Convertire… in regalità

III settimana T.Q.

Il lamento di Daniele trova una risposta nella parabola che il Signore Gesù racconta a Simon Pietro per rispondere alla sua domanda sul perdono. Daniele invoca il suo Signore mettendogli davanti la situazione in cui il popolo, per la sua infedeltà, si è venuto a trovare: <Ora non abbiamo più né principe né profeta né capo né olocausto né sacrifico né oblazione né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia> (Dn 3, 38). Il Signore Gesù provato dalla domanda di Pietro, che esprime tutto il suo disagio davanti alla piega che ha preso l’insegnamento e l’esempio del suo Maestro, non trova niente di meglio che raccontare una parabola per toccare il cuore del suo discepolo ed aprirlo ad un modo diverso di considerare i suoi fratelli: <Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi> (Mt 18, 23). Possiamo ben immaginare l’interiore esultazione dell’apostolo davanti all’idea che prima o poi possa e debba arrivare il tempo per <regolare i conti>. La sua attenzione già colma di una certa soddisfazione si fa tutt’orecchi per capire, finalmente, quando e come si potrà fare questa irrinunciabile operazione. La “suspense” aumenta quando il racconto sembra promettere un’ulteriore chiarificazione: <Aveva cominciato a regolare i conti…> ma <costui non era in grado di restituire…> (18, 24-25).

A questo punto tutto si complica! Normalmente, sempre la nostra idea di giustizia “regolativa” si ingarbuglia quando ci troviamo davanti alle situazioni concrete; quando siamo posti davanti alle persone in carne ed ossa; quando dobbiamo misurarci non con l’astrattezza algida dei nostri sistemi, in cui vorremmo costringere gli altri fino a costipare il mondo. Possiamo immaginare l’accelerazione del battito cardiaco di Pietro, perché sentiamo il nostro cominciare ad aumentare la sua corsa: <Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito> (18, 27). Tutti conosciamo bene il seguito della parabola e la sua triste conclusione che sembra invertire la logica secondo cui sono sempre gli altri ad avere un debito nei nostri confronti dimenticando che, almeno con l’Altissimo, siamo comunque in debito e una spada di discernimento pende inesorabile sulle nostre teste: <Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello> (18, 35).

La sfida è quella di diventare capaci di una regalità che ci faccia simili al nostro Signore e Padre in una capacità di <clemenza> e di <grande misericordia> (Dn 3, 42) che non significa passare sulle cose, ma, attraverso la considerazione seria e rigorosa di ogni aspetto della vita, essere sempre più in grado di andare al <cuore> delle situazioni. Questo si rende possibile a partire dalla conoscenza e dalla consapevolezza di ciò che abita e soffre il nostro stesso cuore. Diventare “regali” è il cammino che la Quaresima ogni anno ci propone e ci permette di vivere. Giorno dopo giorno, ci avviciniamo alla contemplazione del mistero della Croce su cui è confitto il <Re dei Giudei> (Gv 19) o, come interpreta astutamente Michelangelo nella Cappella Sistina, <un re dai Giudei>. La croce giudica il nostro cuore non per le sue debolezze che sono insite alla nostra natura, ma per la sua capacità di diventare sempre più regale come l’icona rivelativa del Padre, che è il Crocifisso, il quale dal suo trono e talamo regale che è la croce non fece, che supplicare fino all’ultimo: <Padre, perdonali…> (Lc 23). Non c’è più bisogno di nessun olocausto!

Convertire… il profeta

III settimana T.Q.

Il Signore Gesù si presenta a Nazareth in veste di <profeta> (Lc 4, 24) con un’autocoscienza così nitida da offuscare le aspettative di quanto vivono nella sua <patria>. Eppure, il Signore Gesù non ha nessun timore di rimettersi <in cammino> (4, 30) in un modo diverso da quello sperato, e si mostra così capace di essere annunciatore di una parola e, al contempo, di essere sensibile ad accogliere i messaggi che gli vengono dagli altri e che cambiano, sostanzialmente, il suo programma e il suo desiderio. Gesù ne prende atto senza lasciarsi andare né alla collera né a quella sottile depressione che nasce dalla frustrazione. Per questo è capace di dire una parola: <nessun profeta è bene accetto nella sua patria> (Lc 4, 24) ed è in grado di aggiungere ad essa un gesto ancora più chiaro: <passando in mezzo a loro, si mise in cammino> (4, 30). Nel Vangelo secondo Luca siamo solo agli inizi del ministero di Gesù, eppure tutto sembra già molto chiaro e per il Signore e per quanti sono chiamati a misurarsi – fino a scontrarsi – con il suo annuncio. Questo annuncio crea dentro il cuore dei suoi ascoltatori un combattimento grande: da una parte vi è l’attrazione forte per quello che il giovane maestro può rappresentare e dall’altra, c’è una folle paura che questo modo di intendere le cose di Dio e degli uomini, crei più problemi di quanti, in realtà, ne risolva.

Di questo combattimento, che è anche il nostro, ci parla la prima lettura attraverso l’evocazione della figura della disputa che si accende tra <Naamàn, comandante dell’esercito del re di Aram> che <era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato> (2Re 5, 1) e il profeta Eliseo. Questi sembra non fare nessun caso al rango e si concentra invece sulla necessità che conduce quest’uomo potente fino alla sua porta su consiglio di <una ragazza> (5, 2). Non ci sfuggano i preparativi di Naamàn: <Partì dunque, prendendo con sé dieci talenti d’argento, seimila sicli d’oro e dieci mute di abiti> (5, 5). Si potrebbe dire che il grande cammino interiore che Naamàn è costretto a fare – suo malgrado – è quello di partire carico di beni che sono, potenzialmente, dei doni per ritrovare la guarigione e per tornare carico di qualche zolla <di terra> (5, 17) di Israele dopo che Eliseo <rifiutò> (5, 16) il suo dono. Non sarà facile per Naamàn accettare che Eliseo lo guarisca, non lo lusinghi né si faccia lusingare, bensì lo tratti con un’indifferenza, tale da farlo sentire non molto diverso dai suoi <servi> (5, 13) i quali si dimostrano ben più saggi, perché molto più pratici di lui: <Padre mio, se il profeta ti avesse ordinato una gran cosa, non l’avresti forse eseguita? Tanto più ora che ti ha detto: “Bàgnati e sarai purificato”> (5, 13).

Perché il corpo di questo notabile recuperasse la bellezza e la sanità del <corpo di un ragazzo> (5, 14) era necessario un processo di semplificazione che passa sempre attraverso l’umiliazione di ciò che in noi ci fa sentire talmente speciali da avere sempre bisogno di un trattamento speciale. In realtà forse fu questo ad irritare così tanto i compaesani di Gesù, da pensare non solo di <cacciarlo> ma di precipitarlo dal <ciglio del monte> (Lc 4, 29). Gesù è un profeta che non solletica la nostra fantasia di spettacolarità e la nostra sete di privilegi, ma ci richiama al compito dell’ascolto e della fedeltà al quotidiano nel quotidiano, alla capacità di essere veramente <in cammino> per essere autenticamente <profeta>.

Convertire… la monotonia

II Domenica T.Q. 

La parola dell’apostolo Paolo può essere posta come sfondo alla lunga lettura del vangelo della samaritana: <noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo>. La riflessione di Paolo non si ferma qui ma va avanti come un torrente in piena: <Per mezzo di lui abbiamo, anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. La speranza non delude> (Rm 5, 1-2.5). Al bordo del pozzo di Giacobbe, con delicatezza e forza, il Signore Gesù conduce gradualmente quella donna senza nome che rappresenta bene la nostra umanità assetata di vita e di verità non in modo astratto, ma attraverso una profonda accoglienza che permetta l’emergere sereno del <vero> su se stessi che apre la strada alla <verità> verso la pace rianimando in lei la speranza. Giovanni contestualizza l’incontro in un luogo preciso e simbolicamente forte: <qui c’era un pozzo di Giacobbe> (Gv 4, 6). Come dimenticare che nell’evoluzione interiore della nostra umanità, Giacobbe rappresenta proprio il momento della scoperta dell’amore. Questo è, infatti, il primo patriarca ad innamorarsi fino a pagare con passione il prezzo del desiderio per Rachele. Prendendola per mano, il Signore fa compiere un lungo cammino a questa donna fino a condurla a confessare la sua sete espressa in una confessione di fragilità: <Io non ho marito> (4, 17). Solo questa confessione sincera permette a questa donna di aprirsi finalmente all’incontro con Gesù fino a riconoscere in lui <un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto> (4, 29). Eppure questo non viene percepito né vissuto da questa donna come uno smascheramento imbarazzante, ma come una vera liberazione che permette di uscire dalla ruotine della ripetizione senza <pace> e senza <speranza>.

Il Signore Gesù siede al pozzo come un innamorato che chiede per darsi: <Dammi da bere!> (4, 7). La nota introduttiva della prima lettura è una foto di quello che è lo stato della nostra umanità: <il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua> e per questo <il popolo mormorò contro Mosè> (Es 17, 3). Questa donna non mormora, ma sembra rassegnata a questo quotidiano andirivieni dal pozzo tanto da prendere quasi in giro lo sconosciuto del pozzo non senza dire la verità della sua fatica: <dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua> (Gv 4, 15). La conversazione tra quest’uomo e questa donna è così vera da essere rinfrescante, pacificante, capace di rimettere in moto la speranza. L’acqua indispensabile alla sopravvivenza diventa segno della ripetizione e della routine che assicura la vita. La donna soffre la monotonia di questo continuo andare al pozzo per attingere acqua. Il Signore rompe questa maledizione della ripetizione e della monotonia per aprire un nuovo scenario possibile fino a confessare la sua più grande fatica che la porta a cercare vita in vari <mariti> come a pozzi che danno acqua ma non dissetano veramente perché non sanno dialogare in verità fino a dire tutto <il vero> e mettersi in cammino verso la <verità>. 

La parola di Paolo che ricorda come il Signore ha dato la vita per noi che non lo meritiamo <… dabbene…> si concretizza con il primo passo: accettare di parlare con una donna con cui nessuno accetterebbe di parlare.

Convertir… la monotonie

III Dimanche de Carême 

La parole de l’apôtre Paul peut être posée comme base à une longue lecture de l’évangile de la Samaritaine : «  nous sommes en paix avec Dieu par  notre Seigneur Jésus Christ ». La réflexion de Paul ne s’arrête pas là, mais continue comme un torrent en pleine crue : «  Lui,  qui nous a donné d’avoir accès  par  la  foi à   cette grâce   en

laquelle nous sommes établis et nous nous glorifions dans l’espérance de la gloire de Dieu » (Rm 5, 1-2-5). Au bord du puits de Jacob, avec délicatesse et force, le Seigneur Jésus conduit graduellement cette femme sans nom qui représente bien notre humanité assoiffée de vie et de vérité, de façon non abstraite, mais à travers un accueil profond qui permet l’émergence sereine du «  vrai » sur soi-même ouvrant le chemin à la «  vérité » vers la paix réanimant en elle l’espérance. Jean contextualise la rencontre en un lieu précis et symboliquement fort : «  il y avait là un puits de Jacob » ( Jn 4, 6). Comment oublier que dans l’évolution intérieure de notre humanité, Jacob représente justement le moment de la découverte de l’amour. Celui-ci  est, en effet, le premier patriarche qui tombe amoureux jusqu’à en payer, avec passion, le prix du désir pour Rachel. En la prenant par la main, le Seigneur fait accomplir à cette femme un long chemin jusqu’à l’emmener à confesser sa soif exprimée dans une confession de fragilité : « Je n’ai pas de mari » (4,17). Cette confession sincère permet à cette femme de s’ouvrir finalement à la rencontre avec Jésus pour reconnaître en Lui « un homme qui m’a dit tout ce que j’ai fait » (4, 29). Et pourtant, cela n’est pas perçu, ni vécu par cette femme comme  une révélation embarrassante, mais comme

une vraie libération qui permet de sortir de la routine de la répétition sans « paix » et sans « espérance ».

Le Seigneur Jésus s’assied sur le puits comme un amoureux qui demande à se donner «  donne-moi à boire ! » (4, 7). La note introductive de la première lecture est une photographie de l’état de notre humanité : «  le peuple souffrait de la soif par manque d’eau » et pour cela «  le peuple murmurait contre Moïse » (Es 17, 3). Cette femme ne murmure pas, et semble résignée à cet aller-retour quotidien vers le puits, se moquant un peu de l’inconnu du puits, mais sans cacher la vérité sur son effort : «  donne-moi de cette eau afin que je n’aie plus soif et que je n’aie plus à passer par ici pour puiser » (Jn 4, 15). La conversation entre cet homme et cette femme est si vraie qu’elle en est rafraîchissante, pacifiant, capable de remettre en route l’espérance. L’eau indispensable à la survie devient signe de la répétition et de la routine qui assure la vie. La femme souffre de la monotonie de ce continuel va et vient au puits pour puiser de l’eau. Le Seigneur rompt cette malédiction de la répétition et de la monotonie pour ouvrir un nouveau scénario possible  en la poussant à confesser sa plus grande difficulté qui l’entraîne à chercher la vie dans différents « maris » comme des puits qui donnent de l’eau mais ne désaltèrent pas vraiment car ils ne savent pas dialoguer en vérité pour révéler tout «  le vrai » et se mettre en chemin vers la «  vérité ». 

La parole de Paul qui rappelle comment le Seigneur a donné la vie pour nous qui  ne le méritions pas « …hommes de bien… » se concrétise par le premier pas : accepter de parler avec une femme dont personne n’accepterait de parler.

Convertire… in coraggio

II settimana T.Q.

L’inesauribile vangelo del “Figliol prodigo” o del “Padre misericordioso” che la liturgia di oggi ci regala ancora una volta, rappresenta un pozzo senza fondo per meditare sulla misericordia di Dio e sull’abisso del nostro bisogno di esserne ricolmati come da una sorgente inesauribile come sogna il profeta: <Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati> (Mi 7, 19). Dopo avere riletto o riascoltato questo testo non si può che acclamare in tutta verità e con una meraviglia del tutto nuova: <Qual Dio è come te?> (Mi 7, 18).

Il Signore Gesù con la sua parabola ci mette di fronte alla necessità del coraggio! I tre personaggi infatti si possono rileggere alla luce di una vita vissuta con coraggio – quella del figlio minore – o di una vita trascinata senza il coraggio di chiedere neppure <un capretto per far festa con i miei amici> (Lc 15, 29) completamente assorbiti – nel caso del figlio maggiore – da una logica di dovere paralizzante e soprattutto raggelante ogni anelito di vita divenendo immancabilmente sospettosa per ogni sussulto di vita.

Il figlio minore, nonostante tutto, ha avuto il coraggio di partire ma ancora più dopo essere partito ha avuto il coraggio di ritornare e di ritornare nudo e affamato. C’è più coraggio nel tornare che nel partire e il figlio minore, pur nella sua delinquenza, non si perde di coraggio anche se questo comporta un atto di umiltà che però viene vissuta in modo del tutto nuovo e maturato dopo aver sperimentato l’abisso dell’umiliazione in compagnia dei <porci> (Lc 15, 15) i quali hanno avuto un ruolo fondamentale nel suo processo di coscientizzazione, solo <allora rientrò in se stesso> (Lc 15, 17) 

In questo il ragazzo è degno figlio di suo padre! Il padre infatti è un vero uomo di coraggio: accetta di dividere i beni, accetta di vedere partire il minore e restare in modo alquanto insignificante il maggiore ma lotta nella lontananza – diversa ma uguale dei due figli – per riportarli appena possibile alla vita: <quando era ancora lontano… gli corse incontro> (Lc 15, 20) e ancora <il padre allora uscì a pregarlo> (Lc 15, 28).

Questo padre non si arrende davanti a nessuno dei due figli e in verità sa che sono uguali e ambedue perduti in se stessi e ambedue da rigenerare continuamente alla vita infondendo in loro il coraggio di andare oltre se stessi. Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo si <compiace di usare misericordia> (Mi 7, 18) e usando tutte le sue misericordie in certo modo ci abilita ad interiorizzare nel nostro stesso vissuto questa medesima logica che non si arrende mai e che va sempre avanti: incontro all’altro là dove egli si pone e come gli è concesso di porsi e persino di op-porsi fino a dire: <pascolino in Basan e in Galaad…> (Mi 7, 14)

Di certo ciascuno di noi è figlio e in ciascuno di noi abitano e convivono i due figli della parabola ma la sfida è quella di diventare a nostra volta padri come il padre della parabola. Essere padre secondo il vangelo non significa certo essere riveriti ma essere memori del proprio cammino e dei propri smarrimenti e incoraggiare e sostenere il grande cammino di ritorno, di conversione che fa di un figlio un padre a sua volta. Imitiamo il figlio che ha il coraggio di tornare, imitiamo il figlio che, dopo tante proteste amare, si lascia convincere – questo il testo non lo dice ma ci piace pensarlo e sperarlo – ad entrare. Imitiamo il padre che non si arrende mai né davanti alla partenza del minore né davanti all’indolenza e gelosia del maggiore.

Imitiamo Dio che conserva sempre e comunque la sua <fedeltà e benevolenza> (Mi 7, 20) persino quando sembra un po’ eccessiva. Eppure nessuna festa è degna di questo nome se non c’è un po’ di “eccesso” e, come ricordava amabilmente frère Roger, <il Cristo è venuto ad animare una festa nel più profondo dell’uomo>.

Convertire… il sogno

II settimana T.Q.

Le letture di oggi mettono sotto i nostri occhi due padri – Giacobbe e il Padrone della vigna – e due figli – Giuseppe e il figlio primogenito – e in sottofondo vi è questa idea del padrone della vigna: <Avranno rispetto di mio figlio!> (Mt 21, 37). In questa segreta speranza che fa tutt’uno con una sorta di evidenza affettiva si esprime fino in fondo la bellezza ma anche la rischiosità di ogni legame di predilezione che – non raramente – si trasforma in una sorta di esposizione al pericolo e ad una sorta di inconscia rappresaglia come quella scatenata da Erode, quando il sogno-Gesù era ancora in fasce (Mt 2, 16). Infatti sia Giacobbe che il Padrone della vigna amano il proprio figlio anzi ancora di più poiché <il padre amava lui più di tutti i suoi figli> (Gn 37, 4). Chi ama e chi ama molto è indotto a pensare che anche gli altri non potranno che amare colui che è amato e questo almeno per rispetto a Colui che ama!

Ma la Parola e l’esperienza della vita sembrano dirci proprio il contrario. Laddove ci aspetteremmo che l’amore generi amore ecco che invece esso rischia di generare l’odio. All’immagine di questo amore viscerale di Giacobbe per Giuseppe che rappresenta la memoria vivente dell’amore appassionato per Rachele corrisponde infatti una nota di fraternità alquanto inquietante: <lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente» (Gn 37, 4). Un sentimento la cui intensità è analoga a quello provato da Giacobbe ma che conduce ad un atteggiamento ben diverso nei confronti di Giuseppe e genera una terribile decisione: <venite, uccidiamolo> (Mt 21, 38).

Ci si potrebbe chiedere quale sia la colpa di questi due figli se non quella di essere tali, di essere amati ma è proprio questo essere amati che induce gli altri ad avere bisogno – un bisogno primario – di sopprimere chi è amato per illudersi di superare così finalmente il fatto di non essere amati in quel modo non riuscendo ad accettare di essere amati in modo diverso soprattutto con minore intensità.

Di Giuseppe si dice <ecco il sognatore arriva!> (Gn 37, 19) di Gesù non si dirà molto diverso e sotto la croce non si troverà di meglio che farsi <beffe di lui> (Mc 15, 31). In realtà una cosa è sognare e un’altra illudersi. Il sogno è un dono gratuito che arriva proprio quanto la nostra volontà è addormentata – appunto mentre dormiamo – l’illusione è invece il frutto di un lavoro mentale impegnativo e non raramente perverso.

Ecco perché il sogno – in quanto segno – misteriosamente si avvera sempre mentre l’illusione non ha altro destino che frantumarsi sotto i raggi del sole della verità. Il sogno esige l’abbandono della morte perché viva e si realizzi mentre l’illusione impegna tutte le nostre forze mentali e fisiche ma alla fine si rivela nella sua vanità, nella sua mortalità morti-fera e profondamente morti-ficante. Come distinguere il sogno dall’illusione? Guardando a Giuseppe, guardando al Signore Gesù la risposta sembra semplice: dal prezzo da pagare che è quello di addormentarsi in pace lasciando al sogno di apparire e di compiersi senza di noi, oltre noi e nonostante noi stessi.

Convertire… la porta

II settimana T.Q.

Il testo evangelico del “ricco epulone” che la liturgia offre alla nostra meditazione in questo giorno si apre offrendo lo sfondo di tutto il dramma che sarà presentato in seguito: <C’era un uomo … Un mendicante> (Lc 16, 19-20). E questi due personaggi sono divisi tra loro da una <porta> che rimane chiusa, inesorabilmente chiusa: non v’è nessuna comunicazione tra interno della casa ed esterno, chissà se il ricco si è reso conto che qualcuno <giaceva alla sua porta> (Lc 16, 20)? Chissà se anche alla nostra porta e sulla soglia della nostra vita non giace qualcuno senza che noi ne sappiamo assolutamente nulla… senza che vogliamo saperne nulla!

Luca aggiunge poi una pennellata tutta sua: <perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe> (Lc 16, 21) e con questa nota si dice – senza dirlo – che chi si chiude in “casa propria” è peggio di un cane e di lui ben si può dire con il profeta: <Più fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile> (Gr 17, 9). Si potrebbe parafrasare dicendo che non c’è nulla di più chiuso di una porta che non si vuole aprire.

Per guarire il cuore bisognerebbe dunque imparare dai cani che <venivano a leccare le sue piaghe> ricevendo in cambio non si sa bene cosa visto che Lazzaro era come un cagnolino che cerca di sfamarsi sotto la tavola del ricco, ma la porta è chiusa! Forse la ricompensa per questi cani era solo una carezza e la reciproca compagnia…! Forse! Comunque, più povero è il ricco che <quando viene il bene non lo vede> (Gr 17, 6)!

Ma ecco che la morte spalanca per tutti la sua Grande Porta che non è che l’abisso e il cielo aperti alla cruda verità: ormai non è più possibile non vedere o far finta di non vedere ma <levò gli occhi e vide lontano…> (Lc 16, 23). Quella lontananza che è stata creata, vissuta e coltivata per il tramite di una semplice porta chiusa sulla terra – a un passo l’uno dall’altro – assume la forma definitiva di ciò che spiega tanto amorevolmente Abramo: <tra noi e voi è stabilito un grande abisso> (Lc 16, 26) e non si può più passare da una parte all’altra. Una porta mai aperta si trasforma impercettibilmente ma ineluttabilmente in abisso.

Punizione divina? Forse più semplicemente e più veramente divina esortazione a stare attenti alle porte nella nostra vita, alla porta che è il nostro cuore: solitamente chiuse le porte vanno aperte per far passare l’altro per accoglierlo nella mia intimità e renderlo partecipe del mio bene. Se non apriamo la porta è perché ci sentiamo autosufficienti e se ci sentiamo autosufficienti dobbiamo dimostrare di essere tali non solo nella prosperità ma anche quando <la fiamma mi tortura> (Lc 16, 24). 

Il povero ricco non aveva bisogno di acqua ma di qualcuno che gli bagnasse la lingua con <la punta del dito>: sete di un pur esilissimo contatto che sarebbe stato capace di trasformare l’inferno dell’assoluta distanza e solitudine in un purgatorio capace di purificare il cuore in vista di una comunione più grande. Diamo uno sguardo fuori dalla nostra porta che non ci capiti che qualcuno vi giaccia in compagnia di qualche cane che gli lecca le piaghe: apriamo la porta e imitiamo il buon Samaritano che <gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino> (Lc 10, 34) anche solo con la punta del dito…!

Convertire… in rischio

II settimana T.Q.

È interessante notare come questa madre si ponga tra i suoi figli e Gesù per chiedere a quest’ultimo la garanzia di una carriera per i suoi pupilli, e bisogna apprezzare in questa donna tanto coraggio e l’assoluta assenza di rispetto umano: madre al cento per cento questa donna non vede niente altro che il “bene” dei suoi “figli” e non retrocede davanti a nulla e a nessuno. Forse inserendosi direttamente e quasi brutalmente tra Gesù e i suoi discepoli dopo uno degli scioccanti annunci della passione, riesce persino a dare corpo e voce a ciò che si agita nel cuore di tutti i discepoli, e nondimeno nel nostro stesso cuore.

Ma ecco che il Signore Gesù non risponde alla madre a cui ha chiesto <Che cosa vuoi?> (Mt 20, 21) ma ai discepoli dicendo loro: <Voi non sapete… Potete bere…?> (Mt 20, 22). Gli altri discepoli – cioè noi – si sdegnano ed ecco che il Signore Gesù fa una catechesi anche agli altri – anche a noi – su quel <servire e dare la sua vita> (Mt 20, 28) di cui ogni madre in certo senso è icona anche se talora in toni eccessivi. Infatti, il “materno” non vede altro che il “proprio” figlio, la propria carne ed è l’istinto materno quello non solo di proteggere la vita dei piccoli ma di “stra-vedere” per essi e per tutto ciò non vi può esser biasimo ma una giusta graduale presa di distanza.

Per questo il Signore Gesù supera a piè pari la mediazione della madre e parla direttamente ai figli che sono ormai due dei suoi discepoli per risvegliarli alla loro “adultità” e chiedere una risposta che sia la loro e in cui sappiano coinvolgersi e rischiare a partire non dal fatto di essere “figli della loro madre” ma dal fatto di aver liberamente acconsentito ad essere discepoli di quel <Figlio dell’uomo che sarà consegnato…> (Mt 20, 18).

Qui si colloca la sfida del Vangelo: passare dal “materno” protettivo e incapace di autentico realismo – e perciò stesso fagocitante – al “paterno” libero anch’esso da ogni forma di protettivo paternalismo: <ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio> (Mt 20, 23). Il Signore Gesù chiede ai suoi discepoli di affrancarsi da ogni sorta di protezionismo – simboleggiato dalla richiesta materna – per entrare nella logica del “calice da bere” ossia della capacità generosa di entrare nella volontà del Padre che non risparmia la fatica ma vigila perché ciascuno impari non a conservare la vita ma a darla e persino a rischiarla <appunto come il Figlio dell’uomo che è venuto per dare la sua vita> (Mt 20, 28).

Ogni relazione o atteggiamento “materno” rischia – dopo aver dato la vita – di bloccarne la crescita che significa “dare” a propria volta la vita per assicurare la vita. Non si tratta di proteggere o di raccomandare per evitare la fatica e assicurare il meglio a coloro che amiamo e, primi fra tutti, a noi stessi. Si tratta invece di intercedere come il profeta Geremia: <Ricordati quando mi presentavo a te, per parlare in loro favore…> (Gr 18, 20).

Intercedere non è proteggere ma chiedere al Padre di dare la forza e la sapienza a ciascuno, e prima di tutto a noi stessi, per entrare in quella logica del Regno che non è certo quella del privilegio o del posto assicurato ma quella del rischio a rischio della vita: <poiché essi hanno scavato una fossa alla mia vita> (Gr 18, 20).

L’esempio del profeta Geremia è proprio il contrario di ciò che la <madre dei figli di Zebedeo> (Mt 20, 20) cerca di fare o meglio evitare a suoi figli. Anche il profeta si è comportato davanti a Dio come questa madre appunto <quando mi presentavo a te, per parlare in loro favore, per stornare da loro la tua ira> (Gr 20, 20) ma sempre mettendo gli altri nella condizione – talora non facile da sopportare – di guardare ed assumere la realtà in tutta la sua interezza, nella totalità del rischio.

Visite alle Cappelle 2

– 4 aprile Sabato santo le visite sono sospese
– 5 aprile Domenica di Pasqua: visita guidata ore 11.30
– 6 aprile Lunedì di Pasqua: visite guidate ore 10.30 e 11.30

Convertire… la disparità

II settimana T.Q.

La parola del Signore oggi si rivolge in particolare ai capi, a coloro che hanno un ruolo di guida nel popolo. Saremmo tentati di sentirci quasi esenti dalla necessità di confrontarci con questo testo perché, in realtà, non riguarderebbe noi ma gli altri: quelli che comandano, quelli che contano e, naturalmente siamo sempre inclini a catalogare noi stessi tra quelli che non comandano e che, per varie ragioni, non contano niente.

Peggio ancora si potrebbe partire proprio dai testi del profeta che si rivolge ai <capi> (Is 1,10) e del Signore Gesù che parla alla folla e ai discepoli in modo forte contro gli scribi e i farisei per fare pure noi la nostra critica a quanti, nel nostro vissuto, sentiamo equiparati a questi personaggi e di cui, senza talvolta essere giusti fino in fondo, ci sentiamo vittime dimenticando quanto e come siamo forse vittime ma terribilmente consenzienti nella segreta speranza – prima o poi – di trovarci dall’altra parte della barricata del potere e di tutte le sue logiche e illusioni.

Per questo non possiamo per nulla sottrarci personalmente all’invito e alla verifica a cui questa parola del Signore ci obbliga come sempre. Tutti noi in modo più o meno velato cerchiamo – nei vari ambiti della nostra vita – di conquistarci dei titoli analoghi a quelli da cui ci mette in guardia il Vangelo <Rabbì>, <Padre>. Avere un titolo, ricoprire un ruolo, portare un’etichetta o un cartellino sul bavero della giacca, o un copricapo di un certo colore è un modo abbastanza utile per placare la nostra angoscia nel relazionarci con gli altri mettendoli ad un livello che ci rassicuri: un livello più basso del nostro verso cui possiamo volgere lo sguardo – magari persino con benevolenza – ma non di certo con parità.

Il Signore Gesù è invece lapidario: <voi siete tutti fratelli> (Mt 23, 8). Essere fratelli, essere pari, essere e mettersi sullo stesso piano è l’evangelo della salvezza ma è anche la grande sfida che il Vangelo lancia alla nostra vita. Perché essere e vivere da fratelli significa accettare di essere solo e solamente compagni di strada sulla medesima strada con la semplice differenza di esseri eventualmente messi in cammino un po’ prima o un po’ più tardi… nulla di più! Essere compagni di cammino significa condividere il proprio pane (cum-pane=compagno) nella semplicità di chi non ha bisogno di nascondere né la propria fame né la propria sete, ma è capace di fare partecipe l’altro sia del proprio bisogno che della propria soddisfazione.

Il potere, i titoli, le insegne, i privilegi – <allargano i loro filatteri e allungano le loro frange> (Mt 23, 6) – sono molte volte la maschera dietro cui si cela la grande povertà e il grande dramma di non saper camminare insieme e accanto e, perciò stesso, sono una soluzione peregrina alla solitudine e all’inadeguatezza.

Il Signore Gesù ci indica la via regia per essere come lui “signori, maestri, padri”: affiancarci ai nostri fratelli in cammino dalla Galilea a Gerusalemme e da Gerusalemme ad Emmaus e poi all’indietro (cfr. Lc 24) e condividere così il pane dell’angoscia e quello della consolazione come veri fratelli lasciando che la nostra presenza semplice e vera faccia sentire un ardore nuovo nel cuore che trasformi la lunghezza e la pesantezza del cammino in una passeggiata vissuta in buona compagnia: da fratelli sempre diversi ma comunque pari!