Voler

XI Dimanche du T.O.

Une image particulièrement touchante ouvre la liturgie de la parole de ce dimanche et sort directement de la bouche du Seigneur. La phrase de l’exode où Dieu parle de lui est proclamée « de la montagne » (Ex 10, 3) où, pour la première fois, le Seigneur a révélé à Moïse son nom ineffable l’appelant à être manifestation au milieu du peuple oppressé par l’esclavage. Devant la perplexité et les peurs de Moïse, face aux autres signes, le Seigneur Dieu lui avait donné rendez-vous sur «  cette montagne » (Ex 3,12). Et, justement, à l’occasion de ce rendez-vous, voici comment le Seigneur interprète son être et son œuvre : «  Vous avez vu vous-mêmes ce que j’ai fait en Egypte et comment je vous ai soulevés sur des ailes d’aigle et vous ai fait venir jusqu’à moi » (Ex 19, 4). Marie Noëlle Thabut explique la façon particulière de l’art du vol que les aigles enseignent à leurs petits. Ils ne les lancent pas simplement dans le vide comme les autres oiseaux, mais les habituent au vide en les portant sur leurs grandes ailes : lorsqu’ils se sentent prêts, les aiglons se lancent spontanément. Mais, jusqu’à cet instant, les aigles restent proches de leurs petits, car – s’ils le veulent ou s’il en ont simplement envie – ils peuvent se reposer, se poser à nouveau pour un petit repos – sur leurs ailes magnifiques et sécurisantes. Une image assez suggestive pour comprendre l’abîme profond de ce qui est dit dans l’évangile : «  En voyant la foule, Jésus fut pris de compassion, car ils étaient fatigués et épuisés comme des brebis sans berger » (Mt 9,36). Et, s’il est normal que l’aigle prenne à coeur le vol de ses petits, il est naturel qu’un berger prenne à coeur que son troupeau soit conduit tranquillement en sécurité vers d’abondants pâturages. 

Ce double et unique soin de Dieu envers son peuple – la liberté et la sérénité – se transforme en propre mission que le Seigneur Jésus confie aux apôtres : « donnez-leur le pouvoir de chasser les esprits immondes et de guérir toute sorte de maladies et d’infirmité » (Mt 10,1). Il semble que rien ne puisse résister à la force thérapeutique de l’annonce de l’évangile de Jésus Christ : «  guérissez les infirmes, ressuscitez les morts, purifier les lépreux, chassez les démons » (Mt 10, 8). Entre ces deux solennelles investitures qui donnent aux apôtres les pleins-pouvoirs de l’évangile du salut, l’évangéliste Matthieu inclut la liste – complète et parfois commentée – des noms des «  douze apôtres » (10,2). Cette inclusion semble vouloir dire que les apôtres sont les premiers bénéficiaires des soins du Seigneur, les premiers à avoir appris – et, du moins dans le cas de Judas, à non avoir appris – l’art du vol spirituel que le Créateur essaie depuis toujours à nous enseigner et à nous transmettre, à nous, qui sommes ses créatures bien-aimées. Pour apprendre à voler, il faut avoir risqué de se lancer dans le vide ! De même, pour guérir à tous les niveaux, il faut avoir reconnu le besoin de guérison et de salut.

Si ceci représente la mission et le ministère des apôtres, alors, il est clair que la condition n’est pas un concours pour montrer ses qualités et ses compétences, mais une sensibilité, toujours plus profonde à l’amour miséricordieux et compassionnel de Dieu face à nous. Comme le dit, en fait, Paul, dans la seconde lecture, il ne faut jamais et sous aucun prétexte, oublier que « alors que nous étions pécheurs, c’est alors, au temps fixé, que le Christ est mort pour des impies » (Rm 5,6) et nous en faisons partie ! Sur ce souvenir d’avoir été sauvés et appelés à vivre  dans une amitié, que nous n’avons pas méritée mais qui nous a été offerte gratuitement et payée chèrement, se fonde toute la mission de l’Église et le témoignage de chaque croyant. Alors, il devient très clair qu’à la consigne de la mission de la part du Seigneur Jésus, s’accompagne aussi le mandat  du style conforme à l’évangile du Seigneur Jésus qui se résume en une seule phrase : «  Vous avez reçu gratuitement, donnez gratuitement » (Mt 10,8).

Perdere

Cuore Immacolato di Maria

Quando si entra nella logica della ricerca di Dio e nel desiderio di compiere la sua volontà, il prezzo è la disponibilità a perdere in termini di sicurezza e di comprensione. Il testo evangelico si conclude con una finestra sulla fatica di Maria e di Giuseppe che è pure la nostra: <Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro> (Lc 2, 50). Dopo aver contemplato il mistero del cuore di Cristo e del suo ineffabile donarsi a noi come via per ricomprendere e attraversare la vita nella logica propria del Vangelo, la Liturgia ci fa contemplare il cuore di sua madre. La prima lettura ci fa entrare nell’esultazione profonda che ha accompagnato, come un sottofondo inalterabile, la vita e l’esperienza di fede di Maria: <Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo che si mette il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli> (Is 61, 10). Ma l’esultazione e la gioia che hanno segnato il cammino di Maria, la cui vita è stata totalmente a servizio del mistero dell’incarnazione e della piena umanazione del Verbo, ha conosciuto, sin dal primo istante dell’annunciazione fino all’attesa trepida della risurrezione, la realtà dell’angoscia.

Il Vangelo di quest’oggi ce lo ricorda in modo chiaro e condiviso con il padre del Signore, con Giuseppe sposo di Maria: <Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo> (Lc 2, 49). Il cuore di Maria non è stato poi così diverso da quello che sente e patisce il nostro stesso cuore: ha provato le gioie più indicibile come quella di stringere tra le braccia e accompagnare la crescita del Signore Gesù, ma ha anche patito tutti i turbamenti che nascono dall’incertezza di ogni cammino di fede che sia autentico. Il cuore di Maria ha dovuto imparare il ritmo di Dio fino ad entrare nel suo modo di guidare e di vivere la storia. Una cosa che sicuramente Maria ha imparato, prima di noi e forse persino un po’ per noi, è una verità fondamentale: per camminare nelle vie del Signore ci vuole tempo non tanto per capire quanto per aderire! <Tre giorni> (2, 46) sono il ritmo necessario alla fede perché diventi luogo di fede non a livello intellettuale, ma nella piena e generosa adesione del cuore.

Pur avendolo generato e accolto come un figlio, Maria e Giuseppe devono imparare a cercarlo e a trovarlo senza mai possederlo e questo processo interiore non solo non è mai scontato, ma è sempre giustamente doloroso. L’evangelista Luca ci fa intuire il disagio di Maria unitamente a quello di Giuseppe in cui si consuma la fatica di un cuore chiamato ad amare senza identificare l’amore con le proprie emozioni e i propri progetti: <Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro> (2, 50). Quante volte questo potrebbe essere detto di noi? Eppure non capire può essere talora il primo passo per aderire al mistero dell’altro accettando che esso ci riveli a noi stessi in modo più ampio e più vero. Al cuore di Maria possiamo affidare tutte le nostre fatiche quando non capiamo molto della nostra vita e di quella di quanti amiamo, senza smettere di desiderare di camminare insieme mettendo in conto anche di doverci forse persino perdere: <Scese dunque con loro…> (2, 51). Per il cuore questa è la cosa più importante e irrinunciabile.

11 luglio H:17 – Il suono del tempo Viaggio tra contemporaneo, rinascimento e primo barocco

Coraggio

San Barnaba

Questa memoria tende più alla festa, visto che siamo obbligati a leggere delle letture proprie per ricordare Barnaba. A questo discepolo del Signore la Chiesa da sempre ha sentito il bisogno quasi il dovere, pur non essendo annoverato nel numero dei Dodici di riconoscerlo e ricordarlo come apostolo. La sua vicenda all’interno della chiesa nascente è, in certo modo, legata alla “redenzione” di Saulo al cospetto dei fratelli ancora timorosi e forse poco convinti della sua conversione a quel Cristo che aveva così fieramente perseguitato. La Colletta ci aiuta a cogliere un tratto assai significato di quest’<uomo virtuoso> quando ci fa pregare con queste parole e con questi sentimenti: <fa’ che sia sempre annunziato fedelmente, con le parole e con le opere, il Vangelo di Cristo, che egli testimoniò con coraggio apostolico>. Ma come si concretizza questo <coraggio> nella vita di Barnaba, potremmo chiederci? Nella prima lettura ci viene mostrato il coraggio apostolico di Barnaba che in tutto conforme al cuore del bel pastore (Gv 10; Lc 15) <partì alla volt di Tarso per cercare Saulo e trovatolo lo condusse ad Antiochia> (At 11, 25). Barnaba – in tutto fedele suo nome che significa figlio dell’esortazione – si dimostra sempre capace di consolazione che si fonda su un atteggiamento di fiducia a tutto campo dando sempre più spazio alla luce piuttosto che accondiscendere a dare spazio ai lati più oscuri. Per questo non si lascia irretire dalle paure degli altri discepoli ma, con coraggio, sa affrontare il difficile Saulo e lo sa inserire dolcemente ma risolutamente all’interno della comunità. Il coraggio di quest’uomo che si mette alla ricerca di un fratello per renderlo più fratello si fonda sul coraggio richiesto dal Maestro ai suoi discepoli: <Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture…> (Mt 10, 9). La vulnerabilità è la forma propria della povertà apostolica e della apostolica povertà – e proprio di Barnaba ci viene testimoniato che fu il primo a vendere il suo campo (At 4, 36-37). Questo discepolo dimostra così di sperare il <nutrimento> (Mt 10, 10) dalla mano di coloro a cui è inviato per aprire il cuore all’accoglienza della propria indigenza che apre il cuore alla ricezione del vangelo. Infatti, la libertà di ricevere fonda la capacità di dare in libertà senza creare dipendenze: <ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani> (11, 26). E i primi a farlo furono forse proprio <Barnaba e Saulo> (13, 2) da cui si saprà infine separare per salvare la comunione e non impedire in alcuno modo la corsa del vangelo (15, 39). Da Barnaba la Chiesa e ogni discepolo sono chiamati ad apprendere il coraggio di farsi avanti unitamente al coraggio – talora persino più costoso e difficile – di accettare di fare un passo indietro perché nulla impedisca al Vangelo di essere predicato e di essere accolto. Per vivere questo coraggio è necessario non solo saper vendere il campo che si possiede ma, soprattutto, accettare di cedere il passo ad altri senza vergogna e con libertà.

Trattino

X Settimana T.O.

Dobbiamo riconoscere che il riferimento del Signore Gesù a quel <solo trattino della Legge> (Mt 5, 18) un po’ ci turba! Se poi consideriamo che, per la prima volta in tutto il primo Vangelo un’espressione del Signore sia introdotta in modo così solenne, allora il turbamento rischia di colorarsi di un po’ di imbarazzo: <In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto>. Visto che siamo arrivati fin qui forse non sarà inutile rammentare che, nel Vangelo secondo Matteo, le ultime due volte che troviamo una simile introduzione solenne è durante l’ultima cena. Si tratta, nel penultimo caso di una parola che evoca il tradimento di Giuda: <In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà> (26, 21). Mentre nell’ultimo, la parola è rivolta addirittura a Pietro: <In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte> (Mt 26, 34).

Per ciascuno di noi è la sfida del discorso della montagna che la Liturgia ci fa ritrovare in questi giorni e il cui portale di ingresso – non bisogna dimenticarlo – sono proprio le beatitudini. Sì, compiere è ben più che adempiere! Adempiere ci fa sentire a posto, ma rischia di renderci asserviti, compiere è sempre liberante ed esige comunque non solo di sottomettersi ad una legge, ma di assumere fino in fondo il rischio della propria personalità, fino a portare il giogo della propria libertà. Il Signore Gesù mette la Legge a servizio delle esigenze e del dinamismo dell’amore. Ogni minimo tratto della Torah non è che una parola d’amore da parte di Dio che ci abilita ad amare come Dio. Ma, bisogna riconoscerlo, non è sempre così sicuro conoscere e riconoscere il modo che il Signore Dio ha di accompagnare la nostra storia di uomini.

La prima lettura evoca un passaggio della vita di Elìa continuamente in bilico tra il comico e il tragico come, spesso, sono le nostre umane vicende. Da una parte abbiamo una parola canzonatoria di Elìa nei confronti dei sacerdoti di Bàal: <E’ occupato, è in affari o è in viaggio; forse dorme, ma si sveglierà> (1Re 17, 27). Dall’altra troviamo un gesto di rara violenza giacché il profeta non ebbe timore di sgozzare un numero così elevato di sacerdoti che erano, prima ancora che sacerdoti degli uomini. Elìa fu forse molto fiero da aver salvato l’onore di Dio, ma lo aspettava un lungo cammino di purificazione che continuamente viene richiesto a ciascuno di noi per non confondere il <trattino della Legge> con i macigni delle nostre paure e della nostra violenza non raramente così “religiose”. L’evocazione da parte del Signore Gesù del <trattino> e dello <iota> ci ricorda il grande lavoro di cercare di comprendere il mistero di Dio in modo sottile, raffinato, profondo e, soprattutto, liberato da tutti quelli che sono i nostri condizionamenti e le nostre precomprensioni. Per Elìa sarà necessario un lungo, anzi lunghissimo cammino, che lo porterà fino al monte di Dio, ove un volto diverso dell’Altissimo gli sarà rivelato alla luce del quale far maturare, non senza una certa fatica, un modo nuovo di essere credente lasciando che la Legge si iscriva e si incida non più su tavole di pietra e con inchiostro di sangue, ma sulle tavole del cuore e con l’inchiostro della dolcezza e dell’amore.

Luminosi

X Settimana T.O.

Il gusto può cambiare l’espressione del volto di una persona e distenderne i tratti: si pensi a un bambino che, dopo tanti capricci, termina di mangiare un buon gelato o al senso di soddisfazione di un adulto che beve l’ultimo sorso di una coppa di ottimo vino. La parola di Dio, accolta e custodita nel profondo del nostro cuore, dovrebbe infondere alla nostra vita quel senso di distensione e di pacificazione profonda capace di rendere il nostro volto disteso e amabile. Solo così il <sale>, (Mt 5, 13) che dà un segreto condimento alla nostra vita, ci renderà capaci di essere <luce> (5, 14). Solo così la nostra vita nella sua totalità di espressione e non solo attraverso la parola diventerà una testimonianza semplice e franca del Vangelo. Lo abbiamo ricevuto proprio per poterlo annunciare e condividere come si fa con un cibo gustoso preso attorno ad una tavola rischiarata dalla luce dell’amicizia. Come ricorda Agostino: <Io vi ho chiamato luce, dice, ma precisò: siete solo una lucerna. Non lasciatevi prendere dai sussulti dell’orgoglio, se non volete che si spenga questa scintilla. Non vi metto sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché illuminiate tutto con i vostri raggi. Quale è questo lucerniere che porta questa luce? Sto per insegnarvelo. Siate, voi stessi, delle lucerne, e avrete un posto sopra questo lucerniere. La croce di Cristo è un immenso lucerniere>1.

Il commento di Agostino ci aiuta a comprendere e a ricordare continuamente che non siamo solo sale e luce, ma lo siamo per la terra e per il mondo e questo non può che essere crocifiggente per tutto ciò che in noi resiste ancora alla logica del dono, che comporta sempre una disponibilità profonda a scomparire come il sale che non può e non deve essere rintracciabile in una pietanza, e a consumare qualcosa di se stessi per fare luce agli altri proprio come una lucerna. Il commento più bello a questa parola che il Signore Gesù ci rivolge come suoi discepoli è la figura luminosissima e così sapiente di questa donna cui il Signore rimanda il profeta Elìa: <Àlzati, va’ a Sarèpta di Sidone; ecco, io là ho dato ordine a una vedova di sostenerti> (1Re 17, 9). In realtà, non sembra che questa povera <vedova che raccoglieva legna> (17, 10) sia alla porta della città ad attendere Elìa, né tantomeno veniamo a sapere di essere stata oggetto di una qualche visione o locuzione… tutt’altro!

Sembra che il Signore Dio invii il suo profeta in una terra di persone lontane dalla propria fede e dalla propria cultura per imparare come dovunque sia possibile trovare un’umanità e una cura senza le quali anche le più grandi affermazioni di fede rischiano di essere vuote. Questa donna capace di mettere a repentaglio la sopravvivenza sua e di suo figlio per onorare l’ospite di passaggio che si trova nel bisogno ci aiuta a comprendere di che tipo di sale vuole che noi stessi siamo conditi per essere in verità luce per il mondo e un po’ più dimentichi di noi stessi.


1. AGOSTINO, Discorsi, 289, 6.

Volto

X Settimana T.O.

La Cetra dello Spirito Santo, come veniva chiamato Efrem il Siro, meditando sul mistero di Elia sperso nel deserto e nutrito – per comando di Dio – dai corvi spiega che <benché Elia ricevesse il nutrimento da corvi che sono animali impuri, osservava fedelmente i comandi che riceveva dalla bocca di Dio e benché fosse a contatto con l’impurità veniva santamente nutrito con un cibo spirituale dalla stessa divinità>1. Ricominciamo oggi la lettura feriale annuale del vangelo secondo Matteo proprio riprendendo la lettura biennale del ciclo di Elia. Il profeta di fuoco che compare con Mosè accanto al Signore Gesù nel momento della Trasfigurazione e la cui figura profetico-apocalittica accompagna il ministero e l’accoglienza della parola del Rabbì che viene dalla Galilea ci introduce in una rinnovata accoglienza del vangelo delle beatitudini che è la chiave di volta di tutto il Vangelo.

Come Elia si ritrova in compagnia dei <corvi> che <gli portavano pane e carne al mattino e alla sera> (1Re 17, 6) nutrendolo dal loro becco abituati ai cadaveri, e quindi impuro, così il discepolo del Signore si ritrova sin da subito ad essere invitato dalla parola del Maestro ad accogliere nella propria vita ciò che, naturalmente, sarebbe indotto ad evitare, a respingere o almeno da ritenere di malaugurio. In modo sorprendente il Signore Gesù ribalta il modo di sentire e di portare il peso della vita: <Beai i poveri…> (Mt 5, 3). Non si tratta certo nella sensibilità del Signore, così squisitamente umana e così magnificamente capace di rallegrarsi per le piccole e grandi gioie della vita, di riservare ai suoi discepoli e alle <folle> (5, 1) una vita di diminuzione e di contristante mortificazione ma di dilatare la capacità di essere <beati> e di esserlo per otto volte più una, di esserlo sempre e comunque persino quando – come nel caso di Elia profeta – si è costretti a nascondersi <presso il torrente> (1Re 17, 3). Quando tutto sembra crollare e quando ogni cosa sembra cospirare contro la felicità, il Signore ha il coraggio di prendere la parola e di leggere in modo diverso il cammino e cammini della vita.

Sant’Agostino dice che <le parole pronunciate dal Signore sulla montagna possono dirigere perfettamente la vita di coloro la cui impresa è giustamente paragonata a quella dell’uomo che costruisce la sua casa sulla roccia> e aggiunge <questo sermone contiene tutto ciò che è necessario ad orientare la vita cristiana>2. E questo non principalmente e fondamentalmente in senso morale, ma in senso finale: la beatitudine evangelica è la capacità di accogliere, assumere e attraversare il reale nella sua durezza e talora assurdità nella prospettiva di una promessa, nel respiro della fede che va oltre l’immediato: si tratta della sostanza della vita che rifluisce dal futuro come una luce capace di illuminare e riscaldare l’oscura freddezza del presente. Per questo le beatitudini – in apertura del primo dei cinque grandi discorsi che ritma il vangelo secondo Matteo – sono già parole pasquali e fanno della nostra vita cristiana non un codice morale tra altri o migliore di altri, ma uno sguardo sul Signore Gesù che cerca di accogliere il suo sguardo su ciascuno di noi 3. Gesù <vedendo le folle> (Mt 5, 1) vede ogni cuore e lo narra per consolarlo trasformando la scala, che sembra farci sprofondare agli inferi, in una vera scala che porta al cielo come quella vista in sogno da Giacobbe e rammentata a Natanaele in apertura del quarto vangelo e che apre su un modo nuovo di leggere il mondo (Ap 21, 4).


1. EFREM SIRO, Diatessaron, VII, 13.

2. AGOSTINO, Spiegazione del discorso della montagna, 1, 1.

3. Cfr.: Fratel MichaelDavide, Lo sguardo di Gesù: beati, Meridiana, Molfetta 2010.

Farmaco

Ss. Corpo e Sangue di Cristo –

L’apostolo Paolo sembra animato da un’interiore esaltazione al pensiero che <tutti partecipiamo all’unico pane> (1Cor 10, 17). Potersi nutrire dello stesso pane e sedere per questo alla stessa tavola è qualcosa che dà alla vita un sapore e una leggerezza che fanno bene. Normalmente quando si mangia insieme e si condivide nella gioia un pasto, le cose più semplici assumono un sapore diverso tanto che anche davanti al semplice pane si sente esclamare: <che buono!>. Celebrare l’Eucaristia e fare oggi memoria particolare e solenne di questo mistero che ritma e nutre il cammino della Chiesa, significa ricordare ed evocare quanto è buono il Signore tanto da farsi per noi buono come il pane pur di nutrire il nostro cammino di libertà in quello che è il <deserto> (Dt 8, 2) della nostra vita quotidiana. Il Deuteronomio esorta a <non dimenticare> (8, 14) non solo quanto il Signore è stato presente nel cammino del suo popolo per farlo uscire dalla terra d’Egitto, ma anche al “come” ha accompagnato amorevolmente e fermamente il dramma di questo lento processo di coscientizzazione premessa imprescindibile ad ogni autentico cammino di liberazione: <per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore> (8, 2).

Il peccato fondamentale è l’amnesia e l’Eucaristia è il farmaco che ci cura da questa possibile malattia con la terapia della memoria che si fa memoriale: <In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo, e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita> (Gv 6, 53). La verità cui fa riferimento il Signore Gesù non è una verità astratta anche se dogmatica, ma è una verità di relazione che si nutre di contatto intimo e di memoria ardente. L’Eucaristia è sempre il momento privilegiato, anche se non unico, in cui possiamo rafforzare il legame con il Signore e, talora, persino ritessere ciò che si è lacerato. La memoria che l’Eucaristia rinnova è il memoriale di un amore che ci precede e ci accompagna sempre sul quale possiamo continuamente fondare e rifondare la nostra vita e le nostre relazioni umane perché siano sempre più segnate dalla grazia di un amore che si dà senza misura.

La domanda, che si pongono gli ascoltatori di Gesù che pure si erano appena nutriti del pane che Egli aveva moltiplicato e condiviso, tradisce una mancata comprensione di quel gesto: <Come può costui darci la sua carne da mangiare?> (6, 52). Proprio come ha moltiplicato e condiviso il pane, il Signore vuole darci tutto se stesso come sempre vuole e desidera chi ama. Isacco Siro dice che <Ciò che succede al pesce quando si trova fuori dall’acqua succede al discepolo quando perde la memoria di Dio e si disperde andando dietro alla logica del mondo>1. La memoria dell’amore di Cristo in cui si manifesta l’eterno desiderio del Padre per la nostra umanità creata diventa così farmaco per guarire il nostro cuore a contatto con il fuoco della divina compassione. L’Eucaristia ci è donata per guarire la nostra intelligenza attraverso la conoscenza intima e trasformante dei misteri; per guarire la nostra memoria colmandola del ricordo della bellezza sublime che è il mistero di Cristo Signore di cui siamo chiamati a diventare il Corpo offerto per la gioia di tutta l’umanità. La presenza di Cristo in noi è buon cibo perché fa bene, ma anche perché piace e questo ci fa comprendere le parole del Vangelo: <il pane che io darà è la mia carne per la vita del mondo> (6, 51). Pane siamo chiamati a diventare anche noi per la vita del mondo!


1. ISACCO SIRO, Trattato, 43.

Le remède

Fête du Corps et du Sang du Christ

L’apôtre Paul semble animé d’une exaltation intérieure à la pensée que «  nous participons tous à l’unique pain » (1 Co 10, 17). Pouvoir se nourrir du même pain et pour cela s’asseoir à la même table est quelque chose qui donne à la vie une saveur et une légèreté qui font du bien. Normalement, lorsque l’on mange ensemble et que l’on partage un repas dans la joie, les choses les plus simples prennent une saveur différente, de telle façon que l’on entend s’exclamer devant un simple morceau de pain : «  comme c’est bon ! » Célébrer l’Eucharistie et faire mémoire aujourd’hui de façon particulière et solennelle de ce mystère rythme et nourrit le chemin de l’Église, signifiant se souvenir et évoquer combien le Seigneur est bon, Lui qui se fait pour nous bon comme le pain, nourrissant notre chemin de liberté dans le « désert » (Dt 8, 2) de notre vie quotidienne. Le Deutéronome exhorte à «  ne pas oublier » (Dt 8, 14) les moments où le Seigneur fut présent sur le chemin de son peuple pour le faire sortir de la terre d’Egypte, mais aussi « comment » il a accompagné amoureusement et fermement le drame de ce lent  processus de prise de conscience primordiale à tout chemin de libération authentique : c’est pour t’humilier et te mettre à l’épreuve, pour savoir ce que tu avais dans le coeur » ( 8, 2).

 Le péché fondamental est l’amnésie et l’Eucharistie est le remède qui soigne cette possible maladie par la thérapie du souvenir  qui se fait mémoire : «  En vérité, en vérité, je vous le dis : si vous ne mangez pas la chair du Fils de l’homme et ne buvez son sang, vous n’avez pas la vie en vous » (Jn 6, 53). La vérité dont fait référence le Seigneur Jésus n’est pas une vérité abstraite, même si elle est dogmatique, mais c’est une vérité de relation qui se nourrit du contact intime et de la mémoire ardente. L’Eucharistie est toujours le moment privilégié, même s’il n’est pas unique, où nous pouvons renforcer le lien avec le Seigneur et, alors, même retisser ce qui est déchiré. La mémoire que l’Eucharistie rénove est le mémorial d’un amour qui nous précède et nous accompagne toujours  et sur lequel nous pouvons continuellement fonder et refonder notre vie et nos relations humaines afin qu’elles soient toujours plus signes de grâce d’un amour qui se donne sans limite.

 La question que se posent les auditeurs de Jésus qui pourtant s’’étaient à peine nourris du pain qu’il avait multiplié et partagé, trahit un manque de compréhension de ce geste : «  Comment peut-il nous donner sa chair à manger ? (6, 52). Tout comme il a multiplié et partagé le pain, le Seigneur veut se donner entièrement, comme le désire et le veut celui qui aime. Isaac le Syrien dit : «  ce qui arrive au poisson lorsqu’il se trouve hors de l’eau, arrive au disciple quand il perd la mémoire de Dieu et se disperse en suivant la logique du monde »1. La mémoire de l’amour du Christ en qui se manifeste l’éternel désir du Père pour notre humanité créée, devient ainsi le remède pour guérir notre coeur au contact du feu de la divine compassion. L’Eucharistie nous est donnée pour guérir notre intelligence à travers la connaissance intime et transformante des mystères ; pour guérir notre mémoire en la remplissant du souvenir de la beauté sublime qu’est le mystère du Christ dont nous sommes appelés à devenir le Corps offert pour la joie de toute l’humanité. La présence du Christ en nous est un bon aliment car il nous fait du bien, mais aussi car il plaît et cela nous fait comprendre les paroles de l’Evangile : «  Le pain que je donnerai est ma chair pour la vie du monde » (6, 51). Nous sommes appelés nous aussi à devenir le pain pour la vie du monde !


1. Isaac le Syrien, Traité, 43

Capricci

IX Settimana T.O.

Lasciamoci toccare e interrogare profondamente dalla parola dell’apostolo che forse mette il dito su una delle nostre più perniciose piaghe interiori: <Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutandosi di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole> (2Tm 4, 3-4). Con questa parola di Paolo forse ci riesce più facile intuire che cosa possa significare per noi la parola del Signore Gesù: <Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nella piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti> (Mc 12, 38-39). I capricci sono sempre legati al nostro bisogno di essere al centro dell’attenzione e di essere, comunque, oggetto di ammirazione. Senza rendercene sempre veramente conto pur di raggiungere questo scopo siamo disposti a sacrificare la nostra coscienza raccontando a noi stessi e accettando che qualcuno ci racconti delle <favole> capaci di alimentare le nostre illusioni e medicare, per quanto in modo effimero, le ferite delle nostre delusioni.

Il Signore Gesù si premura di indicarci egli stesso un altro modo, invece, di stare al mondo chiaramente più autentico: <una vedova povera> (Mc 12, 41)! Questa donna cerca in tutti i modi, a differenza di <Tanti ricchi> di mettere la sua vita nel tesoro del tempio senza che nessuno la possa notare: un po’ per vergogna forse di essere <così povera> (12, 43) e, ancor di più, nella coscienza che solo l’Altissimo avrebbe potuto comprendere il suo dono che corrispondeva a <tutto quanto aveva per vivere> (12, 44). Questa povera vedova non può certo permettersi nessuno dei <capricci> di quei <Tanti ricchi> che <hanno gettato parte del loro superfluo>, ma può donare a se stessa la gioia così intima e segreta di dare tutto senza che nessuno se ne avveda, senza che nessuno, al di fuori del suo Signore che conosce il suo cuore, possa misurarne il dono.

Come ricorda padre Guillaume: <Quante persone attorno a noi, talvolta molto vicine a noi, ci parlano silenziosamente di Dio! La loro semplice fedeltà, la loro generosità senza presunzioni e la loro benevolenza senza pretese rendono più bello il nostro mondo. Ma noi non sappiamo più vederle e preferiamo lasciarci coinvolgere dalla tristezza circostante>1. Concludiamo la lettura annuale del Vangelo secondo Marco proprio accettando l’indicazione del Signore Gesù di aguzzare il nostro sguardo per avere occhi per tutto ciò che segretamente fa germogliare nel mondo di ogni giorno il Regno di Dio. Bisogna essere più attenti, più sensibili, più curiosi per scoprire i segni di una bellezza capace di dare speranza in un modo diverso di affrontare e leggere il quotidiano che non sia dominato dai <capricci>, ma dal desiderio, come ci ricorda l’apostolo e come ci testimonia la povera vedova, di versare <in offerta> (2Tm 4, 6) la nostra vita.


1. DOM GUILLAUME; Sui sentieri del cuore, Paoline, Milano 2011, p. 172