Prova

VI Settimana T.O. –

Un termine accomuna le due letture della liturgia odierna: <prova> (Mc 8, 11 e Gc 1, 2). Così pure un orizzonte si apre allo sguardo del nostro cuore come possibile cammino di conversione: la <perfetta letizia> (Gc 1, 2). Sembra che la Parola di Dio voglia creare una difficile ma forte corrispondenza tra la capacità di attraversare le prove della vita e la speranza di trovare nella propria vita una vera letizia. Mentre i farisei e noi stessi con loro continuano a chiedere <un segno dal cielo, per metterlo alla prova> (Mc 8, 11), il Signore sembra rimandare noi e loro alla prova propria della nostra vita come il segno che siamo chiamati ad accogliere e ad interpretare. Marco annota che Gesù <respirò profondamente> (8, 12) quasi a significare quanto sia difficile trattenere una certa collera dinanzi a tanta durezza di cuore e di mente.

La risposta è secca e solenne: <Non sarà dato alcun segno a questa generazione> e il sentimento di esasperazione di Gesù davanti a questa insistenza risulta chiaro: <Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva> (8, 13). Siamo invitati a serbare nel cuore la memoria di questo gesto forte del Signore Gesù il quale, stufo, del nostro rincorrere segni diversi e apparentemente più grandi di quelli che la nostra vita pone già sul nostro cammino, si allontana decisamente da noi lasciandoci soli e, in certo modo, da soli con i nostri sogni di risposte eclatanti. Si tratta invece di imparare la <sapienza> (Gc 1, 5) proprio dalla concretezza a cui fa continuamente riferimento la lettera di Giacomo. La sfida è quella di restare saldi davanti a tutto ciò che siamo e che la vita ci chiede di vivere <sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi> (Gc 1, 3-4). San Pier Damiani annota in una sua lettera: <Per questo l’orefice  batte l’oro con il martello per renderlo più puro dalle scorie. Per questo la lima raschia con insistenza, perché la naturale lucentezza del metallo appaia più chiaramente. La fiamma saggia i vasi del vasaio, mentre la tribolazione saggia gli uomini giusti. […] Pertanto, o carissimo e dolcissimo fratello, irrobustisci il tuo animo alla pazienza con queste e altre testimonianze della Sacra Scrittura e aspetta lietamente la gioia dopo la tristezza>1.

Si potrebbe concludere che il <segno> (Mc 8, 11) non è per mettere alla prova la verità delle promesse ma è proprio la capacità e l’amore con cui ciascuno attraversa <ogni sorta di prove> (Gc 1, 2) che si rivela segno della nostra interiore verità che non ci permette di essere <oscillante e instabile> (1, 8). Così accogliendo l’invito dell’apostolo non stiamo a guardare se siamo di <umili condizioni> o invece <ricco> (1, 9-10) bensì che cosa riusciamo a “produrre” umanamente parlando in quella che è la nostra condizione perché non ci accada di <seccare> (1, 11) ma di fiorire.


1. PIER DAMIANI, Lettere, 8, 6.

Distillare

VI Domenica T.O. 

Siamo ancora insieme al Signore Gesù, ai suoi apostoli e alla folla, sul monte delle beatitudini dove la Sua parola di consolazione diventa sempre più una parola di esortazione e di orientamento per la vita di ogni giorno, si direbbe, anzi, di ogni momento. All’inizio del lungo vangelo di questa domenica vi è una presa di posizione da parte del Signore Gesù che ha assunto le vesti del Maestro e che si è assiso serenamente sulla cattedra di Mosè, facendosi mediazione della parola di Dio per ogni uomo: <Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento> (Mt 5, 17). Possiamo e dobbiamo cogliere questo movimento di compimento nel duplice dinamismo del mettere in pratica e dell’amplificare. Del resto, è sempre vero che quando un insegnamento viene realmente accolto e incarnato, concretamente e veramente nella propria vita, non può che amplificarne ulteriormente il significato, rivelando continuamente nuove sfumature di colore e nuovi accenti.

Lo ricorda l’apostolo Paolo quando dice: <Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito, infatti, conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio> (2Cor 2, 10). La parola dell’apostolo ci permette di trovare la giusta attitudine nei confronti della parola del Signore Gesù. L’ascolto non è, proprio per questo, una semplice registrazione di contenuti, né tantomeno si traduce in una pratica dettata dal timore e tendente a garantirsi una buona posizione nei confronti del volere di Dio. L’ascolto autentico è un’operazione di dilatazione interiore che potremmo anche accostare all’opera della distillazione. La parola di Dio è riversata continuamente nei nostri cuori ed è affidata alla nostra vita perché, giorno dopo giorno, venga distillato il nettare della <sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria> (2, 7).

Se rimaniamo in questa immagine della distillazione, allora è più semplice e più efficace comprendere ciò che ci viene ricordato nella prima lettura: <Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno, se hai fiducia in lui, anche tu vivrai> (Sir 15, 16). La parola di Dio non solo esige di essere messa in pratica, ma esige pure di allargarne e amplificarne sempre di più la comprensione del cuore che avviene attraverso una sua essenzializzazione. Giorno dopo giorno la parola di Dio genera in noi un cuore come quello di Dio che è semplicemente amore che si fa attenzione: una goccia di questo amore contiene una potenza capace di ridurre a nulla l’ignoranza dell’insensibilità e dell’incapacità a desiderare non solo di amare sempre di più, ma di amare sempre meglio. In questa logica di dilatazione essenziale i gesti della preghiera non potranno che essere posti solo <poi> (Mt 5, 24) essendo sempre al primo posto il <tuo fratello>.

Distiller

VI Dimanche T.O. 

Nous sommes encore ensemble avec le Seigneur Jésus, ses apôtres et la foule, sur la montagne des béatitudes où sa parole de consolation devient toujours d’avantage une parole d’exhortation et d’orientation pour la vie de chaque jour, l’on pourrait même dire de chaque moment. Au début de l’évangile de ce dimanche il y a une prise de position de la part du Seigneur Jésus  qui a assumé de revêtir le vêtement du Maître et qui s’est assis sereinement sur la chaire de Moïse, devenant médiateur de la parole de Dieu pour chaque homme : «  Ne croyez pas que je sois venu pour abolir la Loi ou les Prophètes ; je ne suis pas venu abolir, mais apporter le plein accomplissement » (Mt 5, 17). Nous pouvons et nous devons accueillir ce mouvement d’accomplissement dans le double dynamisme de la mise en pratique et de son amplification. Il est d’ailleurs toujours vrai que lorsqu’un enseignement est réellement accueilli et incarné, concrètement et vraiment dans sa propre vie, il ne peut qu’amplifier ultérieurement sa signification, révélant continuellement de nouvelles nuances de couleurs et de nouveaux accents.

L’apôtre Paul nous le rappelle lorsqu’il dit : «  Le Seigneur nous l’a révélé par l’intermédiaire de l’Esprit ; en effet, l’Esprit connaît bien toute chose et même les profondeurs de Dieu » ( 2Co 2, 10 ). La parole de l’apôtre nous permet de trouver la bonne attitude face à la parole du Seigneur Jésus. L’écoute n’est donc pas un simple enregistrement de propos, encore moins leur traduction dans une pratique dictée par la peur  et tendant à nous garantir une bonne position face à la volonté de Dieu. L’écoute authentique est une opération de dilatation intérieure que nous pouvons constater aussi lors de la distillation. La parole de Dieu est reversée continuellement dans nos coeurs et confiée à notre vie pour que, jour après jour, y soit distillé le nectar de la «  sagesse de Dieu, mystérieuse et cachée  que Dieu a établi  pour notre gloire, avant les siècles » (2,7).

Si nous restons dans cette image de la distillation, il est alors plus simple et plus efficace de comprendre ce que l’on nous rappelle dans la première lecture : «  Si tu veux conserver ses commandements, ils te protégeront, si tu as confiance en lui, toi aussi tu vivras » ( Sir 15, 16). La parole de Dieu exige non seulement d’être mise en pratique, mais elle exige aussi d’élargir et d’amplifier toujours d’avantage la compréhension du coeur  qui passe par une essentialisation. Jour après jour, la parole de Dieu génère en nous un coeur comme celui de Dieu qui est simplement amour qui se fait attention : une goutte de cet amour contient une puissance capable de réduire à rien l’ignorance de l’insensibilité et de l’incapacité à désirer, non seulement d’aimer toujours plus, mais d’aimer toujours mieux. Dans cette logique de dilatation essentielle, les gestes de la prière ne pourront qu’être posés «  après » (Mt 5, 24), la première place demeurante toujours «  ton frère ».

Fratelli monaci

V Settimana T.O. –

Michele e Costantino diventano rispettivamente Metodio ossia “colui che fa le cose bene” – possiamo dire: “con metodo”? -, secondo un etimo popolare, e Cirillo cioè “il piccolo signore”, anche in questo caso secondo con etimologia popolare. I due nomi monastici rispecchiano quali siano state la vocazione e la missione dei due fratelli eruditi ed evangelizzatori sino ad “inventare” un alfabeto per cercar di trascrivere una lingua fino allora solo parlata, affinché un popolo avesse le sue memorie e fosse padrone in certo modo della propria storia e del proprio destino. Impegnati a dare ai popoli slavi la Parola attraverso la parola i due fratelli consumano la loro vita tra durezze e contrasti con un mondo, anche ecclesiastico, che non li capisce.

Il testo di Luca che oggi ascoltiamo ci porta a riflettere sulla loro identità profonda. Il passo evangelico che viene proposto per questa festa è, infatti, preceduto da due importanti episodi: la ferma decisione di Gesù di salire a Gerusalemme (9, 51) e l’evocazione della solitudine che attende colui che è chiamato alla sequela del Signore (9, 57ss). Questi due episodi ci fanno capire come mai gli operai siano “pochi” (10,2). È inevitabile che sia così: la sequela comporta un indurire la faccia e un accoglimento della propria solitudine alla scuola del Signore Gesù che non tutti possono consapevolmente accettare. 

La sequela esige decisioni dure e impopolari, come quella dell’Apostolo di volgersi ai pagani (At 13, 46), con tutti i rischi che essa può comportare. Eppure, è solo abbracciando la propria solitudine in nome di una chiamata che si può imparare a viverla e ad amarla. Perché non ci si può aprire all’universalità cantata ed invocata nel salmo responsoriale senza un certo distacco dal proprio mondo. Né si può costruire una vera comunione con qualcun altro senza una previa separazione dal proprio ambiente: è una specie di legge che troviamo già inscritta nella creazione (Gen 2, 24). È un po’ la legge del detto popolare “non si può avere tutto”. Esistono necessarie prese di distanza che sono, in realtà, momenti di dolorosa crescita. Perciò gli operai non potranno mai essere molti. Se a noi è chiesto di pregare è perché essi siano il più possibile pronti per le esigenze del loro lavoro apostolico, ossia per una vita <totalmente dedicata all’attività apostolica> e, nel caso dei due fratelli, alla <intuizione divina di rendere comprensibile e accessibile il messaggio della Rivelazione alle popolazioni> slave, che <fu motivo di unità per tradizioni e culture differenti>1. L’iconografia ci presenta Cirillo e Metodio sempre ieratici e come impassibili, rivestiti di splendidi paramenti che non rivelano la vita povera e durissima che certamente essi hanno condotto. Secondo l’icona, infatti, non conta la cronaca di quanto soffrirono, ma la gloria che hanno raggiunto. Tale gloria è stata, infatti, a ben caro prezzo, come sempre accade a coloro ai quali preme soltanto che la parola del Signore si diffonda (At 13, 49) e sia glorificata.


1. BENEDETTO XVI, Discorso ai pellegrini dell’ex Macedonia del 23 Maggio 2011.

Soli

V Settimana T.O. –

Continuiamo, forse con una certa fatica a motivo dei continui salti redazionali, a seguire l’evolversi della storia di Israele con i suoi momenti di gloria che, come in tutte le storie, si alternano a passaggi più difficile e duri. Il Signore Dio tiene fede alle sue promesse ma non manca di dare seguito pure alle sue minacce e questo per rispetto della relazione instaurata con la nostra umanità non raramente sorda e insensibile ai suoi richiami: <Ecco strapperò il resto dalla mano di Salomone e ne darò a te dieci tribù. A lui rimarrà una tribù a causa di Davide, mio servo, e a causa di Gerusalemme, la città che ho scelto fra tutte le tribù d’Israele> (1Re 11, 31-32). Questa parola conferma quanto il Signore aveva già annunciato – lo abbiamo letto ieri nella prima lettura – ma viene ripetuto direttamente a Geroboamo quando <incontrò per strada il profeta Achìa di Silo, che era coperto con un mantello nuovo; erano loro due soli, in campagna> (11, 29).

Non va sottovalutata né sottaciuta questa nota di solitudine e di intimità che sembra necessaria per la rivelazione e la consegna di un simbolo che richiede il coinvolgimento di Geroboamo che si pone alla guida di uno dei momenti più drammatici della storia del popolo di Dio; <Israele si ribellò alla casa di Davide, fino ad oggi> (11, 19). In questo <oggi> possiamo includere anche la situazione ancora così drammatica che si vive nella terra di Israele e di Palestina, come pure tutte quelli situazioni in cui l’abuso di potere e la perdita di contatto con la situazione reale delle persone nelle relazioni più banali e quotidiane fino a quelle planetarie, creano delle sofferenze che generano reazioni talmente disperate da non poter essere che violente. Dio parla attraverso il profeta a Geroboamo, ma aveva già parlato a Salomone! Il Signore continuamente attraverso dei segni e delle intuizioni ci mostra quali possono essere le conseguenze delle nostre scelte o gli effetti collaterali delle nostre non-scelte, ma raramente siamo in grado di accogliere e interpretare i segni.

Nel Vangelo troviamo qualcosa di analogo quando viene presentato al Signore Gesù <un sordomuto> (Mc 7, 32) perché possa uscire dal suo isolamento e ritrovare la possibilità di comunicazione passiva – l’udito – e attiva – la parola. Marco ci dice che il Signore Gesù <lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua> (7, 33). Il Signore Gesù sembra acconsentire volentieri alla preghiera di quanti gli chiedono di intervenire a favore di questo sordomuto, ma non lo fa davanti a tutti. Lontano da ogni curiosità, il contatto con il mondo esterno viene ristabilito da Gesù attraverso un intenso contatto personale capace di ricreare un’armonia di relazione tra l’umanità e la sua origine divina. Per questo lo sguardo di Gesù è volto <verso il cielo> (7, 34) quasi per ritessere, attraverso la sua mediazione personale, la relazione nel modo più ampio e originale. Davanti al gesto di Achìa compiuto nella solitudine della campagna e quello di Gesù operato con lo sguardo rivolto verso il cielo, siamo chiamati a lasciarci profondamente interpellare perché le relazioni non siano strappate, ma continuamente riofferte. Il primo passo è sempre <Apriti>!

Per amore

V Settimana T.O. –

Facciamo una certa fatica ad accettare una così triste fine della gloriosa storia di Salomone la cui sapienza aveva incantato la regina di Saba: <e il suo cuore non restò integro con il Signore, suo Dio, come il cuore di Davide, suo padre> (1Re 11, 4). Così pure facciamo ancora più fatica a comprendere e accettare la durissima reazione che il Signore Gesù ha nei confronti di una madre in pena per la propria figlia: <Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini> (Mc 7, 27). La motivazione che troviamo da parte dell’agiografo quasi per giustificare sottilmente il mitico re Salomone è che <le sue donne gli fecero deviare il cuore per seguire altri déi> (1Re 11, 4). Qualcuno potrebbe dire che siamo sempre di fronte alla stessa storia per cui gli uomini danno la colpa alle donne!

Nel vangelo, apparentemente, la situazione non è molto diversa. Una donna – ancora una volta straniera – sembra tentare il Signore Gesù di interessarsi a persone e situazioni che, secondo la stretta logica dell’appartenenza al popolo di Israele, non dovrebbero interessare affatto a un devoto rabbi. In realtà, in Gesù, possiamo vedere come non è vero che l’uomo debba semplicemente soggiacere alle tentazioni o più semplicemente alle richieste che gli vengono da parte di una donna, ma è chiamato a lasciarsi interrogare e non semplicemente a lasciarsene passivamente e incolpevolmente influenzare. Di fatto, la reazione del Signore non può che turbare, ma diventa pure l’occasione per chiarire ulteriormente il proprio bisogno e rivelare il proprio grado di consapevolezza: <Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli> (Mc 7, 28).

Se per molti aspetti si ripropone lo stesso scenario della prima tentazione del giardino dell’Eden, vediamo come il dialogo si fa serrato e capace di portare oltre, fino ad un riconoscimento che non è frutto di debole condiscendenza bensì di crescita nella consapevolezza: <Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia> (7, 29). Se interpretiamo questo testo in modo simbolico e psicologico, possiamo dire, mettendoci alla scuola dei santi Padri, che le <donne> sono il simbolo di quella parte più debole e vulnerabile di noi stessi, come pure le tentazioni e le urgenze del momento che rischiano di farci perdere la capacità di discernere e di scegliere, non sull’onda dell’emozione o della paura, ma come frutto di una coscienza sempre più chiara di ciò che fa soffrire, e del modo più giusto per guarire. 

Persino con Salomone ormai empio, il Signore non riesce a negare il proprio amore: <Ma non gli strapperò tutto il regno; una tribù la darò a tuo figlio, per amore di Davide, mio servo, e per amore di Gerusalemme, che ho scelto> (1Re 11, 13). Il Signore Gesù che dapprima si schermisce davanti alla richiesta di questa donna, nondimeno se, apparentemente, non si lascia commuovere, si lascia interrogare fino a cambiare, non solo per liberarsi dall’impaccio, ma come riconoscimento di una qualità di fede che si esprime attraverso la qualità della <parola> di questa donna che <era di lingua greca e di origine siro-fenicia> (7, 26) e che pure si rivela capace di parlare la lingua della verità, che usa l’universale alfabeto dell’amore.

Comprendere

V Settimana T.O. –

Sarà in un’altra occasione che, ancora una volta discutendo animatamente con i suoi avversari, il Signore Gesù farà riferimento alla regina di Saba e alla sua sincera ricerca della sapienza. La conclusione può essere posta come portale nella lettura dei testi della liturgia odierna: <ora qui c’è più di Salomone> (Mt 12, 42). Infatti, davanti alla durezza di cuore e alla chiusura interiore di scribi e farisei, così terribilmente intenti a difendere le proprie abitudini mascherandole di pie necessità religiose, al Signore Gesù non rimane che stigmatizzare la mancanza di sapienza che, in questo caso, si identifica con una banale e, per questo più colpevole, mancanza di buon senso che sembra contaminare persino il cuore dei discepoli: <Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?> (Mc 7, 18-19).

Ciò che rende non solo lenti a credere, ma quasi chiusi nel comprendere è la mancanza di attenzione che passa sempre attraverso una buona misura di sana circospezione. Di attenzione e di circospezione sembra essere ricolmo il cuore e la mente della regina di Saba la quale <sentita la fama di Salomone, dovuta al nome del Signore, venne per metterlo alla prova con enigmi> (1Re 10, 1). La regina di Saba non solo mette alla prova la sapienza di Salomone, ma si mostra capace di uno stupore che rivela l’onestà del suo cuore capace di farsi sorprendere e persino di farsi superare in splendore e bellezza. Ciò che la regina di Saba è capace di comprendere ed accogliere, in verità, è che le realtà esteriori sono espressione, rivelazione di ciò che abita il cuore. Per questo, pur ammirando, la regina di Saba è capace di andare oltre le stupende apparenze per cogliere l’origine profonda del successo del re di Israele: <Sia benedetto il Signore, tuo Dio, che si è compiaciuto di te così da collocarti sul trono d’Israele, perché il Signore ama Israele in eterno e ti ha stabilito re per esercitare il diritto e la giustizia> (1 Re 10, 9).

Comprendere è un verbo assai denso nel suo significato e può essere assunto come il verbo proprio ad ogni discepolo: non si tratta solo di ascoltare, non basta neppure semplicemente obbedire è invece necessario prendere-con fino a farsi continuamente sorprendere proprio come la regina di Saba davanti alla reggia in cui vive Salomone. Il lungo viaggio che la regina di Saba affronta pur di verificare personalmente quanto le è stato detto circa la sapienza del re di Israele, può diventare il simbolo di quel viaggio – forse ancora più lungo e impegnativo – che ciascuno di noi deve compiere verso quel <dentro> che è il <cuore> e da cui <escono i propositi del male> (Mc 7, 21), ma da cui escono anche le intuizioni più belle e le risoluzioni più generose. Mettiamoci dunque in viaggio e lasciamoci veramente destabilizzare e ammaestrare dall’ardente desiderio del Signore Gesù di renderci liberi senza fare di noi degli insensibili: <Ascoltatemi tutti e comprendete bene!> (7, 14).

Ascolta

V Settimana T.O. –

La supplica di Salomone risuona sotto le meravigliose arcate del tempio appena costruito e solennemente dedicato, con una preghiera che tocca il cuore di Dio, ma che tocca pure il cuore dell’uomo che, rivolgendosi al suo Creatore, impara ad essere sempre più, in verità, una creatura: <Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo> e aggiunge <Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona!> (1Re 8, 30). Ogni volta che chiediamo al Signore di ascoltarci e lo impetriamo di perdonarci, in realtà, non facciamo che riconoscere di avere un profondo bisogno di continua conversione. Nel vangelo ci troviamo in uno dei momenti di più grande tensione tra Gesù e i farisei i quali <Avendo visto che alcuni suoi discepoli prendevano cibo con mani impure… lo interrogarono> (Mc 7, 2.5). Proprio i farisei e gli scribi, che si vantano di essere così fedeli alle prescrizioni della Legge fino allo scrupolo, si mostrano poco disponibili ad ascoltare e molto più inclini ad interrogare o, più subdolamente, a giudicare: <Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?> (7, 5). 

La risposta del Signore Gesù non è denigratoria del comportamento dei farisei, ma mette in luce la debolezza e l’ambiguità del loro modo di concepire l’osservanza religiosa che rischia di essere più un modo di rassicurarsi socialmente che di aprire dei reali percorsi spirituali: <Bene ha profetato Isaia di voi ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini> (7, 6-7). Con queste parole il Signore Gesù mette il dito direttamente nella piaga di ogni culto che non è capace di trasformare e ravvivare veramente la vita facendo sì che essa sia veramente abitata e continuamente rinnovata da una relazione viva con Dio. Salomone inaugurando il culto nel tempio ricorda a se stesso, al popolo e a Dio il fondamento do ogni espressione religiosa e cultuale che si fonda necessariamente sulla memoria: <Tu mantieni l’alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il cuore> (8, 26).

Se non si resta vigilanti e in perenne esercizio interiore di autentico ascolto è chiaro che non si può che arrivare a meritare il rimprovero cocente del Signore: <Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi> e, come se non bastasse, la conclusione è tremenda: <E di cose simili ne fate molte> (Mc 7, 13). L’ascolto che, come credenti, dobbiamo continuamente a Dio è come se misteriosamente si ritorcesse contro Dio andando a favore di una sorta di auto-ascolto così compiaciuto da diventare compiacente con se stessi: <Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione> (7, 9). Non ci resta che fare nostro uno dei passaggi della splendida preghiera di Salomone per chiedere a Dio di non lasciarci in balia di noi stessi: <Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa> (1Re 8, 29). Si tratta della casa del nostro cuore, di quello spazio intimo e segreto in cui operiamo le nostre scelte più vere e quelle più qualificanti la nostra vita di credenti.

Salire

V Settimana T.O. –

Per ben tre volte nella prima lettura troviamo il verbo <salire> riferito all’arca del Signore che viene collocata finalmente nel tempio costruito da Salomone. Di certo quello che ci viene raccontato nel primo Libro dei Re evoca uno dei momenti più gioiosi della storia di Israele e segna anche un passaggio significativo nel modo di rapportarsi del popolo con il suo Signore. Le parole di Salomone segnano una svolta nel modo di concepire e di sentire la presenza di Dio in mezzo al suo popolo che, infine, si sedentarizza come già hanno fatto le varie tribù: <Il Signore ha deciso di abitare nella nube oscura. Ho voluto costruirti una casa eccelsa, un luogo per la tua dimora in eterno> (1Re 8, 12-13). In una concezione della divinità separata ed eccelsa così come gli Israeliti vedono nei culti dei popoli confinanti e soprattutto nelle mirabili liturgie e architetture egizie, è chiaro che l’intronizzazione dell’arca nella maestosa cornice del tempio viene avvertito come un momento non solo importante, ma persino la fine gloriosa di un percorso cominciato in modo assai più modesto.

Se Dio accetta di <salire> questo naturalmente comporta che la vita del credente non può che essere un continuo <salire> che, talora inavvertitamente, produce una certa distanza e una profonda separazione tanto che: <Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario, la nube riempì il tempio del Signore, e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva il tempio del Signore> (8, 10-11). Risulta chiaro che non c’è possibilità di una com-presenza tra Dio e l’uomo e mentre si intensifica la presenza della divinità, l’umanità è quasi costretta a fare un passo indietro. Salomone è soddisfatto non solo della costruzione del tempio, ma pure dei segni che indicano il gradimento da parte di Dio di quella che era da tutti avvertita come un’ottima soluzione <in eterno> (8, 13).

Il vangelo, però, ci mostra qualcosa di molto diverso e al verbo <salire> che ritma la prima lettura sembra accompagnarsi un movimento di ripida discesa tanto che Gesù e i suoi discepoli: <giunsero a Gennèsaret e approdarono> (Mc 6, 53). Il testo continua dicendo che <Scesi dalla barca…> (6, 54) il Signore viene circondato e sempre più avvicinato da gente di ogni tipo e di ogni provenienza. La presenza del Signore Gesù non solo non crea una distanza, ma neppure richiede una certa separazione sacrale. Al contrario invece di salire e di distanziarsi, il Signore Gesù sembra scendere e avvicinarsi alla nostra umanità suscitando una speranza audace e per certi aspetti sfrontata: <E là dove giungeva, in villaggi o città e campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati> (Mc 6, 56). Non solo Dio non è più lontano, non solo non ha bisogno di mantenere una distanza di sicurezza, ma, al contrario, si fa persino toccare e in questo contatto vivo e profondo sembra essere racchiuso il segreto di un’autentica esperienza di salvezza. 

Quale potenza?

V Domenica T.O. 

Quando si vuole indicare la capacità illuminativa di una lampadina si parla di “potenza” e, l’apostolo Paolo, oggi ci rivela quale sia la potenza di quella <luce> (Mt 5, 14) che siamo chiamati ad essere non solo per noi stessi, ma per il mondo intero. Il Signore Gesù non ha nessun dubbio: <non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa> (5, 14-15). Eppure, questa luce non ci appartiene e la sua fonte non è in noi, ma viene da più lontano. È il frutto di una connessione profonda, come avviene in un impianto elettrico. Questa connessione risale fino alla presenza di Dio dentro di noi, il cui fulgore illumina e rende luminosa la nostra vita. Il profeta Isaia, in uno dei testi più critici contro l’ipocrisia che sovente si trasforma in indifferenza per la sorte e la vita del proprio fratello, mette in relazione profonda la sensibilità religiosa autentica con una capacità e volontà di coinvolgersi veramente nella vita e, soprattutto, nella sofferenza del fratello: <Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto> (Is 58, 8).

Il profeta Isaia non lascia nessun dubbio, questo potrà avvenire ad una condizione che sembra ineludibile e, in ogni modo, necessaria per discernerne il grado di autenticità e di affidabilità: <se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio> (58, 10). L’esempio di Paolo, così come egli presenta se stesso alla comunità cristiana di Corinto, si offre come una guida nel lasciare che si attui in noi questo progressivo mistero di apertura al mistero di una luce di cui siamo chiamati ad essere conduttori e persino trasformatori, in modo che essa possa illuminare senza far saltare: <Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione> (1Cor 2, 3).

La comunità di Corinto era abituata alle tinte e ai sapori forti, essendo molto vivace, ed è proprio a questi cristiani, amanti delle cose appariscenti e delle esperienze rilevanti, che l’apostolo Paolo rivela che la luce del vangelo non è un faro che acceca e confonde, ma assomiglia di più alla fioca luce che si pone accanto al letto di un ammalato o di un bambino per consolare, rassicurare, confortare. Anche a noi, proprio a ciascuno di noi è affidata la luce del Vangelo per poterla donare con discrezione e infinito amore, memori sempre, e in ogni situazione, della conclusione dell’apostolo, una conclusione che diventa un monito e un criterio di discernimento per ogni desiderio ed esperienza di testimonianza: <perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio> (2, 5). Siamo così ricondotti all’altra immagine che il Signore Gesù usa nel Vangelo, quella del sale che, se è vero che non deve perdere il <sapore> (Mt 5, 13), è anche vero che non deve coprire, ma, al contrario, esaltare il sapore proprio e caratteristico di una pietanza. Anche in questo caso la potenza si fa misura discreta e, proprio come avviene in cucina, si apprende, con l’esperienza, a dosare giustamente e sempre più saggiamente.