Accogliere… realmente

Settimana del Tempo di Natale

Origene, con la sua consueta profondità e acribia, si lancia nella meditazione del mistero di Cristo Signore chiedendosi in cosa consista quello che potremmo definire lo scatto di rivelazione nell’esperienza di Gesù. L’esegeta alessandrino1 riconosce la differenza proprio in quel <discendere>, cui segue un < rimanere lo Spirito> (Gv 1, 33). Ciò che tocca il cuore di Giovanni Battista mentre vede venire Gesù <verso di lui> (1, 29), è sicuramente il modo di camminare nella storia di colui che il Precursore riconosce come <Figlio di Dio> (1, 34). In Lui, secondo la parola dell’apostolo, possiamo riconoscere i sentieri e i modi per essere a nostra volta non solo <chiamati figli di Dio> me di esserlo <realmente> (1Gv 3, 1). Potremmo dire che il criterio di “realtà” non sta nell’evidenza schiacciante di un’identità che si impone, ma nel modo così semplice e discreto con cui il Signore Gesù si volge <verso> di noi perché noi possiamo volgerci, nella libertà e nella verità, verso di Lui. 

L’apostolo Giovanni traccia per noi l’esigente cammino della discepolanza che – in realtà – più che un impegno, è un orizzonte di desiderio capace di muovere i passi e il cuore: <noi saremo simili a lui> (3, 2). Giovanni Battista riconosce in Gesù che passa il <Figlio di Dio>, ed è posando il nostro sguardo su Gesù, lasciandoci formare dai suoi silenzi e dalle sue parole, dai suoi gesti e dalle sue pause, che possiamo sperare – a nostra volta – di diventare realmente come lui, tanto da essere riconosciuti <figli di Dio>. Da Giovanni Battista possiamo imparare a gestire l’imprevisto e a fare tesoro di quei passaggi significativi che, nella vita,  richiedono attenzione affinché le occasioni che in essa si presentano, non passino senza lasciare un segno e senza riuscire ad aprire a un di più di speranza e di desiderio.

I segni che accompagnano il silenzioso comparire del Verbo fatto carne sulla scena della storia, come un discreto e luminoso passante, sono l’<agnello> e la <colomba> (Gv 1, 32). Sono questi i simboli che permettono a Giovanni Battista di riconoscere ed indicare in Gesù, il compimento pieno delle promesse. Si tratta di due animali immolativi il cui candore è sempre legato al sangue versato. Essi sono memoria del carme del Servo (Is 53, 7; At 8, 31-35) e preannuncio di quell’Ora in cui vengono immolati gli agnelli pasquali e del sangue – versato – di Abele, del sangue che segna le porte pasquali (Es 12), prefigurazione di quelle eterne (Ap 7, 17). Con l’intuizione di chi sa vedere oltre, il Battista coglie l’essenza del mistero di Gesù non facendosi cogliere impreparato dal suo passaggio lungamente atteso e desiderato. Nelle figure della colomba e dell’agnello – così miti nel porsi e così generosi nel darsi – ci è dato di intuire l’abisso di quel grande amore in cui la nostra vita è continuamente rigenerata alla <speranza> che <purifica> (1Gv 3, 3) perché rimotiva continuamente nel dono di se stessi… realmente!


1. Cfr. ORIGENE, Omelie su Isaia, 3, 1.

Accogliere… la fiducia

Settimana del Tempo di Natale

Cominciamo il cammino di questo anno con una parola che può essere non solo programmatica, ma – ancor più profondamente – può fungere da viatico per il nostro viaggio nel tempo che ci è ancora donato: <E ora, figlioli, rimanete in lui, perché possiamo avere fiducia quando egli si manifesterà e non veniamo da lui svergognati alla sua venuta> (1Gv 2, 28). Accogliere il dono della vita nella fede, significa aprirsi sempre di più a un atteggiamento di fiducia che si fonda non su un senso di protezione o di salvaguardia dei propri privilegi nei confronti della vita, ma su un atteggiamento di rischio e di dono. Giovanni Battista ci ri-prende per mano per farci varcare, ancora una volta, la soglia dell’incontro con il Signore Gesù: <Io non sono il Cristo> (Gv 1, 20). Quando il Battista, secondo il suo solito, fa un passo indietro, dimostra la sua grande fiducia nel fatto che la verità di se stesso non risiede in se stesso, ma si invera nella capacità di riconoscere un Altro nel cui volto possiamo trovare la nostra verità.

Siamo così chiamati a compiere questi primi passi del nuovo anno non solo rinnovando la nostra fiducia nella vita, ma convertendo il nostro modo di maturare nella fiducia. Non si tratta di ribadire le proprie disponibilità e possibilità nei confronti della vita, ma di confermare il proprio consenso al piccolo angolo che la vita ci ha ritagliato e in cui siamo chiamati a giocare, generosamente e decisamente, tutta la nostra esistenza: <Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo> (Gv 1, 27). Potremmo accostare a questa professione di fede che è rimando all’altro e, insieme, un continuo ridimensionamento di se stessi, quanto ci viene detto – quasi come monito – nella prima lettura: <Questo vi ho scritto riguardo a coloro che cercano di ingannarvi> (1 Gv 2, 26). Siamo chiamati a sottrarci continuamente all’inganno di un’eccessiva e malaticcia attenzione a noi stessi la quale, spesso inconsapevolmente, ci porta lontano da noi stessi.

Alla domanda che pure tocca la nostra vita: <Tu, chi sei?>, non possiamo che rispondere con una vita basata e impostata sui fondamenti del Vangelo che risplende nella carne del Verbo di Dio fatto uomo per noi, affinché ritrovassimo la fiducia di essere serenamente uomini e donne, senza temere di essere <svergognati> (2, 28). Questo esige di sapersi e volersi riferire non alle proprie radici familiari o alle proprie disponibilità e ai propri doni, ma di saper mettere tutto a servizio della vita con un atteggiamento di piena fiducia unito ad un profondo distacco da se stessi che ci rende liberi – nel senso che ci rende sovrani – da tutti quegli inganni che ci lavorano dentro.

Accogliere…

MADRE di DIO 

Nell’ottava del Natale del Signore risuona, quasi per ravvivare la contemplazione del mistero dell’incarnazione, la parola di Paolo: <Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna> (Gal 4, 4). La Madre di Dio – Maria di Nazareth – ha accompagnato, in modo singolare, tutto il nostro cammino di Avvento e fa tutt’uno con <Giuseppe e il bambino> (Lc 2, 16). Nella scena che si presenta ai pastori non è comunque facile abituarsi, fino in fondo, a questa idea: Dio nato da donna! I primi secoli della vita della Chiesa furono attraversati da molti turbamenti proprio a ragione di questo legame inscindibile tra la Madre e il Figlio di Dio. Non era certo facile da metabolizzare nella cultura ellenistica che una donna fosse <veramente Madre di Dio> come si canta continuamente nella liturgia bizantina. Per gli antichi intuire e dire questo mistero richiedeva una grande fatica intellettuale. Per noi, supportati da secoli di riflessione teologica, la sfida è forse più esistenziale per far lavorare in noi il mistero della divina maternità di Maria dando il frutto da sempre atteso e sperato: <riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli> (Gal 4, 5). Contemplare Maria, quale Madre di Dio, significa rientrare a nostra volta in noi stessi per imitare il tratto più umano-divino di questa donna come noi. In Maria risplende quel modello di umanità possibile e altamente desiderabile riassunta con un primo piano dall’evangelista Luca: <Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore> (Lc 2, 19). Forse tra le cose che la Madre di Dio medita nel suo cuore c’è proprio l’esperienza di benedizione: poter vedere così da vicino <il suo volto> (Nm 6, 25). La benedizione riservata ai sacerdoti che invocavano la divina protezione con le parole: <Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia> (6, 24) è ora offerta a tutti da una donna. Maria, madre del Signore, ci offre di accogliere la benevolenza divina in un bambino <adagiato nella mangiatoia> (Lc 2, 16). Questo bambino può essere non solo <visto> (2, 17), ma anche toccato e abbracciato. Tutto questo cambia il corso della storia facendola ripartire dalle donne e dai bambini… dai più poveri e i più piccoli. Sejourner Truth così si interrogava lottando per i diritti delle donne: <Quel piccolo uomo in nero laggiù dice che una donna non può avere gli stessi diritti di un uomo perché Cristo non era una donna. Ma da dove è venuto il vostro Cristo?>. La solennità con cui iniziamo il nuovo anno ci obbliga a non dimenticare di ripartire col piede giusto. Dobbiamo ripartire sempre da ciò che non si può imporre da sé come un <bambino>, ma chiede di essere accolto con amore. Siamo chiamati a stupirci di nuovo del prodigio di ogni maternità che si invera in ogni uomo e donna che si prende cura di chi è più debole e fragile.

Accogliere… la pienezza e l’inizio

Ottava di Natale

La Colletta della liturgia ci raggiunge nei nostri sentimenti più profondi e, al contempo, ci porta oltre le nostre emozioni per darci l’audacia di nuove decisioni: <Dio onnipotente ed eterno, che nella nascita del tuo Figlio hai stabilito l’inizio e la pienezza della vera fede, accogli anche noi come membra del Cristo, che compendia in sé la salvezza del mondo>. Potremmo mutare la congiunzione in una copula verbale tanto da dire che <l’inizio è la pienezza>! Questo vale anche al contrario, tanto da poter dire che <la pienezza è l’inizio>! Certo si tratta della <vera fede> che si riassume nelle parole che riascoltiamo ancora una volta: <E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi> (Gv 1, 14). L’incarnazione del Verbo è magnificamente inizio e pienezza, proprio perché inaugura quel movimento ancora più segreto ed interiore che dovrebbe rendere presente il Verbo dentro di noi, tanto da farlo presente al mondo, di cui Egli è la <luce vera> (Gv 1, 9), attraverso la concretezza – la carnalità – del nostro vissuto.

Nella prima lettura, le parole dell’apostolo ci ricordano come, non solo l’ultimo giorno dell’anno, ma ogni giorno e momento della vita sono <l’ultima ora> (1Gv 2, 18). Per questo sono l’unica <ora> in cui possiamo testimoniare la nostra resistenza a tutti quegli <anticristi> che abitano, non solo gli anfratti tenebrosi della storia, ma abitano pure il nostro cuore. Nella predicazione dell’autore delle Lettere di Giovanni, l’anticristo è ciò che si oppone alla logica e al respiro dell’incarnazione come luogo, non solo privilegiato, ma imprescindibile, della nostra esperienza di fede secondo la parola dell’evangelista: <Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato> (Gv 1, 18). Per questo ci viene ricordato che non abbiamo alcun bisogno di fare appello a percorsi di “spiritualizzazione deincarnata”, ma che il nostro cammino di <vera fede> si fa nella realtà del nostro corpo, del nostro vissuto concreto, delle nostre sfide quotidiane che ci chiedono di abitare il mondo, alla stessa maniera di come la luce abita le tenebre, vincendole senza sopprimerle: gentilmente e amabilmente.

Un altro anno civile si conclude e la tentazione sarebbe quella di fare delle valutazioni senza dimenticare di fare, contemporaneamente, dei pronostici augurali. Fu la stessa tentazione di Cesare Augusto quando indisse il suo universale censimento, così come era stata la tentazione dello stesso Davide: contare, misurare, valutare. Il mistero del Natale del Signore, di cui celebriamo l’Ottava, si propone come contrappunto alla logica della contabilità, per aprire i nostri occhi sull’abisso di quella <grazia su grazia> (Gv 1, 17) che si può sperimentare solo nell’accoglienza dell’“Imprevisto-Imprevedibile-Improbabile” che si è fatto carne in quel Bambino di Betlemme che, come tutti i bimbi, vive di solo presente e non riesce a concepire né il passato né il futuro. Entriamo allora nella palpitazione e nella respirazione del Verbo fatto carne e, come Lui, diventiamo pura attesa e semplice gratitudine per la vita, volgendoci alla culla in cui sta nascendo – ancora – la nostra divina libertà.

Accogliere… da poveri

Ottava di Natale

Anna è icona di tutti quei poveri che non solo hanno saputo attendere, ma che sono anche capaci di riconoscere e accogliere la realizzazione della loro attesa nei segni – poveri e reali – delle concrete visite del Signore. Nel Tempio, dove forse alcuni – accanto alla normalissima e umilissima famiglia di Nazaret – invocavano la venuta del Messia e fantasticavano sui modi e sui tempi della sua rivelazione ad Israele, Anna, invece, sa riconoscerlo fino ad accoglierlo tra le sue braccia ed indicarlo ai vicini. Mentre l’evangelista Luca ci dice quali sono state le parole di Simeone, di questa vedova ci narra soltanto che <si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme> (Lc 2, 38). Chissà in quanti non avranno certamente ritenuto Anna una <profetessa> (2, 36), ma solo una vecchia visionaria un po’ fuori di sé. Tutto il cammino del Signore Gesù nel Vangelo secondo Luca – un cammino che va da Gerusalemme a Gerusalemme – è incastonato da due figure di donne vedove, capaci di indicare tutta la portata della novità del Vangelo.

Il digiuno e la preghiera sono stati capaci di scavare, nel cuore della vedova Anna, un posto comodo e spazioso per accogliere il Verbo fatto carne. Ciò non sarebbe accaduto se il suo sguardo fosse stato uno sguardo sospettoso su tutto ciò che non viene da se stessi e non corrisponde ai propri criteri e alla propria sensibilità. Possiamo veramente dire che Anna ha saputo incarnare, nella sua lunga vita, ciò cui esorta l’apostolo nella prima lettura: <Scrivo a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è fin da principio> (1Gv 2, 13). Anna, da vera madre, anzi da nonna – e persino da bisnonna – si mostra capace di intuire la verità di questo bambino che, all’apparenza, è come tutti gli altri. Anzi, sarebbe meglio dire che è veramente “come” tutti gli altri, rivelandoci così il dono di misericordia e di grazia di un Dio che non è più da cercare, riconoscere e servire nella straordinarietà e sacralità del Tempio, ma nella realtà quotidiana e banale di ogni vita: <Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret> ed è là – e non a Gerusalemme – che <Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui> (Lc 2, 39-40).

Forse così possiamo capire meglio che cosa intenda l’apostolo quando esorta vivamente: <Non amate il mondo, né le cose del mondo!> (1Gv 2, 15). Dal mistero dell’incarnazione del Verbo e dalle persone che del Verbo fatto carne sono la famiglia allargata, possiamo e dobbiamo imparare ad amare l’ombra del quotidiano, preferendola sempre alle grandi luci dei templi in cui se si riflette la gloria di Dio, ombre che – al contempo – rischiano sempre di farci dimenticare un poco lo stile proprio di Dio. L’evangelista Luca sembra tenerci particolarmente a riconoscere ad Anna il ruolo di <profetessa>, richiamando così la nostra attenzione su un ministero irrinunciabile nella vita della Chiesa e dell’umanità, mistero che è capacità di riconoscere in ogni segno di vita – per quanto fragile, piccolo e oscuro – una rivelazione di Dio che esige tutta la nostra attenzione e l’intero nostro amore.

Accogliere… attraverso gli occhi

Ottava di Natale

Le parole dell’apostolo Giovanni ci accompagnano in questo nostro cammino natalizio e, giorno dopo giorno, rischiarano la nostra comprensione del mistero. Perché questo avvenga è necessario che siano purificati i nostri occhi con il collirio di una più profonda accoglienza delle esigenze e delle conseguenze dell’incarnazione. La <spada> (Lc 2, 35) profetizzata da Simeone alla madre del Signore non è altro che la quotidiana accettazione del cambiamento radicale che la venuta nella carne e nella storia del Verbo di Dio ha creato in modo assolutamente incontrovertibile: <Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre> (1Gv 2, 9). L’apostolo insiste sulla novità assoluta che rappresenta la rivelazione di Dio in Cristo Gesù ed è lui stesso ad insistere che questa novità non è assolutamente una moda passeggera, ma è il frutto di un lungo cammino senza il quale nessun riconoscimento e nessuna accoglienza sarebbero possibili: <non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto da principio> (2, 7).

Di questa continuità capace di assoluta novità il vecchio Simeone si fa oggi icona meravigliosa: un uomo autenticamente “antico” e così poco “vecchio”. Egli ha conservato l’agilità e la semplicità di un bambino senza essere rimasto un infante perché ha maturato – attraverso il tempo realmente vissuto – una sapienza, profondamente radicata nella terra del passato, si protende verso il cielo di ciò che avviene dentro e attorno a lui. Simeone è spiritualmente un parente stretto di Maria e di Elisabetta per la sua docilità allo <Spirito Santo> (Lc 2, 25. 27), ma è anche così simile a Giuseppe essendo come lui <uomo giusto e pio> (2, 25). Eppure, è così diverso da Zaccaria che, proprio nel Tempio verso cui si affrettano i passi e il cuore di Simeone, non fu capace di accogliere la parola di Gabriele tanto che gli fu necessario un lungo tempo di gestazione interiore per aprirsi ad una fede non passata, ma futura.

Mentre i giorni del Natale si susseguono e ci richiedono di lasciarci veramente cambiare e convertire dal mistero che contempliamo, da Simeone siamo chiamati ad imparare ad avere occhi per la vita e soprattutto di non trasformare la devozione spirituale – o sedicente tale – in cecità umana. Le dure parole di Giovanni: <Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi> (1Gv 2, 11) sembrano essere profondamente redente nella vita di Simeone. Quest’uomo i cui <occhi hanno visto la tua salvezza> (Lc 2, 30) fino a farsi testimone di una <luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele> (2, 32) è per noi un maestro e una guida. Mentre ci lasciamo vincere dallo sguardo che poniamo sul bambino che ci rivela il volto del Padre, non possiamo non ricordare quanto abbiamo bisogno che i nostri occhi siano purificati da una luce che possiamo accogliere e mai possiamo generare da noi stessi.

Accogliere… la vita

Santa Famiglia 

Bisogna riconoscere che meditare il mistero della Santa Famiglia non solo non è facile, ma può rivelarsi persino ambiguo. Il rischio è quello di proiettare sulla famiglia di Nazaret i nostri stereotipi, oppure farne una sorta di salva-icona per neutralizzare e sublimare quelle che sono le nostre ferite che generano, persino a nostra insaputa – ma non senza la nostra complicità – una lunga genealogia di paure da cui cerchiamo di metterci al riparo. La celebrazione liturgica è un invito a non proiettare sulla famiglia di Nazaret i nostri desideri, ma bensì a suscitare il desiderio di farci ispirare in quella che è la nostra realtà di relazione, sapendo che, l’unica cosa che veramente accomuna le nostre esperienze a quella della famiglia in cui il Verbo fatto carne è cresciuto, non è l’unicità e l’irrepetibilità – per eccellenza – di privilegi, ma il dramma della vita di ognuno, un dramma che non si ripete mai.

Possiamo porci alcune domande guardando a Gesù, Giuseppe e Maria è questa: su che cosa si fonda la loro famiglia? Rileggendo i testi drammatici con cui l’evangelista Matteo ci parla dell’infanzia di Gesù – la pericope odierna è ritagliata attorno all’episodio terribile e commovente della strage degli innocenti – possiamo osare di dire che la famiglia di Gesù si fonda sulla vita? In che senso e fino a che punto? Infatti, sin dal primo inizio, la <nascita di Gesù Cristo> (Mt 1, 1) si presenta come un evento che richiede una capacità e una volontà serena e forte, necessaria per non accondiscendere più alle semplici prescrizioni della Legge, ma alle prescrizioni talora più gravose della vita. In poche manciate di versetti, vediamo che Giuseppe è chiamato – se pur sostenuto – a fare scelte difficili la cui gravità paterna è ben indicata dall’assoluta mancanza di parole. Quell’<opera buona verso il padre> (Sir 3, 14), di cui ci parla la prima lettura e di cui non abbiamo testimonianza diretta ed esplicita nei Vangeli da parte di Gesù verso Giuseppe, è invece attestata ampiamente da parte del padre verso <il bambino e sua madre> (Mt 1, 14).

La famiglia fondata sulla vita, che è quella in cui il Signore Gesù impara ad affrontare la vita, non è esente dalla fatica e dal rischio,pur potendo contare, come diceva il Cardinal Newman, su <tanta luce quanto basta al primo passo>. Nell’iconografia tradizionale non è pensabile una fuga in Egitto che non abbia anche un asino. Nel testo di Matteo non se ne parla, ma forse è una reminiscenza di ciò che accadde in uno dei momenti più difficili della vita di Abramo quando, partendo per sacrificare il suo amato Isacco: <sellò l’asino> (Gn 22, 3). Oltre e ben più della figura di Abramo, nel cuore di Matteo è sempre presente la figura di Mosè, cui fa riferimento esplicito l’evangelista Giovanni (1, 17). Mosè è la grande guida della Pasqua del popolo di Dio che si lascia dietro le spalle la schiavitù dell’Egitto proprio laddove Giuseppe – quasi accogliendo una pasqua al contrario – deve condurre Gesù per farlo scampare alla morte. Una famiglia fondata sulla vita non può che essere aperta alle continue e inattese pasque nella vita e questo vale per ciascuno di noi. Contemplare il Verbo fatto carne ci fa sentire meno soli: la sua piccolezza, la sua fragilità, la sua povertà, le sue lacrime, i suoi timori e le sue speranze, sono per noi la famiglia, così che ogni esperienza d’amore, anche la più difficile o la più incomprensibile, è una pagina di Vangelo. 

Accueillir… la vie

La Sainte Famille 

Il faut reconnaître que méditer sur le mystère de la Sainte Famille, non seulement n’est pas facile, mais peut même se révéler ambigu. Le risque est de projeter sur la famille de Nazareth nos stéréotypes, ou d’en faire une sorte d’icône-salvatrice pour neutraliser et sublimer nos blessures qui génèrent, peut-être à notre insu – mais non sans notre complicité – une longue généalogie de peurs dont nous cherchons à nous mettre à l’abri. La célébration liturgique est une invitation à ne pas projeter sur la famille de Nazareth nos désirs, mais plutôt à susciter le désir de nous laisser inspirer par ce qui est notre réalité relationnelle, sachant que, l’unique chose qui rassemble nos expériences à celles de la famille où le Verbe fait chair a grandi, n’est pas l’extraordinaire et l’originalité –  par excellence – des privilèges, mais le drame de la vie de chacun, un drame qui ne se répète jamais.

Nous pouvons nous poser quelques questions concernant Jésus, Joseph et Marie : quel est le fondement de leur famille ? En relisant les textes dramatiques dont l’évangéliste Matthieu nous parle de l’enfance de Jésus – l’extrait de ce jour se situe autour de l’épisode terrible et émouvant du massacre des innocents – pouvons-nous oser dire que la famille de Jésus se fonde sur la vie ? En quel sens et jusqu’à quel point ? En fait, depuis le début, la «  naissance de Jésus-Christ » (Mt, 1,1) se présente comme un événement qui demande une capacité et une volonté sereine et forte, nécessaire pour ne pas se conformer aux plus simples prescriptions de la Loi, mais aux prescriptions plus exigeantes de la vie. En quelques bribes de versets, nous voyons que Joseph est appelé – même encouragé – à faire des choix difficiles dont la gravité paternelle est bien indiquée par l’absolu manque de parole. Cette «  bonne œuvre envers le père » (Sir 3,14) dont parle la première lecture et dont nous n’avons aucun témoignage direct et explicite dans les évangiles de la part de Jésus envers Joseph, est pourtant attestée amplement de la part du père envers «  l’enfant et sa mère » (Mt 1,14).

La famille fondée sur la vie, qui est celle où le Seigneur Jésus apprend à affronter la vie, n’est pas exempte de difficultés et de risques, même si elle peut compter, comme le disait le Cardinal Newmann, sur « autant de lumière  que nécessaire pour affronter le premier pas ». Dans l’iconographie traditionnelle, l’on ne peut concevoir une fuite en Egypte sans la présence d’un âne. Dans le texte de Matthieu, l’on n’en parle pas, mais il y a sûrement une réminiscence  dans ce qui arrive dans un des moments les plus difficiles de la vie d’Abraham lorsque, partant pour sacrifier son bien-aimé Isaac : «  il scella l’âne » (Gn 22,3). Au-delà et bien plus que l’image d’Abraham, dans le coeur de Mathieu, la figure de Moïse est toujours présente, et l’évangéliste Jean (1,17) y fait une référence explicite. Moïse est le plus grand guide la la Pâque du peuple de Dieu qui laisse derrière lui l’esclavage de l’Egypte à l’endroit où Joseph – accueillant pratiquement une pâque contraire – doit conduire Jésus pour lui permettre d’échapper à la mort. Une famille fondée sur la vie, ne peut qu’être ouverte aux continuelles et inattendues  pâques de la vie et cela est valable pour chacun de nous. Contempler le Verbe fait chair nous rend moins seuls : sa petitesse, sa fragilité, sa pauvreté, ses larmes, ses peurs et ses espérances, sont pour nous la famille, afin que chaque expérience d’amour, même la plus difficile et la plus incompréhensible, soit une page de l’évangile.

Accogliere… tra bende

San Giovanni evangelista

La corsa notturna dei pastori che si recano a vedere il bambino posto nella mangiatoia secondo la parola rivolta loro dagli angeli, diventa oggi la corsa di Maria di Magdala, quella di Simon Pietro e, soprattutto, quella del discepolo amato. Egli è indicato significativamente come <l’altro> che <corse più veloce e giunse per primo al sepolcro>. L’evangelista, identificato dalla tradizione proprio con questo misterioso discepolo, annota in modo misterioso: <ma non entrò> (Gv 20, 4-5). Come Maria di Magdala che rimane all’esterno del sepolcro e là sarà raggiunta dal Risorto fino a poterne fare un’esperienza completamente nuova ed inedita, così l’altro discepolo che la tradizione ci fa festeggiare qualche giorno dopo il Natale, appena sente l’annuncio di Maria corre a perdifiato. Corre più veloce eppure si arresta davanti alla tomba in una pausa, non solo per attendere di Simon Pietro, ma soprattutto per entrare nel mistero di quello che sta avvenendo. Il discepolo si ferma quasi per annusare nell’aria, con la sua squisita e particolarissima sensibilità, i profumi della risurrezione e poterne riconoscere in modo chiaro e diretto – unico! – i segni: <e vide e credette> (20, 8). 

Rileggere l’inizio della prima lettera di Giovanni nel contesto della sua festa che si colloca nei giorni del Natale ma con il linguaggio proprio della Pasqua è un’occasione unica per cogliere la totalità e l’interezza del mistero. Nella profondità del mistero noi stessi siamo chiamati ad entrare in prima persona per farne esperienza e diventarne testimoni, più che oculari, attendibili: <quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e quello che le nostre mani toccarono del Verbo della vita> (1Gcv 1, 1). Ciò che avvenne davanti alla mangiatoia per i pastori e i magi, avviene davanti al sepolcro ormai vuoto di morte e pieno di vivida luce. L’incarnazione del Verbo che si fece <bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia> (Lc 2, 12) a Betlemme diventa la carne del Risorto il cui profumo emana dalle bende che ne avevano avvolto il corpo straziato come fasce che ne proteggevano l’invincibile vita, ma che non hanno potuto in alcun modo trattenerlo.

Scoto Eriugena, monaco irlandese, così commenta: <La tomba di Cristo è la sacra Scrittura, nella quale i misteri della sua divinità e della sua umanità sono difesi, se posso dire, con una muraglia di roccia. Ma Giovanni corre più veloce di Pietro, poiché la potenza della contemplazione totalmente purificata penetra nei segreti delle opere divine con uno sguardo più acuto e più vivo>1. Molti secoli dopo e in un contesto storico drammatico, Edith Stein meditando sui misteri del Natale attraverso il filo della Liturgia annotava: <La presenza di Giovanni al presepio del Signore ci dice: vedete ciò che è stato preparato per coloro che si offrono a Dio con un cuore puro. Tutta la pienezza inesauribile della vita sia umana che divina di Gesù è magnificamente concessa loro in cambio>2. Ma il presepio e la tomba ci ricordano come questo dono di partecipazione alla vita divina sia avvolto nelle fasce di una semplicità e di un’inermità che richiede l’amore purissimo del discepolo amato <più veloce> nel cogliere i segni della rivelazione di Dio nella carne profumata e straziata del Verbo annichilito e impoverito per amore. Correre è ciò che fa una donna quando si accorge che è giunto il tempo di partorire…!


1. GIOVANNI SCOTO ERIUGENA, Discorso sul prologo di san Giovanni, 2.

2. TERESA BENEDETTA DELLA CROCE, Meditazione per il 6 gennaio 1941

Accogliere… tra le braccia

Santo Stefano

L’abate cistercense Elredo di Rielvaux contemplando il protomartire Stefano lo vede addormentarsi nelle braccia del suo Signore proprio come un ritornato bambino che, nel martirio, ritrova non solo la sua giovinezza ma il suo essere un piccolo del Regno. Di fatto siamo sempre un po’ destabilizzati dalla celebrazione di un martirio all’indomani della solennità così gioiosa della Natività del Signore. Eppure, la memoria di Stefano è ciò che ci aiuta a vivere il Natale come cristiani e non come pagani. Infatti, il gesto con cui Stefano porta a compimento la sua testimonianza è intimamente segnato da una fiducia e un abbandono senza i quali nessuna nascita e nessuna morte in Cristo sarebbero possibili. È lo stesso Luca, che ci offre i racconti più commoventi della nascita del Verbo nella nostra carne, ad offrirci il racconto della prima esperienza di martirio non solo per Cristo, ma secondo il Vangelo. Gli elementi per discernere e distinguere sono proprio la capacità di perdonare: <Signore, non imputare loro questo peccato> (At 6, 60) che sembra essere il frutto di una disponibilità a lasciarsi andare come un bambino nelle braccia di sua madre: <Signore Gesù, accogli il mio spirito> (6, 59). 

Teresa Benedetta della Croce – Edith Stein – così commenta: <Vicinissimo al neonato Salvatore, vediamo santo Stefano. Che cosa ha valso questo posto d’onore a colui che per primo a reso al Crocifisso la testimonianza del sangue? Egli ha realizzato nel suo ardore giovanile ciò che il Signore ha dichiarato entrando nel mondo: “Mi hai dato un corpo. Eccomi, io vengo per fare la tua volontà” (Eb 10,5-7). Ha praticato l’obbedienza perfetta, che affonda le radici nell’amore e si manifesta all’esterno nell’amore. Egli ha camminato sulle orme del Signore in quello che per il cuore umano, secondo la natura, è forse la cosa più difficile, e che sembra addirittura impossibile>1.

Le parole di Teresa Benedetta della Croce confermano l’importanza di questa festa che tinge di rosso porpora i colori delle bianche lane natalizie. Il rischio è sempre quello di accomodarsi e non di lasciarsi scomodare dal mistero dell’incarnazione. Il Natale stesso come festa apparentemente così accomunante, in realtà è una spada che discerne profondamente ciò che è semplice consuetudine e ciò che invece è esperienza e adesione di fede. Le parole di Gesù sono lapidarie: <Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno> (Mt 10, 21). Queste parole vanno meditate davanti al presepio per non rimanere insensibili dinanzi alla meravigliosa profondità del mistero dell’incarnazione che non è una semplice passeggiata, ma un dono così grande che ci rivela fino a che punto siamo amati da Dio e fino a che punto dovremmo amare per Dio tutti i nostri fratelli… perfino e forse prima di tutto i nostri nemici.


1. EDITH STEIN, Meditazione per il 6 Gennaio 1941.