Convertire… la notte

Settimana Santa

Ci sono dei giorni, dei momenti, degli attimi della vita che sembrano sprofondare in una <notte> (Gv 13, 30) che pare infinita e persino capace di inghiottire ogni speranza, di spegnere ogni luce e di affievolire ogni amore. Sembra che nel Cenacolo avvenga qualcosa di ancora peggiore quando il Signore Gesù annuncia il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Simon Pietro. Nello spazio di pochi versetti assistiamo ad una sorta di intristimento delle relazioni dopo un lungo cammino vissuto insieme, dopo tante speranze e gioie condivise, dopo aver vissuto qualcosa di indimenticabile… eppure non basta! La notte dell’inconsapevolezza è sempre in agguato come un mostro le cui fauci perennemente spalancate potrebbero inghiottire tutto, se solo si lasciasse cadere l’attenzione, che è il primo grado dell’amore. Mentre la notte stranamente avanza all’inizio della primavera e durante il plenilunio pasquale, tanto da permettere di muoversi, persino di notte, senza nessun problema, rimangono accese due lampade. La prima è quella del discepolo che <Gesù amava> e che si trova al suo <fianco> (13, 23). La seconda, la più importante, è la presenza discreta, eppure così percepibile, del Padre a cui il Signore non smette di rivolgersi con una fiducia invincibile: <Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato da parte sua e lo glorificherà subito> (13, 31-32).

Possiamo ben immaginare la confusione, nel cuore dei discepoli, davanti a questo continuo alternarsi di annuncio di umiliazione, inalterabilmente congiunto alla coscienza di un’imminente glorificazione. La meditazione dei carmi del Servo del Signore che ci accompagna in questi giorni della Settimana Santa, ci aiuta ad entrare nello sguardo che Gesù ha di ciò che gli sta succedendo: <poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza> (Is 49, 5). Laddove noi rischiamo di pensare all’onore che Dio ci fa di essere suoi servi, come ad un’immunizzazione dalla sofferenza più graffiante che è l’esperienza del fallimento, la Parola, che illumina il mistero pasquale, ci ricorda che l’onore più grande è quello di partecipare dello stesso dinamismo di “dono inerme” che è proprio del cuore di Dio. Ciascuno di noi è stato <plasmato suo servo dal seno materno> (49, 5) ed è stato chiamato <fino dal grembo> di nostra madre per rinascere, secondo la parola rivolta, in un’altra <notte> (Gv 3, 1), a Nicodemo attraverso le acque matrici di una relazione con Dio. Essa rifonda il nostro stesso modo di sentire la vita fino ad accettare di donarla.

Al cuore dell’annuncio di due tradimenti, risuona il modo più dolce e materno con cui il Maestro si rivolge ai suoi discepoli chiamandoli <Figlioli…> (Gv 13, 33). Questo modo di chiamare i discepoli lo ritroveremo al mattino presto sul lago di Tiberiade nella terza manifestazione del Risorto, quando il Signore porrà una domanda di rara tenerezza capace di ristabilire, fino a redimere radicalmente, tutti tradimenti e i rinnegamenti: <Figlioli, non avete nulla da mangiare?> (21, 5). In questo modo il Signore, dopo avere attraversato – giustamente da solo – gli abissi dell’umiliazione e della morte, è come se dicesse: <Non temete, vi voglio ancora bene… vi voglio ancora più bene!>. Peccato che l’apostolo Giuda non potrà lasciarsi interrogare da questa rinnovata offerta d’amore che, invece, sarà la grande occasione di salvezza per Simon Pietro. Se possiamo disperare di noi stessi, mai dobbiamo disperare dell’amore e della misericordia. Proprio di questo e in tutti i modi, <Satana> (13, 27) cerca di convincerci tanto da non farci capire il senso di quel <boccone> con cui il Maestro offriva, fino all’ultimo, una briciola del suo amore che, come una <freccia appuntita> (Is 49, 2), sarebbe stata capace di ferire e vincere qualunque <notte> (13, 30).

Convertire… in cena

Settimana Santa

Un testo di Gregorio Magno ci può aiutare ad intuire il senso profondo di ciò che avviene a Betania <dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali> (Gv 12, 1-2). Il papa spiega così la differenza tra il pranzo e la cena: <Questo convito di Dio non è chiamato pranzo ma cena, perché si sa che questa viene dopo il pranzo e che dopo di essa non c’è più alcun convito>[1]. A Betania il Signore Gesù vive, <Sei giorni prima della Pasqua> (Gv 12, 1), la vigilia della sua passione con una lucidità che ci tocca profondamente e che viene intuita e condivisa in modo personale e diverso da ciascuno dei suoi amici tanto che <Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo> (Gv 12, 3). Ogni anno questo gesto di Maria apre il cammino degli ultimi giorni della Quaresima così, come il Triduo pasquale, si apre sempre con il tenerissimo gesto, da parte di Gesù, della lavanda dei piedi durante la cena pasquale.

Si tratta sempre di due cene; eppure, c’è qualcosa di diverso tra la cena di Betania e quella vissuta nel Cenacolo. Nella prima, il Signore Gesù è l’amato ospite che accetta il servizio di un’amicizia capace di fare da contrappeso alle nuvole di tradimento e di rifiuto che già si addensano all’orizzonte. Nel Cenacolo, invece, dove ancora una volta Giuda Iscariota avrà un ruolo particolare, è il Signore Gesù che serve, che si dona, che consola, che prepara senza smettere di chiarire e di illuminare con la sua parola. La reazione di Giuda, apparentemente così devota, in realtà rivela il cancro che sta divorando il suo cuore e la sua anima. Il suo riferimento ai <poveri>(12, 5) non fa che rivelare il suo profondo disagio per essere diventato discepolo di un Messia povero ed umile, nella quale si realizza la profezia di Isaia: <Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta> (Is 42, 2-3). 

Il vaso di nardo effuso da Maria ha mille nomi ed è capace di vincere l’odore della morte che è il nostro egoismo, il quale ci spinge persino ad usare gli altri per raggiungere i nostri obbiettivi piuttosto che, per lasciarci guidare ed aiutare a divenire sempre più capaci di attenzione e di tenerezza. Possono essere queste le due virtù, i due atteggiamenti con cui vivere il cammino di questi giorni: attenzione e tenerezza. L’attenzione soprattutto nei confronti delle parole e dei gesti del Signore Gesù che ritroveremo nell’ascolto della Parola e nei gesti sacramentali che ritroveremo nelle liturgie della Settimana Santa. La tenerezza è l’atteggiamento che possiamo coltivare nei confronti di noi stessi e dei nostri fratelli, soprattutto nei confronti di quanti, come noi e con noi, celebrano, in questi giorni, la Pasqua di Cristo che è sempre l’occasione per celebrare le pasque delle nostre vite. Accanto all’attenzione e alla tenerezza potremmo anche coltivare, lasciandoci ispirare dal gesto di Maria di Betania, un’apertura ancora più grande: quella della generosità che esige sempre una dose di eccedenza e persino di eccesso, proprio come si fa quando si invita qualcuno a cena… si ha davanti a sé tutta la notte per gioire della reciproca presenza.


1. GREGORIO MAGNO, Omelie sui Vangeli, II, XXXVI, 2.

Convertire… in modello

Domenica delle Palme 

Al cuore del vangelo secondo Matteo è racchiuso, come una perla incastonata nel cuore del suo messaggio, un insegnamento che si fa invito: <Imparate da me che sono mite e umile di cuore> (Mt 11, 29). Questa parola di esortazione che cogliamo sulle labbra del Signore Gesù, quasi come sgorgasse direttamente dal suo cuore, si offre a noi – nella liturgia odierna – nel massimo della sua incarnazione e del suo inveramento, tanto da diventare per noi un gesto da contemplare e un esempio da seguire. La Chiesa stessa pregando, è consapevole di doversi mettere alla scuola di Cristo Signore non solo sedendo con le <folle> (Mt 5, 1) sul monte delle beatitudini, ma soffrendo pure con il suo Sposo sul monte ove l’amore si offre fino allo stremo e allo spreco più assoluto. Per questo siamo invitati a pregare con queste parole: <Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa’ che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione> (Colletta). Il discorso della montagna, come vangelo delle beatitudini, rivela – nella passione del Signore – uno stile preciso sul cui modello siamo chiamati a conformare il nostro modo di imparare e di patire nella nostra vita.

Nel vangelo della Passione che ascoltiamo durante la liturgia di ingresso nella Settimana Santa, l’evangelista Matteo attira tutta la nostra attenzione su un particolare: <Ma Gesù taceva> (Mt 26, 63). Al cuore della sua offerta pasquale ritroviamo in Gesù, che, come uomo, si trova nel pieno della sua vita e della sua consapevolezza, la stessa nota che ha segnato e significato la sua incarnazione e la sua accoglienza da parte di Giuseppe nella casa <di Davide> (Mt 1, 20) … nella casa della nostra umanità. Alla fine, come all’inizio, all’inizio come alla fine, troviamo il silenzio proprio dell’amore! La carne del Verbo e il tratto inconfondibile della sua umanazione risplendono oggi in tutto il loro fulgore rivelandosi come la vera e univa gloria di <Gerusalemme> (21, 1) che l’accoglie festante e interrogativa: <Chi è costui?> (21, 10). Questa domanda risuona nel nostro cuore, mentre ascoltiamo – ancora una volta – la storia degli <insulti> e degli <sputi> (Is 50, 6). Il profeta sembra rispondere alle nostre attonite domande e ci invita ad imitare il nostro Modello Unico come amava ripetere Charles de Foucauld: <Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma> (Mt 21, 5). Il corteo regale che accoglie Cristo a Gerusalemme è solo un pallido riflesso e una balbettante profezia del corteo nuziale che accompagna il Signore Gesù verso la croce.

Ciò che il Verbo, azzittito per amore, riesce a dire gridando < a gran voce> (27, 50) avvolge e travolge l’intero cosmo e stravolge la storia dell’umanità: <Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono> (27, 51-52). Con queste immagini, Matteo ci vuole mettere in condizione di comprendere che nulla può rimanere come prima davanti alla rivelazione di un amore di una passione di Dio per noi che arriva a così tanto! Ora tocca a noi, a ciascuno di noi, di trovare il nostro posto nel corteo nuziale di Cristo mite e umile di cuore.

Convertir… en modèle

Dimanche des Rameaux 

Au coeur de l’évangile selon St Matthieu, est caché, comme une perle incrustée dans le coeur de son message, un enseignement qui se fait invitation : «  Apprenez de moi que je suis doux et humble de coeur » (Mt 11, 29). Ces paroles  d’exhortation que nous trouvons sur les lèvres du Seigneur Jésus, comme si elles surgissaient directement de son coeur, s’offrent à nous – dans la liturgie de ce jour – au maximum de son incarnation et de son avènement, pour devenir pour nous geste de contemplation et exemple à suivre. En priant, l’Église est consciente de devoir se mettre à l’école du Christ Seigneur, non seulement en s’asseyant avec les «  foules » (Mt 5,1) sur le mont des béatitudes, mais en souffrant aussi avec son Epoux sur la montagne où l’amour s’offre jusqu’à l’extrême dans l’anéantissement le plus absolu. Nous sommes donc invités à prier avec ces paroles : «  Dieu tout-puissant et éternel, toi qui a donné comme modèle aux hommes le Christ, ton fils, notre Sauveur fait homme et humilié jusqu’à la mort sur la croix, fais que nous ayons toujours présent le grand enseignement de sa passion » (Collecte). Le discours sur la montagne, en tant qu’évangile des béatitudes, révèle – dans la passion du Seigneur – un style précis sur le modèle duquel nous sommes appelés à conformer notre façon d’apprendre et de  traverser notre vie.

Dans l’évangile de la Passion que nous écoutons pendant la liturgie d’entrée dans la Semaine Sainte, l’évangéliste Matthieu attire toute notre attention sur une particularité : «  Mais Jésus se taisait » (Ma 26, 63). Au coeur de son offrande pascale, nous retrouvons en Jésus que la plénitude de sa vie et de sa conscience en tant qu’homme ressemble au mystère de l’incarnation et de l’accueil que Joseph  a vécu dans la maison « de David » (Mt 1, 20) … maison de notre humanité. A la fin comme au début, au début comme à la fin, nous retrouvons le silence propre à l’amour ! La chair du Verbe et la particularité incomparable de son humanité resplendissent aujourd’hui dans toute leur fulgurance, se révélant comme la vraie et unique gloire de «  Jérusalem » (21, 1) qui l’accueille avec joie et étonnement : «  qui est-ce ? » (21,10). Cette question résonne dans notre coeur, pendant que nous écoutons – encore une fois – l’énoncée des «  insultes » et des «  crachats » (Is 50, 6). Le prophète semble répondre à nos questions étonnées et nous invite à imiter notre Unique Modèle comme aimait à le dire Charles de Foucauld : «  Voici que ton Roi vient à toi, modeste, il monte  une ânesse, et un ânon, petit d’une bête de somme » (Mt 21, 5). Le cortège royal qui accueille le Christ à Jérusalem est seulement un pâle reflet et une prophétie balbutiante du cortège nuptial qui accompagne le Seigneur Jésus vers la croix.

Ce que le Verbe, rendu muet par amour, réussit à dire en criant « à grande voix » (27,50) enveloppe et remplit le cosmos tout entier en bouleversant l’histoire de l’humanité : «  le voile du temple se déchira en deux, de haut en bas ; la terre trembla, les rochers se fendirent , les tombeaux s’ouvrirent et de nombreux corps de saints trépassés ressuscitèrent » (27, 51-52). Avec ces images, Matthieu veut mettre en capacité de comprendre que personne ne peut demeurer comme avant face à la révélation d’un amour et d’une passion de Dieu qui arrive à faire tout cela pour nous. Maintenant, c’est à notre tout, à chacun de nous, de trouver notre place dans le cortège nuptial du Christ doux et humble de coeur.

Convertire… in attesa

V settimana T.Q.

Siamo oramai alla fine! Ci avviciniamo oramai al compimento di ogni diatriba e di ogni discussione nel silenzio eloquentissimo della Croce. Per essere onesti bisognerebbe proprio dire che il Signore Gesù ha fatto scappare la pazienza ai suoi interlocutori. E poi quel suo rendersi imprendibile, quel suo continuo essere capace di sgusciare, di andare oltre, di porsi sempre ad un livello diverso più alto e, perché no, più bello e attraente dei suoi accusatori… insomma Gesù si è reso insopportabile a coloro che volevano catalogarlo, “prenderlo” in certo modo per controllarlo e usarlo.

Questo snervante tira e molla raggiunge la sua acme nella risurrezione di Lazzaro: è chiaro che Gesù è un uomo che è capace non solo di dare vita, non solo di ridare la vita ma di strappare la vita alla morte: <è già di quattro giorni> (Gv 11, 39) aveva ammonito Marta! Davanti a questa potenza di vita coloro che fondano la propria sopravvivenza sul tenere gli altri al di sotto di sé, e quindi al di sotto del livello della vita vera – nella libertà e nell’amore – non hanno alternative, sono veramente disperati: <Che facciamo?> (Gv 11, 47).

Gesù, con il suo semplice essere presente, mette a rischio le belle pietre del santuario, e mette a nudo ciò che quelle belle pietre rischiano di nascondere… Gesù è venuto a ricordare come e quanto la presenza di Dio in mezzo al suo popolo è la vita <li libererò da tutte le loro ribellioni … li purificherò e saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio> (Ez 37, 23) e allora se tutto il mondo delle nostre sicurezze è in pericolo la soluzione è chiara e univoca: è meglio <che muoia> (Gv 11, 50).

La condanna a morte di Gesù coincide, per il Vangelo di Giovanni, con la risurrezione di Lazzaro, il quale, appena re-suscitato, viene anche lui condannato a morte perché dalla sua morte non avrebbe dovuto mai risvegliarsi allargando così troppo ed eccessivamente l’aspettativa di vita, di gioia, di pienezza concessi agli uomini. La morte di Gesù si rende necessaria perché la sua Parola e i Segni che l’accompagnano: <quest’uomo compie molti segni> (Gv 11, 47) ha allargato troppo gli orizzonti della vita, ha infuso troppa speranza, ha ravvivato troppo la fede rendendola autentica e vitale per cui non c’è alternativa: <da quel giorno decisero di ucciderlo> (Gv 11, 53).

L’<alleanza di pace> (Ez 37, 26) di cui parla Ezechiele non sarà più nelle pietre del Tempio, ma nel velo squarciato del cuore trafitto del Figlio, vero agnello immolato. Gesù <si ritirò> (Gv 11, 54) ma <era vicina la Pasqua dei Giudei> (Gv 11, 55) e la domanda dei Giudei raggiunge pure il nostro cuore: <Non verrà egli alla festa?> (Gv 11, 56) e la risposta ci raggiunge nel profondo del cuore: “Si verrà e sarà lui la nostra festa, sarà lui il nostro tempio, sarà lui il nostro agnello” ma noi “che facciamo?” del dono che è Lui? Lo accogliamo facendolo vivere dentro di noi o lo uccidiamo per continuare a vivere di noi stessi nel nostro cuore di pietra? 

Convertire… il terrore!

V settimana T.Q.

Come trasformare il terrore in serenità? Questa è non solo una grande domanda che può toccare profondamente la nostra vita ma rappresenta pure un grande compito, non sempre avvertito con la medesima intensità ma sempre presente, che fa parte – comunque – della nostra esistenza sempre in bilico tra un sentimento di fiducia e uno di minaccia. Si potrebbe, infatti, dire che in questo pendolo continuo si rivela fino in fondo la nostra dimensione di creaturalità: legata certamente al Creatore ma pure sospesa all’arbitrio delle altre creature.

A questa dimensione ed esperienza di creaturalità non si è sottratto il Signore Gesù come, a suo tempo e quasi come sua stessa pre-figurazione, non si era sottratto il profeta Geremia. Il profeta scomodo e imprevedibile, il più imprendibile dei profeti e uomo del conflitto aperto non esita a confessare: <Terrore all’intorno!> (Gr 20, 3, mentre il Signore Gesù – Messia scomodo – non esita a sfuggire <dalle loro mani> (Gv 10, 39). Attorno a Geremia come attorno a Gesù si fa sempre più forte la minaccia: <portarono pietre per lapidarlo> (Gv 10, 31). Ed è proprio mentre la minaccia si fa più forte e più sensibile che si manifesta il cuore di Geremia come pure quello del Signore Gesù.

Gli altri non fanno altro che mettere in rilievo il carattere limitativo del limite insito ad ogni esistenza e in questo modo ingenerano quell’angoscia e quel terrore che animano tutti gli esseri viventi – uomini e donne compresi – davanti alla minaccia di perdere, di essere privati del bene della vita. Come uscire da questa morsa di paura e di dolore che talora ci rende capaci di meschinità che non avremmo mai potuto concepire né pensare?

Il profeta Geremia ci indica una via possibile quanto proprio dal profondo di un tale terrore riesce a dire: <poiché a te ho affidato la mia causa> (Gr 20, 12). C’è una sorta di superamento dell’abituale mediazione delle creature nell’esperienza del Creatore ponendosi direttamente e decisamente sotto il suo sguardo e sotto la sua protezione. Il Signore Gesù, da parte sua, ci svela il segreto della serenità proprio quando, estraniandosi e prendendo le distanze da tutto ciò che avviene attorno, dice con semplice solennità: <il Padre è in me e io nel Padre> (Gv 10, 38). Ogniqualvolta il terrore non solo viene ordito <tutti i miei amici spiavano la mia caduta> (Gr 20, 10) ma raggiunge il nostro intimo seminandovi l’angoscia è segno che la nostra unità con il Padre è stata – grande vittoria per l’Avversario – intaccata per cui la nostra fortezza, ferita da una breccia, è esposta all’assalto. In quei momenti terribili non abbiamo altro scampo che fuggire ancora di più, ancora più alacremente <verso il monte> (Sl 10, 1 – Ct 4, 6) dell’intimità col Padre rinnovando il nostro affidamento e ribadendo il nostro abbandono fiducioso ed eroico insieme.

Convertire… in gioia

V settimana T.Q.

Il Signore Gesù riesce non esita a parlare di gioia proprio mentre attorno a lui e sul suo destino le ombre si infittiscono. Ma laddove la situazione si fa pericolosa e angosciante ecco che il Signore vola alto e guarda il tempo dall’eternità: <Abramo, vostro padre esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò> (Gv 8, 56). Davanti a questa espressione di Gesù anche a noi viene spontaneo reagire come i Giudei: <Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?> (Gv 8, 57).

In realtà Gesù non dice di aver visto Abramo, ma che è Abramo ad aver esultato per lui… Abramo è l’uomo che ha accettato di camminare con Dio, di vivere nella fede della sua alleanza e ha creduto alla promessa di un Dio che gli assicurava una fecondità nella più evidente sterilità: <ti renderò molto, molto fecondo> (Gn 17, 6).

Abramo ha vissuto in verità davanti a Dio e ha camminato accettando che il Signore gli cambiasse il nome: <non ti chiamerai più Abràm ma ti chiamerai Abraham> (Gn 17, 5) e così facendo gli cambiava la vita in certo modo sottraendole alle sue stesse mani per farla passare interamente in quelle di Dio. Questa assoluta docilità è ciò che lo rende contemporaneo di Gesù e gli permette di gioire e di esultare di quella gioia ed esultanza che si sperimenta davanti alla forza illuminante della verità, della bellezza e della bontà.

I Giudei discutono con il Signore Gesù di tempi e modi, vogliono racchiudere il messaggio e la persona del Signore Gesù in categorie temporali – in un prima e un dopo – mentre Gesù continua a cercare di portarli – di portarci – ad un livello diverso dalla fenomenologia e ci vuole introdurre nel livello dell’essere: <prima che Abramo fosse, Io Sono> (Gv 8, 58).

In altre parole, il Signore Gesù ci invita ad entrare nel mistero dei valori che hanno una loro perennità e che sfuggono all’inesorabile morsa del tempo e della morte appunto per la loro capacità di andare oltre il tempo e lo spazio: <se uno osserva la mia parola non vedrà la morte> (Gv 8, 51). Ed è proprio vero la morte è possibile solo quando non si riesce a vedere niente altro oltre a ciò che sperimentiamo nella sua inesorabile vanità tanto da dover dire: <Abramo è morto, come anche i profeti> (Gv 8, 52).

Il Signore ci indica la via della vita eterna additandoci la possibilità di gioire di quelle cose che non passano e ciò che non passa è il fatto che Dio dica a ciascuno di noi: <Eccomi: la mia alleanza è con te> (Gn 17, 4) ed è qui il segreto della gioia e dell’esultanza nel fatto che al di là di tutto, di ogni tempo e di ogni spazio si possa entrare in contatto, in comunione, in compagnia con un Dio che dice: <Eccomi, io sono con te!>. Quando si sperimenta questa prossimità di Dio allora il mondo intero e soprattutto coloro che hanno vissuto questa medesima prossimità divengono contemporanei, familiari, amici e la gioia non può più avere fine solo perché non ha mai avuto un inizio.

Celebrazioni Triduo e Santa Pasqua

Giovedì santo

7.00 Lodi

                        Sesta e Nona personali

17,30 Liturgia della Preparazione

18.30 Eucaristia in Coena Domini

22.00: Vigilie del Venerdì santo

Venerdì santo

7. 00 Lodi

12.45 Ora Sesta

16.00 Passione del Signore

21.00 Vigilie della Sepoltura 

Sabato santo

7.00 Lodi

12.45 Ora Sesta

17.30  Vespri 

21.30 VEGLIA PASQUALE

PASQUA di RISURREZIONE

10.00 Eucaristia

18,30 Vespri di Pasqua

20.30 Liturgia di Emmaus        

Lunedì dell’Angelo

7.45 Eucaristia

Un battito

Annunciazione del Signore

La devozione dei fedeli ha creato attorno al sublime momento in cui Maria di Nazareth diede il suo assenso all’incarnazione del Verbo una fioritura di immagine e di racconti. Tra questi possiamo annoverare il magnifico sermone di san Bernardo che supplica la Vergine di dire il suo “sì”, mentre tutta la creazione e la storia sono come sospesi al cenno delle sue labbra… al cenno del suo cuore. Ma lo stupore davanti al mistero dell’incarnazione è talmente grande che la devozione popolare immagina ci sia stato in <Gabriele mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret> (Lc 1, 26) – il suo nome significa “Dio è forte” – un attimo, impercettibile ma eterno, di esitazione nel momento in cui si <partì da lei> (1, 38). È l’esitazione degli angeli che ormai <desiderano fissare lo sguardo> (1Pt 1, 12), ammaliati dalla sorprendente capacità della nostra umanità di farsi luogo di <offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre> (Eb 10, 10). La liturgia bizantina così canta colma di stupore: <Una lingua sconosciuta udì la Madre di Dio: le parlava l’arcangelo, con le parole della buona novella. Ecco, si manifesta ora per noi la nostra riconciliazione: oltre ogni comprensione Dio si unisce agli uomini> (Anthologhion, II, 1409). Con e come Maria, anche per noi non sarebbe possibile manifestare questo profondo assenso di tutta la nostra persona all’intervento della <grazia> che è <con te> (Lc 1, 28), se non fossimo capaci di accorgerci di qualcosa di più grande e di precedente al nostro assenso: l’<Eccomi> (Is 58, 9) di Dio. Egli si fa presente in modo talmente forte ed intimo alla nostra vita da assumere il tessuto della nostra stessa carne e del nostro stesso sangue, per divenire corpo della nostra anima e poter essere così anima del nostro corpo. Nel racconto evangelico tutto ciò sembra avvenire in un battito d’ali, quello che porta l’angelo da Maria e fa riportare dall’angelo il suo <Eccomi> (Lc 1, 38) nel seno stesso della silenziosa deliberazione trinitaria circa la nostra salvezza. Potremmo chiederci quanto dura il battito d’ali di un angelo? Per rispondere dovremmo immaginare la durata infinita del primo battito del cuore di carne del Verbo eterno del Padre: quale silenzio per l’incontenibile gioia di quell’attimo che ha cambiato la nostra vita, facendo della nostra storia la lunga e dorata tessitura del suo <corpo> (Eb 10, 5) così profumato da farsi, per noi, mangiabile come pane. Una poesia di Emily Dickinson ci può aiutare a comprendere il mistero di questo battito così simile all’incantevole momento dello schiudersi di un fiore: <Fiorire – è il fine… non deludere la natura grande che l’attende proprio quel giorno: essere un fiore, è profonda responsabilità>. <Nazaret> (Lc 1, 26) proprio questo significa: <casa del fiore>, e ora tocca al nostro cuore schiudersi all’annuncio facendo delle nostre inferriate (Ct 2, 9) le porte regali attraverso cui il Verbo prenda dimora in noi come rugiada luminosa e feconda.

Convertire… e sol-levare

V settimana T.Q.

Mentre la Pasqua si avvicina pure la discussione si fa sempre più serrata. Il Vangelo di Giovanni che leggiamo in questi giorni ci mostra un Gesù sempre più circondato dalle domande e dai sospetti dei Giudei. Eppure il Signore Gesù è sempre più libero perché, proprio la cattiveria che lo circonda, gli permette di dire se stesso fino in fondo: <colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui> (Gv 8, 26). Davanti al Signore Gesù e al suo modo di essere e di parlare i Giudei sono costretti a mettere a nudo tutta la loro insicurezza e la loro paura che nasce semplicemente dal fatto di non poter controllare, catalogare e dirigere non tanto e non prima di tutto l’operato di Gesù ma, ancora più profondamente, inclinare la sua coscienza e la sua autoconsapevolezza. I Giudei – e noi con loro! -pensano di sapere tutto di tutti – visto che sanno anche tutto di Dio – e per questo fanno molta fatica a porsi delle domande e a sentirsi come costretti ad interrogare qualcuno confessando così la loro ignoranza: <Tu chi sei?> (Gv 8, 25). Una domanda che non è vera in quanto costoro ritengono di avere già la risposta ma che dice soltanto il loro sconcerto davanti a qualcosa che sfugge loro di mano e che – cosa impensabile – li supera!

I Giudei del tempo di Gesù non sono diversi da quelli che camminavano nel deserto con Mosè verso la Terra e noi non siamo diversi da loro: <il popolo non sopportò il viaggio> (Nm 21, 4). E quando il viaggio, il cammino, la fatica dell’andare avanti ci diventa pesante ecco che il nostro sguardo si appiattisce su quel prossimo passo che dovremmo fare e che non vogliamo fare più. Allora non c’è altra via per farci riprendere la marcia se non le maniere forti: <il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi, i quali mordevano la gente e un gran numero di Israeliti morì> (Nm 21, 6).

Sempre tra di noi ci sono dei serpenti velenosissimi che ci uccidono con il veleno dell’immobilità e della paralisi. I serpenti sono animali pericolosissimi che ci obbligano a guardare sempre per terra, a tenere lo sguardo fisso al piede, al passo impedendoci di guardare in alto, di guardare lontano, di vivere all’altezza della meta e non prigionieri del passo che stiamo or ora compiendo. Il veleno del serpente è la paura di ogni passo ad ogni passo: il viaggio diventa così estenuante e, diciamolo pure, impossibile: <Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque dopo essere stato morso, lo guarderà, resterà in vita> (Nm 21, 8).

La vita è possibile solo per coloro che osano sol-levare lo sguardo verso l’alto, sempre più in alto, sempre più in là e questo proprio quando il veleno della morte – che arresta il cammino – è già in circolo dentro di noi. Il Signore Gesù è chiaro: <Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete> (Gv 8, 28) perché <voi siete di quaggiù, io sono di lassù> (Gv 8, 23) ed è sempre lassù che dobbiamo guardare per vivere e non lasciarci andare al veleno del terrore del prossimo passo. Camminiamo e facciamo rumore col nostro passo deciso e svelto: il serpente fuggirà!