Fratelli monaci

V Settimana T.O. –

Michele e Costantino diventano rispettivamente Metodio ossia “colui che fa le cose bene” – possiamo dire: “con metodo”? -, secondo un etimo popolare, e Cirillo cioè “il piccolo signore”, anche in questo caso secondo con etimologia popolare. I due nomi monastici rispecchiano quali siano state la vocazione e la missione dei due fratelli eruditi ed evangelizzatori sino ad “inventare” un alfabeto per cercar di trascrivere una lingua fino allora solo parlata, affinché un popolo avesse le sue memorie e fosse padrone in certo modo della propria storia e del proprio destino. Impegnati a dare ai popoli slavi la Parola attraverso la parola i due fratelli consumano la loro vita tra durezze e contrasti con un mondo, anche ecclesiastico, che non li capisce.

Il testo di Luca che oggi ascoltiamo ci porta a riflettere sulla loro identità profonda. Il passo evangelico che viene proposto per questa festa è, infatti, preceduto da due importanti episodi: la ferma decisione di Gesù di salire a Gerusalemme (9, 51) e l’evocazione della solitudine che attende colui che è chiamato alla sequela del Signore (9, 57ss). Questi due episodi ci fanno capire come mai gli operai siano “pochi” (10,2). È inevitabile che sia così: la sequela comporta un indurire la faccia e un accoglimento della propria solitudine alla scuola del Signore Gesù che non tutti possono consapevolmente accettare. 

La sequela esige decisioni dure e impopolari, come quella dell’Apostolo di volgersi ai pagani (At 13, 46), con tutti i rischi che essa può comportare. Eppure, è solo abbracciando la propria solitudine in nome di una chiamata che si può imparare a viverla e ad amarla. Perché non ci si può aprire all’universalità cantata ed invocata nel salmo responsoriale senza un certo distacco dal proprio mondo. Né si può costruire una vera comunione con qualcun altro senza una previa separazione dal proprio ambiente: è una specie di legge che troviamo già inscritta nella creazione (Gen 2, 24). È un po’ la legge del detto popolare “non si può avere tutto”. Esistono necessarie prese di distanza che sono, in realtà, momenti di dolorosa crescita. Perciò gli operai non potranno mai essere molti. Se a noi è chiesto di pregare è perché essi siano il più possibile pronti per le esigenze del loro lavoro apostolico, ossia per una vita <totalmente dedicata all’attività apostolica> e, nel caso dei due fratelli, alla <intuizione divina di rendere comprensibile e accessibile il messaggio della Rivelazione alle popolazioni> slave, che <fu motivo di unità per tradizioni e culture differenti>1. L’iconografia ci presenta Cirillo e Metodio sempre ieratici e come impassibili, rivestiti di splendidi paramenti che non rivelano la vita povera e durissima che certamente essi hanno condotto. Secondo l’icona, infatti, non conta la cronaca di quanto soffrirono, ma la gloria che hanno raggiunto. Tale gloria è stata, infatti, a ben caro prezzo, come sempre accade a coloro ai quali preme soltanto che la parola del Signore si diffonda (At 13, 49) e sia glorificata.


1. BENEDETTO XVI, Discorso ai pellegrini dell’ex Macedonia del 23 Maggio 2011.

Soli

V Settimana T.O. –

Continuiamo, forse con una certa fatica a motivo dei continui salti redazionali, a seguire l’evolversi della storia di Israele con i suoi momenti di gloria che, come in tutte le storie, si alternano a passaggi più difficile e duri. Il Signore Dio tiene fede alle sue promesse ma non manca di dare seguito pure alle sue minacce e questo per rispetto della relazione instaurata con la nostra umanità non raramente sorda e insensibile ai suoi richiami: <Ecco strapperò il resto dalla mano di Salomone e ne darò a te dieci tribù. A lui rimarrà una tribù a causa di Davide, mio servo, e a causa di Gerusalemme, la città che ho scelto fra tutte le tribù d’Israele> (1Re 11, 31-32). Questa parola conferma quanto il Signore aveva già annunciato – lo abbiamo letto ieri nella prima lettura – ma viene ripetuto direttamente a Geroboamo quando <incontrò per strada il profeta Achìa di Silo, che era coperto con un mantello nuovo; erano loro due soli, in campagna> (11, 29).

Non va sottovalutata né sottaciuta questa nota di solitudine e di intimità che sembra necessaria per la rivelazione e la consegna di un simbolo che richiede il coinvolgimento di Geroboamo che si pone alla guida di uno dei momenti più drammatici della storia del popolo di Dio; <Israele si ribellò alla casa di Davide, fino ad oggi> (11, 19). In questo <oggi> possiamo includere anche la situazione ancora così drammatica che si vive nella terra di Israele e di Palestina, come pure tutte quelli situazioni in cui l’abuso di potere e la perdita di contatto con la situazione reale delle persone nelle relazioni più banali e quotidiane fino a quelle planetarie, creano delle sofferenze che generano reazioni talmente disperate da non poter essere che violente. Dio parla attraverso il profeta a Geroboamo, ma aveva già parlato a Salomone! Il Signore continuamente attraverso dei segni e delle intuizioni ci mostra quali possono essere le conseguenze delle nostre scelte o gli effetti collaterali delle nostre non-scelte, ma raramente siamo in grado di accogliere e interpretare i segni.

Nel Vangelo troviamo qualcosa di analogo quando viene presentato al Signore Gesù <un sordomuto> (Mc 7, 32) perché possa uscire dal suo isolamento e ritrovare la possibilità di comunicazione passiva – l’udito – e attiva – la parola. Marco ci dice che il Signore Gesù <lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua> (7, 33). Il Signore Gesù sembra acconsentire volentieri alla preghiera di quanti gli chiedono di intervenire a favore di questo sordomuto, ma non lo fa davanti a tutti. Lontano da ogni curiosità, il contatto con il mondo esterno viene ristabilito da Gesù attraverso un intenso contatto personale capace di ricreare un’armonia di relazione tra l’umanità e la sua origine divina. Per questo lo sguardo di Gesù è volto <verso il cielo> (7, 34) quasi per ritessere, attraverso la sua mediazione personale, la relazione nel modo più ampio e originale. Davanti al gesto di Achìa compiuto nella solitudine della campagna e quello di Gesù operato con lo sguardo rivolto verso il cielo, siamo chiamati a lasciarci profondamente interpellare perché le relazioni non siano strappate, ma continuamente riofferte. Il primo passo è sempre <Apriti>!

Per amore

V Settimana T.O. –

Facciamo una certa fatica ad accettare una così triste fine della gloriosa storia di Salomone la cui sapienza aveva incantato la regina di Saba: <e il suo cuore non restò integro con il Signore, suo Dio, come il cuore di Davide, suo padre> (1Re 11, 4). Così pure facciamo ancora più fatica a comprendere e accettare la durissima reazione che il Signore Gesù ha nei confronti di una madre in pena per la propria figlia: <Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini> (Mc 7, 27). La motivazione che troviamo da parte dell’agiografo quasi per giustificare sottilmente il mitico re Salomone è che <le sue donne gli fecero deviare il cuore per seguire altri déi> (1Re 11, 4). Qualcuno potrebbe dire che siamo sempre di fronte alla stessa storia per cui gli uomini danno la colpa alle donne!

Nel vangelo, apparentemente, la situazione non è molto diversa. Una donna – ancora una volta straniera – sembra tentare il Signore Gesù di interessarsi a persone e situazioni che, secondo la stretta logica dell’appartenenza al popolo di Israele, non dovrebbero interessare affatto a un devoto rabbi. In realtà, in Gesù, possiamo vedere come non è vero che l’uomo debba semplicemente soggiacere alle tentazioni o più semplicemente alle richieste che gli vengono da parte di una donna, ma è chiamato a lasciarsi interrogare e non semplicemente a lasciarsene passivamente e incolpevolmente influenzare. Di fatto, la reazione del Signore non può che turbare, ma diventa pure l’occasione per chiarire ulteriormente il proprio bisogno e rivelare il proprio grado di consapevolezza: <Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli> (Mc 7, 28).

Se per molti aspetti si ripropone lo stesso scenario della prima tentazione del giardino dell’Eden, vediamo come il dialogo si fa serrato e capace di portare oltre, fino ad un riconoscimento che non è frutto di debole condiscendenza bensì di crescita nella consapevolezza: <Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia> (7, 29). Se interpretiamo questo testo in modo simbolico e psicologico, possiamo dire, mettendoci alla scuola dei santi Padri, che le <donne> sono il simbolo di quella parte più debole e vulnerabile di noi stessi, come pure le tentazioni e le urgenze del momento che rischiano di farci perdere la capacità di discernere e di scegliere, non sull’onda dell’emozione o della paura, ma come frutto di una coscienza sempre più chiara di ciò che fa soffrire, e del modo più giusto per guarire. 

Persino con Salomone ormai empio, il Signore non riesce a negare il proprio amore: <Ma non gli strapperò tutto il regno; una tribù la darò a tuo figlio, per amore di Davide, mio servo, e per amore di Gerusalemme, che ho scelto> (1Re 11, 13). Il Signore Gesù che dapprima si schermisce davanti alla richiesta di questa donna, nondimeno se, apparentemente, non si lascia commuovere, si lascia interrogare fino a cambiare, non solo per liberarsi dall’impaccio, ma come riconoscimento di una qualità di fede che si esprime attraverso la qualità della <parola> di questa donna che <era di lingua greca e di origine siro-fenicia> (7, 26) e che pure si rivela capace di parlare la lingua della verità, che usa l’universale alfabeto dell’amore.

Comprendere

V Settimana T.O. –

Sarà in un’altra occasione che, ancora una volta discutendo animatamente con i suoi avversari, il Signore Gesù farà riferimento alla regina di Saba e alla sua sincera ricerca della sapienza. La conclusione può essere posta come portale nella lettura dei testi della liturgia odierna: <ora qui c’è più di Salomone> (Mt 12, 42). Infatti, davanti alla durezza di cuore e alla chiusura interiore di scribi e farisei, così terribilmente intenti a difendere le proprie abitudini mascherandole di pie necessità religiose, al Signore Gesù non rimane che stigmatizzare la mancanza di sapienza che, in questo caso, si identifica con una banale e, per questo più colpevole, mancanza di buon senso che sembra contaminare persino il cuore dei discepoli: <Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?> (Mc 7, 18-19).

Ciò che rende non solo lenti a credere, ma quasi chiusi nel comprendere è la mancanza di attenzione che passa sempre attraverso una buona misura di sana circospezione. Di attenzione e di circospezione sembra essere ricolmo il cuore e la mente della regina di Saba la quale <sentita la fama di Salomone, dovuta al nome del Signore, venne per metterlo alla prova con enigmi> (1Re 10, 1). La regina di Saba non solo mette alla prova la sapienza di Salomone, ma si mostra capace di uno stupore che rivela l’onestà del suo cuore capace di farsi sorprendere e persino di farsi superare in splendore e bellezza. Ciò che la regina di Saba è capace di comprendere ed accogliere, in verità, è che le realtà esteriori sono espressione, rivelazione di ciò che abita il cuore. Per questo, pur ammirando, la regina di Saba è capace di andare oltre le stupende apparenze per cogliere l’origine profonda del successo del re di Israele: <Sia benedetto il Signore, tuo Dio, che si è compiaciuto di te così da collocarti sul trono d’Israele, perché il Signore ama Israele in eterno e ti ha stabilito re per esercitare il diritto e la giustizia> (1 Re 10, 9).

Comprendere è un verbo assai denso nel suo significato e può essere assunto come il verbo proprio ad ogni discepolo: non si tratta solo di ascoltare, non basta neppure semplicemente obbedire è invece necessario prendere-con fino a farsi continuamente sorprendere proprio come la regina di Saba davanti alla reggia in cui vive Salomone. Il lungo viaggio che la regina di Saba affronta pur di verificare personalmente quanto le è stato detto circa la sapienza del re di Israele, può diventare il simbolo di quel viaggio – forse ancora più lungo e impegnativo – che ciascuno di noi deve compiere verso quel <dentro> che è il <cuore> e da cui <escono i propositi del male> (Mc 7, 21), ma da cui escono anche le intuizioni più belle e le risoluzioni più generose. Mettiamoci dunque in viaggio e lasciamoci veramente destabilizzare e ammaestrare dall’ardente desiderio del Signore Gesù di renderci liberi senza fare di noi degli insensibili: <Ascoltatemi tutti e comprendete bene!> (7, 14).

Ascolta

V Settimana T.O. –

La supplica di Salomone risuona sotto le meravigliose arcate del tempio appena costruito e solennemente dedicato, con una preghiera che tocca il cuore di Dio, ma che tocca pure il cuore dell’uomo che, rivolgendosi al suo Creatore, impara ad essere sempre più, in verità, una creatura: <Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo> e aggiunge <Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona!> (1Re 8, 30). Ogni volta che chiediamo al Signore di ascoltarci e lo impetriamo di perdonarci, in realtà, non facciamo che riconoscere di avere un profondo bisogno di continua conversione. Nel vangelo ci troviamo in uno dei momenti di più grande tensione tra Gesù e i farisei i quali <Avendo visto che alcuni suoi discepoli prendevano cibo con mani impure… lo interrogarono> (Mc 7, 2.5). Proprio i farisei e gli scribi, che si vantano di essere così fedeli alle prescrizioni della Legge fino allo scrupolo, si mostrano poco disponibili ad ascoltare e molto più inclini ad interrogare o, più subdolamente, a giudicare: <Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?> (7, 5). 

La risposta del Signore Gesù non è denigratoria del comportamento dei farisei, ma mette in luce la debolezza e l’ambiguità del loro modo di concepire l’osservanza religiosa che rischia di essere più un modo di rassicurarsi socialmente che di aprire dei reali percorsi spirituali: <Bene ha profetato Isaia di voi ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini> (7, 6-7). Con queste parole il Signore Gesù mette il dito direttamente nella piaga di ogni culto che non è capace di trasformare e ravvivare veramente la vita facendo sì che essa sia veramente abitata e continuamente rinnovata da una relazione viva con Dio. Salomone inaugurando il culto nel tempio ricorda a se stesso, al popolo e a Dio il fondamento do ogni espressione religiosa e cultuale che si fonda necessariamente sulla memoria: <Tu mantieni l’alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il cuore> (8, 26).

Se non si resta vigilanti e in perenne esercizio interiore di autentico ascolto è chiaro che non si può che arrivare a meritare il rimprovero cocente del Signore: <Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi> e, come se non bastasse, la conclusione è tremenda: <E di cose simili ne fate molte> (Mc 7, 13). L’ascolto che, come credenti, dobbiamo continuamente a Dio è come se misteriosamente si ritorcesse contro Dio andando a favore di una sorta di auto-ascolto così compiaciuto da diventare compiacente con se stessi: <Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione> (7, 9). Non ci resta che fare nostro uno dei passaggi della splendida preghiera di Salomone per chiedere a Dio di non lasciarci in balia di noi stessi: <Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa> (1Re 8, 29). Si tratta della casa del nostro cuore, di quello spazio intimo e segreto in cui operiamo le nostre scelte più vere e quelle più qualificanti la nostra vita di credenti.

Salire

V Settimana T.O. –

Per ben tre volte nella prima lettura troviamo il verbo <salire> riferito all’arca del Signore che viene collocata finalmente nel tempio costruito da Salomone. Di certo quello che ci viene raccontato nel primo Libro dei Re evoca uno dei momenti più gioiosi della storia di Israele e segna anche un passaggio significativo nel modo di rapportarsi del popolo con il suo Signore. Le parole di Salomone segnano una svolta nel modo di concepire e di sentire la presenza di Dio in mezzo al suo popolo che, infine, si sedentarizza come già hanno fatto le varie tribù: <Il Signore ha deciso di abitare nella nube oscura. Ho voluto costruirti una casa eccelsa, un luogo per la tua dimora in eterno> (1Re 8, 12-13). In una concezione della divinità separata ed eccelsa così come gli Israeliti vedono nei culti dei popoli confinanti e soprattutto nelle mirabili liturgie e architetture egizie, è chiaro che l’intronizzazione dell’arca nella maestosa cornice del tempio viene avvertito come un momento non solo importante, ma persino la fine gloriosa di un percorso cominciato in modo assai più modesto.

Se Dio accetta di <salire> questo naturalmente comporta che la vita del credente non può che essere un continuo <salire> che, talora inavvertitamente, produce una certa distanza e una profonda separazione tanto che: <Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario, la nube riempì il tempio del Signore, e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva il tempio del Signore> (8, 10-11). Risulta chiaro che non c’è possibilità di una com-presenza tra Dio e l’uomo e mentre si intensifica la presenza della divinità, l’umanità è quasi costretta a fare un passo indietro. Salomone è soddisfatto non solo della costruzione del tempio, ma pure dei segni che indicano il gradimento da parte di Dio di quella che era da tutti avvertita come un’ottima soluzione <in eterno> (8, 13).

Il vangelo, però, ci mostra qualcosa di molto diverso e al verbo <salire> che ritma la prima lettura sembra accompagnarsi un movimento di ripida discesa tanto che Gesù e i suoi discepoli: <giunsero a Gennèsaret e approdarono> (Mc 6, 53). Il testo continua dicendo che <Scesi dalla barca…> (6, 54) il Signore viene circondato e sempre più avvicinato da gente di ogni tipo e di ogni provenienza. La presenza del Signore Gesù non solo non crea una distanza, ma neppure richiede una certa separazione sacrale. Al contrario invece di salire e di distanziarsi, il Signore Gesù sembra scendere e avvicinarsi alla nostra umanità suscitando una speranza audace e per certi aspetti sfrontata: <E là dove giungeva, in villaggi o città e campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati> (Mc 6, 56). Non solo Dio non è più lontano, non solo non ha bisogno di mantenere una distanza di sicurezza, ma, al contrario, si fa persino toccare e in questo contatto vivo e profondo sembra essere racchiuso il segreto di un’autentica esperienza di salvezza. 

Quale potenza?

V Domenica T.O. 

Quando si vuole indicare la capacità illuminativa di una lampadina si parla di “potenza” e, l’apostolo Paolo, oggi ci rivela quale sia la potenza di quella <luce> (Mt 5, 14) che siamo chiamati ad essere non solo per noi stessi, ma per il mondo intero. Il Signore Gesù non ha nessun dubbio: <non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa> (5, 14-15). Eppure, questa luce non ci appartiene e la sua fonte non è in noi, ma viene da più lontano. È il frutto di una connessione profonda, come avviene in un impianto elettrico. Questa connessione risale fino alla presenza di Dio dentro di noi, il cui fulgore illumina e rende luminosa la nostra vita. Il profeta Isaia, in uno dei testi più critici contro l’ipocrisia che sovente si trasforma in indifferenza per la sorte e la vita del proprio fratello, mette in relazione profonda la sensibilità religiosa autentica con una capacità e volontà di coinvolgersi veramente nella vita e, soprattutto, nella sofferenza del fratello: <Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto> (Is 58, 8).

Il profeta Isaia non lascia nessun dubbio, questo potrà avvenire ad una condizione che sembra ineludibile e, in ogni modo, necessaria per discernerne il grado di autenticità e di affidabilità: <se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio> (58, 10). L’esempio di Paolo, così come egli presenta se stesso alla comunità cristiana di Corinto, si offre come una guida nel lasciare che si attui in noi questo progressivo mistero di apertura al mistero di una luce di cui siamo chiamati ad essere conduttori e persino trasformatori, in modo che essa possa illuminare senza far saltare: <Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione> (1Cor 2, 3).

La comunità di Corinto era abituata alle tinte e ai sapori forti, essendo molto vivace, ed è proprio a questi cristiani, amanti delle cose appariscenti e delle esperienze rilevanti, che l’apostolo Paolo rivela che la luce del vangelo non è un faro che acceca e confonde, ma assomiglia di più alla fioca luce che si pone accanto al letto di un ammalato o di un bambino per consolare, rassicurare, confortare. Anche a noi, proprio a ciascuno di noi è affidata la luce del Vangelo per poterla donare con discrezione e infinito amore, memori sempre, e in ogni situazione, della conclusione dell’apostolo, una conclusione che diventa un monito e un criterio di discernimento per ogni desiderio ed esperienza di testimonianza: <perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio> (2, 5). Siamo così ricondotti all’altra immagine che il Signore Gesù usa nel Vangelo, quella del sale che, se è vero che non deve perdere il <sapore> (Mt 5, 13), è anche vero che non deve coprire, ma, al contrario, esaltare il sapore proprio e caratteristico di una pietanza. Anche in questo caso la potenza si fa misura discreta e, proprio come avviene in cucina, si apprende, con l’esperienza, a dosare giustamente e sempre più saggiamente. 

Quelle puissance ?

V Dimanche T.O. 

Lorsque l’on veut indiquer la capacité d’illumination d’une petite lampe, l’on parle de «  puissance » et, aujourd’hui, l’apôtre Paul nous révèle quelle est la puissance de cette «  lumière » (Mt 5, 14) que nous sommes appelés à être, non seulement pour nous-mêmes, mais pour le monde entier. Le Seigneur Jésus n’a aucun doute : «  une ville située sur une montagne ne peut rester cachée et  une lampe ne s’allume pas pour être mise sous le boisseau, mais sur un chandelier, et ainsi elle devient lumière pour tous ceux qui sont dans la maison » (5, 14-15). Et, pourtant, cette lumière ne nous appartient pas et nous n’en sommes pas la source, mais elle vient de plus loin. C’est le fruit d’une connexion profonde, comme c’est le cas pour une installation électrique. Cette connexion remonte jusqu’à la présence de Dieu en nous dont l’éclair illumine et rend notre vie lumineuse. Le prophète Isaïe, dans un des textes les plus critiques contre l’hypocrisie, qui se transforme souvent en indifférence pour le sort et la vie de notre propre frère, met en relation profonde la sensibilité religieuse authentique par une capacité et une volonté de s’impliquer vraiment dans la vie, et, surtout, dans la souffrance de son frère : «  Alors, ta lumière surgira comme l’aurore, ta blessure guérira rapidement » (Is 58, 8).

Le prophète Isaïe ne laisse aucun doute, cela arrivera à une condition qui semble inéluctable et, de toute façon, nécessaire pour discerner le degré d’authenticité et de fiabilité : «  si tu ouvres ton coeur à l’affligé, si tu rassasies l’affamé, alors ta lumière brillera dans l’obscurité  et tes ténèbres seront comme le midi » (58, 10). Paul nous en donne l’exemple par sa façon de se présenter à la communauté chrétienne de Corinthe, en s’offrant comme un guide en attendant que s’accomplisse en nous cette mystérieuse progression d’une ouverture au mystère d’une lumière qui nous appelle à être des fils conducteurs et même des transformateurs, afin de pouvoir illuminer sans «  disjoncter » : «  Je me suis présenté à vous, faible, craintif et tout tremblant » (1 Co 2, 3).

La communauté de Corinthe est habituée aux couleurs et aux saveurs fortes, étant très animée, et, c’est justement à ces chrétiens, aimant les choses apparentes et les expériences pertinentes, que l’apôtre Paul révèle que la lumière de l’évangile n’est pas un phare qui aveugle et éblouit, mais ressemble à la faible lampe de chevet que l’on pose à côté du lit d’un malade ou d’un enfant, pour consoler, rassurer, réconforter. A nous aussi et vraiment à chacun d’entre nous la lumière de l’évangile est confiée pour pouvoir la donner avec discrétion et amour infini, toujours en se référant en toute situation à la finalité de l’apôtre, une finalité qui devient un avertissement et un critère de discernement pour tout désir et expérience de témoignage : «  afin que votre foi ne soit pas fondée sur la sagesse humaine, mais sur la puissance de Dieu » (2,3). Nous sommes ainsi reconduits à l’autre image que le Seigneur Jésus utilise dans l’évangile, celle du sel qui, s’il est vrai qu’il ne doit pas perdre sa «  saveur » (Mt 5, 13),  il est également vrai qu’il ne doit pas masquer, mais au contraire, exhaler la propre saveur caractéristique d’un plat. La puissance se fait donc de manière subtile et discrète, et, comme en cuisine, l’on apprend par expérience à doser justement et toujours plus judicieusement.

Giustizia

IV Settimana T.O. –

La missione è pressante, eppure il Signore chiede ai suoi discepoli di prendere un po’ di riposo per non identificarsi, in modo assoluto e con un senso di onnipotenza, con le urgenze da cui si è continuamente stimolati e coltivare così le motivazioni e gli slanci profondi della loro relazione con il Maestro da cui ogni missione e ogni <compassione> (Mc 6, 34) può trovare energia e discernimento. Il Signore si fa maestro nella gestione del tempo perché sia un ambito di esperienza di salvezza: né idolatrato né rimpianto. Il Signore riconosce ai suoi discepoli e a se stesso il diritto e il dovere di un giusto tempo di riposo senza che questo diventi un assoluto che chiuda le porte alla sensibilità verso ciò di cui gli altri hanno bisogno: <da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero> (6, 33). Mettendo il piede sulla spiaggia il Signore non dà segni di insofferenza, ma <si mise ad insegnare loro molte cose> (6, 34) con una serenità riposante che si può ammirare nei pastori che seguono e quasi convivono con le loro greggi e armenti: è un lavoro oggettivamente duro eppure, normalmente, i pastori sembrano quasi oziare e riposare.

Se fosse così allora non potremmo più dubitare che il Signore Gesù abbia dimenticato la promessa e l’invito fatto ai suoi apostoli che <non avevano neanche il tempo di mangiare> (6, 31), ma, al contrario, mantiene la sua parola insegnando ai discepoli a riposare senza smettere di amare e la motivazione addotta dall’evangelista può così diventare un criterio di discernimento: <perché erano come pecore senza pastore> (6, 34). L’invito ad andare <in disparte, voi soli> (6, 31) non è una sorta di premio per la grande fatica compiuta, è un modo per il Signore Gesù di aiutare i suoi discepoli a non perdere la gerarchia dei valori e a non cedere a un attivismo che nulla ha di “pastorale” per assumere l’atteggiamento proprio del <pastore> che con le sue pecore è sempre solo senza mai essere isolato, ed è sempre al lavoro senza mai essere affannato poiché ha un rapporto con il tempo che si identifica con tutto il tempo da condividere con il suo gregge e per questo laborioso e riposante al contempo.

Per il Signore Gesù il bisogno di riposo dei discepoli non entra in concorrenza con il bisogno di compassione della folla e dall’altra parte del lago riesce a rispondere alle esigenze degli uni e degli altri a motivo della sua unificazione e pace interiore che gli permette di riposare spendendosi e donandosi. Dinanzi a questo sottile ed esigente insegnamento di Gesù non possiamo che reagire come il giovane Salomone e chiedere semplicemente <un cuore docile, perché sappia rendere giustizia… e sappia distinguere> (1Re 3, 9). La giustizia intesa come capacità di cogliere ciò di cui gli altri e anche noi stessi abbiamo realmente bisogno per offrirlo con generosità, ma anche con un equilibrio da ricercare e ritrovare ogni giorno e da adattare in modo adeguato ad ogni persona e ad ogni situazione. 

Uomo vero

IV Settimana T.O. –

La liturgia ci fa contemplare il mistero di Davide come uomo, come re, come cantore, come credente, come peccatore fino ad evocare come <egli scherzò con leoni come con capretti, con gli orsi come con agnelli> (Sir 47, 3). In Davide possiamo scorgere un uomo vero e ciò non significa senza limiti, fragilità e peccati, ma profondamente e sempre più stabilmente abitato da uno slancio, da una passione che, lungo la vita, sembra diventare sempre più sensibile alla bellezza e sempre più forgiata dall’interiorità. Infatti dai tratti più selvatici ed energici evocati in apertura si giunge a dire che: <Conferì splendore alle feste, abbellì i giorni festivi fino alla perfezione, facendo lodare il nome santo del Signore ed echeggiare fin dal mattino il santuario> (47, 10). Di certo non così Erode, abitato da passioni, ma così povero di passione da soccombere all’inganno di due donne ben più appassionate di lui. La verità di cui è testimone il Battista non solo scomoda, ma rende più o meno uomini veri all’altezza di se stessi e del proprio mistero. Si può far tacere chi grida la verità, ma non si può impedire alla verità di insorgere dentro di noi per rivelare a noi stessi la nostra pochezza e inaffidabilità: <Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto> (Mc 6, 26).

La conclusione del lungo racconto commemorativo della “passione” di Giovanni Battista pone non solo il sigillo al ministero profetico del Precursore, ma offre una chiave interpretativa della storia: <I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, presero il cadavere e lo posero in un sepolcro> (6, 29). Il gesto dei discepoli che anticipa quello pieno di tenerezza e di devozione con cui Giuseppe d’Arimatea porrà un sigillo d’amore alla passione di Cristo Signore, contrasta potentemente con l’atmosfera febbrile della corte e avvolge di silenzio e di attesa ciò che la violenza cieca ha cercato di distruggere e che si trasforma in tormento: <Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!> (6, 16). Erode si rivela, infine, come un uomo inconsistente vittima della propria paura e pusillanimità tanto che pensa di essere il burattinaio di una storia – <che io ho fatto decapitare> – di cui, invece, è un triste burattino. Il potere è una posizione che può rendere in-umani a motivo della schiavitù delle convenzioni e delle pressioni più malsane: <Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista> (Mc 6, 25).

Il testo sapienziale che ci viene offerto per concludere la rivisitazione della storia di Davide che abbiamo avuto la gioia di ripercorrere passo dopo passo in queste settimane dice così: <Come nel sacrificio pacifico si preleva il grasso così Davide fu scelto tra i figli di Israele> (Sir 47, 2). Davide rappresenta il meglio del suo popolo e in questo senso garantisce come sempre si possa dare il meglio a condizione che – come Davide e come Giovanni il Battista – si accetti di portare fino in fondo il peso della propria vita e le conseguenze dei propri doni e dei propri limiti con la dignità e la responsabilità di uomini veri.