Attendere… il giusto

IV Domenica di Avvento 

La liturgia di questo Avvento ci fa varcare l’ultimo tratto del nostro cammino verso il Natale in particolare compagnia di Giuseppe, che le Scritture ci presentano come lo <sposo di Maria> (Mt 1, 16) in quanto era un uomo <giusto> (1, 19). Il ruolo di Giuseppe, nel cammino della storia della salvezza, è quello di accogliere e prendere con sé il Verbo fatto carne e non semplicemente e solamente per dargli un’apparenza di legalità, ma perché fosse realmente e concretamente parte della nostra umanità, il cui <sposo> (Is 54, 5) è il Signore che, come tale, si accosta a noi e di noi vuole prendersi cura (Ef 5, 29; Mc 2, 19). Il Vangelo secondo Matteo ci mette di fronte alla nascita del Salvatore come ad un momento critico e difficile che fa precipitare il giusto Giuseppe in una profonda crisi, una crisi  che sollecita la nostra umanità ad immaginare un modo nuovo di essere giusti, un modo  che non corrisponde affatto all’impersonale e letterale osservanza della legge per trovare rassicurazione alla propria paura di rischiare, ma per essere in grado di “ag-giustare”, nel senso più bello e consapevole, gli eventi della vita, così da porli e viverli nel mistero della volontà di Dio.

Veramente Giuseppe vive con coraggio – e con tutta la fatica necessaria – quella doppia fedeltà all’uomo e a Dio che sarà il contenuto più forte dell’annuncio di quel <vangelo di Dio> (Rm 1, 1) rivelatosi in Cristo Gesù e di cui è chiamato ad essere veramente padre. Senza neanche una parola, ma con dei gesti la cui eloquenza è inesauribile, Giuseppe vive in prima persona quel Vangelo che Gesù rivelerà al mondo attraverso la sua persona a cui, questo padre silenzioso – ma non assente – darà il nome nel duplice ruolo di un modo di conoscere se stessi e di darsi a conoscere dagli altri: <lo chiamerai Gesù> (Mt 1, 21). Quasi per far risaltare ancora più fortemente – e per  stridente contrasto – l’atteggiamento così evangelico di Giuseppe, la prima lettura rievoca la storia di Acaz, la cui apparente timidezza nel chiedere <un segno dal Signore> (Is 7, 10) è – in realtà – la maschera della sua scaltrezza e della sua scelta di non fidarsi di Dio, ma dei suo stessi nemici – gli Assiri – a cui chiede protezione, sacrificando sull’altare dei loro dèi il suo figlio. Acaz per tentare di salvare se stesso, percependosi un tutt’uno con la sua regalità, accetta di sacrificare il suo figlio sull’altare dei suoi nemici senza né confidare né abbandonarsi a Dio. Giuseppe fa esattamente il contrario: davanti alla scelta tra il suo proprio onore e quello della madre a cui è legata la vita di questo misterioso bambino, sceglie di stare dalla parte del più debole con un amore capace di <mettersi contro se stesso>1

Tutto ciò non può che avvenire se non <per opera dello Spirito Santo> (Mt 1, 18. 20)! Possiamo dunque chiederci se l’intervento dello Spirito si riferisce all’opera di Dio che si fa accogliere nel seno di una donna già promessa, rendendola ancora più sposa, o alla straordinaria capacità di amare di un uomo, il cui modo è così assoluto, da trasformare tutto il suo eros in un fuoco d’amore che, senza annullare il proprio desiderio dell’altro, lo traduce in puro desiderio di bene per l’altro. Così commenta una monaca dei nostri giorni questo sublime momento in cui l’amore di Giuseppe arde senza consumarsi: <Giuseppe era piombato nel sonno come nella morte, devastato dalla decisione che aveva appena preso: tenebra dell’assoluta fiducia in Dio, abbandono del giusto che chiude gli occhi, non per dimenticare, ma per fare spazio al Totalmente Altro. Il falegname dormiva come un albero sventrato dalla folgore con il cuore sovraccarico di sofferenza. Spogliato di tutto era ormai pronto per l’inaudito dopo che la terra delle sue radici si era come crepata scoprendo che la sua fidanzata era gravida di un segreto fatto di carne e di sangue. Da giorni ormai, un uragano scuoteva le sue certezze, attizzando quel fuoco che gli consumava le budella… ed ecco che senti di essere avvolto da una brezza leggera, accarezzato da un battito d’ali…>2. Chiudiamo gli occhi e chiediamo anche noi la carezza di cui ha bisogno il nostro cuore in attesa perché tutto sia più “giusto”.  


1. MASSIMO IL CONFESSORE, Centurie.

2. Sr Bénédicte de la Croix, in Prions en Eglise, 288 (Dicembre 2010) pp. 127-128.

Attendre… le juste

IV Dimanche de l’Avent –

La liturgie de cet Avent nous fait traverser le dernier passage de notre chemin vers Noël en compagnie particulière de Joseph, que les écritures nous présentent comme «  l’époux de Marie » (Mt 1, 16), un homme «  juste » (1, 19). Le rôle de Joseph, son chemin dans l’histoire du salut, est celui d’accueillir et de prendre avec lui le Verbe fait Chair et non simplement et solennellement pour lui donner une apparence de légalité, mais pour qu’il fasse réellement et concrètement partie de notre humanité, dont «  l’époux » (Is 54, 5) est le Seigneur qui, en tant que tel, s’approche de nous et veut prendre soin de nous ( Eph 5 ; Mc 2, 19). L’évangile selon Matthieu nous met face à la naissance du Sauveur comme un moment critique et difficile qui fait précipiter  Joseph le juste dans une profonde crise, une crise qui sollicite notre humanité pour imaginer une façon nouvelle d’être juste, une façon qui, en fait, ne correspond pas à l’impersonnelle et littérale observance de la loi pour être rassurer de sa propre peur du risque, mais pour être capable « d’a-juster », dans le plus beau sens du terme, les événements de la vie, pour les porter et les vivre dans le mystère de la volonté de Dieu.

Joseph vit vraiment avec courage – et avec toute la difficulté nécessaire – cette double fidélité à l’homme et à Dieu qui sera la plus forte teneur de l’annonce de cet «  évangile de Dieu » ( Rm 1,1) se révélant en Jésus Christ et dont il est appelé à devenir vraiment le père. Sans même une parole, mais avec des gestes dont l’éloquence est inépuisable, Joseph vit personnellement cet évangile que Jésus révélera au monde à travers sa personne dont ce père silencieux – mais non absent – donnera  doublement le nom dans sa façon à se connaître soi-même et se faire connaître aux autres : «  tu l’appelleras Jésus » (Mt 1,21). Comme pour faire ressortir encore d’avantage  – et par un contraste éclatant – l’attachement si évangélique de Joseph, la première lecture évoque à nouveau l’histoire d’Achaz, dont l’apparente timidité à demander «  un signe au Seigneur » (Is 7, 10) est – en réalité – le masque de sa fourberie et de son choix de ne pas faire confiance à Dieu, mais plutôt à ses ennemis – les Assyriens – à qui il demande protection, sacrifiant sur l’autel de leurs dieux son fils. Pour tenter de se sauver, Achaz, se considérant comme un avec son royaume, accepte de sacrifier son fils sur l’autel de ses ennemis sans se confier, ni s’abandonner à Dieu. Joseph fait exactement le contraire : face au choix entre son propre honneur et celui de la mère à qui est lié la vie de ce mystérieux enfant, il choisit de reste du côté des plus faibles avec un amour capable de «  se mettre contre lui-même »1.

Tout cela ne peut advenir que par « l’opération du Saint Esprit » ( Mt 1, 18-20). Nous pouvons donc nous demander si l’intervention de l’Esprit se réfère à l’oeuvre de Dieu qui se fait accueillir dans le sein d’une femme déjà promise, la rendant encore plus épouse, ou par l’extraordinaire capacité d’aimer d’un homme, d’une façon si absolue qu’il transforme tout son éros en feu d’amour qui, sans annuler le propre désir de l’autre, le traduit en pur désir de bien pour l’autre. Voici le commentaire d’une moniale de nos jours concernant ce sublime moment où l’amour de Joseph brûle sans se consumer : «  Joseph était plombé dans le sommeil comme dans la mort, dévasté par la décision qu’il avait à peine prise : ténèbre de l’absolue confiance en Dieu, abandon du juste qui ferme les yeux, non pour oublier, mais pour faire de la place au Tout-Autre. Le menuisier dormait comme un arbre vidé de son feuillage, le coeur surchargé de souffrance. Dépouillé de tout, il était désormais prêt pour l’inaudible après que la terre  de ses racines se fut craquelée, découvrant que sa fiancée était enceinte d’un secret fait de chair et de sang. Depuis plusieurs jours déjà un ouragan secouait ses certitudes, attisant ce feu qui lui consumait les entrailles…et voici qu’il se sentit enveloppé d’une brise légère, caressé par un battement d’ailes… »2. Fermons les yeux et demandons-nous aussi la caresse  dont a besoin notre coeur dans l’attente que tout soit plus « juste ».


1. MAXIME LE CONFESSEUR, Centurie.

2. Soeur Bénédicte de la Croix, dans Prions en Eglise, 288 (Décembre 2010) pp. 127-128.

Attendere… il senso

20 Dicembre T.A. –

Con Maria, la madre del Signore, siamo chiamati ad avvicinarci al mistero dell’incarnazione del Verbo non come spettatori distratti, ma lasciandoci interpellare fino a farci interiormente cambiare dalla presenza di Cristo in noi. Maria non accoglie le parole dell’angelo Gabriele come fosse l’annuncio di un privilegio, ma si pone in ascolto profondo e si chiede il <che senso avesse un saluto come questo> (Lc 1, 29). Sono tanti i motivi per cui la tradizione ha cercato di motivare la scelta di questa giovane donna di Nazaret per essere la madre del Messia, ma si può ben dire che la prima caratteristica di Maria, che le Scritture mettono in risalto, è la sua capacità riflessiva e la sua attitudine a cercare il <senso> profondo delle cose che le accadono e di cui è mediazione per la vita di tutti. Il motivo dell’interiore riflessione di Maria si concentra attorno ad una parola: <grazia> (1, 28)! Infatti, Gabriele reagisce riprendendo questo stesso termine e cercando di spiegare: <Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio> (1, 30). Se seguiamo il dialogo tra Maria e Gabriele ci rendiamo conto che il senso profondo della venuta del Verbo nella nostra realtà umana è di darci il senso della grazia e la grazia del senso, senza cui la nostra vita in questo mondo rischia di snaturarsi.

Ciò che Acaz sembra non capire è proprio il senso di questa grazia che si dà come <segno> (Is 7, 14). Anche a noi talora sfugge nel nostro camminare nel tempo e nella storia quella che si potrebbe definire la “segnaletica della grazia” seguendo la quale siamo messi in grado, ogni giorno, di accogliere il mistero della grazia come motore della vita senza mai perderne il senso profondo e senza mai smarrire la direzione della nostra esistenza. Dopo aver cercato e trovato il <senso> di ciò che le sta accadendo, per Maria viene naturale di dare il suo pieno consenso: <Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola> (1, 38). Come spiega Nathalie Nabert: <Queste parole sono in grado di raccogliere tutta la grazia dello spogliamento, tutta la nudità interiore di colei che accoglie e tace davanti al dono che le viene fatto. La fiducia, l’umile fiducia appena turbata di Maria dinanzi alla sua luminosa maternità prefigura la sua pazienza sotto la croce e riveste la Chiesa di un velo di sapienza>1.

Quello che avviene in e per Maria, è il segno della vocazione di ciascuno di noi chiamati ad accogliere dentro la nostra vita la discrezione del Misericordioso la cui presenza non è mai invadente, la cui delicatezza non forza la nostra intimità, ma la sigilla con il marchio della libertà che ci restituisce a noi stessi senza lasciarci uguali a noi stessi. Acaz sembra avere timore di essere disturbato da Dio proprio come noi abbiamo paura di perdere il controllo sulla nostra vita che ci fa preferire smarrirne il senso piuttosto che essere lanciati sugli inediti percorsi della grazia.


1. N. NABERT, Liturgie interieure, Ad Solem, Genève 2004, p. 34.

Attendere… l’angelo

19 Dicembre T.A. –

Le due letture che accompagnano e guidano il nostro cammino verso il Natale ci parlano, in ambedue in casi, dell’intervento di un angelo nella vita di due persone già segnate amaramente dalla vita attraverso la dura e mortificante esperienza della sterilità. Manoach ha una moglie sterile e una vita molto probabilmente rassegnata, ma ecco che <L’angelo del Signore apparve a questa donna> (Gdc 13, 3). Zaccaria ed Elisabetta <Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le legge e le prescrizioni del Signore> eppure <non avevano figli> (Lc 1, 7). Eppure, proprio quando non si aspettavano più nulla dalla vita se non una vecchiaia un po’ triste e, anche per loro, rassegnata, ecco che <Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso> (1, 11). Il frutto di queste due visite angeliche sono la nascita di <Sansone> (Gdc 13, 24) e quella di Giovanni Battista che sono la prefigurazione della nascita di Cristo non solo nel tempo, ma pure nel profondo dei nostri cuori.

Mentre i nostri passi si affrettano verso la rinnovata contemplazione del <segno> che sarà posto in una <mangiatoia>, siamo invitati ad un pellegrinaggio forse ancora più impegnativo verso l’intimità del nostro cuore dove dobbiamo porci la domanda su quelle che sono le nostre reali attese e aspettative. Forse anche noi come Manoach e sua moglie e come Zaccaria ed Elisabetta rischiamo di vivere in modo rassegnato senza più aspettarci molto dalla nostra esistenza in termini di incremento di vita. Ed ecco che, inaspettatamente ma così gioiosamente, siamo chiamati a confrontarci con un <angelo> del Signore che visita la nostra esistenza e ci apre gli occhi su un di più di possibilità. Nella figura dell’<angelo del Signore> non è necessario immaginare nulla di così straordinario. Se c’è una caratteristica propria degli angeli è la leggerezza del loro passo e la loro assoluta discrezione con cui visitano coloro cui sono inviati a portare un annuncio senza attirare troppo l’attenzione su se stessi e, con un battito d’ala, scompaiono non appena la loro missione di annuncio e di sostegno alla speranza è stata compiuta.

Se riflettiamo bene di angeli e di momenti angelici anche la nostra vita è piena! Il vero problema riguarda la nostra disponibilità ad accogliere e a lasciarci rimettere in moto nel desiderio dalla visita di chi ci aiuta ad aprire gli occhi per cogliere nuove e più ampie possibilità di vita. L’annuncio di Gabriele suona per Zaccaria troppo esigente: <Avrai gioia ed esultanza> (Lc 1, 14). Non è raro che la gioia ci spaventi più del dolore perché richiede da noi un di più di generosità e di implicazione. La reazione di Zaccaria rischia di essere molto simile alla nostra: <Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni> (1, 18). A questa reazione quasi imbronciata di Zaccaria corrisponde quella dell’angelo: <Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio> (1, 19). Anche per noi, forse, si rende necessario un tempo <muto> (1, 20) per riconsiderare noi stessi ed abitare quel segreto che ci abita così profondamente, da farci così male da avere bisogno quasi di negarlo. In questi giorni di preparazione al Natale cerchiamo un angolo intimo di silente contemplazione del nostro cuore per potervi ascoltare i sussurri angelici che ci invitano ad andare oltre e a desiderare ancora, di più, meglio. A quanto pare gli angeli parlano sempre al futuro ed è per l’avvenire che dobbiamo ricordare – Zaccaria significa “Dio si ricorda” – per fare sempre più spazio alla grazia della vita – Giovanni significa “Dio fa grazia” -.

Attendere… la terra

18 Dicembre T.A. –

Il profeta Geremia aiuta il popolo a progredire nell’intelligenza del mistero della salvezza in cui si sperimenta la compagnia di Dio nella storia. Secondo le parole del profeta verranno giorni in cui la memoria fondativa dell’uscita <dalla terra d’Egitto> diventerà ricordo di un Dio che <ha ricondotto la discendenza della casa d’Israele dalla terra del settentrione e da tutte le regioni dove li aveva dispersi!> (Ger 23, 8). Ora per noi è necessario un passo ulteriore. Si tratta di passare da una concezione fisica e spaziale della terra a uno spazio di umanità, che permette al Verbo di farsi carne e, alla luce e nella forza di questo mistero di divina compagnia, crea la possibilità per la nostra umanità di essere sempre più uno sprazzo di cielo, uno spazio così squisitamente umano da essere divino. Questa <terra> vergine, nel senso di assoluta apertura e accoglienza, è l’umile ragazza di Nazaret, Maria, che <si trovò incinta per opera dello Spirito Santo> (Mt 1, 18). Ma perché il Verbo possa radicare non solo nella carne della nostra umanità, ma pure nelle coordinate storiche e relazionali del nostro vivere umano è necessaria anche l’accoglienza di Giuseppe, il quale viene presentato dall’evangelista con queste caratteristiche: <era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente> (1, 19).

Maurice Zundel commenta tutto ciò con accenti di alta poesia: <Di san Giuseppe non è giunta fino a noi nemmeno una parola. Questo silenzio ci è proposto nel vangelo in un’occasione unica, a proposito di quel grande dramma d’amore, il più grande dramma d’amore della storia, quando Giuseppe deve misurarsi con la maternità di Maria, di cui ignora la sorgente e l’origine. Matteo ha riassunto questa situazione in poche righe che sono un autentico capolavoro di discrezione, di pudore, di umanità e di amore. È questo che dà ai due sposi tutta la loro dimensione umana e divina, questo silenzio da una parte e dall’altra: silenzio di rispetto totale, questo silenzio di fiducia assoluta, questo silenzio sigillato dalla presenza stessa di Dio nel seno di Maria. È a questo punto che Giuseppe si è addormentato sulla sua determinazione e il suo dolore. Perché, in fin dei conti, questa donna egli l’ama come mai un uomo ha amato una donna. Egli si addormenta su questa risoluzione e sul suo dolore, il dolore di lasciarla, il dolore di affidarla al suo destino nel momento in cui avrebbe maggiormente bisogno della sua presenza e della sua protezione>1.

Eppure, le cose andranno diversamente e, infine, Giuseppe entrerà interamente nell’avventura umana di Dio fatto uomo. Sarà proprio Giuseppe a dare il nome a Gesù riprendendo il primo compito di Adamo nel paradiso quando fu invitato a partecipare all’opera della creazione dando un nome alle realtà che facevano bello e buono il mondo. Il Signore ha scelto un uomo, dalle mani callose ben compromesse con la realtà di questa terra per vegliare e guidare i primi passi del Figlio e iniziarlo a lavorare per la nuova creazione, quella che avviene non più tra cielo e terra, ma nella terra dei mansueti dove si gioca il destino di ogni cosa: il cuore. Con il suo silenzio di presenza e di amore tenace Giuseppe trasmetterà a Gesù il nome e la realtà insegnandogli i <gesti del mestiere> come diceva frère Christophe Lebreton <il servizio del cliente e del fratello> unita alla <preghiera del laboratorio>. L’Emmanuele imparerà da Giuseppe come essere <Dio con> le cose, la natura, i fratelli e le sorelle in umanità di cui Maria e Giuseppe sono le prime icone, le più vivibili e amabili che daranno il coraggio a Gesù di attraversare anche le situazioni e le relazioni meno vivibili e meno amabili di questa nostra terra.


1. M. ZUNDEL, Madre della Sapienza, Edizioni Corsia dei Servi, 1954.

Celebrazione eucaristica nel Tempo di Natale

NATALE del SIGNORE

24 Dicembre:

ore 21.30 Vigilie 

ore 23.00 Eucaristia della Notte

25 Dicembre:

ore 10.00 Eucaristia del Giorno


Santo Stefano:

26 Dicembre:

ore 7;45 Eucaristia


Solennità della Madre di Dio

31 Dicembre:

ore 22.45 Vigilie e Te Deum 

1 Gennaio:

ore 10.00 Eucaristia

Attendere… radunarsi

III settimana T.A. –

Cominciamo il cammino dell’ultima parte di questo Avvento ritmato dalle invocazioni “O” che dicono tutto il desiderio della Chiesa di preparare il proprio cuore alla ri-accoglienza della carne di quel Verbo che ancora si fa carne e chiede di essere riconosciuto e accolto come l’ospite di riguardo non perché possa imporsi, ma per la sua fragilità e debolezza che onora la nostra umanità. Le parole che Giacobbe rivolge ai suoi figli raccolti attorno al suo letto di morte possono intonare, come fosse un canto, la nostra marcia di avvicinamento al Natale: <Radunatevi e ascoltate, figli di Giacobbe> (Gn 49, 2). Questo tempo di preparazione può essere dunque ritmato da due desideri fondamentali: radunarsi e ascoltarsi! Non è forse questo il simbolo più forte e commovente di questi giorni in cui ci scambiamo gli auguri e cerchiamo di preparare al meglio gli appuntamenti natalizi in cui cerchiamo, in tanti modo, di radunarci per ascoltarci? Le parole che Giacobbe rivolge ai suoi figli richiedono non solo di radunarsi e di ascoltarsi, ma di fondare questa operazione di reciproca accoglienza su un fondamento: <ascoltate Israele, vostro padre!>. Per ritrovarsi in verità e regalarsi reciprocamente un momento di ascolto autentico, è necessario fare memoria di ciò che ci ha preceduto, in modo da fare della nostra vita non un assoluto, ma l’espressione di una generazione che esige memoria del passato e fiducia nel futuro.

In questa prospettiva la lettura della <Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo> (Mt 1, 1) ci obbliga a vivere un momento di memoria in cui la cascata dei nomi ci permette di sentire il fiume della vita che passa attraverso di noi senza fermarsi con noi. Matteo ci offre tre grandi sezioni della storia che sembra portare dentro di sé il desiderio di fare posto ad altro diventando un seno accogliente e provvido per l’incarnazione del Verbo che culmina in quel <Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo> (1, 16). Le nostre generazioni umane, segnate da momenti gloriosi e da episodi alquanto tristi come l’evocazione del sacrificio di <Urìa> (1, 6), fanno posto alla divina generazione del Verbo eterno del Padre che prende dimora tra di noi e si fa uomo per noi.

La Liturgia ci mette di fronte alla necessità di non dimenticare, senza per questo diventare prigionieri del passato. Perché la vita si manifesti e maturi è necessario accogliere la legge della generazione cui si è sottomesso lo stesso Verbo di Dio. Generare diventa il primo passo per riconoscersi come parte di un mistero che ci è donato e di cui siamo responsabili. Se da una parte l’aspirazione suprema di Dio è quella di generare, il nostro desiderio più grande deve diventare quello di essere generati alla figliolanza divina accettando la gestazione interiore di cui è artefice lo Spirito che ci è stato donato come caparra e come sigillo della nostra dignità e della nostra vocazione. La nostra generazione divina avviene per noi come per il Cristo: nel bel mezzo di quella storia di salvezza e di sventura che contrassegna ogni storia non esclusa quella della carne del Verbo. Maria, la sposa di Giuseppe, è la quinta donna e il cinque è il numero di Venere, la dea dell’amore, il principio sempre possibile perché la vita vada avanti e possa diventare più piena. La domanda di Giacobbe esige una risposta: <chi lo farà alzare?> (Gen 49, 9). Il Cristo si leverà ancora nella nostra storia nella misura in cui gli lasceremo spazio prima di tutto nella nostra intimità come fece Maria, come fece Giuseppe il cui legame e ascolto reciproco crebbero nel momento in cui Gesù cominciò ad essere tra loro come dono e come responsabilità. Così il passato diventa passaggio per il futuro che riempie di luce il presente.

Attendere… lavorare

III settimana T.A. –

Una parabola ci viene oggi raccontata per aiutarci a prendere una decisione importante per la nostra vita di discepoli: <lavorare> (Mt 21, 28). In una cultura sempre più ossessionata dal tempo libero e dalla continua programmazione delle vacanze, siamo riportati alla realtà di una vita che non si qualifica per il tempo che ci lascia libero, ma a partire dal modo in cui siamo impegnati a fare del tempo e dello spazio, in cui viviamo, una vera partecipazione all’opera del Creatore. Pertanto, il Signore Gesù ci ricorda pure che compiere <la volontà del padre> (21, 31) non si limita a dare una “bella risposta” teorica che cerchi di non deludere e di non contraddire, ma è qualcosa che esige delle scelte concrete di vita ed è impastata con la nostra vita per quella che è nella realtà e non per quello che ci piacerebbe fosse nel nostro immaginario.

Il primo grande messaggio che ci viene dato dal Signore Gesù è quello della libertà di poter dire senza paura e con una certa sfrontatezza: <Non ne ho voglia> (21, 29). A questa reazione così adolescenziale del primo dei due figli, non corrisponde da parte del padre nessuna punizione e nemmeno un rimprovero. Sembra proprio che il padre proponga a ciascuno dei suoi figli un percorso nella piena libertà che essi vi aderiscano o meno senza nessun timore di essere né disapprovati né tantomeno puniti. In questo il Padre dei cieli, il Padre di tutti, l’unico Signore e Creatore viene rivelato dal Figlio – primogenito ed unigenito – come completamente diverso dall’atteggiamento dei capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo spesso preoccupati di salvare le apparenze e di giudicare gli altri a partire dalle apparenze per giustificare sempre più ampiamente se stessi.

Le cose, ci ricorda il Signore Gesù, non stanno così e rischiano proprio di essere al contrario di quello che noi pensiamo, immaginiamo e, forse, sottilmente desideriamo per sentirci un po’ migliori: <In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio> (21, 31). Il salmo ci aiuta a comprendere la ragione profonda di questa verità: <il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti> (Sal 33, 19). Il segreto e la bellezza della nostra relazione con Dio sono racchiusi in quel misterioso e intimissimo istante in cui il figlio che è dentro di noi <si pentì e vi andò> (Mt 21, 29). Essere parte di quel <popolo umile e povero> (Sof 3, 12) di cui parla il profeta Sofonia significa, infatti, accogliere la <correzione> (3, 2) senza paura e senza <vergogna> (3, 11). Significa <lavorare nella vigna> (Mt 21, 28) del proprio cuore con coraggio e impegno, ma non in modo servile. Risuona severa e dolcissima l’esortazione di un Padre della Chiesa: <Sia chiara la tua condotta di convertito! Tu che hai preferito l’umano al divino, che hai voluto essere schiavo del mondo piuttosto che vincitore del mondo col Signore del mondo, convertiti. Tu che hai perso la libertà che ti avrebbero dato le virtù perché ti sei sottoposto al giogo del peccato, convertiti; convertiti davvero tu che, per paura di possedere la Vita, ti sei consegnato alla morte>1.


1. PIETRO CRISOLOGO, Discorsi, 167.

Attendere… in modo penetrante

III settimana T.A. –

La figura di Balaam apre questa seconda parte del cammino di Avvento che, ben presto, sembrerà affrettare la sua corsa con le ferie maggiori e il canto delle Antifone “O” con la cui carica poetica l’invocazione del Salvatore si farà ancora più intensa. Balaam viene definito <uomo dall’occhio penetrante> (Nm 24, 3) e in questo senso è una prefigurazione o una delle incarnazioni di quello spirito profetico che si manifesterà in modo così particolare nella figura del Battista che prepara immediatamente la strada al Salvatore. L’evocazione di Balaam diventa per ciascuno di noi una sorta di appello ad affinare lo sguardo del nostro cuore per renderlo capace di una lettura della realtà che sia così penetrante da cogliere ogni cosa nella sua più profonda verità. Questo lavoro interiore di comprensione permette di diventare capaci di dare generosamente il proprio contributo alla maturazione della storia fino a riversarsi, in modo del tutto naturale, nella vita stessa di Dio. I <capi dei sacerdoti> sono così preoccupati da sembrare quasi ossessionati dalla questione del potere che si esprime nella definizione chiara e precisa dei confini e dei modi di esercizio dell’<autorità> (Mt 21, 23).

Con la sua risposta, apparentemente evasiva e sostanzialmente innovativa, il Signore Gesù ci chiede di crescere nella capacità di guardare le cose, gli avvenimenti, le persone, gli eventi cercando di andare all’essenziale delle situazioni. Perché ciò si possa realizzare per e nella nostra vita si richiede una generosa disponibilità a lasciarsi continuamente destabilizzare e rinnovare: <Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?> (21, 25). Davanti a questa domanda che ai notabili sembra un trabocchetto, in realtà pur presentandosi come intelligenti non riescono a rispondere. O meglio, rispondono in modo così evasivo da rivelarsi prigionieri della loro <paura> (21, 26). Si tratta della paura paralizzante di perdere il loro prestigio e i loro privilegi. Tutto ciò li rende ciechi al contrario del profeta pagano che non ha nessuna paura di leggere e interpretare il reale anche quando si rivela diverso da tutto ciò che ci si aspettava a ci si augurava: <cade e gli è tolto il velo dagli occhi. Come son belle le tue tende Giacobbe, le tue dimore, Israele!> (Nm 24, 5).

Come Balaam e come il Battista siamo chiamati a riprendere ogni giorno la strada, il cammino, la ricerca che significa aprirci ad una conoscenza più acuta e penetrante delle nostre tenebre (passioni disordinate, tristezze, collere…) che la paura rende ancora più spesse e impenetrabili. Solo così potremo lasciarci toccare dalla luce che sorge e amerebbe inondarci, ma non senza il nostro consenso. Balaam come Giovanni sanno rischiare la loro stessa vita per essere fedeli a ciò che vedono e sentono senza cadere nella trappola dei notabili del popolo che, invece, tradiscono il loro cuore per salvaguardare le loro catene dorate che li tengono prigionieri di se stessi.

Attendere… domandare

III Domenica di Avvento 

In questa terza domenica di Avvento, in cui il colore violaceo cede le sue tinte forti ad un più tenue rosaceo, se la gioia per la venuta – sempre più prossima – del Signore non può che rallegrare i cuori, nondimeno non si può certo abbassare la guardia anzi, sono tante le domande che ci vengono poste attraverso i testi della Scrittura scelti per questa domenica. Siamo molto toccati e interrogati dalla domanda del Battista che, di certo, ci sorprende non poco: <Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?> (Mt 11, 3).Pertanto se ci lasciamo veramente e profondamente raggiungere e interrogare dai testi, allora le domande che più ci riguardano sono quelle poste dal Signore Gesù,  a cui egli stesso dà una risposta assai importante e con cui siamo chiamati a misurare tutta la nostra vita: <Sì, io vi dico, anzi più che un profeta> (11, 9). Il Signore Gesù rivolge alle folle sei domande riguardanti il Battista, mentre i suoi discepoli ritornano al <carcere> (11, 2) in cui il profeta è ormai rinchiuso, prossimo alla morte. Queste domande toccano il cuore del Vangelo che è il Signore Gesù: la risposta è ben oltre ogni domanda, il compimento ben oltre ogni attesa! 

Di fatto il Signore è già venuto e continua a venire proprio come un seme che è già posto nella terra e pure rimane invisibile a tutti, meno che all’<agricoltore> (Gc 5, 7) che lo ha seminato. Ciò che viene richiesto ora a ciascuno di noi, è di fare spazio a ciò che il Signore è dentro di noi come promessa e come certa speranza. Così le domande che il Signore pone alla folla circa l’identità del Battista ci rivelano cosa, la presenza di Gesù in mezzo a noi, mette in gioco e – necessariamente – mette in crisi: <Ecco quelli che si vestono di lusso stanno nei palazzi dei re!> (Mt 11, 8). Ormai, oltre la metà del cammino di Avvento, siamo invitati a fare il punto sul nostro modo di attendere e di desiderare, per comprendere in che misura attendiamo e desideriamo per noi stessi o per gli altri. La risposta sottilmente data senza essere indirizzata a Giovanni è quella per cui non si tratta di chiedersi se bisogna <aspettare un altro> (11, 3), ma se bisogna “aspettare altro” da ciò che da sempre si aspetta.

Con Giovanni chiuso in carcere e con il seme posto nella terra e che aspetta <le prime e le ultime piogge> (Gc 5, 7) questo tempo ci è dato come cifra di tutta la nostra vita. Mentre infatti attendiamo, le nostre stesse attese si convertono e si approfondiscono così tanto che ci rallegriamo del fatto che <ai poveri> sia annunciato <il Vangelo> (Mt 11, 5) in modo gratuito e incondizionato senza che questo rappresenti per noi <motivo di scandalo!> (11, 6). L’immagine del profeta riguarda e tocca la nostra stessa vita: <Come fiore di narciso fiorisca…> (Is 35, 2). Ora non c’è mai un fiore che sia identico ad un altro, mentre i semi sembrano veramente tutti uguali e persino facilmente confondibili tra loro. Mentre il cammino verso un rinnovato Natale si fa più spedito, le domande si fanno più urgenti: il rischio più grave, infatti, sarebbe quello di non riconoscere – già nelle domande – l’abbozzo delle risposte più giuste.