Convertire… il progetto

II Domenica T.Q. 

Il nostro cammino quaresimale ci obbliga oggi ad una nuova tappa che ha tutto il sapore di una nuova partenza. Sono passati alcuni giorni dal momento in cui, ricevendo le ceneri, abbiamo ripreso la nostra strada verso la Pasqua come pellegrini che accettano di attraversare il deserto del riconoscimento e della verbalizzazione di tutto ciò che nella nostra vita impedisce la conversione come conformazione al Vangelo. Oggi il Signore Gesù conduce anche noi <in disparte> (Mt 17, 1), con e come i suoi discepoli, dandoci la possibilità di fissare il nostro sguardo sul suo mistero di relazione al Padre e, alla luce di questa, riprendere la strada del desiderio e dell’imitazione. Per due volte in pochi versetti l’apostolo Paolo fa riferimento al <Vangelo> (2Tm 1, 8.10) cui siamo chiamati a conformare la nostra esistenza, riconoscendolo e accogliendolo come il <progetto> della nostra vita, attraverso cui possiamo realizzare – giorno dopo giorno – la nostra <vocazione santa> (1, 9). 

La memoria di Abramo ci ricorda i modi e le esigenze di ogni vocazione: bisogna accettare di ripartire ogni giorno accettando e amando che la strada e il cammino siano la nostra scuola e la nostra casa. La parola rivolta ad Abramo è lapidaria: <Vattene dalla tua terra…> (Gn 12, 1) per camminare verso un futuro che gli appartiene, ma che dovrà scoprire, giorno dopo giorno, e talora persino rettificare e rifare. Così Pietro, Giacomo e Giovanni sono chiamati da Gesù a fare con lui un percorso interiore assai impegnativo e importante che li porterà, infine, a porre il loro sguardo su <Gesù solo> (Mt 17, 8). Come spiega Efrem: <Li condusse sul monte e mostrò loro la sua regalità prima di soffrire, la sua potenza prima di morire, la sua gloria prima di essere oltraggiato, e il suo onore prima di subire l’ignominia. Così, quando sarebbe stato preso e crocifisso, i suoi apostoli avrebbero capito che non era per debolezza, bensì per consenso e di sua iniziativa per la salvezza del mondo>1.

Siamo condotti sul monte per non temere di seguire Gesù verso il suo mistero pasquale, pronti a rileggere ogni passo della nostra vita alla luce di ogni tratto della storia della salvezza, ma puntando direttamente e decisamente a conformare la nostra vita sul modello di quella del <Figlio amato> (17, 5) che è il Figlio offerto e consegnato. La trasfigurazione non mostra un’altra realtà, ma ci presenta la verità della nostra realtà che diventa luminosa se è conforme alla logica del dono di sé. Il tempo di Quaresima ci è dato come occasione per ripartire anche noi sulla parola del Signore che vuole fare, della nostra capacità di camminare insieme, il luogo della benedizione per <tutte le famiglie della terra> (Gn 12, 3). Questo esige che sappiamo andare – in un vero esodo da noi stessi – oltre le nostre abitudini, le nostre paure, le nostre resistenze, per camminare accanto ai nostri fratelli al di sopra di ogni sospetto e di ogni autoriferimento. Solo così ci apriremo ad un ascolto vero, capace di dare alla nostra vita ali sempre più ampie che ci permettano di elevarci al di sopra delle nostre piccinerie fino a renderci capaci di dare la nostra vita come Cristo Signore. Nella misura in cui lo sguardo del nostro cuore si poserà amorevolmente su <Gesù solo>, sarà capace di ritrovare lo sguardo di ogni fratello e sorella che sono la nostra <casa> e la nostra <terra> (Gn 12, 1) di benedizione, luogo sempre possibile di trasfigurazione attraverso uno sguardo d’amore in cui risplende <la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo> (2Tm 1, 10).


1. EFREM SIRO, Omelia sulla Trasfigurazione, 1, 3.

Convertir… le projet

II Dimanche de Carême 

Notre chemin quadragésimal nous engage aujourd’hui vers une nouvelle étape qui porte toute la saveur d’un nouveau départ. Quelques jours se sont écoulés depuis le moment où, en recevant les Cendres, nous avons repris notre route vers Pâques, comme des pèlerins qui acceptent de traverser le désert de la reconnaissance et de la verbalisation de tout ce qui dans notre vie empêche la conversion comme conformité à l’évangile. Aujourd’hui, le Seigneur Jésus nous conduit, nous aussi, «  à l’écart » (Mt 17,1), avec et comme ses disciples, en nous donnant la possibilité de fixer notre regard sur son mystère de la relation au Père, et à la lumière de celle-ci, de reprendre la route du désir et de l’imitation. Deux fois, en peu de versets, l’apôtre Paul fait référence à «  l’évangile » (2Rm1, 8.10) auquel nous sommes appelés à conformer notre existence, en le reconnaissant et en l’accueillant comme le «  projet » de notre vie par qui nous pouvons réaliser – jour après jour – notre «  vocation sainte » (1,9).

La mémoire d’Abraham nous rappelle les modalités et les exigences de toute vocation : il faut accepter de repartir chaque jour en acquiesçant et en appréciant que la route et son parcours soient notre école et notre maison. La parole adressée à Abraham est lapidaire «  Quitte ta terre… » (Gn 12,1) pour marcher vers un futur qui lui appartient, mais qu’il faudra découvrir, jour après jour, et parfois même rectifier et refaire. Ainsi, Pierre, Jacques et Jean sont appelés par Jésus pour faire avec lui un parcours intérieur assez exigeant et important qui les emmènera, finalement, à poser leur regard sur «  Jésus seul » (Mt 17, 8). Comme l’explique Ephrem  le Syrien : «  Il les conduisit sur la montagne et leur montra sa royauté avant de souffrir, son pouvoir avant de mourir, sa gloire avant d’être outragé et son honneur avant de subir l’ignominie. Ainsi, quand il aura été arrêté et crucifié, ses apôtres comprendraient que ce n’était pas par faiblesse, mais bien par consentement et de son initiative pour le salut du monde »1.

Nous sommes conduits sur la montagne pour ne pas craindre de suivre Jésus vers son mystère pascal, prêts à relire chaque pas de notre vie à la lumière de chaque partie de l’histoire du salut, mais pour viser directement et résolument la conformité de notre vie sur le modèle de celle du «  Fils aimé » (17, 5) qui est le Fils offert et soumis. La transfiguration ne montre pas une autre réalité, mais nous présente la vérité de notre réalité qui devient lumineuse si elle est conforme à la logique du don de soi. Le temps du Carême nous est donné comme une occasion pour repartir nous aussi sur la parole du Seigneur qui veut faire de notre capacité à marcher ensemble, le lieu de la bénédiction pour «  toutes les familles de la terre » (Gn 12,3). Cela exige que nous sachions aller – vers un véritable exode de nous-mêmes – au-delà de nos habitudes, de nos peurs et de nos résistances, pour marcher avec nos frères au-dessus de tout soupçon et de toute auto-référence. C’est seulement ainsi que nous nous ouvrirons à une véritable écoute, capable de donner à notre vie des ailes toujours plus amples qui nous permettront de nous élever au-dessus de nos mesquineries jusqu’à nous rendre capables de donner notre vie comme le Christ Seigneur. Dans la mesure où le regard de notre coeur se posera amoureusement sur «  Jésus seul », il sera capable de retrouver le regard de chaque frère et sœur qui sont notre «  maison » et notre «  terre » (Gn 12,1) de bénédiction, lieu toujours possible de transfiguration à travers un regard d’amour où resplendit «  la vie et l’incorruptibilité grâce à l’évangile » (2tm 1, 10).

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1. EPHREM de SYRIE, homélie sur la Transfiguration, 1,3.

Convertire… in straordinario

I settimana T.Q.

La parola con cui il Signore esorta i suoi discepoli, non si contrappone affatto a quanto è stato già annunciato al popolo attraverso Mosè sul Sinai le cui norme sono donate ad una condizione: che siano osservate <con tutto il cuore e con tutta l’anima> (Dt 26, 16). Il cammino quaresimale si offre, ancora una volta per noi, come una lunga strada di ritorno al cuore, con quelle che sono le esigenze e le scommesse di un modo di entrare in relazione con le prescrizioni, uno stile che non può in nessun modo essere legalista ed esteriore, ma che si approfondisce fino ad essere sempre più coinvolgente. La parola del Signore Gesù risuona volutamente provocatoria: <E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?> e aggiunge <Non fanno così anche i pagani?> (Mt 5, 47). Lo straordinario cui il Signore ci invita, non è altro che dare all’ordinario delle relazioni umane, sempre e necessariamente difficili, un respiro talmente profondo da raggiungere e trasformare la radice di ogni umano contatto conferendogli una qualità che potremmo definire divina e che Gesù chiarisce senza dubbio alcuno: <affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti> (5, 45).

Quando il Signore ripete anche a noi che siamo <suo popolo particolare> (Dt 26, 18) ci mette in guardia da ogni particolarismo ed esclusivismo aprendoci, invece, ad un senso di universalità che comincia dalle profondità del nostro cuore, sempre più conforme al nostro Creatore. Lo <straordinario> evocato nel Vangelo diventa allora un vero e proprio modo, del tutto naturale, di stare al mondo e di creare un modo di relazioni che se si gioca nell’orizzontalità delle relazioni quotidiane. Esso è sempre vissuto con lo sguardo fisso verso ciò che è definito come <il Padre vostro celeste> (Mt 5, 48) il cui volto non fa che rammentare quello dei nostri fratelli e persino dei nostri <nemici> (5, 44). La parola del Signore Gesù diventa per noi uno stimolo ad andare ben oltre le nostre ferite, per riandare continuamente – con il cuore e con la mente – a quel mistero di amore che sta a fondamento della nostra vita, mistero da cui possiamo sempre ripartire per amare di più.

La prima forma dell’amore, forse quella più basica, è il rispetto della realtà e dell’alterità di chiunque incroci il nostro percorso esistenziale. Rinunciare alla necessità quasi istintuale di catalogare in <giusti> e <ingiusti>, buoni e cattivi, amici e nemici, è il passo necessario per lasciare che l’altro viva accanto a noi e noi stessi possiamo continuare a vivere nella pace. Nell’atteggiamento del Padre avocato dal Signore Gesù sembra persino esserci una dose di indifferenza che è la forma di quel distacco necessario e di quella solitudine irrinunciabile che ci permette di vivere fino a lasciar vivere gli altri. L’essenziale è fare ogni cosa <con tutto il cuore e con tutta l’anima> (Dt 26, 16). L’importante è saper distogliere lo sguardo dall’orizzontalità deprimente delle nostre paure per elevarlo verso <il Padre> (Mt 5, 48).

Convertire… prima

I settimana T.Q.

La parola del Signore Gesù è capace di rammemorare e di ristabilire l’ordine giusto entro il quale ciascuno di noi è chiamato a calare la propria esistenza e lo fa con un’esortazione chiara e netta: <Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono> (Mt 5, 23-24). Sembra proprio che per il Signore Gesù l’ordine delle due tavole dell’Alleanza consegnate attraverso Mosè al popolo si ridonino in un ordine diverso con una precedenza assoluta, per così dire, alla seconda tavola con cui si regolano i rapporti tra fratelli. Nell’ordine del dono della Legge la relazione con il Signore Dio è giustamente primaria, e il Signore Gesù rimandando a ciò che <fu detto agli antichi> sembra fare tranquillamente un salto per arrivare direttamente ad evocare il <Non ucciderai> (5, 21).

Potremmo quasi parafrasare le parole del Signore per cercare di andare al cuore del messaggio di conversione che ci viene affidato per questo tempo quaresimale: se uccidiamo il confronto con l’altro e le esigenze di trasformazione e di apertura che ogni incontro esige non possiamo che ritrovarci senza Dio, lontano dal suo cuore, esiliati dalla consonanza con il suo modo di sentire e di agire così come viene magnificamente ricordato dal profeta Ezechiele che si fa interprete dei sentimenti propri dell’Altissimo in un soliloquio che richiede da parte nostra non solo profonda attenzione, ma una profonda conversione sull’immagine che coltiviamo di Dio e sul modo con cui cerchiamo di servirlo e di imitarlo. Vi è una sottile protesta da parte del Signore in cui si può cogliere una punta di amarezza: <Forse che io ho piacere della morte del malvagio – oracolo del Signore – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?> (Ez 18, 23). Questa divina interrogazione che sembra un pensare intimo del Signore che interroga se stesso, in realtà mette in questiono noi stessi chiedendoci di capire meglio di che cosa noi stessi abbiamo <piacere>.

Il Signore Gesù non ha dubbi e non lascia dubbi: <Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui> (Mt 5, 25). Non c’è tempo da perdere e, soprattutto, non abbiamo troppo tempo per cercare di ricucire con l’amore ciò che altri sentimenti rischiano di aver ferito fino a indebolire quel senso di reciproca appartenenza senza la quale la comunione con Dio risulterebbe vuota e illusoria. Il monito evangelico non è una sorta di invito ad una competizione spirituale: <Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli> (Mt 5, 20). Vuol essere, invece, un invito ad andare alla radice delle nostre passioni che radicano nel terreno ombroso e umido delle nostre paure per sradicare la radice del peccato che sembra essere l’isolamento della propria relazione con Dio da una vera esperienza di fraternità attenta e premurosa.

Convertire… come

I settimana T.Q.

La parola del Signore Gesù risuona oggi particolarmente carica di rassicurazione e di fiducia: <Chiedete e vi sarà dato…> (Mt 7, 7). Sembra quasi che basti esprimere un desiderio perché questo si avveri necessariamente e quasi automaticamente. In realtà non è l’incantesimo di una magia spirituale il dono che il Signore Gesù ci fa con la sua parola, ma è l’apertura ad una fiducia nella bontà di Dio che ci permette e, in certo modo, ci obbliga, proprio attraverso la preghiera, ad entrare in sinergia con Dio. Il <cosa> chiediamo nella preghiera, è come posto sotto il giudizio del <come> chiediamo nella preghiera. Ad aiutarci e guidarci in questa non facile traversata dei desideri del nostro cuore e nel difficile discernimento, in quelle che sentiamo necessità impellenti, è la figura di Ester. Il suo modo di pregare fa tutt’uno con il suo modo di vivere e per questo possiamo dire che l’esaudimento della sua preghiera è direttamente proporzionale al suo abbandono nella preghiera.

Il come è quello di chiedere a Dio di intervenire nella nostra storia, e di accompagnarne amorevolmente i percorsi, senza dimenticare di fare esattamente ciò che gli chiediamo: coinvolgerci, essenzialmente, in questi cammini, accettando il rischio persino di esserne schiacciati. Ester <cercò rifugio presso il Signore, presa da un’angoscia mortale> (Est 4, 17k) senza per questo venir meno al suo dovere di fare di tutto per dare rifugio, prima di tutto nel suo cuore e poi nelle sue azioni, al popolo in pericolo. Di fatto, se c’è un miracolo operato dalla preghiera è quello di ritessere, e continuamente approfondire, la comunione con Dio che va sempre di pari passo – in modo imprescindibile – direbbe l’apostolo Giovanni con una sempre più vera comunione con i fratelli.

La preghiera non è semplice e comodo lasciar fare a Dio, ma è un grande lavoro interiore – il suo nome più adeguato è quello di conversione – per lasciarsi fare da Dio fino a mettersi a servizio dei fratelli, fino ad accettare di essere nelle mani degli altri e, talora, persino sotto i loro piedi. Ester ce lo ricorda in modo così forte da diventare una figura di Cristo stesso nel suo mistero pasquale. È necessario distinguere tra le nostre preghiere – quelle che da bambini chiamavamo le preghierine – e la nostra preghiera in cui certo si riversano i nostri desideri e i nostri bisogni, ma che è un respiro ben più grande e più profondo, attraverso cui ci ritroviamo dentro lo stesso respiro – così ampio – del Signore Dio. Il tempo quaresimale possa essere per noi un tempo propizio non solo per intensificare la nostra preghiera, ma anche per dare una qualità sempre più cristologica al nostro modo di rivolgerci a Dio. Egli non ci nega l’aiuto né il soccorso, ma ci chiede di diventare sempre più come lui, capaci di essere rifugio per i nostri fratelli. La <parola opportuna> (Est 4, 17gg) che Ester chiede a Dio di ispirarle, diventa per noi più di una parola: è un atteggiamento che ci fa sentire la necessità – a nostra volta – di dare sempre e solo <cose buone> (Mt 7, 11).

Convertire… convertiti

I settimana T.Q.

Mentre il nostro itinerario quaresimale procede, la parola di Dio sembra essere di particolare incoraggiamento rivelandoci una profonda fiducia da parte di Dio per il nostro cammino: <Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece> (Gio 3, 10). Nella logica del libretto di Giona, infatti, non è chiaro chi abbia dovuto convertirsi di più: se il popolo di Ninive o il cuore di Giona chiamata ad essere profeta di conversione suo malgrado e ben aldilà della sua comprensione del mistero di Dio e del mistero dell’umanità. In realtà sembra proprio che sia Giona ad avere bisogno di aprire il suo cuore ad un modo diverso di guardare e di valutare gli altri diventando così – solo così! – un <segno> (Lc 11, 29) posto al cuore della storia.

Il segno di Giona che il Signore Gesù evoca e invoca per giustificare la sua pretesa messianica, sta a dire come e quanto si possa e si debba sperare nel fatto che gli altri possano, comunque e sempre, migliorare. L’esperienza di Giona ricorda come i nostri fratelli e sorelle in umanità, possano essere convertiti nella misura in cui accettiamo, generosamente, di entrare in relazione profonda con la loro vita, prima ancora che la loro vita cambi secondo le nostre prospettive e i nostri auspici. Accanto a Giona, il Signore Gesù colloca un’altra figura: la <regina del Sud> (11, 31). Questa donna avvolta nel mistero e quasi nel sogno, viene dal suo paese ad imparare la sapienza da Salomone. Anche in questo caso, siamo posti di fronte a una capacità di uscire da sé per andare incontro all’altro fino a mettersi umilmente in ascolto. Sono proprio queste le caratteristiche che sembrano mancare, attorno al Signore Gesù, e… ancora oggi!

La rivelazione cui siamo chiamati ad aprirci è quella di un Dio che non si scoraggia mai nello sperare la nostra conversione, tanto da diventare, in tal modo, persino – a nostro modo di vedere – ingiusto. La Parola di Dio ci chiede un passo generoso e deciso per porre come fondamentale, nella nostra vita, non il cammino di conversione di cui potremmo o vorremmo essere facilitatori, ma di quello che, invece, ci riguarda in prima persona e che non può essere in alcun modo né rimandato né, tantomeno, demandato. La <regina del sud> diventa così la stella polare dell’evangelizzazione della nostra vita di singoli discepoli e di Chiesa nel suo insieme. Si tratta di mettersi in viaggio verso la terra dell’altro per cogliervi, prima di tutto, le ricchezze nascoste nel mistero della sua vita e farlo con una capacità ammirativa senza la quale nessun incontro reale sarebbe possibile. Il profeta Giona sta di fronte a noi come un perenne ammonimento, capace di farci evitare di fuggire dalla parte opposta della direzione verso cui la vita ci spinge con la sua corrente e con il suo flusso. Possiamo chiedere l’intercessione di queste due figure, non solo per metterci in cammino, ma per viaggiare nella direzione giusta… quella che ci porta verso le terre degli altri in cui rischiamo di trovare ben più di quanto noi stessi riusciamo ad immaginare. Il Signore Gesù non ci risparmi: <Nel giorno del giudizio> (Lc 1, 31-32) sono loro – gli altri come la regina del sud e gli abitanti di Ninive – ad esprimersi su di noi, e non il contrario.

Convertire… in così

I settimana T.Q.

Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, mentre si avvicina il momento di comunicare al Corpo e al Sangue di Cristo, chi presiede evoca l’invito del Signore: <Voi dunque pregate così…> (Mt 6, 9). Matteo pone la consegna della preghiera del Signore in un contesto assai grave e importante per la vita del discepolo. Lo si potrebbe definire come l’impegno continuo a differenziarsi e a prendere le distanze dall’ipocrisia e dall’ostentazione dei devoti farisei, come pure dall’ingenua meccanica formulazione magica dei pagani. Il mistero della preghiera ci rimanda alla nostra personale avventura di comunione con Dio. Essa esige una ricerca, per quanto sempre inafferrabile, di una certa comunicazione con l’Altissimo, tale da districare, come una nave che cerca di guadagnare il mare aperto della contemplazione e della fiducia, sballottata tra due scogliere che rischiano di farla arenare e persino, talora, affondare. Nella pericope evangelica di oggi l’ammonimento suona così: <Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole> (6, 7). Questa parola di diffida dal multiloquio, si trova in un contesto molto significativo che la lettura liturgica rischia di mettere in ombra. Esso è l’insieme del testo che ci ha accompagnato nella celebrazione delle Ceneri e che ammonisce immediatamente prima così: <E quando pregate, non siate simili agli ipocriti… amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente> (6, 5).

Il Signore Gesù ci mette in guardia da due pericoli: l’ostentazione e la moltiplicazione di parole. Il Maestro ci insegna a pregare <così> e potremmo esplicitare questa modalità con due caratteristiche: l’intimità e l’essenzialità. La preghiera può veramente essere una terapia, semplice ed efficace, per il nostro uomo interiore, perché ci aiuta a ricomporre continuamente – quotidianamente – la nostra persona chiamata ad entrare in relazione con Dio come si entra in relazione con un <Padre nostro>. Ciò rimanda continuamente al nostro mistero di figliolanza e a quello, consequenziale ed essenziale, della nostra fraternità. Per questo la consegna del modo della preghiera si conclude con una consegna del modo della vita e, in particolare, della relazione: <Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi> e se non fosse sufficientemente chiaro, il testo continua per essere il più esplicito possibile: <ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe> (6, 14-15).

Davanti a questa parola sarebbe comprensibile il fatto di essere presi da un certo sconforto o da una dose massiccia di timore. In questo ci soccorre il profeta Isaia con due versetti che sono capaci di restituire al cuore tutta la semplicità e la fiducia: non è poi così difficile, basta solo lasciare fare! Il profeta sembra liberarci dall’ansia di prestazione del <così> cui siamo chiamati, ricordandoci il <come> da cui siamo preceduti e accompagnati con l’immensa naturalezza dell’amore: <Come la pioggia e la neve scendono dal cielo…> (Is 55, 10). Il Signore ce lo ricorda: <così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca> (55, 11). Allora sarà <così> della nostra preghiera che dalla terra cerca, talora a fatica, di bussare alle porte del cielo… di bussare al cuore del <Padre nostro> (Mt 6, 9).

Convertire… maturare

I settimana T.Q.

Vi è nella tradizione rabbinica un detto che cerca di trovare una soluzione al problema circa la modalità in cui, a suo tempo, si manifesterà il Messia. La domanda è questa: <Sarà una manifestazione gloriosa o del tutto umile e mansueta?>. Come sempre, i rabbini non contrappongono, ma compongono le due possibilità facendo maturare una soluzione che armonizzi le contraddizioni: se tutti si convertono verrà in gloria, se, invece, nessuno si converte, verrà su un asino figlio di un’asina1. In tal modo la responsabilità circa il modo e persino i tempi della piena rivelazione del Messia nella storia, ricade su di noi e non sull’Altissimo. Siamo noi che possiamo rallentare o affrettare i tempi, come pure possiamo rendere più e meno percepibile la sua presenza nella storia. Il testo evangelico, con cui entriamo in questa prima settimana di quaresima, sembra comporre ulteriormente: <Quando il figlio dell’uomo verrà nella sua gloria> (Mt 25, 31) ci giudicherà a partire dalla nostra capacità, o meno, di averlo riconosciuto e accolto nella condizione dei <fratelli più piccoli> (25, 40).

Nella prima lettura rileggiamo uno dei testi fondamentali della Torah in cui l’esortazione alla santità, come imitazione di Dio stesso, si esplicita in dieci comandamenti negativi che cercano di arginare, nel nostro cuore, il bisogno di coltivare il proprio interesse e il proprio vantaggio piuttosto che quello altrui. Al cuore di questa esplicitazione del desiderio di Dio troviamo questa esortazione: <non tratterai con parzialità il povero né userai preferenze verso il potente> (Lv 19, 15). Questa messa in guardia del Levitico rivela quanto sia difficile avere rispetto, amore e attenzione per quanti non possono imporsi alla nostra attenzione, e neppure possono, in nessun modo, pretendere il nostro rispetto e la nostra cura. La parola con cui si apre il cosiddetto “Codice dell’Alleanza” del libro del Levitico, che tutti i bambini ebrei imparano a memoria già in tenera età, risuona solenne: <Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo> (19, 2).

Il Signore Gesù sembra mutare l’imperativo spirituale di questa esortazione in un indicativo, apparentemente meno solenne, eppure tremendamente dirimente: <In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me> e la conseguenza è radicale: <E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna> (Mt 25, 45-46). Se l’esortazione del Levitico ci fa sentire tutta la grandiosa fiducia di Dio nella nostra possibilità creaturale di partecipare alla sua radiosa santità, la parabola ci ricorda che il luogo e il modo dell’appuntamento con la santità è fissato semplicemente nella più banale quotidianità. Questo incontro avviene laddove la carne dell’altro e le storie – spesso poco radiose – di ogni altro, diventano appello di presenza, di sollecitudine, di sguardo e, talora, ancora più semplicemente e banalmente, di silenzioso rispetto dei cammini che incrociamo e che forse non comprendiamo. Nessuna esperienza di trascendenza sarà capace di farci sperimentare la <vita eterna> se non sarà incarnata in un amore maturo che, senza saperlo e quasi senza volerlo, si misurerà sempre di più con <i più piccoli> fino a scoprire e amare di essere non per loro… ma uno di loro! 


1. bSanh 98a citato da B. STANDAERT, Marco, vangelo di una notte, vangelo per la vita, EDB 2011, vol. 3, p. 597. 

Convertire… fidarsi!

I Domenica T.Q. 

L’apostolo Paolo ci aiuta a cogliere meglio il senso dell’accostamento delle letture scelte per questa prima domenica di Quaresima: <come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti> (Rm 5, 19). Paolo non esita a dire che Adamo <è figura di colui che doveva venire> (5, 14) e questo ci abilita a porci la domanda circa il senso di questa prossimità. In realtà se c’è un parallelo forte tra Adamo e Gesù, non mancano forti contrasti tra l’attitudine e le scelte del primo e quelle del secondo. La stessa ambientazione geografica è assolutamente diversa: il <giardino> (Gn 2, 8) della prima lettura fa da sfondo al <deserto> (Mt 4, 1) in cui Gesù fu condotto dallo Spirito subito dopo il suo battesimo. Il gesto della donna e dell’uomo, che su istigazione del serpente mangiano del frutto dell’unico albero di cui era stato chiesto loro di digiunare, si contrappone ai <quaranta giorni e quaranta notti> (4, 2) in cui Gesù digiuna e, pur avendo <fame> non cede alla facile e magica soluzione prospettatagli dal <tentatore>.

Se Gesù e l’umanità nascente sono posti l’uno di fronte all’altra, ci è dato di cogliere una grande differenza e una sproporzione con cui, mentre intraprendiamo il cammino quaresimale, ciascuno di noi è chiamato a misurarsi. Quella di Gesù non è una sorta di rivincita dell’umanità sul diavolo, riportata in una sorta di tempi supplementari di una partita, è ben di più: è una rivelazione di quanto l’umanità possa essere capace di resistere alla tentazione, nella misura in cui accetta la propria limitazione. Se, infatti, la nostra umanità nel giardino dell’Eden si è lasciata ammaliare dall’idea di diventare <come Dio conoscendo il bene e il male> (Gn 3, 5), il Signore – nel deserto – rinuncia ad ogni appannaggio della sua divinità, accettando di giocarsi nella sua umanità assunta e accolta con tutte le sue conseguenze e in una estrema e assoluta fiducia nella sua relazione al Padre. Questa relazione divina per Gesù non consiste nel potere di più, come gli suggerisce il diavolo, ma nell’affidarsi sempre di più, attraverso il triplice ripudio di ogni illusione di potenza e di straordinarietà: <Sta scritto…> (Mt 4, 4.7.10). Per questo il segreto non sta nel diventare <come Dio> ma nell’essere veramente <Figlio di Dio> (4, 3.6), vivendo in una relazione di fiducia e di amore piuttosto che di sospetto e di concorrenza.

Come ricorda Agostino, l’unica terapia per guarire la ferita originaria che rischia di bruciare ancora il cuore dell’umanità nella vulnerabilità di ogni uomo e donna è <l’umiltà di Dio>1. Essa si rivela pienamente nel modo di assumere e portare la nostra natura da parte di Gesù. In realtà la <trasgressione di Adamo> (Rm 5, 14), di cui ci parla l’apostolo Paolo, non è altro che la rivelazione di un’incapacità di sopportazione della propria realtà creaturale che, per natura e per grazia, non può che vivere in relazione serena con il Creatore e in una differenza che arricchisce e fa gioire. Se la donna e l’uomo non si accontentarono più di guardare l’albero della conoscenza del bene e del male, ma ebbero bisogno di mangiarne il frutto, è perché si sentivano a disagio con quel limite di cui, il comando del Signore, voleva essere memoria più che limitazione. A noi è ora offerta la possibilità e l’opportunità di scegliere come giocare la nostra vita: nella libertà di fidarci o nella libertà di arrangiarci. Ogni giorno siamo chiamati a vivere la scelta radicale di fidarci di Dio e degli altri senza mai cedere al peccato radicale che è la presunta arte di arrangiarsi.


1. AGOSTINO, Sulla Trinità, IV, 4.

Convertir… faire confiance !

I Dimanche de Carême 

L’apôtre Paul nous aide à mieux saisir le sens de la juxtaposition des lectures choisies pour ce premier dimanche de Carême : «  de même que par la désobéissance d’un seul homme, tous sont devenus pécheurs, ainsi, par l’obéissance d’un seul, tous seront rendus justes » (Rm 5, 19). Paul n’hésite pas à dire qu’Adam «  est l’image de celui qui devait venir » (5, 14) et ceci nous habilite à nous poser la question concernant le sens de cette proximité. En réalité, s’il y a un fort parallèle entre Adam et Jésus, mais, les grands contrastes entre l’attitude et les choix du premier et ceux du second ne manquent pas. Même l’environnement géographique est absolument différent : le «  jardin » (Gn 2, 8) de la première lecture sert de décor au «  désert » (Mt 4, 1) où Jésus fut conduit par l’Esprit juste après son baptême. Le geste de la femme et de l’homme, qui, sous l’instigation du serpent, mangent le fruit de l’unique arbre dont il leur avait été demandé de jeûner se confronte aux «  quarante jours et quarante nuits » (4,2) où jésus jeûne, tout en ayant « faim », il ne cède pas à la facile et magique solution proposée par le «  tentateur ».

Si Jésus et l’humanité naissante sont postés face à face, il nous est proposé de comprendre la  grande différence et la disproportion par laquelle chacun de nous est appelé à se mesurer alors que nous entreprenons le chemin du Carême. Pour Jésus, ce n’est pas une sorte de revanche de l’humanité sur le diable, reportée au temps supplémentaire d’un challenge, c’est bien plus : c’est une révélation de la capacité de l’humanité à résister à la tentation, dans la mesure où elle accepte ses propres limites. Si, en effet, notre humanité dans le jardin de l’Eden s’est laissé enchanter par l’idée de devenir «  comme Dieu qui connaît le bien et le mal » (Gn 3, 5), le Seigneur – au désert –  renonce à tout apanage de sa divinité, en acceptant de miser sur son humanité assumée et accueillie avec toutes ses conséquences et une extrême et absolue confiance en sa relation au Père. Pour Jésus, cette relation divine ne consiste pas à pouvoir davantage comme le lui suggère le diable, mais à avoir toujours plus confiance, en répudiant les trois illusions du pouvoir et de l’extraordinaire : «  Il est écrit… » ((Mt4, 4.7.10). Pour cela, le secret ne réside pas dans le devenir «  comme Dieu », mais dans l’être vraiment «  Fils de Dieu » (4, 3.6) en vivant dans une relation de confiance et d’amour plutôt que de suspicion  et de concurrence

Comme le rappelle Augustin, l’unique thérapie pour guérir la blessure originelle qui risque de brûler encore le coeur de l’humanité dans la vulnérabilité de chaque homme et femme, est «  l’humilité de Dieu » 1. Celle-ci se révèle pleinement dans la façon d’assumer et de porter notre humanité du côté de Jésus. En réalité, la «  transgression d’Adam » (Rm5, 14), dont nous parle l’apôtre Paul, n’est rien d’autre que la révélation d’une incapacité de supporter la propre réalité de notre créature qui, par nature et par grâce, ne peut que vivre en relation sereine avec le Créateur dans une différence qui enrichit et rend joyeux. Si la femme et l’homme ne se sont plus contentés de regarder l’arbre de la connaissance du bien et du mal, mais ont eu besoin de manger le fruit, c’est parce qu’ils se sentaient en difficulté avec cette limite dont le commandement du Seigneur se voulait être un rappel plutôt qu’une limite. Il nous est offert la possibilité et l’opportunité de choisir comment jouer notre vie : dans la liberté d’avoir confiance ou dans la liberté de se débrouiller. Nous sommes appelés chaque jour à vivre le choix radical de faire confiance à Dieu et aux autres, sans jamais céder au péché radical de l’art présumé de se débrouiller.

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1. AUGUSTIN, sur la Trinité, IV,4