Convertire… in giglio

III settimana T.Q.

Il profeta Osea apre il cuore alla speranza: <fiorirà come un giglio> (Os 14, 6) e il Signore Gesù simpatizza con un dottore della Legge, fino a riconoscere che non è <lontano dal regno di Dio> (Mc 12, 34). In questo venerdì di quaresima mentre la primavera si fa sentire non solo nell’aria, ma pure nel cuore, siamo raggiunti da una parola di grande speranza: l’amore ci fa fiorire mentre la mancanza d’amore non fa che intristire la vita. Sembra che il Signore ci chieda di fiorire e di diffondere attorno a noi un profumo di vita che sia capace di allietare la nostra vita e di dare speranza ai nostri fratelli e sorelle. Il fatto poi che il Signore osi comandare l’amore, che in nessun modo si può comandare, è un modo per ricordarci che possiamo amare se, solo, ci apriamo alla presenza fecondante di Dio per far fiorire la nostra vita come un giglio che si apre al sole e si dona interamente al suo bacio. Possiamo anche noi avvicinarci al Signore Gesù per porgli la medesima domanda che troviamo sulle labbra di un pio e sincero fariseo: <Qual è il primo di tutti i comandamenti?> (Mc 12, 28).

Dal seguito del testo evangelico, possiamo comprendere quanto questa domanda non sia per nulla una curiosità intellettuale e neppure una domanda di circostanza, bensì la rivelazione di una profonda ricerca di senso e di autenticità. La risposta del Signore è capace di toccare il cuore di quest’uomo confermandolo e consolandolo in ciò che egli stesso sembra aver compreso da tempo pur temendo, forse, di non essere sulla strada giusta. La reazione sembra infatti una sorta di grido di liberazione come quello di un giglio che si stiracchia finalmente fino ad aprirsi interamente al calore del sole: <Hai detto bene, Maestro, e secondo verità… vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici> (12, 33). Ciò che consola il cuore di questo fariseo, è l’essere confermato in un’immagine di Dio che non ci valuta a partire dai nostri olocausti, ma a partire dal nostro amore disposto anche al sacrificio. Le parole di Osea sembrano il miglior commento all’incontro di cui ci parla il Vangelo: <Sarò come rugiada per Israele; fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano, si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano> (Os 14, 8).

Avvicinarsi al regno di Dio, divenire sempre più conformi al disegno e al desiderio di Dio, non significa avanzare in modo unidirezionale, ma in modo aperto a Dio e al prossimo con una naturalezza e una spontaneità che non ha niente a che vedere con la paura e il timore. Questa interiore fiducia e serenità di fondo ci mette in grado di affrontare generosamente i cammini di conversione che la vita ci richiede e ci impone, ma con una freschezza che non ha niente in comune con quella devota tristezza che spesso abita le nostre chiese e rende allergici i nostri contemporanei ad ogni discorso di fede. Due parole ci vengono consegnate oggi dal Signore Gesù: <Ascolta> e <amerai> (Mc 12, 29-30). La conversione si gioca sempre su questo duplice dinamismo di ascolto che si fa risposta di un amore capace di aprirsi sempre di più e sempre più naturalmente… proprio come un giglio!

Convertire… le spalle

III settimana T.Q.

La parola del profeta Geremia ci ricorda un pericolo sempre incombente nella nostra vita: quello di voltare le <spalle> (Gr 7, 24) al Signore che accompagna amorevolmente il nostro cammino. Nel Vangelo ci viene spiegato in che cosa possa consistere, concretamente, questo voltare le spalle: pensare male del bene fino a sentirsi autorizzati a fare del male, a lasciare che il male continui a impoverire la vita, credendo che questo sia il modo per difendere i diritti di Dio contro quelli che sono i bisogni dell’uomo. Il Signore Gesù viene accusato di combutta con il diavolo proprio quando sta cercando di liberare, dalla sua presa, un uomo che la vita ha reso <muto> (Lc 11, 14). Non si capisce bene se ciò che crea disagio nei devoti benpensanti che tengono d’occhio il Signore, sia il fatto che Gesù abbia scacciato un demonio, oppure che la conseguenza di questa liberazione sia che <il muto cominciò a parlare> (11, 14). Dall’insieme del testo sembra proprio che ciò che turba, fino a rendere aggressivi gli scribi e i farisei, sia proprio il fatto che un muto possa parlare e finalmente dire la sua come avverrà pure nel caso di quel cieco nato che, non solo comincia a vedere, ma che si permette persino di dire come vede ormai le cose.

La domanda che il Signore Gesù pone ai suoi accusatori, in realtà, raggiunge anche noi: <Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno i vostri giudici> (11, 18b-19). Il Signore sente il bisogno di non lasciare nessuna via di scampo alla malevolenza dei suoi devoti detrattori e aggiunge con forza: <Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio> (11, 20). A questo punto la domanda nasce spontanea e assolutamente stringente: <Ma il regno di Dio con la sua potenza di liberazione ci interessa veramente?>. Nel rispondere a questo interrogativo è necessario prendere del tempo senza correre troppo in fretta. Il profeta Geremia con la sua parola ci porta al cuore stesso del desiderio di Dio per la nostra umanità quando ci ricorda che i comandamenti di Dio, sono inestricabilmente legati al desiderio basilare del Creatore per ciascuna delle sue creature: <camminate sempre sulla strada che vi prescriverò, perché siate felici> (Gr 7, 23).

La domanda allora si fa ancora più chiara ed impegnativa: <Sapremo non voltare le spalle alla felicità?>. Questo riguarda certamente la nostra vita personale, ma la nostra apertura a quella felicità che il Signore Dio vorrebbe regalarci e a cui talora rischiamo di chiuderci fino a voltare le spalle, è un dono che facciamo o di cui depriviamo i nostri fratelli e sorelle. Quando il profeta evoca il fondamentale dovere della <fedeltà> (7, 28), ci esorta a non dimenticare mai che la fedeltà a Dio non può mai imprigionare, fino ad ammutolire, la nostra vitalità. Al contrario ogni reale apertura al mistero di Dio non può che dilatare magnificamente la nostra somiglianza con il Creatore che ci differenzia da tutte le altre creature, peraltro bellissime, che è appunto la capacità di parlare. Se qualcuno vuole renderci muti, di certo non lo fa con il <dito di Dio> (Lc 11, 20), anzi gli ha voltato le <spalle>!

Convertire… ora

III settimana T.Q.

Mosè parla al popolo con una grande urgenza: <Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno> (Dt 4, 1). Questo solenne “Ora” significa non solo “adesso” – a livello temporale -, ma può essere inteso come un <quindi> e ancora come un <è ormai ora!>. Mosè si rivolge al popolo chiamandolo <Israele> e in questo modo si evoca tutto il cammino compiuto insieme – con momenti di gioia come di grande dolore – per arrivare a sentire questa reciproca appartenenza, che si fa “identità” davanti agli altri, fino a sentire di essere <una grande nazione> (4, 7) e desiderare di essere riconosciuti come <un popolo saggio e intelligente> (4, 6). L’urgenza di cui si fa portavoce Mosè, è l’urgenza propria di chi ha la consapevolezza di avere ricevuto un dono e sente la responsabilità di custodirlo con amore e con dedizione. Di fatto il verbo ebraico che traduciamo con <mettiate in pratica> (4, 1), letteralmente rimanda a quel sentimento di custodia e di cura che si ha per le cose e per le persone che riteniamo preziose e care. Per tre volte in questo discorso di Mosè compare il binomio <leggi e norme> le quali non custodiscono un codice freddo con cui confrontarsi e da cui sentirsi continuamente giudicare, fino ad avere la sensazione, talora, di esserne oppressi, bensì rivelano un amore liberante tutto da accogliere e da sperimentare.

Le <leggi e norme> (4, 5) sono la memoria di una relazione che è capace di conferire dignità e libertà fino ad essere motivo di santa gelosia da parte degli altri popoli perché <quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli> (4, 6). Il Signore Gesù parla come Mosè e, per certi aspetti, cerca di riportare a Mosè quell’intelligenza delle Scritture che, col tempo, si è notevolmente sclerotizzata, tanto da perdere la sua bellezza, la sua attrattiva, la sua leggerezza, trasformandosi in qualcosa con cui si è costretti, ogni giorno, a fare i conti. Il rischio è che non si avverta, in realtà, il desiderio e la gioia che viene evocata con accenti di fierezza dal salmista: <Così non ha fatto con nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi> (Sal 147, 20). Non si tratta dell’esclusivismo emarginante e saccente, ma si tratta dell’espressione di un amore ricevuto e ricambiato. Esso, per sua natura, ha bisogno di esprimersi con tono di affettiva esclusività, ma che si manifesta in esigenza di condivisione.

Il Signore Gesù ha quasi bisogno di schermirsi e persino un po’ di difendersi: <Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento> (Mt 5, 17). Questo compimento non può che esprimersi attraverso i dettagli di un amore, di una cura, di una dedizione che, in nessun modo, può essere fatta “grosso modo”, ma esige l’attenzione ad ogni particolare e a tutti i gesti più <minimi> (5, 19). Come sarebbe incomprensibile dire ad una persona: “ti amo approssimativamente” o ti “desidero grosso modo”, così nella relazione con Dio non è assolutamente pensabile un cammino che non abbia bisogno di scendere nel particolare fino a giocarsi ed esprimersi nei più minimi particolari. Allora la parola di Mosè sembra fare tutt’uno ed esprimersi in pienezza, nella predicazione del Signore Gesù: <Ma bada e guardati dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto, non ti sfuggano dal cuore per tutto il tempo della tua vita> (Dt 4, 9). In realtà, <le cose> sono nel testo <le parole> e in tal modo siamo rimandati continuamente a risalire dall’oggettività fredda dell’osservanza, alla calda relazione personale.

13 e 15 marzo: Festa di Sant’Eldrado 2026 Nel 1300° Anniversario della Fondazione dell’Abbazia

Convertire… in regalità

III settimana T.Q.

Il lamento di Daniele trova una risposta nella parabola che il Signore Gesù racconta a Simon Pietro per rispondere alla sua domanda sul perdono. Daniele invoca il suo Signore mettendogli davanti la situazione in cui il popolo, per la sua infedeltà, si è venuto a trovare: <Ora non abbiamo più né principe né profeta né capo né olocausto né sacrifico né oblazione né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia> (Dn 3, 38). Il Signore Gesù provato dalla domanda di Pietro, che esprime tutto il suo disagio davanti alla piega che ha preso l’insegnamento e l’esempio del suo Maestro, non trova niente di meglio che raccontare una parabola per toccare il cuore del suo discepolo ed aprirlo ad un modo diverso di considerare i suoi fratelli: <Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi> (Mt 18, 23). Possiamo ben immaginare l’interiore esultazione dell’apostolo davanti all’idea che prima o poi possa e debba arrivare il tempo per <regolare i conti>. La sua attenzione già colma di una certa soddisfazione si fa tutt’orecchi per capire, finalmente, quando e come si potrà fare questa irrinunciabile operazione. La “suspense” aumenta quando il racconto sembra promettere un’ulteriore chiarificazione: <Aveva cominciato a regolare i conti…> ma <costui non era in grado di restituire…> (18, 24-25).

A questo punto tutto si complica! Normalmente, sempre la nostra idea di giustizia “regolativa” si ingarbuglia quando ci troviamo davanti alle situazioni concrete; quando siamo posti davanti alle persone in carne ed ossa; quando dobbiamo misurarci non con l’astrattezza algida dei nostri sistemi, in cui vorremmo costringere gli altri fino a costipare il mondo. Possiamo immaginare l’accelerazione del battito cardiaco di Pietro, perché sentiamo il nostro cominciare ad aumentare la sua corsa: <Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito> (18, 27). Tutti conosciamo bene il seguito della parabola e la sua triste conclusione che sembra invertire la logica secondo cui sono sempre gli altri ad avere un debito nei nostri confronti dimenticando che, almeno con l’Altissimo, siamo comunque in debito e una spada di discernimento pende inesorabile sulle nostre teste: <Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello> (18, 35).

La sfida è quella di diventare capaci di una regalità che ci faccia simili al nostro Signore e Padre in una capacità di <clemenza> e di <grande misericordia> (Dn 3, 42) che non significa passare sulle cose, ma, attraverso la considerazione seria e rigorosa di ogni aspetto della vita, essere sempre più in grado di andare al <cuore> delle situazioni. Questo si rende possibile a partire dalla conoscenza e dalla consapevolezza di ciò che abita e soffre il nostro stesso cuore. Diventare “regali” è il cammino che la Quaresima ogni anno ci propone e ci permette di vivere. Giorno dopo giorno, ci avviciniamo alla contemplazione del mistero della Croce su cui è confitto il <Re dei Giudei> (Gv 19) o, come interpreta astutamente Michelangelo nella Cappella Sistina, <un re dai Giudei>. La croce giudica il nostro cuore non per le sue debolezze che sono insite alla nostra natura, ma per la sua capacità di diventare sempre più regale come l’icona rivelativa del Padre, che è il Crocifisso, il quale dal suo trono e talamo regale che è la croce non fece, che supplicare fino all’ultimo: <Padre, perdonali…> (Lc 23). Non c’è più bisogno di nessun olocausto!

Convertire… il profeta

III settimana T.Q.

Il Signore Gesù si presenta a Nazareth in veste di <profeta> (Lc 4, 24) con un’autocoscienza così nitida da offuscare le aspettative di quanto vivono nella sua <patria>. Eppure, il Signore Gesù non ha nessun timore di rimettersi <in cammino> (4, 30) in un modo diverso da quello sperato, e si mostra così capace di essere annunciatore di una parola e, al contempo, di essere sensibile ad accogliere i messaggi che gli vengono dagli altri e che cambiano, sostanzialmente, il suo programma e il suo desiderio. Gesù ne prende atto senza lasciarsi andare né alla collera né a quella sottile depressione che nasce dalla frustrazione. Per questo è capace di dire una parola: <nessun profeta è bene accetto nella sua patria> (Lc 4, 24) ed è in grado di aggiungere ad essa un gesto ancora più chiaro: <passando in mezzo a loro, si mise in cammino> (4, 30). Nel Vangelo secondo Luca siamo solo agli inizi del ministero di Gesù, eppure tutto sembra già molto chiaro e per il Signore e per quanti sono chiamati a misurarsi – fino a scontrarsi – con il suo annuncio. Questo annuncio crea dentro il cuore dei suoi ascoltatori un combattimento grande: da una parte vi è l’attrazione forte per quello che il giovane maestro può rappresentare e dall’altra, c’è una folle paura che questo modo di intendere le cose di Dio e degli uomini, crei più problemi di quanti, in realtà, ne risolva.

Di questo combattimento, che è anche il nostro, ci parla la prima lettura attraverso l’evocazione della figura della disputa che si accende tra <Naamàn, comandante dell’esercito del re di Aram> che <era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato> (2Re 5, 1) e il profeta Eliseo. Questi sembra non fare nessun caso al rango e si concentra invece sulla necessità che conduce quest’uomo potente fino alla sua porta su consiglio di <una ragazza> (5, 2). Non ci sfuggano i preparativi di Naamàn: <Partì dunque, prendendo con sé dieci talenti d’argento, seimila sicli d’oro e dieci mute di abiti> (5, 5). Si potrebbe dire che il grande cammino interiore che Naamàn è costretto a fare – suo malgrado – è quello di partire carico di beni che sono, potenzialmente, dei doni per ritrovare la guarigione e per tornare carico di qualche zolla <di terra> (5, 17) di Israele dopo che Eliseo <rifiutò> (5, 16) il suo dono. Non sarà facile per Naamàn accettare che Eliseo lo guarisca, non lo lusinghi né si faccia lusingare, bensì lo tratti con un’indifferenza, tale da farlo sentire non molto diverso dai suoi <servi> (5, 13) i quali si dimostrano ben più saggi, perché molto più pratici di lui: <Padre mio, se il profeta ti avesse ordinato una gran cosa, non l’avresti forse eseguita? Tanto più ora che ti ha detto: “Bàgnati e sarai purificato”> (5, 13).

Perché il corpo di questo notabile recuperasse la bellezza e la sanità del <corpo di un ragazzo> (5, 14) era necessario un processo di semplificazione che passa sempre attraverso l’umiliazione di ciò che in noi ci fa sentire talmente speciali da avere sempre bisogno di un trattamento speciale. In realtà forse fu questo ad irritare così tanto i compaesani di Gesù, da pensare non solo di <cacciarlo> ma di precipitarlo dal <ciglio del monte> (Lc 4, 29). Gesù è un profeta che non solletica la nostra fantasia di spettacolarità e la nostra sete di privilegi, ma ci richiama al compito dell’ascolto e della fedeltà al quotidiano nel quotidiano, alla capacità di essere veramente <in cammino> per essere autenticamente <profeta>.

Convertire… la monotonia

II Domenica T.Q. 

La parola dell’apostolo Paolo può essere posta come sfondo alla lunga lettura del vangelo della samaritana: <noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo>. La riflessione di Paolo non si ferma qui ma va avanti come un torrente in piena: <Per mezzo di lui abbiamo, anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. La speranza non delude> (Rm 5, 1-2.5). Al bordo del pozzo di Giacobbe, con delicatezza e forza, il Signore Gesù conduce gradualmente quella donna senza nome che rappresenta bene la nostra umanità assetata di vita e di verità non in modo astratto, ma attraverso una profonda accoglienza che permetta l’emergere sereno del <vero> su se stessi che apre la strada alla <verità> verso la pace rianimando in lei la speranza. Giovanni contestualizza l’incontro in un luogo preciso e simbolicamente forte: <qui c’era un pozzo di Giacobbe> (Gv 4, 6). Come dimenticare che nell’evoluzione interiore della nostra umanità, Giacobbe rappresenta proprio il momento della scoperta dell’amore. Questo è, infatti, il primo patriarca ad innamorarsi fino a pagare con passione il prezzo del desiderio per Rachele. Prendendola per mano, il Signore fa compiere un lungo cammino a questa donna fino a condurla a confessare la sua sete espressa in una confessione di fragilità: <Io non ho marito> (4, 17). Solo questa confessione sincera permette a questa donna di aprirsi finalmente all’incontro con Gesù fino a riconoscere in lui <un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto> (4, 29). Eppure questo non viene percepito né vissuto da questa donna come uno smascheramento imbarazzante, ma come una vera liberazione che permette di uscire dalla ruotine della ripetizione senza <pace> e senza <speranza>.

Il Signore Gesù siede al pozzo come un innamorato che chiede per darsi: <Dammi da bere!> (4, 7). La nota introduttiva della prima lettura è una foto di quello che è lo stato della nostra umanità: <il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua> e per questo <il popolo mormorò contro Mosè> (Es 17, 3). Questa donna non mormora, ma sembra rassegnata a questo quotidiano andirivieni dal pozzo tanto da prendere quasi in giro lo sconosciuto del pozzo non senza dire la verità della sua fatica: <dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua> (Gv 4, 15). La conversazione tra quest’uomo e questa donna è così vera da essere rinfrescante, pacificante, capace di rimettere in moto la speranza. L’acqua indispensabile alla sopravvivenza diventa segno della ripetizione e della routine che assicura la vita. La donna soffre la monotonia di questo continuo andare al pozzo per attingere acqua. Il Signore rompe questa maledizione della ripetizione e della monotonia per aprire un nuovo scenario possibile fino a confessare la sua più grande fatica che la porta a cercare vita in vari <mariti> come a pozzi che danno acqua ma non dissetano veramente perché non sanno dialogare in verità fino a dire tutto <il vero> e mettersi in cammino verso la <verità>. 

La parola di Paolo che ricorda come il Signore ha dato la vita per noi che non lo meritiamo <… dabbene…> si concretizza con il primo passo: accettare di parlare con una donna con cui nessuno accetterebbe di parlare.

Convertir… la monotonie

III Dimanche de Carême 

La parole de l’apôtre Paul peut être posée comme base à une longue lecture de l’évangile de la Samaritaine : «  nous sommes en paix avec Dieu par  notre Seigneur Jésus Christ ». La réflexion de Paul ne s’arrête pas là, mais continue comme un torrent en pleine crue : «  Lui,  qui nous a donné d’avoir accès  par  la  foi à   cette grâce   en

laquelle nous sommes établis et nous nous glorifions dans l’espérance de la gloire de Dieu » (Rm 5, 1-2-5). Au bord du puits de Jacob, avec délicatesse et force, le Seigneur Jésus conduit graduellement cette femme sans nom qui représente bien notre humanité assoiffée de vie et de vérité, de façon non abstraite, mais à travers un accueil profond qui permet l’émergence sereine du «  vrai » sur soi-même ouvrant le chemin à la «  vérité » vers la paix réanimant en elle l’espérance. Jean contextualise la rencontre en un lieu précis et symboliquement fort : «  il y avait là un puits de Jacob » ( Jn 4, 6). Comment oublier que dans l’évolution intérieure de notre humanité, Jacob représente justement le moment de la découverte de l’amour. Celui-ci  est, en effet, le premier patriarche qui tombe amoureux jusqu’à en payer, avec passion, le prix du désir pour Rachel. En la prenant par la main, le Seigneur fait accomplir à cette femme un long chemin jusqu’à l’emmener à confesser sa soif exprimée dans une confession de fragilité : « Je n’ai pas de mari » (4,17). Cette confession sincère permet à cette femme de s’ouvrir finalement à la rencontre avec Jésus pour reconnaître en Lui « un homme qui m’a dit tout ce que j’ai fait » (4, 29). Et pourtant, cela n’est pas perçu, ni vécu par cette femme comme  une révélation embarrassante, mais comme

une vraie libération qui permet de sortir de la routine de la répétition sans « paix » et sans « espérance ».

Le Seigneur Jésus s’assied sur le puits comme un amoureux qui demande à se donner «  donne-moi à boire ! » (4, 7). La note introductive de la première lecture est une photographie de l’état de notre humanité : «  le peuple souffrait de la soif par manque d’eau » et pour cela «  le peuple murmurait contre Moïse » (Es 17, 3). Cette femme ne murmure pas, et semble résignée à cet aller-retour quotidien vers le puits, se moquant un peu de l’inconnu du puits, mais sans cacher la vérité sur son effort : «  donne-moi de cette eau afin que je n’aie plus soif et que je n’aie plus à passer par ici pour puiser » (Jn 4, 15). La conversation entre cet homme et cette femme est si vraie qu’elle en est rafraîchissante, pacifiant, capable de remettre en route l’espérance. L’eau indispensable à la survie devient signe de la répétition et de la routine qui assure la vie. La femme souffre de la monotonie de ce continuel va et vient au puits pour puiser de l’eau. Le Seigneur rompt cette malédiction de la répétition et de la monotonie pour ouvrir un nouveau scénario possible  en la poussant à confesser sa plus grande difficulté qui l’entraîne à chercher la vie dans différents « maris » comme des puits qui donnent de l’eau mais ne désaltèrent pas vraiment car ils ne savent pas dialoguer en vérité pour révéler tout «  le vrai » et se mettre en chemin vers la «  vérité ». 

La parole de Paul qui rappelle comment le Seigneur a donné la vie pour nous qui  ne le méritions pas « …hommes de bien… » se concrétise par le premier pas : accepter de parler avec une femme dont personne n’accepterait de parler.

Convertire… in coraggio

II settimana T.Q.

L’inesauribile vangelo del “Figliol prodigo” o del “Padre misericordioso” che la liturgia di oggi ci regala ancora una volta, rappresenta un pozzo senza fondo per meditare sulla misericordia di Dio e sull’abisso del nostro bisogno di esserne ricolmati come da una sorgente inesauribile come sogna il profeta: <Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati> (Mi 7, 19). Dopo avere riletto o riascoltato questo testo non si può che acclamare in tutta verità e con una meraviglia del tutto nuova: <Qual Dio è come te?> (Mi 7, 18).

Il Signore Gesù con la sua parabola ci mette di fronte alla necessità del coraggio! I tre personaggi infatti si possono rileggere alla luce di una vita vissuta con coraggio – quella del figlio minore – o di una vita trascinata senza il coraggio di chiedere neppure <un capretto per far festa con i miei amici> (Lc 15, 29) completamente assorbiti – nel caso del figlio maggiore – da una logica di dovere paralizzante e soprattutto raggelante ogni anelito di vita divenendo immancabilmente sospettosa per ogni sussulto di vita.

Il figlio minore, nonostante tutto, ha avuto il coraggio di partire ma ancora più dopo essere partito ha avuto il coraggio di ritornare e di ritornare nudo e affamato. C’è più coraggio nel tornare che nel partire e il figlio minore, pur nella sua delinquenza, non si perde di coraggio anche se questo comporta un atto di umiltà che però viene vissuta in modo del tutto nuovo e maturato dopo aver sperimentato l’abisso dell’umiliazione in compagnia dei <porci> (Lc 15, 15) i quali hanno avuto un ruolo fondamentale nel suo processo di coscientizzazione, solo <allora rientrò in se stesso> (Lc 15, 17) 

In questo il ragazzo è degno figlio di suo padre! Il padre infatti è un vero uomo di coraggio: accetta di dividere i beni, accetta di vedere partire il minore e restare in modo alquanto insignificante il maggiore ma lotta nella lontananza – diversa ma uguale dei due figli – per riportarli appena possibile alla vita: <quando era ancora lontano… gli corse incontro> (Lc 15, 20) e ancora <il padre allora uscì a pregarlo> (Lc 15, 28).

Questo padre non si arrende davanti a nessuno dei due figli e in verità sa che sono uguali e ambedue perduti in se stessi e ambedue da rigenerare continuamente alla vita infondendo in loro il coraggio di andare oltre se stessi. Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo si <compiace di usare misericordia> (Mi 7, 18) e usando tutte le sue misericordie in certo modo ci abilita ad interiorizzare nel nostro stesso vissuto questa medesima logica che non si arrende mai e che va sempre avanti: incontro all’altro là dove egli si pone e come gli è concesso di porsi e persino di op-porsi fino a dire: <pascolino in Basan e in Galaad…> (Mi 7, 14)

Di certo ciascuno di noi è figlio e in ciascuno di noi abitano e convivono i due figli della parabola ma la sfida è quella di diventare a nostra volta padri come il padre della parabola. Essere padre secondo il vangelo non significa certo essere riveriti ma essere memori del proprio cammino e dei propri smarrimenti e incoraggiare e sostenere il grande cammino di ritorno, di conversione che fa di un figlio un padre a sua volta. Imitiamo il figlio che ha il coraggio di tornare, imitiamo il figlio che, dopo tante proteste amare, si lascia convincere – questo il testo non lo dice ma ci piace pensarlo e sperarlo – ad entrare. Imitiamo il padre che non si arrende mai né davanti alla partenza del minore né davanti all’indolenza e gelosia del maggiore.

Imitiamo Dio che conserva sempre e comunque la sua <fedeltà e benevolenza> (Mi 7, 20) persino quando sembra un po’ eccessiva. Eppure nessuna festa è degna di questo nome se non c’è un po’ di “eccesso” e, come ricordava amabilmente frère Roger, <il Cristo è venuto ad animare una festa nel più profondo dell’uomo>.