Convertire… il dire

IV settimana T.Q.

Attorno al Signore Gesù si scatena un grande chiacchiericcio. C’è chi dice che è <davvero il profeta!> (Gv 7, 40), c’è chi dice nientemeno che egli è <il Cristo!> (7, 41)! Eppure, per alcuni, forse un po’ più colti e meno ingenui, si pone il grande problema di quella sua provenienza – dalla <Galilea> – che depone a suo sfavore. L’evangelista non ha nessun timore ad annotare con realismo un po’ di umorismo che <tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui> (7, 43). Questo dissenso tra la gente diventa una scelta da parte dei notabili del popolo, i quali cercarono di <arrestarlo> (7, 44). Pertanto, sono proprio le guardie, incaricate di mettere le mani su Gesù, a rivelarsi capaci di andare oltre il contrasto accademico ed emotivo, per lasciarsi toccare e interpellare dall’<uomo> (7, 46) con il quale, un mandato come tanti altri, li obbliga ad incontrarsi. Le guardie si lasciano interpellare da una distinzione che risulta fondamentale: la differenza tra i il “dire” e il “parlare”. Infatti, la risposta delle guardie è sorprendente: <Mai un uomo ha parlato così!>. Ciò che si dice attorno a Gesù e si continua a vociferare su di lui, rischia di non essere altro che un muro eretto dalla paura di lasciarsi veramente incontrare dalla sua verità, fino ad accettare di essere destabilizzati da quest’incontro.

La spada della parola che si rivela nella persona del Signore Gesù è capace di fare di più di quella che le guardie dovrebbero usare contro Gesù perché, penetrando nel più profondo di noi stessi, è capace di mettere a nudo ciò che di meglio c’è dentro il cuore dell’uomo e che, in modo del tutto naturale, si sente attratto dalla verità. L’intuizione di una promessa di crescita nella relazione con il Signore esige un’apertura che comincia sempre con l’inevitabile e imprescindibile passo della rinuncia alle precomprensioni: le guardie a differenza di tutti gli altri si rivelano capaci di fare un passo indietro. In caso contrario non può che avvenire un triste rigurgito come quello con cui si conclude il vangelo di quest’oggi: <E ciascuno tornò a casa sua> (Gv 7, 53). Potremmo aggiungere – chiudendo la porta ad ogni progresso, ad ogni cammino, ad ogni incremento di vita per timore di dover riconoscere, con semplicità – di aver dovuto accogliere qualcosa di nuovo nella propria vita che comporta, talora, il necessario e umile riconoscimento che ci è capitato di sbagliarci su qualcuno, su qualcosa.

Chissà forse è più comodo essere schiavi di se stessi che essere liberi da se stessi per mettersi in cammino con gli altri! Eppure, la parola del profeta Geremia ci ricorda che dobbiamo fare i conti con il <giusto giudice> che prova <il cuore e la mente> (Gr 11, 20) fino a smascherare i nostri <intrighi> (11, 18). Normalmente quando si ordisce una trama di intrighi contro qualcuno, si rimane impigliati tanto da non sapere più come uscirne e uno dei modi è quello di accusare gli altri di ciò che dovremmo accusare in noi stessi: <Vi siete lasciare ingannare anche voi?> (Gv 7, 47). Questo ci spinge a diventare terribilmente ingiusti e violenti fino a dire: <Ma questa gente che non conosce la Legge, è maledetta!> (Gv 7, 49).

Convertire… la delusione

IV settimana T.Q.

La Pasqua non è una fatalità e nemmeno un incidente di percorso, ma un evento a lungo preparato nella vita di Gesù: <nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora> (Gv 7, 30). E’ interessante notare come, il Signore Gesù si renda imprendibile fino al momento in cui dirà, nel Getsemani, <Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano> (Gv 18, 8). Mettere le mani addosso a Gesù è impossibile fino a quando, Gesù, non si lascia mettere le mani addosso. In questo gioco delle mani, si nasconde un po’ tutto il mistero pasquale, mistero che è cifra dell’annuncio del vangelo che cambia la nostra vita e dà un nuovo corso al nostro modo di vivere. Sempre, e continuamente, in tutta la storia e in tutte le storie ci si trova dinanzi <agli empi> che vanno <sragionando> (Sap 2, 1). Il loro pensiero si riassume così: <Tendiamo insidie al giusto> (Sap 2, 12) e le motivazioni sono chiare ed evidenti: <ci è d’incomodo… ci rimprovera… ci rinfaccia le trasgressioni … è diventato per noi una condanna dei nostri pensieri… ci è insopportabile… la sua vita è come quella degli altri>. La diversità del cuore del giusto svela la violenza, talora ben mascherata, ma terribile, degli empi.

In poche parole, e in altre parole, gli empi dicono di essere infastiditi dal giusto, ma in realtà non è solo questione di fastidio: è questione – ben più profonda – di delusione. Il Signore Gesù, e chiunque è suo discepolo, rappresenta un problema grave per chi fonda la propria vita e i propri rapporti sulla logica del potere e della prevaricazione poiché l’empio è tale in quanto pensa – o gli fanno pensare – che la sua sia la vita migliore da vivere, che sia l’unico modo per essere felici, che abbia ragione… ma quando qualcuno dimostra – con la sua vita – la fragilità e la falsità di questa pseudo-felicità, si comprende che <siamo stati considerati da lui moneta falsa> (Sap 2, 16)! Tutto ciò, espone l’empio ad una grande delusione che ingenera rabbia: è difficile accettare di essersi sbagliati! La rabbia poi esige che l’altro, il diverso che mette a nudo il fatto che mi sono sbagliato sul segreto della vita e della felicità, sia eliminato perché, altrimenti, bisogna necessariamente cambiare vita, cambiare parametri. Gli empi ‘ragionano’ in modo molto religioso: <mettiamolo alla prova… per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione> (Sap 2, 19). In realtà, ciò che hanno bisogno di confermare, è l’inganno in cui sono caduti e da cui non vogliono uscire.

Il Signore Gesù – mite ed umile di cuore – si offre a noi nel suo vangelo e nella sua croce e, davanti a lui, dobbiamo esaminare i sentimenti del nostro cuore: la sua presenza e il suo messaggio ci infastidiscono o ci consolano? Se proviamo fastidio è solo perché non siamo sicuri di ciò che ci dà sicurezza, se siamo consolati è perché cominciamo ad assomigliargli e quindi lui si lascerà prendere e toccare dalle nostre mani senza sfuggirci e senza rendersi invisibile e imprendibile. Certo questo vale anche per noi. Bisogna che ci rendiamo imprendibili al male, come gli antichi gladiatori, i quali si ungevano di olio perché le mani dell’avversario non avessero presa: quest’olio è la mitezza. Il mite non si costruisce ragioni ideologiche e mentali, ma vive della semplice evidenza di conoscere – come Gesù – il segreto e il fondamento della propria identità. Esso ha poco a che fare non il luogo di provenienza come pensano i giudei che dicono: <costui sappiamo di dov’è>! È il Padre che ci ha generati ed è in Lui la fonte e il fine della nostra esistenza come pure della nostra felicità, ma <voi non lo conoscete> (Gv 7, 28). Ci sarebbe una cosa più triste di questa ignoranza?!

Segreto

San Giuseppe

La solennità di san Giuseppe, il padre di Gesù, cade sempre al cuore del nostro cammino quaresimale ed è come un’ulteriore guida nella comprensione del mistero dell’incarnazione che si manifesta pienamente nel mistero pasquale. Giuseppe rappresenta una battuta di arresto nel lungo elenco di nomi e di volti che scandiscono il fluire della storia che – da Adamo e da Abramo – giunge, di padre in figlio, fino a <Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo> (Mt 1, 16). La sapienza biblica ci mette di fronte ad un gesto meraviglioso: quello di un uomo che cede il suo posto a favore di una donna, che è già stata capace di mettere al centro assoluto della sua vita, l’accoglienza di un bambino non pensato. Tutto questo è stato vissuto da Giuseppe in grande <segreto> (1, 19)! Un segreto che esige una capacità – non così comune – che è quella di saper portare il peso della vita e delle scelte che essa comporta, in una solitudine veramente grande. Per questo il padre di Gesù è stato capace di essere, per il figlio, l’icona di quel Padre che vede così profondamente da abitare il <segreto> (Mt 6, 4) del cuore in cui si costruisce la relazione intima con l’Altissimo cui il Maestro invita continuamente i suoi discepoli.

L’obbedienza e il silenzio di Giuseppe su cui, da sempre, si insiste nella predicazione, non vanno per nulla intesi nella linea di una sorta di debolezza, ma al contrario, come espressione di una forza virile e di una personalità chiara e decisa che si è trasmessa, per osmosi, al Signore Gesù. Il Cristo sarà infatti capace di interpretare la Legge di Dio fino ad accogliere l’inenarrabile dramma di trovarsi fuori dai suoi confini ed essere condannato a morte in suo nome, per salvaguardare il prestigio e la credibilità dell’Onnipotente. Giuseppe fu veramente <giusto> (1, 19) e fu padre autentico del Giusto che sarà appeso sulla croce per rivelare, al nostro cuore malato, il segreto di Dio che è l’Amore che non sopporta nessuna forma di immolazione. Nello sposo di Maria, la profezia di Natan, non solo si compie a livello generazionale, ma anche nel senso di un’intesa ritrovata tra il Creatore e la creatura: <Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio> (2Sam 7, 14). Possiamo immaginare così non solo la dolcezza di queste parole poste sulle labbra di Giuseppe, ma anche l’emozione del suo cuore intento a creare e ricreare continuamente una relazione fondata sul desiderio di essere <per> l’altro, dopo aver accettato di essere <con> l’altro (Mt 1, 20).

La meditazione del mistero di Giuseppe è per noi un modo per entrare personalmente nel cammino di <fede> (Rm 4, 16) che lo rese <saldo nella speranza contro ogni speranza> (4, 18) e modello per quel Figlio che da lui imparò non solo l’obbedienza, ma prima ancora l’autenticità e l’audacia. Queste virtù paterne risplenderanno nel momento in cui, il Crocifisso, non cederà alle tentazioni di faciloneria e di comodo. Al contrario, rimarrà <saldo> a quella croce che diverrà il segno per eccellenza di un amore che non si lascia scuotere dal sentimento di perdita, ma si fa rafforzare da ogni occasione di ulteriore dono. Quest’attitudine al dono di sé chiede a ciascuno di risvegliarsi, ogni mattina, con la stessa disposizione di Giuseppe quando <si destò dal sonno> (Mt 1, 24) ancora più deciso ad essere fedele a se stesso contro ogni intimidazione, persino quella che sarebbe potuta venire dalla religione.

Convertire… dalle viscere

IV settimana T.Q.

Le letture di quest’oggi sembrano rincorrersi e perfezionarsi a vicenda. L’immagine con cui si conclude la prima lettura sembra completare ed integrare quella con cui il Signore Gesù comincia il suo discorso nel Vangelo. Il profeta Isaia mette sulla bocca del Signore Dio delle parole che ci raggiungono diritto al cuore: <Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?> e sente il bisogno di soggiungere: <Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai> (Is 49, 15). Nel Vangelo troviamo delle affermazioni forti, che ci fanno intravedere, senza mai poterci entrare, il mistero dell’intimità del Signore Gesù: <Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco> (Gv 5, 17). A quest’affermazione segue una reazione assai forte: <Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio> (5, 18).

Il turbamento dei Giudei non va semplicemente disapprovato, ma esige una certa accoglienza e uno sforzo reale di comprensione perché, in realtà, non ci è poi così estraneo. Ciò che turba, e soprattutto destabilizza, è l’inconcepibile farsi <uguale> di Gesù con il Signore Dio. Questa è una cosa inconcepibile per il rigoroso monoteismo ebraico continuamente minacciato dall’ambiente circostante e dalla presenza degli occupanti romani che spesso esigono di pagare, con la vita, la fedeltà all’unicità di Dio. Se ciò non bastasse, il modo di porsi in relazione a Dio e in relazione agli altri del Signore Gesù, fa emergere un tratto dello stile divino che, specialmente in tempi difficili, sembra creare più problemi di quanti ne risolva. Infatti, nella linea dei profeti, il Signore Gesù privilegia un tratto del Padre che lo rende così simile ad una madre capace, e sempre desiderosa, di <commuoversi per il figlio delle sue viscere> (Is 49, 15).

Il nome di <Padre> ricorre nel vangelo di oggi per nove volte e si intreccia continuamente con una realtà di intima relazione poiché Egli <ama il Figlio> e <gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati> (Gv 5, 20). Questo modo di intendere il rapporto con Dio fa saltare tutta una serie di comprensioni e di mediazioni e, di conseguenza, non può certo essere innocuo, come non può essere gradito a chi fonda il proprio potere e la propria sopravvivenza psicologica proprio sulla fatica di un rapporto difficile tra l’uomo e Dio del quale, i giudei, si sentono e si pretendono facilitatori. Il Signore Gesù semplifica al massimo le relazioni tra Dio e l’umanità riportandole alla semplicità assoluta che ci può e ci deve essere tra una madre e il suo <bambino>. Una relazione, potremmo dire, che riparte continuamente dalla <viscere> e che non può in nessun modo essere giudicante, sebbene sia sempre esigente. Ciò che sfugge ai notabili e forse sfugge anche a noi, è che il <Padre ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso> (5, 26) perché noi tutti possiamo diventarne pienamente partecipi del come si condivide l’amore di una madre che, per essere unico, non ha bisogno di essere esclusivo. Il nostro cammino quaresimale è un invito forte a ripartire dalle viscere materne che Dio ha per noi e che noi stessi siamo chiamati ad avere per i nostri fratelli verso cui, il nostro <giudizio> (5, 22), non può che essere quello che il Figlio ci rivela nel suo mistero pasquale: un amore immenso e invincibile come quello di una madre.

Convertire… orientare

IV settimana T.Q.

Per ben quattro volte il profeta Ezechiele sottolinea che l’orientazione del Tempio come pure la sua vita si svolge <verso oriente> (Ez 47, 1). Da questo oriente si riversa in dono verso di noi con un’abbondanza e una salubrità capaci di rinnovare e sanare continuamente la nostra vita come ricorda il salmista: <Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare. Dio la soccorre allo spuntare dell’alba> (Sal 45, 6). In un sabato, vediamo come il Signore Gesù si faccia incarnazione di questa benevolenza soccorrevole del Signore Dio, quando si avvicina a <un uomo che da trentotto anni era malato> (Gv 5, 5). Non solo si avvicina, ma lo rimette in piedi, permettendogli di ricominciare a sperare il meglio per se stesso, non senza una nota di sottile rimprovero perché non dimentichi che la sua guarigione è un’opportunità e non una semplice elemosina. Solo così la vita potrà essere interamente risanata giorno dopo giorno. Per questo il Signore Gesù dice: <Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio> (5, 14).

Il primo messaggio che la liturgia ci fa cogliere attraverso l’ascolto della Parola racchiusa nelle Scritture è che il Signore continuamente si orienta verso di noi, offrendosi a noi come salutare <medicina> (Ez 47, 12). Il secondo messaggio – che ci riguarda personalmente – è che, l’orientarsi di Dio alla nostra umanità, per confermarla nel suo dono di grazia, coincide sempre con una chiamata a dare alla nostra vita il giusto orientamento senza cedere alla malattia dell’immobilismo. Il Signore Gesù non si accosta come un mago o un benefattore a quell’uomo che giace ormai da una vita vicino <alla piscina, chiamata in ebraico Betzatà> (Gv 5, 2), ma nella veste di un autentico interlocutore, capace di risvegliare la coscienza e la volontà. La domanda evoca le interrogazioni che vengono poste al catecumeno prima che sia immerso nella piscina battesimale: <Vuoi guarire?> (5, 6). La risposta suona come una sorta di colpevolizzazione: <Signore, non ho nessuno, che mi immerga nella piscina> (5, 7).

Quest’uomo è solo, quest’uomo è isolato, quest’uomo è disorientato! Il Signore sembra caricarselo sulle spalle della propria compassione per permettergli di ricominciare a <camminare> (5, 9) e, in tal modo, gli ridona la libertà di rivelare la meta verso cui vuole andare e di manifestare così chi vuole essere e chi vuole diventare. L’attesa di trentotto anni viene colmata in un solo istante: quello in cui il Signore Gesù autorizza quest’uomo a farsi carico di se stesso fino in fondo, portando, e non gettando la sua <barella>(5, 10). Significativamente sembra proprio che sia questa <barella> a fare problema ai Giudei che vi scorgono una trasgressione all’osservanza del sabato. Ciò che sfugge ai Giudei è che la <medicina> (Ez 47, 12) di Dio non è negazione delle nostre sofferenze. Essa è la possibilità di orientare la totalità di noi stessi verso la vita, in una sempre più sofferta consapevolezza di tutto ciò che nella vita siamo chiamati a sperimentare e ad assumere, nel tentativo quotidiano di uscire dal nostro isolamento – più o meno forzato e più o meno accarezzato – per aprirci a ricevere il dono di una vita che <si muove> (47, 9). Il tempo quaresimale può essere inteso e vissuto come un momento propizio per ripulire i canali di comunicazione interiore della grazia, perché lo scambio sia più fluido e più energizzante e <Perciò non temiamo> (Sal 45, 3).

Convertire… l’urgenza

IV settimana T.Q.

Riprendiamo e intensifichiamo il nostro cammino quaresimale sentendoci e mettendoci nella condizione di quel <funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao> (Gv 4, 46). Quest’uomo ha fretta e con la sua abitudine al comando, mette fretta al Signore Gesù che, invece, lo rimanda ad una calma e ad una distanza tanto provanti quanto promettenti. La prima domanda di questo funzionario fa leva sulla fiducia delle capacità taumaturgiche di Gesù, mentre il Signore Gesù lo rimanda alla semplicità di una fiducia reciproca fatta di piccole cose e non di grandi gesti: chissà se fosse stato proprio questa la morte che aveva colpito questo <figlio> e quindi questo padre? Il Signore Gesù risponde prontamente, ma anche seccamente e con una essenzialità circonfusa di inalterabile calma: <Va’, tuo figlio vive> (4, 50). Si compie così la parola del profeta Isaia che promette con decisione: <Non ci sarà più un bimbo che viva solo pochi giorni> (Is 65, 20). Ma se questa è la promessa e il desiderio del Signore per noi, esige pertanto che ciascuno di noi creda alla vita dell’altro e se ne faccia custode e facilitatore accettando ogni giorno – meglio sarebbe dire ogni momento – di mettersi <in cammino> (Gv 4, 50).

Certo tutti abbiamo bisogno di qualche segno capace di nutrire la nostra speranza, ma il Signore ci chiede di fare un passo importante nel nostro cammino di uomini e donne che cercano ogni giorno per sé e per gli altri sentieri che aprano al futuro. Si rende necessario credere alla parola che annuncia il segno! In questo modo il Signore rivela che ciò che cambia profondamente la tenebra in luce, la disperazione in aurora di nuovi cammini, è l’entrare in una relazione intessuta di profonda fiducia. Il primo passo perché questo possa avvenire è essere capaci di trasformare se stessi da <funzionario del re> (4, 46), in un vero povero e pellegrino che impara, e non si vergogna, di avere bisogno degli altri. Bisogna imparare a tendere la mano senza timore fino a cambiare persino le proprie aspettative circa il modo in cui questa mano ci verrà tesa, fino a colmarla di una speranza tanto desiderata quanto necessariamente inedita e imprevedibile.

Possiamo ben immaginare quest’uomo che mentre ritorna a casa ripete, dentro il suo cuore, la parola che gli è stata consegnata da Gesù: <Va’ tuo figlio vive> (4, 50)! Non è certo difficile immaginare quanto lungo gli sarà sembrato quel pezzo di strada mille volte percorso magari chiacchierando e divagando. Mentre questa parola di Cristo prendeva dimora nel cuore di questo padre, in ansia per la vita del proprio figlio, quest’ultimo non poteva che ricominciare a vivere, trasformando, ancora una volta, il rischio di una tristezza penosa, in un’occasione di più grande gioia, come già era avvenuto in Galilea. Giovanni annota che Gesù si recò <di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino> (4, 46). Ancora oggi, il Signore viene nelle nostre vite e con la sua immensa calma ci aiuta ad abbracciare i cammini delle necessarie trasformazioni della vita che esigono tempo, amore, calma ed una provata fiducia che si fida e si affida e non smette mai di rimettersi <in cammino> con decisione, ma senza ansia. Per ogni cosa ci vuole, infatti, il suo tempo e la sua propria <ora> (4, 53).

Convertire… lasciarsi fare

IV Domenica T.Q. 

Un lungo cammino è necessario perché il cieco nato non solo recuperi la vista, ma sia in grado di prendere in mano la propria esistenza, tanto da rischiare persino di prendere posizione contro ciò che viene contrabbandato come volontà di Dio, ma rischia di essere contro la vita. Ancora una volta, il cammino della quaresima ci pone davanti alla sfida della conversione non come un insieme di prestazioni ascetiche straordinarie, ma come apertura sempre più ampia al mistero di una vita che, secondo il disegno e il desiderio di Dio, non può e non deve essere mortificata e mortificante, ma piena e consapevole. Tra la donna samaritana e l’amico Lazzaro, richiamato dalla morte, la Liturgia oggi ci fa sostare sulla figura di un povero, di un ferito dalla vita. Gli altri – persino i propri genitori e i discepoli di Gesù – rischiano di trattarlo con sufficienza e senza veramente essere interessati al suo dramma di vivere e, soprattutto, al suo dolore. Il Vangelo ci fa assistere non semplicemente all’elemosina di una guarigione – tanto compassionevole quanto altezzosa -, ma ad un vero coinvolgimento di Gesù nella vita di quest’uomo cieco e solo sin dalla nascita. Proprio a un uomo così cui viene fatta la più bella, la più gratuita, la più entusiasmante delle rivelazioni: <Lo hai visto: è colui che parla con te> (Gv 9, 37).

Questa parola del Signore assume tutta la sua profondità ancora più espressiva per il fatto che sembra aspettare quest’uomo, appena vedente per strapparlo definitivamente alle vessazioni dei sapienti e dai notabili: <Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?> (Gv 9, 33). Senza saperlo i Giudei sembrano dare la risposta sollecitata dai discepoli: <Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?> (Gv 9, 2). Discepoli e Giudei – forse come pure noi stessi – sono tremendamente interessati al <peccato> in un modo che oscilla tra l’ossessivo e il proiettivo. Invece, il Signore Gesù si mostra sempre interessato, prima di tutto, alla sofferenza che permette di scoprire e di accogliere il mistero di ogni persona con rispetto, delicatezza, tenerezza. La risposta di Gesù è netta: <Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio> (Gv 9, 3).

A questo punto l’esortazione dell’apostolo si rivela in tuta la sua ricchezza di esigenza e di provocazione: <Cercate di capire ciò che è gradito al Signore> (Ef 5, 10). La prima cosa che dobbiamo capire è che al Signore è gradito non il giudizio e il sospetto, ma quella fiducia e benevolenza senza le quali persino l’espressione di fede più determinata e determinante rischierebbe di partecipare, in realtà, <alle opere delle tenebre> (Ef 5, 11). A ciascuno di noi è rivolto l’invito che il Signore fa giungere al profeta Samuele: <Riempi d’olio il tuo corno e parti> (1Sam 16, 1). Come il profeta, siamo chiamati a superare ogni paura e ogni pregiudizio che ci rende troppo sensibili all’<apparenza> (1Sam 16, 9). Se non usciamo da questo vicolo cieco meriteremo a nostra volta la terribile parola del Signore: <Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi ci vediamo”, il vostro peccato rimane> (Gv 9, 41).

Sembra proprio che l’unico modo per uscire dal tunnel del pregiudizio sia quello di lasciarci vedere, guardare, incontrare dal Signore Gesù nella semplicità e nella verità di quello che siamo, senza presumere di noi, ma pure senza lasciarci umiliare dalla supponenza altrui. Il cieco si dimostra più vedente di tutti gli altri per la rara e intensa capacità di lasciarsi vedere che si esprime nella docilità a lasciarsi fare: <Va’ a lavarti nella piscina di Siloe> e si lascia fare da Colui <che vede il cuore> (1Sam 16, 9).

Convertir… se laisser faire

IV Dimanche de Carême 

Un long chemin est nécessaire pour que l’aveugle-né, non seulement récupère la vue, mais soit capable de prendre sa propre existence en main, jusqu’à risquer même de prendre position contre ce qui est une contre-vérité à la volonté de Dieu, mais risque d’être contre la vie. Une fois encore, le chemin de Carême nous met devant le défi de la conversion non pas comme un ensemble de prestations extraordinaires, mais comme une ouverture toujours plus grande au mystère d’une vie qui, selon le plan et le désir de Dieu, ne peut et ne doit être mortifiée et mortifiante, mais entière et consciente. Entre la femme samaritaine et l’ami Lazare rappelé de la mort, la Liturgie d’aujourd’hui nous arrête sur l’image d’un pauvre, un blessé de la vie. Les autres – et même les propres parents et les disciples de Jésus – risquent de le traiter avec suffisance et sans  vraiment s’intéresser au drame de sa vie et, surtout, à sa douleur. L’évangile nous fait assister, non simplement à l’aumône d’une guérison – autant compatissante que grandiose  -, mais à une véritable implication de Jésus dans la vie de cet homme aveugle et seul depuis sa naissance. C’est justement à un tel homme qu’est faite la plus belle, la plus gratuite, la plus enthousiasmante des révélations : «  Tu l’as vu : c’est lui qui te parle » (9,37).

Cette parole du Seigneur assume une profondeur encore plus expressive car elle semble attendre cet homme, à peine capable de voir, pour l’arracher définitivement aux vexations des savants et des notables : «  De naissance, tu n’es que péché, et tu nous fais la leçon ! »(Jn 9,33) Sans le savoir, les Juifs semblent donner la réponse sollicitée par les disciples : « Rabbi, qui a péché, lui ou ses parents, pour qu’il soit né aveugle ? » ( Jn 9,2). Disciples et Juifs – sans doute comme nous aussi – sont terriblement intéressés par le «  péché » dans un monde qui oscille entre l’excessif et la prohibition. Cependant, le Seigneur Jésus se montre toujours intéressé, avant tout, par la souffrance qui permet de découvrir et d’accueillir le mystère de toute personne avec respect, délicatesse, tendresse . La réponse de Jésus est nette : « Ni lui, ni ses parents n’ont péché, mais c’est pour qu’en lui se manifestent les œuvres de Dieu » (Jn 9, 3).

A ce point, l’exhortation de l’apôtre se révèle dans toute sa richesse d’exigence et de provocation : «  Essayez de comprendre ce qui est agréable au Seigneur » (Eph 5, 10). La première chose que nous devons comprendre c’est que ce qui est agréable au Seigneur, n’est pas le jugement et la suspicion, mais cette confiance et bienveillance sans lesquelles même l’expression d’une foi la plus déterminante, risquerait de participer, en réalité, «  aux œuvres des ténèbres » ( Eph 5, 11). A chacun de nous est adressée l’invitation que le Seigneur fait parvenir au prophète Samuel : «  Remplis ta corne d’huile et va » (1 Sam 16,1). Tout comme le prophète, nous sommes appelés à dépasser chaque peur et tout préjudice qui nous rendent trop sensibles à « l’apparence » ( 1 Sam 16,9). Si nous ne sortons pas de cette impasse, nous mériterons à notre tour, la terrible parole du Seigneur : «  Si vous étiez des aveugles, vous seriez sans péché : mais puisque vous dites : ‘Nous voyons !’ votre péché demeure » (Jn 9,41).

Il semble vraiment que l’unique façon de sortir du tunnel du préjugé soit de nous laisser voir, regarder, rencontrer par le Seigneur Jésus dans la simplicité et la vérité de ce que nous sommes, sans présumer de qui nous sommes, mais aussi sans nous laisser humilier  par la suprématie des autres. L’aveugle se montre plus visible que tous les autres par la rare et intense capacité de se laisser voir  ce qui s’exprime par la docilité à se laisser faire : «  Va te laver dans la piscine de Siloé » et laisse faire Celui «  qui voit le coeur » ( 1 Sam 16,9).

Convertire… lo sguardo

III settimana T.Q.

L’evangelista Luca, raccontandoci di nuovo una parabola del Signore Gesù, ci spiega direttamente il motivo che rende ancora una volta necessario un chiarimento e un approfondimento da parte del Maestro: <disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri…> (Lc 18, 9). Lo stesso avviene, onde evitare malintesi ed orientarne decisamente l’interpretazione, prima delle tre parabole della misericordia: <Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano…> (Lc 15, 1-2). Davanti al mistero della mormorazione, con cui spesso cerchiamo di mascherare il nostro scontento per il modo di essere proprio di Dio <misericordioso e pietoso> (Es 34, 6), il Signore protesta attraverso il profeta: <voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti> (Os 6, 6). Possiamo fare nostra una splendida preghiera di Giovanni Damasceno: <Sto davanti alle porte del tuo tempio e non desisto dai cattivi pensieri. Ma tu, Cristo Dio, che hai giustificato il pubblicano, hai avuto misericordia della cananea, hai aperto al ladrone le porte del paradiso, apri a me le viscere della tua bontà e accogli me che vengo a te>.

Alla fine di questa settimana siamo invitati a renderci consapevoli del frutto che il cammino penitenziale produce, o meno, nella nostra vita di credenti. Il punto discriminante, per comprendere, non solo se siamo sulla strada giusta, ma anche per capire se abbiamo assunto la modalità adeguata, è l’interrogarsi su quale tipo di conoscenza di Dio matura il nostro cuore. Per il profeta Osea conoscenza e amore sono la stessa cosa e, un padre della Chiesa come Gregorio Magno, dice che <conosciamo solo attraverso l’amore>. Quando si parla d’amore, nel linguaggio biblico e patristico, non si pensa a nessuna forma di sentimento momentaneo e superficiale, ma alla scelta consapevole e illuminata della volontà. Altrimenti, il rischio è che il nostro amore sia proprio <come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce> (6, 4). La nostra relazione con Dio non può essere cercata solo nel momento in cui ci sentiamo il cuore <straziato> (6, 1), ma sempre dobbiamo straziarci il cuore per la nostalgia e il desiderio di una relazione crescente.

Il Signore ci ha creati <in piedi> (traduzione possibile di Gn 1, 26)! La coscienza del dono ricevuto non può spingere all’arroganza di ritenere come una cosa scontata, la relazione con Dio la quale rinnova in noi il dono e le possibilità della vita: essa non è un diritto, ma una grazia. Questa coscienza retta è ciò che manca al fariseo che prega <stando in piedi> (Lc 18, 11) e che, invece, mostra di avere il pubblicano che <fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto…> (18, 13). Per vivere e pregare è necessario, in verità, uno sguardo autentico sulla nostra realtà di creature fragili chiamate ad accogliere ogni giorno la sfida che, il dono della libertà, rappresenta per ogni passo della nostra vita. La preghiera del pubblicano – accolta dalla tradizione monastica orientale come il sunto della preghiera stessa – penetra i cieli come una freccia scoccata con tutta la forza della propria consapevolezza di riconoscerci peccatori e bisognosi di essere continuamente rimessi <in piedi> dallo sguardo amante di Dio. La preghiera è il luogo in cui impariamo a stare in piedi senza disprezzare nessuno, anzi, sentendoci fratelli di ciascuno e, come cantava Francesco, persino delle creature più umili. La preghiera è il luogo in cui il nostro sguardo diventa limpido senza né false esaltazioni, né inutili depressioni e questo equilibrio genera una grande e immutabile pace.

Convertire… in giglio

III settimana T.Q.

Il profeta Osea apre il cuore alla speranza: <fiorirà come un giglio> (Os 14, 6) e il Signore Gesù simpatizza con un dottore della Legge, fino a riconoscere che non è <lontano dal regno di Dio> (Mc 12, 34). In questo venerdì di quaresima mentre la primavera si fa sentire non solo nell’aria, ma pure nel cuore, siamo raggiunti da una parola di grande speranza: l’amore ci fa fiorire mentre la mancanza d’amore non fa che intristire la vita. Sembra che il Signore ci chieda di fiorire e di diffondere attorno a noi un profumo di vita che sia capace di allietare la nostra vita e di dare speranza ai nostri fratelli e sorelle. Il fatto poi che il Signore osi comandare l’amore, che in nessun modo si può comandare, è un modo per ricordarci che possiamo amare se, solo, ci apriamo alla presenza fecondante di Dio per far fiorire la nostra vita come un giglio che si apre al sole e si dona interamente al suo bacio. Possiamo anche noi avvicinarci al Signore Gesù per porgli la medesima domanda che troviamo sulle labbra di un pio e sincero fariseo: <Qual è il primo di tutti i comandamenti?> (Mc 12, 28).

Dal seguito del testo evangelico, possiamo comprendere quanto questa domanda non sia per nulla una curiosità intellettuale e neppure una domanda di circostanza, bensì la rivelazione di una profonda ricerca di senso e di autenticità. La risposta del Signore è capace di toccare il cuore di quest’uomo confermandolo e consolandolo in ciò che egli stesso sembra aver compreso da tempo pur temendo, forse, di non essere sulla strada giusta. La reazione sembra infatti una sorta di grido di liberazione come quello di un giglio che si stiracchia finalmente fino ad aprirsi interamente al calore del sole: <Hai detto bene, Maestro, e secondo verità… vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici> (12, 33). Ciò che consola il cuore di questo fariseo, è l’essere confermato in un’immagine di Dio che non ci valuta a partire dai nostri olocausti, ma a partire dal nostro amore disposto anche al sacrificio. Le parole di Osea sembrano il miglior commento all’incontro di cui ci parla il Vangelo: <Sarò come rugiada per Israele; fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano, si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano> (Os 14, 8).

Avvicinarsi al regno di Dio, divenire sempre più conformi al disegno e al desiderio di Dio, non significa avanzare in modo unidirezionale, ma in modo aperto a Dio e al prossimo con una naturalezza e una spontaneità che non ha niente a che vedere con la paura e il timore. Questa interiore fiducia e serenità di fondo ci mette in grado di affrontare generosamente i cammini di conversione che la vita ci richiede e ci impone, ma con una freschezza che non ha niente in comune con quella devota tristezza che spesso abita le nostre chiese e rende allergici i nostri contemporanei ad ogni discorso di fede. Due parole ci vengono consegnate oggi dal Signore Gesù: <Ascolta> e <amerai> (Mc 12, 29-30). La conversione si gioca sempre su questo duplice dinamismo di ascolto che si fa risposta di un amore capace di aprirsi sempre di più e sempre più naturalmente… proprio come un giglio!