega l’abate Guerrico: <Infatti in questo momento ha versato, in un certo senso, tutta la forza del suo amore per i suoi amici, prima di versare se stesso, come acqua, per i suoi nemici (Sal 21, 15). Ha consegnato loro il sacramento del suo corpo e del suo sangue e ha prescritto loro di celebrarlo. Non so cosa deve essere ammirato maggiormente: la sua potenza o la sua carità, quando ha inventato questo nuovo modo di dimorare con essi per consolarli della sua partenza>1. L’apostolo Paolo si dimostra alla fine della sua vita e dopo le lunghe e non comode corse apostoliche animato dallo stesso fuoco che arde nel cuore di Cristo tanto che <mandò a chiamare a Efeso gli anziani della Chiesa> (At 20, 17) per annunciare loro da una parte che <non vedrete più il mio volto> (20, 25) e dall’altra per ribadire che il tesoro più prezioso da custodire non è nemmeno la propria vita, bensì il <dovere> (20, 27) di annunciare il Vangelo.

L’umiltà e l’amore sono le realtà che permettono di fare spazio ad una conoscenza che passa attraverso una relazione profondamente amata e desiderata alla quale impariamo a amiamo sempre fare il più ampio spazio possibile all’interno del nostro cuore. L’amore estremo che, alla fine, sembra liberato da ogni bisogno di potere e di controllo ed è totalmente desideroso di rendersi <utile> permette lo scambio dei doni senza che nessuno se ne appropri. Sembra che nella sensibilità del Signore Gesù il dono più grande che gli ha fatto il Padre sono proprio gli uomini che egli ha accolto come fratelli rendendoli, attraverso la sua parola, dei veri figli: <Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che tu hai dato a me io le ho date a loro> (Gv 17, 6-8). 


1. Beato Guerrico d’Igny, Omelia per l’Ascensione, 1-2 : PL 185, 153-155

Il tuo nome è Altopiano, alleluia!

VII settimana T.P. 

La nota geografica con cui si apre la prima lettura potrebbe diventare, secondo la tradizione patristica, ben più di un semplice dato di orientamento, bensì un cenno spirituale: <Mentre Apollo era a Corinto, Paolo, attraversate le regioni dell’altopiano, scese ad Efeso…> (At 19, 1). Il nostro cammino di preparazione immediata alla pienezza della Pasqua nella solennità di Pentecoste è accompagnato dalle parole del Signore Gesù che, nella stanza alta del Cenacolo, ci conduce sempre più in alto nella comprensione e nell’accoglienza dei Misteri per poi aiutarci a scendere nella vita di ogni giorno con una forza che è dono del suo Spirito. Il dono non dipende affatto dai nostri meriti tanto che nella cornice del dono più grande, il Signore non esita a dire ai suoi: <Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo> cui segue la dichiarazione più importante non solo per il Signore Gesù, ma anche per ciascuno di noi: <ma io non sono solo perché il Padre è con me> (Gv 16, 32).

Lo Spirito Santo è la presenza interiore che continuamente ci rammenta questa verità capace di fondare e rifondare continuamente la nostra speranza fino a darci quella <pace> (16, 33) che non solo viene dall’alto, ma che continuamente ci porta nell’altopiano della relazione con il Padre. Per questo la domanda di Paolo interpella anche noi: <Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?> (At 19, 2). Perché è il dono dello Spirito che ci aiuta a non confondere il dono della fede con un semplice mutamento di regime religioso e ci aiuta ad entrare in un nuovo modo di relazione che ci permette di vivere ogni cosa <nel nome del Signore Gesù> (19, 5) che significa in modo conforme alla sua parola e ai suoi gesti.

Ambrogio di Milano commenta così: <Come la fede è incentivo della fortezza, così la fortezza è sostegno della fede>1. Ed è proprio vero che non basta capire con la mente fino a dire come gli apostoli: <Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno ti interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio> (Gv 16, 30). È necessario inoltrarsi in quel cammino di imitazione e di sequela che non si fa solo <discutendo e cercando di persuadere> (At 19, 8), ma affrontando con <coraggio> le molte<tribolazioni> (Gv 16, 33) senza attraversare le quali persino la <pace> sarebbe solo apparente. Il Signore Gesù aiuta i suoi discepoli a prepararsi a vivere il fallimento del loro discepolato senza cedere alla logica dei falliti. Per questo ci viene ricordato teneramente che il Risorto ha vinto anche i nostri piccoli e grandi fallimenti e ci aiuta a viverli in un modo nuovo per trovare veramente e durevolmente <pace in me>! Il segno che questa pace che ci viene dall’altopiano della croce sta radicandosi veramente nel nostro vissuto di persone e di credenti è la nostra capacità di seminare attorno a noi la pace anche nelle situazioni più difficili e burrascose.


01. AMBROGIO DI MILANO, Esposizione del Vangelo secondo Luca, VII, 118.

Il tuo nome è Vivo, alleluia!

Ascensione del Signore 

All’inizio del secondo volume della sua opera, l’evangelista Luca esordisce dicendo di Gesù che <Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio> (At 1, 3). 

La nube che ha nascosto Gesù agli occhi dei suoi discepoli, non è un sipario che divide, ma la porta aperta su una realtà, quella del regno di Dio che attendiamo e desideriamo. La realtà di questo regno che speriamo e verso cui camminiamo non si compie per incanto, ma attraverso il dramma della libertà e dell’amore vissuto fino alla fine, tanto da non conoscere nessuna fine se non quella di un’apertura all’infinito. La solenne promessa del Signore Gesù, che conclude il vangelo secono Matteo, è per noi il viatico più sicuro non solo per continuare a camminare sulle strade del tempo, ma è pure la memoria di ciò che è essenziale per la nostra vita: <Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo> (Mt 28, 20). Nello stesso momento in cui il Signore Gesù si separa da noi, ci promette una presenza ancora più profonda che esige una distanza capace di creare e di incrementare la vita. Il suo salire al Padre non è un abbandonarci, ma il modo più rispettoso e vero per accompagnarci.

L’Ascensione è il momento in cui viene portata a compimento l’opera dell’Incarnazione ed è il momento in cui comincia il tempo della nostra divinizzazione che esige un profondo lavoro di umanizzazione. Le parole rivolta dall’angelo a Maria nel momento dell’annunciazione – <Il Signore è con te> – diventano l’annuncio per ogni discepolo rimandato al suo compito non di vedersi regalato il Regno di Dio come speravano ancora gli apostoli, ma per accompagnarne la crescita giorno dopo giorno con la <forza> (At 1, 8) che viene dallo Spirito Santo. Il dono del Paraclito opera dentro i nostri vissuti ciò che già ha accompagnato nella vita del Signore Gesù: la capacità di sapersi stupire e piegare alla vita per essere vivi. L’Ascensione è il compimento della vita del Signore Gesù ed è il coronamento della sua missione che forse aveva immaginato in modo diverso, ma alle quali è rimasto fedele fino alla fine.

Ora è il nostro tempo, il tempo per noi di lasciarsi animare dallo Spirito per essere <testimoni> (1, 8) di un modo possibile di guardare il mondo dal punto di vista di Dio senza per questo avere bisogno di un mondo tutto nostro. Paolo ci ricorda che in Gesù possiamo conoscere il <perfetto compimento di tutte le cose> (Ef 1, 23) che non è calato dall’alto come dono munifico, ma cresce faticosamente dalla terra della nostra fedeltà al quotidiano normalmente fragile e talora persino ambiguo. La certezza della direzione ci mette in grado di vivere ogni passo con grave leggerezza e senza timore alcuno. Quando la paura assalirà il nostro cuore basterà alzare lo sguardo un po’ oltre noi stessi e fare memoria di ciò che gli angeli ricordano ai discepoli rimandandoli alla fedeltà del quotidiano cammino nella storia: <Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo> (At 1, 11). 

L’Ascensione ci pone una domanda: <Siamo capaci di creare una distanza con le persone, con la missione che sentiamo ci è stata affidata, con i nostri progetti e i nostri desideri?>. L’elevazione è necessaria per non possedere e imparare ad accompagnare nell’amore che si fa rispetto. Il nostro desiderio deve diventare sempre più leggero e purificato dal bisogno di dominio e di controllo che ci inchiodano a terra rendendoci così estranei alla nostra terra interiore e a quella che abitiamo con i nostri fratelli e sorelle in umanità e con tutte le creature. Apriamo le mani in un gesto di resa e di serena attesa, leviamo gli occhi al cielo senza distoglierli dalla terra anzi per vederla e amarla dall’alto di un amore più vero.