Dal cuore

V settimana T.O.  –

Il Signore si comporta come maestro di sapienza, potremmo dire che assume i tratti di quel Salomone che lasciò <senza respiro> (1Re 10, 6) la regina di Saba e chiarisce ai suoi discepoli, in modo ancora più profondo e più chiaro, le intenzioni delle sue parole di spiegazione che sono sempre un processo di liberazione profonda: <Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono propositi di male…> (Mc 7, 21) e potremmo aggiungere – senza tradire l’insegnamento del Signore – che ci ricorda come  è sempre <dal cuore> che escono i propositi di bene. Nella diatriba accesa dall’interrogazione dei farisei che manifestano il loro scandalo per la non osservanza delle consuetudini da parte dei discepoli, il Maestro non affoga lasciandosi sommergere dal metodo tanto puntiglioso – quanto sterile – delle discussioni accademiche, ma con fare signorile chiama <di nuovo la folla> (7, 14) e approfitta di questo incidente diplomatico per rafforzare ulteriormente il suo insegnamento che, nell’intimità della <casa, lontano dalla folla> (7, 17) si fa ancora più chiaro.

La forza dell’insegnamento del Signore non è in rottura con la tradizione di fede di Israele, ma ne rappresenta il meglio. Il salmista si esprime nella stessa linea quando prega così: <La bocca del giusto medita la sapienza e la sua lingua esprime il diritto; la legge del suo Dio è nel suo cuore: i suoi passi non vacilleranno> (Sal 36, 30-31). In questo modo – ancora una volta – il simbolo del mangiare, così caro anche ai profeti, diventa un modo per esprimere la straordinaria intimità che si crea tra il credente e la parola di Dio, un modo attraverso il quale matura il rapporto con il suo Creatore. Ma la cosa più importante non è il <ciò> che viene mangiato, ma il <come> e il <perché>. Ogni attenzione alimentare diventa così simbolo non di un sospetto nei confronti della natura e di ciò che essa ci offre, ma un rimando a questo continuo lavoro di interazione interno-esterno che ci rende umani e che accompagna il nostro cammino di figliolanza. Marco annota che <così rendeva puri tutti gli alimenti> (7, 19) ed evoca la sapienza di chi si serve di tutto senza lasciarsi contaminare da nulla.

La prima lettura ci mostra la regina di Saba in visita al re Salomone! Non si tratta di una visita di stato, ma piuttosto di un incontro tra persone che cercano e amano la sapienza, accettando di sottoporsi a lunghi processi – simboleggiati dal lungo viaggio affrontato dalla regina – per ritrovare le vie del cuore. Un passaggio del testo è persino commovente: <Si presentò a Salomone e gli parlò di tutto quello che aveva nel suo cuore>, e prosegue assicurandoci del fatto che il desiderio e il bisogno della regina non fu deluso: <Salomone le chiarì tutto quanto ella diceva; non ci fu parola tanto nascosta al re che egli non potesse spiegarle> (1Re 10, 2-3). Il Signore Gesù assicura per ciascuno di noi il servizio reso da Salomone alla regina di Saba: poter manifestare ciò che abbiamo nel nostro cuore ed essere aiutati a capire ciò che ci abita per essere migliori. Un viaggio nel nostro cuore richiede certo una buona dose di coraggio e di umiltà per poter manifestare quello che portiamo dentro e lasciarci purificare da tutto ciò che non è degno di un cuore umano. 

Cose simili

V settimana T.O.  –

La dolcezza, la benevolenza, la pazienza, la magnanimità con cui normalmente il Signore Gesù si relaziona con le persone che incontra sulla sua strada, specialmente quando si presentano nella loro fragilità e debolezza, si trasforma in un lama tagliente: <E di cose simili ne fate molte> (Mc 7, 13). Questa parola, con cui il Signore mette a nudo l’inutile e perniciosa ipocrisia di scribi e farisei, ci riguarda profondamente, poiché chiama in causa tutto ciò che anche nel nostro cuore di discepoli e nelle tradizioni e modalità proprie della nostra Chiesa, obbedisce alla stessa logica ipocrita che Gesù non solo smaschera, ma cerca di sradicare dal nostro cuore riprendendo e rafforzando la parola del profeta: <Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini> (7, 6-7).

In questo contesto la parola orante che Salomone fa salire verso Dio, ritorna continuamente dal cielo dell’Altissimo verso la terra del nostro impegno quotidiano di fedeltà: <Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo, ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona!> (1Re 8, 30). In queste parole pronunciate dal re, nel solenne momento della dedicazione del Tempio, è racchiuso non solo il mistero del luogo santo, ma quello di tutti i mezzi e le espressioni cultuali: il loro fine è di mantenere e accrescere costantemente la relazione di fiducia e di amore tra il popolo e il suo Signore, nutrendo un dialogo di reciproco ascolto amoroso che non può mai incasellarsi in semplici, ripetitive e scontate tradizioni con le quali, invece di trovare il modo per essere sempre più fedeli all’intuizione di un amore che fa crescere, si arriva a fare esattamente il contrario: <Annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi> (7, 13).

Questo rischio si annida nelle più generose intenzioni ed è capace di capovolgere l’ordine dei valori nell’illusione di una fedeltà che, in realtà, si trasforma in egoismo, tanto che <non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre> (7, 12). Il vero scandalo sta nello scollegamento tra le tradizioni che si continuano ad osservare – talora in maniera ossessiva – e il cuore in cui la parola di Dio dovrebbe risuonare sempre nuova e sempre più capace di creare un rinnovato ascolto e delle nuove risposte. Il rischio è quello di confondere la fatica quotidiana di un serio cammino di fede, con un elenco – necessariamente infinito – di puntigli religiosi che ci permettono di puntare il dito contro gli altri. Possiamo fare nostra la presa di coscienza di Salomone: <Tu mantieni l’alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il loro cuore> (1Re 8, 23). È da Dio che siamo chiamati ad imparare e non da noi stessi… col rischio di confondere i piani e stravolgere il giusto ordine dei valori.

Approdare

V settimana T.O.  –

L’inizio del vangelo di quest’oggi può sembrare una semplice nota narrativa per ritmare l’andamento del testo e fare da collegamento tra vari momenti della vita del Signore Gesù: <compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono> (Mc 6, 53). A questo approdare di Gesù nella terra ambigua di Gennèsaret, sembra corrispondere, in modo assai diverso, quello che potremmo definire l’approdare dell’arca del Signore, per lungo tempo abituata ad un continuo nomadismo e collocazioni provvisorie, nella stabile e stupenda cornice del Tempio appena costruito da Salomone. La prima lettura sembra evocare il raggiungimento di un momento di sollievo dopo il lungo cammino cominciato con l’Esodo: <I sacerdoti introdussero l’arca dell’alleanza del Signore al suo posto nel sacrario del tempio, nel Santo dei Santi, sotto le ali dei cherubini> e si aggiunge <Difatti i cherubini stendevano le ali sul luogo dell’arca; i cherubini, cioè, proteggevano l’arca e le sue stanghe dall’alto> (1Re 8, 6-7).

Alla fine di questo racconto sembra proprio che tutti siano contenti e soddisfatti: il Signore Dio innanzitutto, la cui <gloria> ormai <riempiva il tempio> (8, 11);  il re Salomone che sente di aver portato felicemente a compimento l’opera affidatagli dal suo padre Davide; i sacerdoti e i leviti che ormai si sedentarizzano nel culto del Tempio di Gerusalemme raggiungendo, per così dire, lo stesso livello degli altri sacerdoti dei popoli circonvicini; il popolo tutto che si sente rassicurato da questa presenza che dà molta sicurezza; ed infine  la storia – in senso lato – visto che si conclude felicemente e gloriosamente un lungo cammino segnato dalla provvisorietà e da un nomadismo che, per quanto romantico, non è certo facile. Il verbo che indica tutto questo movimento che diventerà uno degli aneliti di ogni pio israelita che si recherà al tempio è: <salire> (8, 1). 

Nel Vangelo sembra che questo verbo ascensionale, così caratteristico di ogni slancio religioso e mistico, venga capovolto nella rivelazione di Cristo Signore il quale, invece di salire, preferisce scendere e, invece, di allontanarsi lasciandosi difendere <dalla nube> (8, 11) della trascendenza, approdi sempre più vicino alla nostra condizione e situazione umana così da diventare sempre più abbordabile: <cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse> (Mc 6, 55). Potremmo dire che nel Verbo fatto carne, il Signore Dio riprende a camminare per le nostre strade come già aveva accompagnato il popolo durante il cammino dell’esodo e ricomincia a scendere, quasi stanco di questo splendido isolamento cultuale in cui è stato costretto dalle nostre immaginazioni religiose che rischiano continuamente di rivestire il nostro Dio con i paludamenti delle nostre trasognare idolatrie: <e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati> (6, 56). Certo venivano sanati dalle loro infermità, ma forse e più profondamente <venivano salvati> da quel senso di lontananza di Dio che rompe l’armonia della creazione fino ad ammalarci. Se Salomone assicura al popolo di avere un centro cultuale verso cui salire e trovare conforto, il Signore Gesù si mette al centro delle nostre povertà e delle nostre urgenze lasciandosi toccare e donando a ciascuno di poter sperimentare una vicinanza che risana.

La nostra debolezza

V Domenica T.O.

Possiamo affidare proprio all’apostolo delle genti il compito di introdurci nella comprensione della parola che il Signore ci rivolge attraverso il suo vangelo di salvezza. Senza nessun imbarazzo, l’apostolo da una parte dichiara la <necessità che si impone> (1Cor 9, 16) alla sua vita di predicare il Vangelo e, dall’altra, si mostra serenamente a proprio agio nel suo essersi fatto <debole per i deboli, per guadagnare i deboli> (9, 22). Nella stessa lunghezza d’onda di Paolo possiamo accogliere anche la parola di Giobbe che non fa alcun mistero del <duro servizio> (Gb 7, 1) di essere uomo e non esita a tratteggiarlo in modo chiaro e assai netto: <a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate> (7, 3). Paolo e Giobbe ci permettono di comprendere al meglio il modo con cui il Signore Gesù vive la sua prima giornata di ministero e che può essere assunta come il modello di ogni lavoro pastorale come pure di ogni umana condivisione. 

Per il Signore Gesù annunciare il vangelo significa interessarsi direttamente alle situazioni reali di debolezza in cui si trova la gente che avvicina e che incrocia il suo cammino. Il primo passo di questa attenzione è un ascolto generoso e pronto: <subito gli parlarono di lei> (Mc 1, 30) e, prontamente, il Signore si fa prossimo alla suocera di Simone <e la fece alzare prendendola per mano>. Questa prontezza del Signore è frutto di quella consapevolezza profondamente assunta nell’esperienza del deserto e che lo ha reso capace di farsi <debole> con noi e per noi al fine di curare le <varie malattie> (1, 34) che intristiscono la nostra esistenza. Così la debolezza può essere il luogo in cui si manifesta una forza nuova e inimmaginata, ma può essere anche la tomba di ogni speranza di vita. Il Signore viene a sollevare in noi la nostra umanità indebolita e ci comunica la forza che egli attinge <al mattino presto> (1, 35) quando si sprofonda nel mistero della sua intima relazione con il Padre. Possiamo imparare a non vergognarci del nostro essere deboli e malati ma, soprattutto, ad apprendere la strada della forza e della guarigione.

Per guarire bisogna sapersi ritirare in un angolo <deserto> del nostro cuore per attingere dalla preghiera la luce e l’energia di cui abbiamo bisogno. In tal modo la parola di Giobbe diventa nondimeno sempre meno assoluta: <I miei giorni scorrono più veloci di una spola, svaniscono senza un filo di speranza> (Gb 7, 6). In realtà, il tempo che ci viene affidato se comincia a girare sempre meno su noi stessi e sempre più attorno alla presenza del Signore Gesù, non farà che filare sempre più la speranza che nasce dal desiderio di farsi come il Cristo e i suoi apostoli <servo di tutti> e questo <pur essendo libero da tutti> (1Cor 9, 19). Nella forza del Vangelo il nostro essere <debole> non solo può diventare il punto di forza della nostra vita ma può dare alla nostra esistenza una gioia che solo la condivisione esistenziale può donare. Un verso di G. Jacob può illuminare e fecondare la nostra domenica: <In questa terra dolce, tenera, commossa, penetri profondo il vomere del tuo aratro>.

Notre faiblesse

V Dimanche T.O. 

Nous pouvons vraiment confier à l’apôtre des peuples le devoir de nous introduire dans la compréhension des paroles que le Seigneur nous adresse à travers son évangile du salut. Sans le moindre embarras, l’apôtre déclare d’un côté, la ” nécessité qui s’impose ” ( 1 Co 9, 16 ) dans sa vie pour la prédication de l’Evangile et, d’un autre côté, il se montre sereinement  à l’aise dans sa façon ” d’être faible pour les faibles, afin de gagner les faibles ” ( 9, 22 ). Sur la même longueur d’onde que Paul, nous pouvons accueillir aussi la parole de Job qui ne fait aucun mystère du ” dur service” ( Jb 7, 2 ) d’être homme  et il n’hésite pas à traiter ce sujet de façon claire et assez nette : ” j’ai eu en partage des mois de souffrance et pour mon lot des nuits de douleurs ” (Jb 7, 3 ). Paul et Job nous permettent de mieux comprendre la façon dont le Seigneur Jésus vit sa première journée de ministère qui peut être prise comme modèle de chaque travail pastoral, mais aussi de chaque partage humain.

Pour le Seigneur Jésus, annoncer l’évangile signifie s’intéresser directement aux situations réelles de faiblesse où se trouvent les personnes qui approchent et croisent son chemin. Le premier pas de cette attention est une écoute généreuse et réactive : ” tout de suite, on lui parla d’elle ” ( Mc 1, 30 ) et, promptement, le Seigneur se fait proche de la belle-mère de Simon ” et il la fit se lever en la prenant par la main “. Cette promptitude du Seigneur est le fruit de cette conscience profondément assumée par l’expérience du désert qui l’a rendu capable de se faire ” faible ” avec nous et pour nous afin de guérir les ” différentes maladies ” ( 1, 34 ) qui emmêlent notre existence. Ainsi la faiblesse peut être le lieu où se manifeste une force nouvelle et inimaginable, mais elle peut aussi être la tombe de toute espérance de vie. Le Seigneur vient soulever en nous notre humanité affaiblie et nous communique la force qu’il atteint ” le matin de bonne heure ” ( 1, 35 ) lorsque il s’approfondit dans son intime relation avec le Père. Nous pouvons apprendre à ne pas avoir honte de notre faiblesse et de nos maladies, mais surtout, il nous faut apprendre la route de la force et de la guérison.

Pour guérir, il faut savoir se retirer dans un coin ” désert” de notre coeur pour atteindre par la prière la lumière et l’énergie dont nous avons besoin. De cette façon, la parole de Job, devient, non seulement, toujours moins absolue ” mes jours se déroulent plus vite qu’une navette, et s’évanouissent sans un fil d’espérance ” ( Jb 7, 6 ). En réalité, le temps qui nous est confié, s’il tourne moins sur nous-même et s’enroule d’avantage autour de la présence du Seigneur Jésus, ne fera que filer toujours plus l’espérance qui naît du désir de ressembler au Christ et à ses apôtres ” serviteurs de tous ” et cela ” en étant libre de tous ” ( 1 Co 9, 19 ). Par la force de l’Evangile, notre être ” faible” non seulement peut devenir le point de force de notre vie, mais il peut donner à notre existence une joie que seul le partage existentiel peut donner. Un verset de G. Jacob peut illuminer et féconder notre dimanche : ” Dans cette terre douce, tendre, émouvante, le tranchant de ta charrue pénètre profondément “.

Grande amore

IV settimana T.O.  –

L’evangelista Marco annota con una certa solennità: <Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore> (Mc 6, 34). Un monaco e padre della Chiesa, particolarmente sensibile al mistero e al ministero della compassione commenta: <E se Dio si mostra compassionevole in questo mondo, possiamo ben credere che lo è da tutta l’eternità. Lungi da noi il pensiero errato che Dio non mostra compassione. L’essere di Dio non cambia come cambiano gli esseri mortali; nulla manca o si aggiunge a ciò che gli è proprio come succede invece alle creature. Dio avrà sempre, per l’eternità, la compassione che ha avuto fin dalle origini>1. A dimostrazione di quanto questo sia vero, la prima lettura ci riporta un momento che potremmo definire di commovente intimità tra l’Altissimo e Salomone. Quando diciamo a qualcuno: <Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda> (1Re 3, 5), non facciamo altro che dirgli <Ti voglio bene> o, talora, ancora più profondamente e drammaticamente: <Cerca di volermi bene>. La risposta di Salomone è meravigliosa anche se non sarà onorata per tutta la durata della sua vita: <Tu hai trattato il tuo servo Davide, mio padre, con grande amore, perché egli aveva camminato davanti a te, con fedeltà, con giustizia e con cuore retto verso di te> (3, 6).

Ogni missione, come quella che viene affidata a Salomone e agli apostoli, trova non solo la sua sorgente, ma pure la sua forma più propria nella preghiera: <Concedi al tuo servo un cuore docile> (3, 9). Attraverso la preghiera Salomone si apre ad un cammino di fedeltà a partire dalla memoria di quel <grande amore> (1Re 3, 6) con cui Dio si è rivelato al padre Davide. Di questo grande amore, Gesù – figlio di Davide secondo lo spirito – si fa volto gesto, intuizione profonda e creativa immaginazione: <si mise ad insegnare loro molte cose> (Mc 6, 34). Quando Salomone, in una notte di preghiera trascorsa nel tempio di Gabaon, chiede al Signore di concedergli <un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male> (1Re 3, 9) non fa altro che chiedere la grazia di farsi mediazione – per il popolo – di quel grande amore senza il quale la vita non può fiorire. 

Di certo noi non abbiamo ricevuto in sorte la regalità che fu donata a Salomone per esplicita volontà di Davide, ma, come gli apostoli, a noi è rivolta una parola che ha il sapore e la bellezza di altrettanta intimità e dolcezza: <Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’> (Mc 6, 31). Sembra che quell’indeterminato <un po’> si concretizzi subito nella forma di un desiderio e di una nostalgia che dà la forza e la serenità di non sottrarsi mai a rispondere al bisogno di riposo e di conforto di cui spesso gli altri hanno più bisogno di noi. Marco ci ricorda che <molti… accorsero là a piedi e li precedettero> (6, 33). Il Signore Gesù non è turbato da tutto ciò, ma con la sua parola di <pastore> (6, 34) riesce a far riposare non solo i discepoli, ma tutti.


1. ISACCO SIRO, Discorsi ascetici, 1a parte, n° 60

Accogliere… la fragilità

Presentazione del Signore  –

Nella festa di quest’oggi viviamo la pienezza di ciò che abbiamo celebrato nel Natale del Signore. A distanza di quaranta giorni il bambino Gesù viene portato dai suoi genitori nel tempio <come prescrive la legge del Signore> (Lc 2, 24). Lo spazio dell’osservanza si dilata in un’eccedenza di accoglienza, di gioia, di scambio, di reciproco riconoscimento nei cui segni già si prefigura il senso profondo di ciò che sarà l’annuncio del Vangelo. La consuetudine prevista e prescritta dalla Legge si dilata in un abbraccio amorevole, imprevisto, che si fa pregusto di ciò che avverrà sulle strade di Palestina al passaggio del Signore Gesù. La profezia e la primizia di quelli che saranno gli incontri di Gesù è affidata alle <braccia> (Lc 2, 28) callose di Simeone e all’amorevole parlantina di una <profetessa> (2, 36). Anna rompe gli indugi della discrezione propria di Giuseppe e Maria per indicare a tutti l’aurora già rilucente della <redenzione di Gerusalemme> (2, 38). Con l’abbraccio di Simeone ed Anna nel tempio si incontra il vecchio e il nuovo, la paziente attesa e lo spumeggiante compimento, la saggezza provata di due anziani invecchiati nella fedeltà e nella preghiera, e un bambino che porta sulla terra il profumo del cielo.

Ciò che si consuma nel Tempio è ciò che siamo chiamati a celebrare e a rendere possibile con le nostre scelte nella vita quotidiana: l’incontro festoso tra le differenze più evidenti come può essere un neonato di quaranta giorni e una donna di ottantaquattro anni. La venuta del Signore nella casa della nostra umanità ci permette di non temere più alcuna differenza soprattutto di non avere paura di nessuna fragilità: né quella degli anziani, né quella dei bambini, tra le quali si consumano e si patiscono le vulnerabilità di ogni età e di ogni passo. Anzi, la differenza nella fragilità accende la luce che contrassegna in modo del tutto particolare la festa delle luci o Candelora che abbiamo la gioia di celebrare in questo giorno. La parola della seconda lettura ci conforta: <proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova> (Eb 2, 18). Il profeta sembra quasi rincarare la dose: <Siederà per fondere e purificherà l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia> (Mal 3, 3). Purificazione è un altro modo per indicare la festa odierna.

Guidati dal bambino Gesù che viene accolto nel Tempio dal Padre suo come promessa e premessa di ogni accoglienza, siamo chiamati a percorre anche noi la strada che sale verso gli atri del Signore per farci accogliere dalla misericordia e poterci così accogliere personalmente e reciprocamente. La parola di Simeone rivolta a Maria è per ciascuno di noi: <anche a te una spada trafiggerà l’anima, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori> (Lc 2, 35). I primi pensieri ad essere svelati per essere purificati sono quelli del nostro cuore talora così lento ad accogliere e farsi accogliere in quella fragilità che il Figlio di Dio ha sposato nel mistero della sua incarnazione.

Come lui

IV settimana T.O.  –

L’evangelista Matteo non lascia nessuno spazio all’immaginazione: <Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano> (Mc 6, 12-13). I discepoli costituiti apostoli dal Signore Gesù sono chiamati a parlare e ad agire come il loro Maestro nella dolcissima forza di una parola, accompagnata da gesti che esprimono tutta la compassione di Dio per l’umanità. Anche per noi è la consegna: la nostra bocca deve proclamare ciò che le nostre mani riescono a significare e, soprattutto, ciò che il nostro cuore riesce a trasmettere ben aldilà delle parole. Non si tratta di una dottrina da tramandare, ma di uno stile di vita da comunicare. Sempre in cammino <a due> (6, 7) e spogli di tutto, la sfida è la missione di essere disponibili a tutti. Questa disponibilità non si misura soltanto nel dare, ma, primariamente, nel senso di avere bisogno di ricevere l’aiuto da parte di tutti. La sola ricchezza – e l’unica risorsa dell’apostolo – è la fiducia che in lui ripone il Maestro e l’accoglienza che i suoi fratelli gli fanno come ad un povero. Un vescovo di una chiesa piccola e povera come quella di Algeria dice: <All’inizio e alla fine della missione, c’è Gesù Cristo, vi è l’amore di Dio per l’uomo. La missione comincia con la preghiera di Cristo al Padre e il dono di sé per radunare i figli di Dio dispersi. La missione comincia con l’esperienza, fatta personalmente – e in comunità – che Dio è amore>1.

Proprio l’amore è in grado di mettere serenamente in conto anche il rifiuto e la negazione: <Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro> (6, 11). La testimonianza sembra consistere nel fatto che ciò che viene testimoniato non dipende dall’accoglienza di ciò che viene annunciato, ma dall’ardore e dalla passione con cui viene comunque donato. La prima forma di gratuità – forse la più importante – è quella di non dipendere dal successo della propria testimonianza, ma dalla sua verità e bellezza interiori. Nonostante la complessità e l’ambiguità della sua vita, il re Davide è capace, infine, di lasciare ogni cosa in eredità a Salomone, e lo fa con una serenità che indica un grado significativo di liberta: <Io me ne vado per la strada di ogni uomo sulla terra…> (1Re 2, 2). 

Il Signore Gesù, dando le consegne ai suoi discepoli e affidando a loro il compito di amplificare la sua parola e annunciare il suo vangelo, si mostra assai generoso e fiducioso: <dava loro il potere sugli spiriti impuri> (Mc 6, 7). Il Maestro non invia i suoi discepoli con “poteri limitati” ma con tutta la forza travolgente e trasformante del regno di Dio. E proprio perché si manifesti la potenza di Dio attraverso le loro parole e i loro gesti, il Signore chiede ai suoi discepoli di muoversi con grande agilità, libertà e rigore. Per questo <ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella borsa; ma di calzare solo i sandali, e di non portare due tuniche> (6, 7-8).


1. H. TEISSIER, La mission de l’Église, Desclée, pp. 230-231.

Falegname

IV settimana T.O.  –

Potremmo dare noi stessi una risposta agli abitanti di Nazareth: <Sì, è proprio il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo…, si è proprio uno di noi!>. E mentre cerchiamo di trovare una risposta allo <scandalo> (Mc 6, 3) che tocca il cuore di quanti hanno visto crescere Gesù come uno di loro e se lo ritrovano davanti a loro come uno che si mette ad <insegnare nella sinagoga> (6, 2), siamo chiamati a verificare interiormente che cosa veramente ci aspettiamo dal Signore Gesù. Forse anche noi siamo scandalizzati dal fatto che anche oggi e nella nostra vita la presenza del Signore non è poi così straordinaria come ci aspetteremmo e desidereremmo ed è, invece, molto simile a quella di un semplice <falegname>. Eppure, la sfida della profezia di Cristo Signore che si fa modello di ispirazione per ciascuno dei suoi discepoli, è proprio quella di non cambiare la realtà del nostro essere e della nostra storia, ma renderla una efficace mediazione per rivelare ciò che anima profondamente il nostro cuore.

Ciò che turba gli abitanti di Nazareth è la qualità della parola del Signore Gesù che, ai loro occhi, contrasta con le sue umili e troppo note origini. Accettare che Gesù – uno di loro e uno di noi – sia, in verità, portatore di una parola profetica, significa accettare che anche noi, a nostra volta – e alle medesime condizioni della crescita vissuta dal Signore a Nazareth – forse possiamo e dobbiamo essere, con la nostra vita – senza rinnegare nulla e nessuno della nostra storia – portatori di una parola più grande di noi, ma non meno vera. La difficoltà di accoglienza dei suoi concittadini, in realtà, sembra paralizzare il Signore che, nella sua logica evangelica, non vuole in nessun modo imporsi, ma accetta di defilarsi, tanto che <percorreva i villaggi d’intorno insegnando> (Mc 6, 6). A differenza di quanto viene vissuto da Davide, costretto a scegliere tra tre punizioni possibili per il peccato di aver voluto contare il suo popolo, ma – in realtà – per poter stimare la sua forza militare, Gesù lascia spazio all’incredulità e al rifiuto, prendendo atto e persino rinunciando ad accreditarsi con un <prodigio> (6, 5) affinché ciò non sapesse di costrizione. 

Come ricorda Dom Guillaume: <saremmo nell’illusione se pensassimo che questo succeda solo agli altri. Non siamo migliori di tutti coloro che ci hanno preceduto. La nostra fede non merita molto più di quella degli abitanti di Nazaret, che ha sorpreso così dolorosamente Gesù. Questa constatazione potrebbe davvero lasciarci delusi e condurci ad allontanarci da Gesù. E questa è, effettivamente, la tentazione di colui che arriva alla soglia dell’incontro con Gesù. Perché è proprio lì, nel vuoto di ogni sentimento, nell’assenza di ogni entusiasmo, che ci aspetta Gesù>1. Un altro commentatore contemporaneo delle Scritture, André Neher, annota così: <la profezia non è altro che testimoniare l’assoluto di Dio> che in Gesù si manifesta nell’attenzione non ai discorsi e alle valutazioni, ma nella preoccupazione operosa per i più poveri e bisognosi: <ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì> (Mc 6, 5).


1. DOM GUILLAUME, Sui sentieri del cuore, Paoline 2011, p. 93.

In cammino

IV settimana T.O.  –

Continua la lettura di questo prezioso capitolo di Marco che si incrocia, per così dire, con uno dei passaggi più desolanti del ciclo di Davide. Siamo alla fine di un lungo percorso, che va della strada che conduce <dall’altra riva> (Mc 5, 21) fino alla casa di <Giàiro> (5, 22). E’ un percorso che sembra lunghissimo a motivo delle emozioni forti vissute dal Signore Gesù e da coloro che lo accompagnano e si rivolgono a Lui per ritrovare – attraverso la salute del corpo – una speranza per la propria vita, intesa e accolta nella sua totalità. Il finale di questo lungo itinerario fa da inclusione a quanto abbiamo potuto meditare sulla figura dell’indemoniato di Gerasa: <E subito la fanciulla si alzò e camminava: aveva infatti dodici anni> (5, 42). A questa consolante immagine di una ragazza che finalmente sembra ritrovare la gioia di poter camminare, fa da sfondo quella del bellissimo e valoroso Assalonne privato della vita e appeso alla <grande quercia> (2Sam 18, 9).

Purtroppo, Assalonne non si è abbassato in tempo e non ha saputo calcolare saggiamente il rapporto tra se stesso, la sua folta capigliatura e la quercia sotto cui doveva passare, e così: <il mulo che era sotto di lui passò oltre>. Si dice che Assalonne <cavalcava il mulo> ma, in realtà, sembra essere il mulo a cavalcare il giovane e audace Assalonne, portandolo alla rovina. Se in questo animale viene rappresentata tutta la sfera della nostra fisicità, vediamo che, nel Vangelo, il Signore aiuta le persone che incontra a non permettere che il mulo della propria esperienza fisica passi oltre, lasciandoli sospesi <tra cielo e terra>, in una disarmonia delle componenti e degli elementi che fanno la vita capace di creare la malattia fino a condurre alla morte. La reazione del Signore Gesù è stranamente così sicura da essere ridicolizzata: <La bambina non è morta, ma dorme> (Mc 5, 39). Così pure davanti al gesto furtivo della donna che sente   la vita scorrere via senza tregua, tanto da sembrarle continuamente sprecata, è persino severo: <Chi ha toccato le mie vesti> (5, 30).

Il Signore Gesù è capace di rimettere in cammino la speranza di tutti proprio perché non si lascia bloccare dalle evidenze del male, ma sa scorgere persino – fino a risvegliare – ciò che dorme sotto le coperte di un’abitudine alla sofferenza come è quella della donna, una sofferenza che dura da dodici anni; oppure, come nel caso della figlia di Giàiro, pronta a reagire di fronte all’ineluttabilità della morte. Il Signore Gesù vede oltre, vede dentro, spera ancora e, con il suo tocco che vuole essere personale e diretto, rimette in moto la vita. L’atteggiamento del Signore Gesù forse ci permette di comprendere un po’ meglio il sentimento di Davide che, nonostante tutto il male ricevuto dal figlio Assalonne, non solo lo piange come è naturale, ma non smette di serbare la memoria di ciò che il suo cuore di padre conosceva e amava in questo figlio certamente difficile. Il grido di lamento di Davide è come se esprimesse il dolore per un cammino incompiuto di colui che rischia di essere rimasto <figlio> senza avere avuto il tempo di diventare, a sua volta, padre: <Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!> (19, 1).