Per tutti!

XVIII Settimana T.O.

C’è una dichiarazione solenne con cui si apre il testo tratto dal profeta Geremia e che sembra lavorare segretamente anche il cuore del Signore Gesù: <Io sarò Dio per tutte le famiglie di Israele ed esse saranno il mio popolo> (Ger 31, 1). In un contesto in cui il popolo dell’Alleanza è attraversato dal dramma della divisione e contrapposizione interna tra le tribù che lo compongono, la speranza del profeta – che si fa interprete del desiderio di Dio stesso – non può che andare nella linea dell’integrazione più ampia possibile. Lo stesso movimento possiamo contemplarlo nel brano del vangelo in cui il Signore Gesù ci viene presentato non solo in viaggio ma – diremmo nel nostro linguaggio – all’estero. Si trova infatti <verso la zona di Tiro e Sidone> (Mt 15, 21) nella parte in cui vivono i pagani e dove una <donna Cananea> (15, 22) non esita farsi incontro al Signore per chiedere di intervenire a favore di sua figlia <molto tormentata da un demonio>. Il seguito del testo è uno dei passaggi più difficili da spiegare e da accogliere di tutto il vangelo: <Ma egli non le rivolse neppure una parola> (15, 23).

Questa nota così dura fa da inclusione ad una delle parole più belle e dolci uscite dalla bocca del Signore e che si trova proprio alla fine di questo testo: <Donna, davvero grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri> (15, 28). Tra queste due parole – una così amara e una così dolce – si svolge il dramma del dialogo tra Gesù e questa donna che è come la risposta all’intercessione – ambigua – ma comunque presente dei discepoli: <Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!> (15, 23). Non sappiamo se e fino a che punto i discepoli hanno compassione di questa donna oppure semplicemente vogliono liberarsene… in ogni modo questa donna permette ai discepoli di entrare più profondamente nella logica della moltiplicazione del pane dell’amore e del superamento della paura che hanno appena sperimentato sul monte e in mezzo al mare. Veramente non solo c’è cibo per tutti, ma persino le <briciole> (15, 27) del pane della compassione possono servire a guarire e incoraggiare e rafforzare la vita ben oltre il numero dei <cinquemila> (14, 21). Veramente c’è salvezza per tutti coloro che arrischiano di <gridare> (15, 22) verso il Signore chiedendo pietà e non solo per Pietro vacillante sulle acque turbate del mare. In questo senso – in pieno territorio dei pagani – si compie una delle parole più belle delle Scritture Ebraiche: <Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo ad esserti fedele> (Ger 31, 3).

Questa parola che il profeta non rivolge solo a Giuda ma a tutto Israele, nel Signore Gesù diventa ancora più inclusiva e veramente universale. Eppure, nella sua infinita dolcezza e attenta pedagogia è come se il Signore Gesù desse il tempo ai discepoli non solo di abituarsi gradualmente a questa logica del <nuovo> (31, 4) ma a farsene promotori e interpreti. Non è forse quello che il Signore si aspetta pure da noi – da ciascuno di noi – perché il suo Corpo che è la Chiesa possa essere sempre di più, sempre meglio e sempre più credibilmente sacramento di salvezza per l’umanità intera – non solo a livello geografico – ma pure a livello esistenziale.

Compassione

XVIII Settimana T.O.

La parola e i gesti della <compassione> (Mt 14, 14) che hanno come dominato il racconto evangelico di ieri, possiamo oggi vederli come ancora più radicati nel gesto e nelle parole con cui il Signore Gesù si fa vicino ai suoi discepoli <sul finire della notte> (14, 25). Tra i due racconti, l’evangelista pone una sorta di intermezzo di solitudine vissuta dal Signore Gesù che si ritira <sul monte, in disparte, a pregare> (14, 23). La preghiera di Gesù è solitaria, ma non è affatto isolata; la preghiera del Signore è intima, ma non è intimistica. Sembra proprio che, nel mistero della sua relazione col Padre, il Signore Gesù continui a farsi compagno dei nostri cammini. Nel cuore di Cristo ardeva ancora il fuoco della compassione che lo aveva spinto a moltiplicare il pane per la folla così bisognosa di essere soccorsa e compresa nel suo bisogno, e già risplende quella lampada di presenza amorevole che sta per portare ai suoi discepoli smarriti nella notte <agitata dalle onde> (14, 24).

I due “racconti di compassione” intervallati da un momento di profonda meditazione ci rivelano come e quanto il Signore Gesù sia capace di farsi carico di tutti i nostri differenti bisogni: la folla ha bisogno di nutrimento, i discepoli hanno estremo bisogno di incoraggiamenti; la folla è affamata, i discepoli sono angosciati e impauriti; la differenza dei bisogni cambia il modo, ma non la sostanza del farsi presente del Signore che, nemmeno l’estasi della preghiera più pura, tiene lontano da noi. Le parole che il Signore Dio rivolge al suo popolo per mezzo del profeta Geremia potrebbero essere poste sulle labbra di Gesù che, dalla solitudine serena del monte, scende verso il <mare> (14, 25) delle nostre paure e delle nostre angosce: <La tua ferita è incurabile, la tua piaga è molto grave> (Gr 30, 12). La ferita e la piaga che il Signore cerca di guarire nella nostra vita è quella che si mostra in tutta la sua gravità nel desiderio, prima, e nella reazione impaurita, dopo, di Simon Pietro vacillante sulle acque: <Uomo di poca fede, perché hai dubitato?> (Mt 14, 31).

Esperto pescatore, Simon Pietro sa prendere il rischio della navigazione, ma si trova davanti al suo Signore che cammina sulle acque con una serenità che rappresenta una vera e propria sfida, una vera chiamata. Il desiderio di imitare è forte, ma la paura di affondare senza più poter confidare sulla propria barca, con i suoi poveri eppure utili strumenti, sembra essere più grande. Non si tratta di voler camminare sulle acque come Gesù, ma come la folla ciò che ci salva è <toccare almeno il lembo del suo mantello> (14, 36): La nostra è legata al fatto di poterci e volerci attaccare, come farebbe del tutto naturalmente un bambino alla gonna di sua madre, alla mano del Signore. La sua stretta ci permette di sentirci al riparo dalla nostra angoscia, non perché si smetta di aver paura, ma perché si crea uno spazio alla fiducia.

Giogo

XVIII Settimana T.O.

Nella prima lettura assistiamo ad una sorta di singolar tenzone tra il profeta Geremia e il sedicente profeta <Ananìa figlio di Azzur> (Gr 28, 1). Nel corso del testo si fa riferimento, per ben sette volte, al <giogo> (28, 2.4.10.11.12.13.14.) che il falso profeta dice sarà presto spezzato e Geremia, invece, ritiene sia ancora da portare e da assumere per compiere quel cammino di purificazione e di conversione senza il quale non si può ritrovare l’amicizia con Dio e ristabilire l’Alleanza. I sette riferimenti al <giogo> con la durissima replica del profeta Geremia portano ad un’amara conclusione: <Il quello stesso anno, nel settimo mese, il profeta Ananìa morì> (28, 17). Questo epilogo non ci può e non ci deve lasciare indifferenti: cosa significa questa morte che il profeta Ananìa deve subire come rivelazione del suo non essere stato <mandato> (28, 15) dal Signore?

Certamente ci sono delle questioni di genere letterario e di contesto culturale da cui non è esente la stessa sensibilità religiosa, nondimeno questo testo ha un messaggio che vale per ciascuno di noi e per la nostra comunità di fede, per la Chiesa. Il discernimento degli spiriti esige la capacità di non lasciarsi ammaliare da annunci troppo facili e un segno della loro provenienza, divina o umana, è il grado e la qualità del coinvolgimento in quello che si annuncia e che si tende a promettere in nome di Dio. Alla fine, Ananìa muore – nel tempo indicato dal profeta Geremia – in questo modo – sub contrario – viene rivelato un dato di fondamentale importanza: la predicazione del <profeta di Gabaon> (28, 1) era falsa perché, in realtà, non gli costava il prezzo di un coinvolgimento reale. In ogni tempo, anche nel nostro, e ciascuno di noi può cadere nella trappola di essere troppo sensibile ad annunci di facili e “provvidenzialiste” soluzioni, ma che in realtà non richiedono nulla in termini di dedizione e di perdita personali. La Parola di Dio si realizza sempre attraverso la nostra capacità di entrare in prima persona nel disegno di Dio. Per essere autenticamente profeti del Signore non basta essere dei semplici banditori, ma bisogna che la salvezza si offra attraverso il dono – talora assai oneroso – della nostra vita fatta in prima persona.

Il Signore Gesù si rivela come profeta nella stessa linea di Geremia che è la medesima nella quale si colloca la testimonianza di Giovanni il Battista. Dopo la <morte> del Precursore, il Signore Gesù <si ritirò in un luogo deserto> (Mt 14, 13). Possiamo ben immaginare la tentazione a “ritirarsi” dalla scena per evitare di condividere la stessa sorte del Battista, ma il ritiro di Gesù porta un frutto di un ulteriore approfondimento del suo coinvolgimento attraverso un approfondimento ed una radicalizzazione della sua <compassione> (14, 14). I discepoli hanno la tendenza a non coinvolgersi troppo per non rischiare di dover rinunciare ai loro <cinque pani e due pesci> (14, 17), ma il Signore chiede loro di fare, in brevissimo tempo, un lungo cammino interiore: <voi stessi date loro da mangiare> (14, 16). Questa parola del Signore è percuotente come quella che Dio rivolge al suo popolo per mezzo del profeta Geremia: bisogna portare il peso e il giogo della sofferenza e dell’umiliazione condividendolo e non propinando false e gratuite speranze: non basta rimandare a Dio se non accettiamo di farci volto concreto della sua <compassione>, accettando di legare la nostra alla vita del fratello per portare insieme il <giogo>.

A pezzi!

XVIII Domenica del T.O. –

La domanda che Paolo pone nelle nostre orecchie e nei nostri cuori risuona profondamente: <Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, il pericolo, la spada?> (Rm 8, 35). Tutte queste realtà dure e difficili della vita che rischiano di isolarci e di impoverirci sempre di più possono, invece, diventare l’occasione per un’imprevista pienezza. La parola del profeta risuona dalle profondità dei secoli e interroga soprattutto coloro – e noi siamo tra costoro – che pensano di non avere bisogno di niente e di nessuno: <Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?> (Is 55, 2). Alla domanda con cui il profeta smaschera la nostra pretesa di autosufficienza e l’illusione di poter comprare ogni cosa, segue un invito: <Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti>, e ancora: <Porgete l’orecchio…> (55, 2-3).

Questa parola di Isaia si compie sotto i nostri occhi nel racconto del vangelo che si conclude con una nota da non sottovalutare e da comprendere in tutta la sua profondità di messaggio e di appello per la nostra stessa vita: <Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezziavanzati: dodici ceste piene> (Mt 14, 20). La differenza che fa il miracolo è il miracolo della differenza tra l’istinto dei discepoli che consigliano al Signore Gesù di congedare la folla: <perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare> (14, 15) e la decisione invece di partire da quello che c’è e di credere che possa bastare per tutti: <spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla> (14, 19). Di certo in una mentalità consumistica, che continuamente cerca di far crescere il potere d’acquisto, questo gesto di Gesù rappresenta una rivoluzione. Non è difficile immaginare il danno che questa decisione ha rappresentato per le panetterie del circondario.

La sfida del Vangelo è passare dal “potere d’acquisto” alla “gioia del dono” e questo a tutti i livelli della nostra vita di relazione, di cui il nutrimento è simbolo forte ed espressivo. Nei cesti non rimangono dei pani interi appena sfornati o appena comprati, bensì dei <pezzi> (14, 20) e questo per dire che ciò che nutre non è il pane che compriamo o vendiamo, bensì il pane della vita che siamo capaci di spezzare e di condividere. Ciò che sazia la fame di senso che portiamo dentro di noi non è un crescente potere d’acquisto il cui simbolo sono le sporte sempre più colorate e avvincenti dei nostri negozi, ma ciò che di noi e attraverso di noi viene messo a disposizione della vita degli altri e da cui noi stessi possiamo ricevere un di più di senso e di gioia per la nostra vita. L’Eucaristia che celebriamo è ben più di un gesto cultuale e sacrale per lasciare le nostre coscienze in pace, è, invece un gesto esistenziale. Siamo così chiamati a convertire il nostro cuore dall’attitudine a rimandare gli altri ai negozi in cui comprare per trattenerli, invece, presso di noi per mettere insieme i pezzi e condividerli. La <sazietà> (Mt 14, 20) non può che essere il frutto e il segno della <compassione> (14, 14) che ci rende compagni. Il contesto di questo episodio del Vangelo è quello <della morte di Giovanni Battista> (14, 13), i gesti che compiamo durante l’Eucaristia sono memoria del dono pasquale di Cristo Signore, la sfida che Gesù lancia agli apostoli è per noi: <Non occorre che vadano: voi stessi date loro da mangiare> (14, 16).

En morceaux !

XVIII Dimanche du T.O.

La question que Paul dépose dans nos oreilles et dans nos coeurs » résonne profondément : «  Peut-être la tribulation, l’angoisse, la persécution, la faim, le danger, l’épée ? » (Rm 8, 35). Toutes ces dures et difficiles réalités de la vie qui risquent de nous isoler et de nous appauvrir toujours d’avantage, peuvent, au contraire, devenir l’occasion pour une plénitude imprévue. La parole du prophète résonne de la profondeur des siècles et interroge surtout ceux – et nous en faisons partie – qui pensent n’avoir besoin de rien et de personne : «  Pourquoi dépensez-vous votre argent pour ce qui n’est pas du pain, votre gain pour ce qui ne rassasie pas ? » (Is 55, 2). A la question par laquelle le prophète démasquera notre prétention d’autosuffisance et l’illusion de pouvoir tout acheter, suit une invitation : « Allez, écoutez- moi et vous mangerez de bonnes choses et dégusterez des mets succulents », et encore «  tendez l’oreille… » (55,2-3).

 Ces paroles d’Isaïe s’accomplissent sous nos yeux dans la narration de l’évangile qui se conclut par une remarque à ne pas sous-estimée et à comprendre dans toute la compréhension d’un message et d’un appel pour notre propre vie : « Tous mangerons à satiété et emporter les morceaux restants : douze paniers pleins » (Mt 14, 20). La différence qui fait le miracle est le miracle de la différence entre l’instinct des disciples qui conseillent au Seigneur Jésus de congédier la foule : «  qu’elle aille dans les villages s’acheter à manger » (14, 15)  et la décision contraire de partir de ce qui est et de croire que cela pourrait suffire pour tous : «  Il rompit les pains, les donna aux disciples et les disciples à la foule » (14, 19). Il est certain que pour une mentalité de consommation, qui cherche continuellement d’accroître le pouvoir d’acquisition, ce geste de Jésus représente une révolution. Il n’est pas difficile d’imaginer les dégâts que cette décision a représenté pour les boulangeries alentours.

 Le défi de l’Evangile est de passer du «  pouvoir d’acquisition » à la «  joie du don » et cela à tous les niveaux de notre vie relationnelle dont la nourriture est un symbole fort et expressif. Il ne reste pas  dans les paniers des pains entiers, à peine sortis du four ou à peine achetés mais bien des «  morceaux » (14, 20) et ceci pour dire que ce qui nourrit n’est pas le pain que nous achetons ou vendons, mais bien le pain de la vie que nous sommes capables de rompre et de partager. Ce qui rassasie la faim de sens que nous portons en nous, n’est pas un pouvoir d’acquisition croissant dont les symboles sont les sacs de course toujours plus colorés et avenants de nos magasins, mais ce qui de nous et à travers nous est mis à disposition de la vie des autres et dont nous pouvons aussi recevoir un surplus de sens et de joie pour notre vie. L’Eucharistie que nous célébrons est plus plus qu’un geste cultuel et sacré pour être en paix avec notre conscience, c’est, au contraire, un geste existentiel. Nous sommes ainsi appelés à convertir notre coeur de l’attitude d’envoyer les autres dans les magasins pour acheter, afin de les garder près de nous pour mettre ensemble les morceaux et les partager. La «  satiété » (Mt 14, 20) ne peut qu’être le fruit et le signe de la «  compassion » (14, 14) qui nous rend compagnons. Le contexte de cet épisode évangélique est celui «  de la mort de Jean Baptiste » (14, 13), les gestes que nous accomplissons pendant l’Eucharistie sont mémoire du don pascal du Christ Seigneur, le défi que Jésus lance aux apôtres est pour nous : « Il n’est pas nécessaire qu’ils y aillent, donnez-leur vous-mêmes à manger » (14, 16).

Fantasmi

XVII Settimana T.O.

Si potrebbe dire che Erode viva ormai nel terrore e come perseguitato dal fantasma di Giovanni Battista che <aveva fatto incatenare e gettare in prigione per causa di Erodiade> (Mt 14, 3). Dovunque si scorga ormai qualcosa di forte e di autentico – come la <potenza dei miracoli> (14, 2) che operava in Gesù unitamente alla sua <fama> (14, 1) – Erode vi scorge la presenza incombente del Battista che lui stesso ha fatto decapitare. La cattiva coscienza non può che continuare a ingrandire, come ombre proiettate dalla luce su una parete, la propria iniquità. Così ciò che sembra essere la soluzione finale ad un problema e ad un fastidio – la morte di colui che impedisce il comodo e l’arbitrio – diventa l’inizio di un vero e proprio incubo: Erode viene come corroso dal rimorso e dal rammarico ma forse, ancora più profondamente, da una sorta di senso di fallimento per aver fatto – su istigazione delle sue donne e per una inconfessabile paura dei suoi cortigiani – qualcosa che non avrebbe voluto mai fare.

Davanti ad un altro profeta molto scomodo come Geremia il popolo si mostra più saggio dei <sacerdoti e profeti> (Ger 26, 11). Infatti, il popolo reagisce diversamente e, rendendosi conto del fatto che la profezia autentica non viene stroncata ma amplificata dalla violenza, dice: <Non ci deve essere sentenza di morte per quest’uomo, perché ci ha parlato nel nome del Signore> (26, 16). Si può ben immaginare la grande gioia di Geremia nel fatto di essere – nonostante tutto – riconosciuto come uno che parla in nome del Signore per quanto dica cose scomode e imbarazzanti in quanto <ha profetizzato contro questa città> (26, 11). Si può ancora meglio immaginare il combattimento interiore di Geremia, di Giovanni il Battista, del Signore Gesù come di ogni profeta in tutti i tempi e in tutti i luoghi: “vengo da Dio o da me stesso?”, “parlo in nome di Dio o di me stesso?”.

La risposta a questa domanda che macera il cuore del profeta non può che essere racchiusa in un crescendo di violenza che può arrivare fino all’eliminazione fisica ma che, in ogni modo e in modo misterioso, non fa che dare compimento a ciò che si è annunciato con la parola e che esige sempre – quale sigillo di autenticità – la testimonianza della vita. Né Geremia si difende, né del Battista ci viene tramandata una sola parola davanti alla spada e il Signore Gesù non farà che tacere durante il suo processo. Strano che i profeti i quali rischiano tutto per continuare a parlare in nome di Dio fino a sgolarsi, ammutoliscano quando si tratterebbe di difendere se stessi e la propria vita. Ma non è forse questo che li rende testimoni perenni trovando subito qualcuno che raccolga il loro testimone per continuare l’opera di Dio nella storia: <andarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informarne Gesù> (Mt 14, 12). La tomba sembra essere il luogo della verità: là i profeti diventano o fantasmi (Lc 24, 37) o aurora d vita e di gioia piena (Gv 20, 11-18).

Estranei

XVII Settimana T.O.

Il lamento del salmista esprime al meglio il dolore del profeta e ancora più profondamente lo sconcerto del Signore Gesù: <sono diventato un estraneo ai miei fratelli, uno straniero per i figli di mia madre> (Sal 68, 9). Tornato tra la sua gente il Signore si sente un estraneo e questo per un eccesso di rispetto frutto della sua fama che sembra precederlo ed estraniarlo dalle persone che sono state parte, o almeno spettatori privilegiati, della sua crescita a Nazaret. Le persone più vicine al Signore, proprio mentre fanno l’accurato elenco della sua parentela, si allontanano sempre di più dalla sua presenza tanto che Gesù – il loro caro e forse amato Gesù – diventa <motivo di scandalo> (Mt 13, 57). Lo stesso Signore applica a se stesso l’identità del <profeta> e questo significa accettarne l’amara sorte di chi non può che essere <disprezzato>. La stessa amara conclusione la troviamo nella prima lettura. Davanti alle parole e ai gesti di Geremia – una sorta di strategia divina per non rassegnarsi al rifiuto del suo popolo – la reazione è una vera e propria decisione: <Devi morire!> (Gr 26, 8).

Ogni volta che “estraniamo” una persona dalla nostra vita e ci “estraniamo” dalla sua non facciamo altro che condannare a morte. Matteo annota che Gesù a Nazaret <non fece molti prodigi> (Mt 13, 58) e questo ha una spiegazione dura. È come se il Signore non vuole imporsi per la potenza dei segni ma desiderasse ritrovare a Nazaret la delicatezza e la tenerezza di una familiarità che si fonda sull’intimità e non sull’aspetto dimostrativo. I concittadini di Gesù reagiscono alla sapienza del Signore con una esclamazione: <Non è costui il figlio del falegname?> (13, 55). Con questo interrogativo tradiscono la loro incomprensione del mistero d’amore immenso e di tenerezza assoluto che sta a fondamento dell’esperienza di Gesù. Possiamo fare nostra una domanda di Giovanni Paolo II: <Poiché l’amore paterno di Giuseppe non poteva non influire sull’amore filiale di Gesù e, viceversa, l’amore filiale di Gesù non poteva non influire sull’amore paterno di Giuseppe, come inoltrarsi nel mistero di questa singolarissima relazione?>1.

L’unico modo di entrare in questa relazione che fa l’identità del Signore Gesù è accogliere il mistero di una gratuità nella relazione a cui i Nazaretani sembrano impreparati e insensibili: in realtà non si sono accorti di quello che per <circa trent’anni> (Lc 3, 23) è avvenuto sotto i loro occhi. Il Signore Gesù non fa sentire il suo peso per quello che fa ma vuole comunicare la bellezza di quello che è: un mistero da contemplare e amare e non un problema da risolvere o di cui parlare. Chissà forse lo stupore di Gesù nasce dal fatto che aveva guardato a Nazaret sempre attraverso gli occhi di sua madre e il cuore di suo padre… il fior fiore di Nazaret capace di irrorare, con la loro splendida umanità, il Profumo di Dio, Gesù!


1. GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Custos, 27.

Come capita

XVII Settimana T.O.

Nelle due letture della liturgia che accompagnano il cammino di questa giornata, il Signore ci mette di fronte – con una certa serenità – alla possibilità che ci può essere anche nella nostra vita l’esperienza di un possibile fallimento. Geremia deve rendersi conto, vedendo lavorare il vasaio, che <se si guastava il vaso che egli stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio egli rifaceva con essa un altro vaso> (Gr 18, 4). Il Signore Gesù concludendo le sue parabole sul Regno dei cieli non ha paura a dire come persino il mondo di Dio sia simile <ad una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci> (Mt 13, 47). Sembra che il Signore ci inviti ad avere il coraggio della verità per accogliere nella verità la vita e quindi renderla adatta al Regno di Dio che viene e che, continuamente, cerca di irrompere con la sua carica di novità e di speranza nella nostra esistenza. Ma questa irruzione sembra essere come legata profondamente alla nostra capacità di essere continuamente e sempre di più <come l’argilla è nelle mani del vasaio> (Gr 18, 6): la grande responsabilità di lasciarsi fare che comincia sempre col lasciarsi andare!

Per bocca del profeta il Signore afferma solennemente: <voi siete nelle mie mani> (18, 6). Questo “luogo” è l’unico ambito della nostra sicurezza! Persino nel caso estremo in cui queste mani – attraverso quelle degli <angeli> (Mt 13, 49) ci gettassero – non sia mai – <nella fornace ardente> (13, 50) sarebbero e rimarrebbero comunque il posto più adeguato per il nostro cuore e la nostra vita poiché nulla impedirebbe al Signore di trarre persino da <pesci cattivi> (13, 49) qualcosa di misteriosamente buono. Sentirci e amare di stare nelle <mani del vasaio> (Gr 18, 6) sposta completamente l’orizzonte della nostra attenzione e della nostra preoccupazione: il problema non è la qualità della creta che siamo ma l’arte del vasaio che è capace – per amore della verità e della bellezza – anche di accettare di ricominciare tutto daccapo se, mentre sta modellando, qualcosa non va per il verso giusto.

Non è facile accettare di essere re-impastati e magari usati come materia base per una forma di vaso diversa da quella con cui ci eravamo identificati, ma qui sta la differenza di <ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche> (Mt 13, 52). Anche a noi viene posta la domanda: <Avete capito queste cose?>. L’unica risposta valida è dire: “Sì, eccomi”, <nelle tue mani affido il mio spirito> (Lc 23, 46). Ogni mattina mentre riaccogliamo dalla mano di Dio il dono della vita siamo misteriosamente invitati a lasciarci di nuovo impastare dalle due mani del Padre – come diceva Ireneo – che sono lo Spirito e il Figlio: forma e contenuto della nostra pienezza. Si tratta di imparare ogni giorno l’arte del vasaio che è l’arte della fiducia.

Ospitare

S. Marta

L’evangelista Luca esordisce parlandoci di Marta in questo modo: <Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò> (Lc 10, 38). È’ come se la liturgia fosse ammaliata da quest’immagine di ospitalità di Marta di cui la Chiesa vorrebbe essere come una continuazione ed un’attuazione ma anche una sorta di pregusto in attesa di essere accolta da Cristo che cerca di accogliere e quasi coccolare ogni giorno. Infatti, le preghiere che accompagnano l’Eucaristia di quest’oggi fanno continuamente riferimento a questo mistero di reciproca accoglienza. La Colletta ci fa pregare così: <il tuo Figlio fu accolto come ospite a Betania nella casa di santa Marta> e aggiunge dapprima <concedi anche a noi di essere pronti a servire Gesù nei fratelli> e conclude <perché al termine della vita siamo accolti nella tua dimora>. Nell’orazione sulle offerte si arriva persino a porre in parallelo <il servizio sacerdotale> con <la premurosa ospitalità di santa Marta che accolse nella sua casa il Cristo>.

Come se non bastasse queste emozioni sono riprese e quasi rafforzate nella preghiera dopo la comunione <sull’esempio di santa Marta collaboriamo con entusiasmo all’opera del tuo amore, per godere in cielo la visione del tuo volto>. In tal modo la nostra esperienza di “casa” sulla terra non è altro che la preparazione attraverso il desiderio e l’amore della nostra casa in cielo che, di certo, non è un luogo ma uno stato quello vissuto in modo emblematico da Maria <seduta ai piedi di Gesù>. Da sempre questo testo ha posto dei problemi di interpretazione contrapponendo spesso l’attività alla contemplazione in realtà come spiega Bernardo di Chiaravalle: <il lavoro di Marta non può compiersi senza sollevare una nuvola di polvere>1. La sfida non consiste nel contrapporre l’atteggiamento di Marta con quello di Maria, ma esattamente il contrario, si tratta di integrare. L’apostolo Giovanni, nella prima lettura ci presenta l’amore in due dimensioni profondamente intrecciate tra loro: quella verticale dell’amore verso Dio che genera l’amore nella sua forma orizzontale della carità verso i fratelli.

Di questo amore il vangelo della risurrezione di Lazzaro ci offre un’icona magnifica. Il Signore Gesù rassicura Marta con parole solenni: <Tuo fratello risorgerà> (Gv 11, 23). Alle parole e alla promessa del Signore siamo chiamati a corrispondere ogni giorno sapendo risuscitare dentro di noi quella dimensione di fraternità che permette a coloro che ci vivono accanto di sentirsi vivi e sostenuti nella loro ricerca di pienezza di vita. A Marta possiamo chiedere di intercedere per ciascuno di noi perché la nostra vita sia una <casa> che accoglie e che potenzia la vita, sempre a Marta possiamo chiedere di tenerci vigilanti per combattere quella <nuvola di polvere> che sono le preoccupazioni eccessive e inutili che possono soffocare il dinamismo della vita.


1. BERNARDO DI CHIARAVALLE, cfr. Magnificat 200 (luglio-2009) p. 383.

Spiegaci

XVII Settimana T.O.

Il Signore Gesù non si fa pregare e risponde esaurientemente alla richiesta dei suoi discepoli che gli chiedono: <Spiegaci la parabola della zizzania nel campo> (Mt 13, 36). Si potrebbe rileggere la prima lettura, in cui il profeta Geremia contempla la <ferita mortale> (Ger 14, 17) che ha colpito il popolo, proprio come una sorta di spiegazione del reale che, non raramente, non può che indurre a versare <lacrime notte e giorno>. Nonostante il mistero della <zizzania nel campo> (Mt 13, 36) che produce tante <vittime> (Ger 14, 18), il mistero è più grande e non bisogna mai cedere alla tentazione di dimenticare che <colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo> (Mt 13, 37). Nonostante tutta la <nostra iniquità> (Ger 13, 20) siamo chiamati a non perdere la memoria che se il <campo è il mondo> (Mt 13, 38) in questo campo non c’è solo il male ma anche – e soprattutto – <il seme buono che sono i figli del regno>. Per molti aspetti il destino del mondo è affidato alle nostre mani, al nostro cuore, alla qualità del seme di umanità che siamo e che accettiamo – giorno dopo giorno – di diventare.

Una domanda potremmo lasciare emergere dal nostro cuore: come diventare sempre di più, ogni giorno di più, questo <seme buono> serenamente seminato nel <campo del mondo>? Infatti, il Signore ci promette che <alla fine del mondo> – ossia in ogni momento in cui si accetta di entrare nel discernimento – <il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente> (13, 41). Un modo “parabolico” per dire che il male non ha futuro e che il futuro appartiene solo al bene. Un modo sottile per rianimare la nostra speranza e soprattutto per ravvivare la nostra fiducia secondo la conclusione così inattesa della prima lettura: <In te noi speriamo> (Ger 14, 22). Non dimentichiamo che la parabola della <zizzania nel campo> è proprio una parabola sulla fiducia! Il <padrone> infatti non si lascia prendere dalla paura e dalla precipitazione ma sa, a differenza dei servi, contare sul tempo lasciando tutto il tempo perché ogni cosa si manifesti nella sua interezza e possa essere giudicata senza ombra di dubbio.

Il fatto che il Signore Gesù spieghi la parabola facendo riferimento alla <fine> (Mt 13, 40) è molto significativo: le cose, gli avvenimenti, le persone, le situazioni… vanno giudicati a partire da quello che sono e sempre saranno alla luce di Dio. Ma perché questo possa essere possibile è necessario crescere nella conoscenza e nell’amore di un Dio la cui presenza e la cui misericordia sono invincibili. A questo Dio che continua a seminare il <buon seme> possiamo sempre aprire il nostro cuore e invocare dal profondo di ogni <calamità> (Ger 14, 17): <per il tuo nome non respingerci… Ricordati! Non rompere la tua alleanza con noi> (14, 21-22). Cominciamo con l’essere fedeli all’alleanza che il Signore vuole ogni giorno intessere con noi e accogliamo anche oggi – dentro il più profondo di noi stessi – il <buon seme> della sua presenza dando a Dio una speranza, dandogli una possibilità.