Segno

XX Settimana T.O.

Il profeta Ezechiele viene chiamato da Dio a diventare un <segno> (Ez 24, 24)) per i suoi fratelli. Si tratta di “fare segno” per ricordare che non c’è nulla che sia più importante della relazione con il Signore Dio alla luce della cui presenza tutto il resto, che pure partecipa e rende gustosa la nostra vita, deve esserne illuminato e trasformato. Al sacerdote Ezechiele viene chiesto di <non versare una lacrima> (Ez 24, 16) sulla morte della donna che Dio sa essere <la delizia dei tuoi occhi>. Per il profeta si tratta di una chiamata a fare segno e ad essere segno dell’urgenza non solo di amare ma di andare alla radice di ogni amore. A differenza di quel <tale> (Mt 19, 16) che si accosta a Gesù con tutta la sua certezza morale che lo induce a fare l’elogio di se stesso con una fierezza quasi bambina e comunque troppo <giovane> (19, 20), il profeta entra e aiuta il popolo ad entrare in una relazione di grande umiltà e consapevolezza.

L’interlocutore di Gesù afferma con troppo pensare <tutte queste cose le ho osservate> (19,19). E di certo dice il vero questo giovane che si aspetta dal Maestro un’accoglienza trionfale nel seno della piccola comunità che lo attornia. Ma non basta una “buona morale” e una scrupolosa osservanza per essere discepoli del Signore Gesù e talora proprio questa coscienza – tra l’altro retta – di essere “a posto” può essere un impedimento ad entrare nella gioia propria del Regno di Dio che viene e che è l’esultanza del peccatore perdonato il quale – proprio nella consapevolezza del dono – accetta di non avere pretese. Così spiega un moralista dei nostri giorni: <Anche quando avessimo osservato tutta la morale, c’è ancora un appello singolare da parte di Dio per noi. Ciò che è interessante è che il questo giovane uomo rifiuta di seguire Gesù e con ciò stesso perde il frutto di tutta la sua morale, che è la gioia di vivere. Per questo se ne andò triste>1.

La tristezza di quel giovane è molto diversa dal tormento che vive il profeta Ezechiele per la morte di colei che è la delizia non solo dei suoi occhi, ma ancora più profondamente, la gioia del suo cuore. Mentre Ezechiele vive il dramma della separazione come uno strappo capace di diventare il <segno> dello strappo continuo che il cuore di Dio sente davanti all’infedeltà del suo popolo, la tristezza del giovane è una ferita al suo orgoglio spirituale. Mentre il profeta accetta lo strappo senza fare il lutto ma cercando di cogliere il segno, il giovane fa un grande lutto senza essere capace di cogliere nella parola del Signore , composta di cinque verbi che indicano le tappe per completare il cammino, un segno che lo invita ad andare oltre tutto <queste cose osservate> (Mt 19, 20). Possiamo fare oggi una sorta di esame di coscienza su ciò che realmente ci fa soffrire: lo strappo di un amore fallito e mancato oppure lo strappo per il crollo della nostra immagine? Non c’è bisogno di avere fretta… prendiamo tutto il tempo per rispondere con calma e senza precipitazione. La nostra stessa vita è chiamata a diventare <un segno> (Ez 24, 24).


1. X. THEVENOT, La souffrance, Ed. don Bosco, p. 34.

Gli altri

XX Domenica del T.O. –

Quello di Paolo sembra un grido di protesta contro ogni chiusura che, sottilmente, eliminando gli altri nella loro diversità fondamentale, in realtà uccide ciò che in noi è apertura alla vita: <a voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni> (Rm 11, 14). Il profeta Isaia da parte sua sembra sognare e non si accontenta di farlo per se stesso, ma sembra bruciare dal desiderio di condividere il suo desiderio di un modo allargato di sentirsi popolo di Dio: <Gli stranieri hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi> (Is 56, 6). Il sogno di Isaia e il grido di Paolo ci permettono di entrare nella reazione del Signore Gesù davanti a quella donna che sembra sbarrargli la strada e con cui sembra ingaggiarsi una lotta profonda. Questa lotta comincia con una nota assai strana – <non gli rivolse neppure una parola> (Mt 15, 23) – e si conclude con un moto irrefrenabile di ammirazione: <Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri> (15, 29). Tra queste due reazioni del Signore troviamo il modo di pensare dei discepoli: <Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!> (15, 23).

La motivazione che anima i discepoli – quella di liberarsi da un fastidio – non è degna del Signore e non sarebbe stata rispettosa del dolore e della preghiera di questa donna senza nome che rischia di rappresentare così bene la nostra umanità bisognosa non solo di aiuto ma anche di ritrovare la propria dignità senza pretenderla: <E’ vero, Signore – disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni> (15, 27). Proprio mentre il Signore – per l’unica volta nella sua vita adulta – varca i confini di Israele ecco che questa donna lo mette di fronte alla fatica non solo di andare verso i lontani, ma di accettare che gli altri ci vengano incontro chiedendoci una disponibilità che forse non avevamo messo in conto. Così il mondo degli altri e il modo degli altri sono uno stimolo per prendere coscienza di quello che abbiamo ricevuto come dono di grazia e di cui non possiamo semplicemente gloriarci, ma da cui siamo chiamati a farci interiormente formare con gli altri e mai in modo isolato e autoreferenziale.

Il Signore Gesù onora in modo unico e totale il suo ministero di compassione proprio nella misura in cui, quasi esasperando la situazione, può rivelare ancora più profondamente quanto grande è la fede di quella donna che vive oltre i confini visibili della fedeltà del popolo di Israele. Nel suo estremo bisogno la donna chiede semplicemente di essere tollerata. Il Signore, attraverso la sua dura pedagogia di iniziazione alla logica del Regno, la offre a tutti – e prima di ogni altro ai suoi discepoli – come modello di fede e di <preghiera per tutti i popoli> (Is 56, 7). In questi giorni estivi in cui abbiamo forse non solo un po’ più di tempo ma anche una maggiore disponibilità interiore possiamo cercare di fare un passo in più perché gli altri si possano sentire non tollerati, ma accolti e riconosciuti, stimati e onorati in tutta verità.

Les autres

XX Dimanche du T.O.

Celui de Paul ressemble à un cri de protestation contre toute fermeture qui, délicatement, tout en éliminant les autres dans leur diversité fondamentale, détruit, en réalité, ce qui est en nous ouverture à la vie : «  Voici ce que je vous dis : en tant qu’apôtre, je fais honneur à mon ministère, dans l’espoir de susciter la jalousie de mes concitoyens et d’en sauver certains » (Rm 11, 14). Le prophète Isaïe de son côté, semble songeur et ne se contente pas de l’être pour lui-même, mais il brûle du désir de partager son désir d’une façon élargie, se sentant peuple de Dieu : «  Les étrangers ont adhéré au Seigneur pour le servir et pour aimer le nom du Seigneur, pour devenir ses serviteurs » (Is 56, 6). Le rêve d’Isaïe et le cri de Paul nous permettent d’entrer dans la réaction du Seigneur Jésus face à cette femme qui semble lui barrer la route et avec qui s’engage une lutte profonde. Cette lutte commence par une note assez étrange – «  il ne lui adressa même pas une parole » (Mt 15, 23) – et elle se conclut par un élan incontrôlable d’admiration : «  Femme, grande est ta foi ! Qu’il advienne selon ton désir » (15, 20). Entre ces deux réactions du Seigneur, nous trouvons la façon de penser des disciples : « exauce-là car elle nous suit en criant ! » (15, 23).

La motivation qui anime les disciples – celle de se libérer d’une difficulté – n’est pas digne du Seigneur et ne serait pas respectueuse de la douleur et de la prière de cette femme sans nom qui risque de si bien représenter notre humanité désireuse, non seulement d’aide, mais aussi de retrouver sa propre dignité sans prétention : «  C’est vrai, Seigneur – répondit la femme -, mais les petits chiens mangent les miettes qui tombent de la table de leurs maîtres » (15, 27). Juste au moment où le Seigneur – pour l’unique fois dans sa vie d’adulte – traverse les frontières d’Israël, voici que cette femme le met face à la difficulté, non seulement, d’aller vers le lointain, mais aussi d’accepter que les autres viennent à notre rencontre en nous demandant une disponibilité que, sans doute, nous n’avions pas prise en compte. Ainsi, le monde des autres, et la façon d’être des autres sont une stimulation pour prendre conscience de ce que nous avons reçu comme don de grâce et dont nous ne pouvons pas simplement nous glorifier, mais dont nous sommes appelés à nous laisser transformer intérieurement par les autres, jamais de manière isolée et autoréférentielle.

 Le Seigneur Jésus honore de façon unique et totale son ministère de compassion dans la mesure où, en dramatisant presque la situation, peut se révéler plus profondément encore combien grande est la foi de cette femme qui vit au-delà des frontières visibles de la fidélité du peuple d’Israël. Dans son extrême besoin, la femme demande tout simplement d’être tolérée. Le Seigneur, par sa dure pédagogie d’initiation à la logique du Règne, offre à tous – et avant tout à ses disciples –  ce modèle de foi et de «  prière pour tous les peuples » (Is 56,7). En ces jours d’été où nous avons sans doute un peu plus de temps, mais aussi une plus grande disponibilité intérieure, nous pouvons essayer de faire un pas supplémentaire pour que les autres puissent se sentir, non pas tolérés, mais accueillis et reconnus, estimés et honorés en toute vérité.

Incinta

ASSUNZIONE di MARIA

Una nota assai particolare per leggere e vivere questa festa ci viene offerta dalla visione dell’Apocalisse che ci mostra il segno grande di una donna che <era incinta> Ap 12, 2). Mentre contempliamo il mistero dell’Assunzione di Maria al cielo, che segna il completamento dell’opera di Dio nella sua vita, siamo riportati al mistero del nostro destino ultimo che è legato a ciò che dentro di noi portiamo come promessa – talora faticosa ma assolutamente appassionante – di una vita che cresce e che prepara nuove sorprese. La tradizione della Chiesa contempla il transito di Maria attraverso la morte come un dolce scivolare nel sonno o come un semplice naturalissimo sbocciare di un fiore che già profuma di frutto. La nostra vita è chiamata a vivere – secondo il dono e la situazione che ci sono proprie – della e nella stessa logica dolce e forte al contempo, abbandonata e combattiva.

L’immagine dell’Apocalisse si rispecchia nell’icona evangelica che accompagna la festa di oggi e che di nuovo fa riferimento all’incontro, all’abbraccio di due donne incinte capaci di intonare un nuovo canto fatto di dolcezza e di forza, di riconoscenza e di pretesa. E se la vita eterna cui la nostra stessa vita è destinata non fosse altro che questo incontro di persone che portano dentro di sé una promessa e che, finalmente, possono cantarla a piena voce? Ciò che oggi ci è donato di contemplare, anche attraverso la tradizione iconografica, è questo trionfo della vita – la donna sospesa in tutta la sua piena statura tra cielo e terra – che è frutto dell’accoglienza serena della morte – la donna distesa nella solennità del sonno in mezzo alla Chiesa e all’umanità rappresentata dagli apostoli e dagli angeli. Nello jubè della Chiesa romanica di Vezzolano, su cui è scolpita la vita di Maria, si vedono gli apostoli che vegliano il corpo della Madre di Dio dormiente nella morte e, subito dopo, gli angeli che la risvegliano dalla morte con una dolcezza mista a urgenza. In ambedue i casi la Madre del Signore si lascia vegliare e si lascia svegliare con una docilità, abbandono e fiducia che ce la mostrano nella sua più profonda verità di abbandono totale e di ascolto assoluto.

Sempre a Vezzolano sulla facciata è rappresentata l’Annunciazione a Maria con il simbolo della colomba che entra nel suo corpo attraverso l’orecchio. In questo simbolo secondo un’antica preghiera che dice per aurem concepisti ci viene rivelato il segreto di Maria che è appunto essere orecchio assoluto, ascolto assoluto. Quale destino può essere il frutto di una vita vissuta nella logica del <piuttosto> (Lc 11, 1) di cui parla il Signore nel Vangelo se non quello della stessa arca dell’Alleanza che il nostro padre Davide – prefigurazione dello stesso Cristo Signore – con <tutto Israele> (1Cro 15, 3) e <levando la loro voce> (15, 16) come dice il testo <così introdussero e collocarono l’arca di Dio al centro della tenda che Davide aveva piantato per essa> (16, 1). Come alla sera di quello stupendo giorno in cui l’Arca raggiunse il talamo della Cella del Tempio anche alla vigilia di questa solennità non resta che un gesto: <Davide benedisse il popolo nel nome del Signore> (16, 2) e qualche verso che il Re Poeta avrebbe apprezzato: <Poi si riabbandonò alla debolezza / e attrasse i cieli su Gerusalemme così vicini che l’anima che usciva / ebbe soltanto un poco da protendersi: e già colui che di lei sapeva tutto / entro la sua natura divina l’ha riaccolta> e ancora <uomo: inginocchiati, guarda a me e canta>1.


1.  R. M. RILKE, La morte di Maria.

Capire

XIX Settimana T.O.

La conclusione del Signore Gesù nel vangelo di oggi dovrebbe portarci molto lontano e soprattutto in profondità riguardo al mistero dell’alleanza e della fedeltà tra persone: <Chi può capire, capisca> (Mt 19, 12). Risulta assai strano che proprio cominciando a parlare del mistero dell’unione di un uomo e di una donna e della possibilità per <un uomo di ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo> (19, 3), si arrivi infine a parlare di coloro che sono <eunuchi> (19, 12). La domanda dei farisei sulla possibilità di <ripudiare> si trasforma sulla bocca dei discepoli in una sorta di amara constatazione <non conviene sposarsi> (19, 10). Ed ecco che, in un modo ellittico, siamo come condotti al cuore e al centro del problema: non conviene sposarsi e se ci si sposa per “convenienza” prima o poi questa convenienza rischia di trasformarsi in svantaggio e in impedimento… in peso! E allora?! Allora è necessario tutto un cammino di consapevolezza, di autocoscienza, di verifica della propria capacità di amare non per semplice convenienza ma per fedeltà alla propria umanità e alla verità del proprio cuore: l’intimità può essere frutto solo di un’intimità spirituale ben più profonda dell’intimità coniugale. Si tratta di entrare nella logica che viene presentata dal profeta Ezechiele nella prima lettura: non c’era nessuna convenienza per il Signore nei confronti di Gerusalemme, ma una necessità di fedeltà alla propria fedeltà al mistero del suo essere amore: <Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era l’età dell’amore; io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità. Ti feci un giuramento e strinsi alleanza con te – oracolo del Signore Dio, e divenisti mia> (Ez 16, 8).

In questa parabola dell’amore di Dio per Israele ci viene rivelato il mistero di ogni amore che sia degno di questo nome. Non si tratta di convenire ma di avere <occhio> (16, 5) per l’altro nella sua realtà <nuda e scoperta> (16, 7). Si tratta di sentire il desiderio di diventare il suo mantello, la sua protezione, il suo rifugio in modo unilaterale. I farisei pensano al matrimonio come ad un contratto di convenienza e i discepoli si schermiscono dal matrimonio perché rischia di essere un affare sconveniente, un investimento in perdita. Il Signore nella prima e nella seconda delle letture di oggi ci chiede di chiederci che cosa è per noi l’amore e, soprattutto, se siamo abili o inabili ad amare secondo il disegno del <Creatore da principio> (Mt 19, 4). Se continuiamo a pensare e a vivere secondo la logica egoistica della convenienza veramente non solo <non conviene sposarsi> ma neanche ci si dovrebbe sposare per non creare sofferenze che possono ferire in modo inguaribile.

Se accettiamo di entrare in una logica di conversione all’amore – che coincide con tutta la vita – allora il matrimonio può essere una grande palestra di vita che prepara i fulgori dell’eternità. Paradossalmente non c’è niente di meno naturale che <sposarsi> (19, 10) nel Signore. Ciò, infatti, non significa semplicemente celebrare le nozze in chiesa ma ben altro… ben di più. Ed è proprio vero quello che il Signore – il quale non si sposò – ci rammenta: <Non tutti possono capirlo>. Lo sposarsi nel Signore, infatti, esige un <perdonato> (Ez 16, 63) che supera ogni naturale inclinazione e qualsivoglia sociale convenzione. Rinunziare poi al matrimonio per il regno dei cieli (Mt 19, 12), secondo la scelta pratica adottata dallo stesso Rabbì Gesù di Nazaret, esigerebbe un grado di consapevolezza la cui rarità e complessità stentiamo perfino ad immaginare per paura di smascherare la folla di <farisei> (19, 3) che abita il nostro cuore spesso malato non <d’amore> (Ct 2, 5) ma di egoismo. Su questo argomento c’è ben poco da ribadire perché il più è ancora tutto da <capire> (Mt 19, 12).

Simbolo

XIX Settimana T.O.

Il Signore Dio si rivolge direttamente al profeta e lo investe di una missione assai particolare: <io ho fatto di te un simbolo per gli Israeliti> (Ez 12, 6). Un po’ oltre il Signore riprende il dialogo con il profeta e, davanti alla penosa constatazione dell’assoluta indifferenza del popolo, manda un <messaggio> (12, 10) destinato al <principe di Gerusalemme> unitamente a <tutta la casa d’Israele>. Il messaggio, contrariamente alle nostre aspettative confermate da quelle che sono le abitudini profetiche, non è una parola in senso discorsivo, ma è una parola che interpreta un fatto: <Io sono un simbolo per voi…> (12, 11) dice il profeta. Nella stessa linea, il Signore Gesù risponde alla domanda di Pietro con una parabola che è tra le più belle e tra le più percuotenti di tutto il Vangelo. Il gesto di quel servo di cui il padrone ha <compassione> (Mt 18, 27) e che appena fuori dalla porta della misericordia <trovò uno dei suoi compagni… lo prese per il collo e lo soffocava> (18, 28) può veramente toglierci il sonno.

Se Ezechiele rappresenta un simbolo per il popolo con il suo <bagaglio come quello di un esule> in spalla che fa un <foro nel muro con le mani> (Ez 12, 7) per lasciarsi alle spalle il tristissimo spettacolo di un popolo insensibile ai richiami del Signore che porterà alla distruzione della città santa e alla rovina di ciò che di più sacro può essere al cuore di un sacerdote, Pietro con la sua domanda è un simbolo per ciascuno di noi: <… quante volte dovrò perdonargli?> (Mt 18, 21). La reazione alla domanda dell’apostolo da parte del Signore è quasi brutale tanto da sentire persino vergogna alla fine della parabola che, in realtà, si conclude con un ulteriore simbolo geografico: <Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, aldilà del Giordano> (19, 1).

Il Signore non si accontenta di fare dei discorsi, ma fa dei cammini! Dopo aver risposto a Pietro e averlo svergognato per la sua modalità di pensare al perdono in termini contabili, Gesù si sposta da una zona più sicura – la Galilea – verso una regione a lui ben più ostile, la Giudea. Con questa scelta il Signore ci mostra come non solo bisogna essere disponibili a perdonare <fino a settanta volte sette> (18, 22) ma fare della disponibilità al perdono un’attitudine fondamentale e fondante di compassione che si estende persino – anzi in modo ancora più forte – verso quel <fratello che commette colpe contro di me> (18, 21). Il Signore non ci chiede semplicemente di perdonare ma lasciarci convertire e formare dal cuore del <Padre mio celeste> (18, 35). In tal modo il perdono è un processo interiore di assimilazione e conformazione al Dio rivelato da Gesù Cristo e non semplicemente la piccola o lunga serie di atti o parole. Come il Signore anche noi siamo chiamati a inchiodare per sempre sulla croce dell’amore ogni debito e ogni rivalsa (Col 2, 14) per fare della nostra vita un <simbolo> di <compassione> che fa pensare!

Intoccabile

XIX Settimana T.O.

La parola del Signore Gesù sulla correzione fraterna va accolta in relazione alla prima lettura in cui un <tau> viene posto <sulla fronte> (Ez 9, 4) di quanti sono resi “intoccabili” per una riconosciuta particolare relazione con il Signore. Il profeta Ezechiele così attento a tutto ciò che riguarda la vita del Tempio anche a motivo del fatto che fa parte della stirpe sacerdotale, non esita a farci percepire che Dio può decidere di abbandonare il tempio che diventa luogo di sterminio e quindi viene profanato: tutto ciò che ha a che fare con la morte non può avere nulla in comune con il Dio della vita. Per questo piuttosto si abbandona il Tempio al suo destino quando non è più capace di essere segno della Presenza del Dio vivo che dà vita pur di salvare la sua presenza nella vita dei suoi figli. Il <tau in fronte> (9, 6) reso famoso dalla tradizione francescana e usato talora come un talismano, ha un profondo significato di imperitura relazione tra l’uomo e il suo Creatore.

Infatti, questo segno ci ricorda quello posto da Dio su Caino appena divenuto fratricida (Gn 4) e garantisce la sua incolumità da ogni possibile spirale di correzione fraterna non illuminata dalla logica della correzione paterna. Questa, infatti, non è la vendetta bensì l’accoglienza a caro prezzo di cui il Signore Gesù ci parlerà magnificamente nella parabola lucana del padre misericordioso (Lc 15). In una parola ogni persona per il mistero della sua relazione a Dio è intoccabile e sommamente rispettabile. È in questo contesto che va accolta e inserita ogni prassi di correzione fraterna che deve essere sempre orientata al rispetto assoluto della diversità fraterna. Il vangelo di quest’oggi non va accolto come una semplice procedura da osservare ma come un respiro in cui entrare. Al cuore della parola del Signore c’è la sensibilità per il mistero dell’altro che può spingersi fino a prendere decisamente e definitivamente le distanze dall’altro: <sia per te come il pagano e il pubblicano> (Mt 18, 17) e questo non per punizione o senso di superiorità, bensì per rispetto e senso di inadeguatezza davanti a ciò che l’altro vive e io non sono in grado di portare perché, in realtà, non si può portare l’altro se non lo si riesce a comprendere e quando non lo si comprende bisogna accettare – almeno fino a quando è così – di non riuscire a sup-portarlo.

La prassi della correzione va sempre intesa prima di tutto dagli altri verso di me e solo dopo in senso contrario. Il sogno di Dio e il segno che egli è all’opera nella nostra vita non sta nel distinguere i buoni dai cattivi bensì nel segno luminoso di <due o tre riuniti nel mio nome> (Mt 18, 20). Come spiega un abate e maestro di comunione fraterna: <Guardati bene dal separare il capo dal corpo; non impedire a Cristo di esistere interamente; perché Cristo non è mai intero senza la Chiesa, e neanche la Chiesa lo può essere senza Cristo. Cristo totale, integro è il capo e il corpo>1.


1. ISACCO DELLA STELLA, Omelie, 11, 13.

Dolce

XIX Settimana T.O.

Come non essere commossi davanti al profeta Ezechiele che viene imboccato dal Signore proprio come si fa con un bambino piccolo? Se nel Vangelo il Signore ammonisce quasi fino a minacciare: <Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli> (Mt 18, 10), nella prima lettura ci viene offerto un esempio di docilità e questo proprio attraverso il profeta Ezechiele. A quest’uomo di stirpe sacerdotale formato e abituato al decoro e ai privilegi del Tempio, il Signore chiese le cose più assurde fino a farlo agire da pazzo agli occhi dei suoi fratelli. Ezechiele da una parte e la risposta del Signore Gesù unitamente ad una delle sue più belle parabole sono un grande monito per la Chiesa di ogni luogo e di ogni tempo, per i credenti di ogni dove sempre inclini a chiederci con una certa angustia: <Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?> (18, 1). Per uscire dall’imbarazzo possiamo subito rileggere quanto il Signore chiede ad Ezechiele: <apri la bocca e mangia ciò che io ti do> (Ez 2, 8).

Per Ezechiele si tratta di mangiare un <rotolo> (3, 2) per i discepoli si tratta invece di deglutire un boccone amaro: <In verità vi dico : se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli> (Mt 18, 4). Piuttosto che farci prendere da un inutile disprezzo nei confronti dei discepoli del Signore e della loro richiesta siamo invitati a lasciarci prendere da una grande compassione come quella del Signore Gesù. Prima di tutto perché la richiesta dei discepoli non fa che esprimere il nostro continuo bisogno di approvazione e di conferma senza le quali non riusciamo a vivere. Ma ancora più profondamente perché i discepoli e noi con loro <si avvicinarono a Gesù> (18, 1) proprio come dei bambini che chiedono di essere accarezzati nei loro bisogni più segreti e più necessari: <chi è il più grande?>. Lo stesso avviene tra le persone innamorate che elemosinano come dei bambini rinnovate carezze e ripetuti baci arrivando a chiedere – talora in modo ossessivo – “mi ami più di…?”.

Il Signore Gesù non disprezza questi nostri bisogni che sono essenziali alla nostra vita ma ci chiede a nostra di volta di non <disprezzare> (18, 10) e la cosa è talmente seria da chiamare in causa gli <angeli> e il <Padre mio>. Noi tutti siamo nel numero <di questi piccoli> (18, 14) amorevolmente cercati <sui monti> (18, 12) delle nostre illusioni e delle nostre paure per le quali – indistintamente – il pastore si rallegra <più che per le novantanove che non si erano smarrite> (18, 13). Noi tutti – e ciascuno di noi – siamo chiamati a lasciarci nutrire <il ventre> e riempire <le viscere> (Ez 3, 3) con quanto Dio ci porge in cibo per la nostra vita e per la nostra crescita. Come Ezechiele lasciamoci nutrire dalla parola e dall’invito alla conversione che il Signore Gesù ci rivolge nel suo vangelo e come lui speriamo di poter dire: <Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele> (3, 3). Una dolcezza che si fa poi condivisione e annuncio: <recati dagli Israeliti e riferisci loro le mie parole> (3, 4)… parole di attenzione e di cura per <questi piccoli> (Mt 18, 14) che siamo tutti.

Luminoso dolore

San Lorenzo

La notte del 10 agosto gli occhi di molti si rivolgono speranzosi al cielo per cogliere al volo una stella cadente: è un vero appuntamento per tutti coloro che amano coltivare una profonda unione tra cielo e terra, tra ciò che sorge come desiderio nel nostro cuore e ciò che palpita negli immensi e imperturbabili spazi celesti. Se scientificamente la caduta delle stelle è da imputarsi al passaggio, all’interno dell’orbita visiva terrestre, degli asteroidi della costellazione Perseo (detti appunto Perseidi), culturalmente la pioggia di stelle è stata elaborata in modo più poetico. Questa notte è infatti, da tempi immemori, dedicata al martirio di San Lorenzo, dal III secolo sepolto nell’omonima basilica a Roma, e le stelle cadenti sono le lacrime versate dal santo durante il suo supplizio, che vagano eternamente nei cieli, e scendono sulla terra solo il giorno in cui Lorenzo morì, creando un’atmosfera magica e carica di speranza. In questa notte, infatti, si crede si possano avverare i desideri di tutti coloro che si soffermino a ricordare il dolore di San Lorenzo.

Questa credenza un po’ magica e un po’ superstiziosa assume un significato ben più grande se veramente ci lasciamo guidare dalla testimonianza del martire e diacono Lorenzo che si riassume in una parola, quella che ci viene ricordata dall’apostolo: <Ha largheggiato, ha dato ai poveri, la sua giustizia dura in eterno> (2Cor 9, 9). A questa parola dell’apostolo, che riprende un testo delle Scritture, è bello accostare una parola del Signore: la sua generosità è scritta <nei cieli> (Lc 10, 20). La tradizione vuole che il martirio di Lorenzo sia legato alla sua attenzione alla condizione dei poveri della Chiesa di Roma di cui si sente il custode ben prima di essere l’amministratore dei beni materiali della Chiesa che sono a loro destinati. Sulla graticola del suo martirio, Lorenzo ha fatto bruciare tutte le illusioni e gli attaccamenti mondani mostrando, con infinito splendore, la perla della sua anima capace di accogliere e detergere le lacrime di tanti poveri e di tanti bisognosi. La Liturgia bizantina così canta in questa festa: <Il Sovrano e Signore, ti ha dato, o martire, come aiuto il carbone ardente: da esso bruciato, hai deposto la tenda di creta e hai ereditato la vita e il regno immortali>1.

La liturgia di questa festa è come intessuta di fuoco e di stelle, di fiamme e di bagliori in cui risplende il segreto della vita di ogni discepolo del Signore Crocifisso e Risorto così come ci viene indicata dallo stesso Maestro: <se il chicco di grano caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto> (Gv 12, 24). Il fatto che dopo tanti secoli ancora ricordiamo e amiamo il nome di Lorenzo è la prova di quanto vera sia la parola del Signore. Non ci resta che seguire l’esempio di una vita <generosamente> (2Cor 9, 8) spesa per chi è più povero e bisognoso. Potremmo cominciare offrendo il desiderio di questa notte per chi sappiamo essere più povero e, guardando il cielo a caccia di lacrime di stelle, non pensare a noi stessi ma a ciò che sta a cuore agli altri. Chissà, forse il cielo ne sarà talmente contento da far piovere generosamente luce…!


1. Anthologhion, IV, p. 887.

Movimento

XIX Domenica del T.O. –

Le letture di questa domenica ci fanno venire un po’ il mal di mare o, per altri, il mal di montagna…o il mal d’aereo… sì, perché tutto è in movimento, tutti sono in movimento. Le persone e persino gli elementi naturali si muovono come all’inizio della creazione e come ad ogni re-inizio di creazione non basta semplicemente muoversi caoticamente – come il mare in tempesta – o maldestramente – come Pietro che cerca di raggiungere il Signore Gesù che gli viene incontro camminando sul mare agitato. È necessario muoversi senza agitarsi ritrovando continuamente un ordine che esige sempre una scelta di orientamento. La folla viene rimandata dopo la moltiplicazione del pane al proprio cammino e, saziata, è chiamata ad affrontare la vita con un nuovo vigore e una nuova responsabilità. Il Signore Gesù, anche lui, si muove per ritrovare la propria calma: <salì sul monte, in disparte, a pregare> e <venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo> (Mt 14, 23). I discepoli si trovano al largo in mezzo alle <onde> (14, 24) abbastanza sballottati tanto da diventare ancora più impressionabili.

Così pure il profeta Elia, dopo la grande performance sul monte Carmelo, deve rimettersi in marcia per approfondire ulteriormente il proprio rapporto con Dio e purificare la sua immagine di Dio a cui conformare la sua stessa immagine di testimone e di profeta. Così giunto al monte di Dio deve, non certo senza fatica, fare il grande passo di accettare di entrare nel mondo di Dio dopo aver chiesto a Dio di entrare nel suo mondo: <Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera> (1Re 19, 12). L’apostolo Paolo si lascia andare ad una sorta di sfogo e ci manifesta i suoi sentimenti più combattuti e non ancora risolti della relazione tra la tradizione di Israele e la rivelazione in Gesù Cristo del compimento delle promesse fatte ai Padri: <ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua> (Rm 9, 1). Quella appunto di dover affrontare quotidianamente il movimento interiore della comprensione e della relazione.

Mentre tutto si muove in lungo e in largo e, soprattutto, in profondità: <Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare> (Mt 14, 25). Origene chiarisce che si tratta della quarta veglia quando ormai la notte sta per finire e la luce del giorno ancora non è sorta. Quella è l’ora più magica, quella dei sogni più vividi, quella dell’incertezza tra luce e tenebra, quella della lotta della volontà di destarsi o continuare a dormire, quella in cui bisogna decidere di affrontare un nuovo giorno qualunque sia stato il riposo della notte appena trascorsa più o meno serenamente o più o meno agitatamente. Là e allora il Signore ci viene incontro e chiede di essere riconosciuto quando la volontà è più debole e i sentimenti – soprattutto le paure – sono più vividi e invadenti. Al cuore di tutto questo movimento che facilmente scade in agitazione risuona la parola del Signore: <Coraggio, sono io, non abbiate paura!> (14, 27). Davanti a questa parola non possiamo che reagire come Elia che <Come l’udì si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna> (1Re 19, 13). Bisogna ancora fermarsi per riprendere ancora, e in modo diverso, il cammino. Se, come spesso avviene, siamo combattuti tra il desiderio di muoverci e quello di lasciarci immobilizzare dalla paura risuona l’invito: <Vieni!> (Mt 14, 28).