Convertir… faire confiance !

I Dimanche de Carême 

L’apôtre Paul nous aide à mieux saisir le sens de la juxtaposition des lectures choisies pour ce premier dimanche de Carême : «  de même que par la désobéissance d’un seul homme, tous sont devenus pécheurs, ainsi, par l’obéissance d’un seul, tous seront rendus justes » (Rm 5, 19). Paul n’hésite pas à dire qu’Adam «  est l’image de celui qui devait venir » (5, 14) et ceci nous habilite à nous poser la question concernant le sens de cette proximité. En réalité, s’il y a un fort parallèle entre Adam et Jésus, mais, les grands contrastes entre l’attitude et les choix du premier et ceux du second ne manquent pas. Même l’environnement géographique est absolument différent : le «  jardin » (Gn 2, 8) de la première lecture sert de décor au «  désert » (Mt 4, 1) où Jésus fut conduit par l’Esprit juste après son baptême. Le geste de la femme et de l’homme, qui, sous l’instigation du serpent, mangent le fruit de l’unique arbre dont il leur avait été demandé de jeûner se confronte aux «  quarante jours et quarante nuits » (4,2) où jésus jeûne, tout en ayant « faim », il ne cède pas à la facile et magique solution proposée par le «  tentateur ».

Si Jésus et l’humanité naissante sont postés face à face, il nous est proposé de comprendre la  grande différence et la disproportion par laquelle chacun de nous est appelé à se mesurer alors que nous entreprenons le chemin du Carême. Pour Jésus, ce n’est pas une sorte de revanche de l’humanité sur le diable, reportée au temps supplémentaire d’un challenge, c’est bien plus : c’est une révélation de la capacité de l’humanité à résister à la tentation, dans la mesure où elle accepte ses propres limites. Si, en effet, notre humanité dans le jardin de l’Eden s’est laissé enchanter par l’idée de devenir «  comme Dieu qui connaît le bien et le mal » (Gn 3, 5), le Seigneur – au désert –  renonce à tout apanage de sa divinité, en acceptant de miser sur son humanité assumée et accueillie avec toutes ses conséquences et une extrême et absolue confiance en sa relation au Père. Pour Jésus, cette relation divine ne consiste pas à pouvoir davantage comme le lui suggère le diable, mais à avoir toujours plus confiance, en répudiant les trois illusions du pouvoir et de l’extraordinaire : «  Il est écrit… » ((Mt4, 4.7.10). Pour cela, le secret ne réside pas dans le devenir «  comme Dieu », mais dans l’être vraiment «  Fils de Dieu » (4, 3.6) en vivant dans une relation de confiance et d’amour plutôt que de suspicion  et de concurrence

Comme le rappelle Augustin, l’unique thérapie pour guérir la blessure originelle qui risque de brûler encore le coeur de l’humanité dans la vulnérabilité de chaque homme et femme, est «  l’humilité de Dieu » 1. Celle-ci se révèle pleinement dans la façon d’assumer et de porter notre humanité du côté de Jésus. En réalité, la «  transgression d’Adam » (Rm5, 14), dont nous parle l’apôtre Paul, n’est rien d’autre que la révélation d’une incapacité de supporter la propre réalité de notre créature qui, par nature et par grâce, ne peut que vivre en relation sereine avec le Créateur dans une différence qui enrichit et rend joyeux. Si la femme et l’homme ne se sont plus contentés de regarder l’arbre de la connaissance du bien et du mal, mais ont eu besoin de manger le fruit, c’est parce qu’ils se sentaient en difficulté avec cette limite dont le commandement du Seigneur se voulait être un rappel plutôt qu’une limite. Il nous est offert la possibilité et l’opportunité de choisir comment jouer notre vie : dans la liberté d’avoir confiance ou dans la liberté de se débrouiller. Nous sommes appelés chaque jour à vivre le choix radical de faire confiance à Dieu et aux autres, sans jamais céder au péché radical de l’art présumé de se débrouiller.

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1. AUGUSTIN, sur la Trinité, IV,4

Convertire… in banchetto

Sabato dopo Le Ceneri –

La Parola di Dio che ieri abbiamo accolto, attraverso le Scritture, ci ha posto una domanda attraverso quella dei discepoli del Battista: <Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?> (Mt 9, 14). Questa domanda, ritrovata nei primi giorni del nostro cammino quaresimale, è assai intrigante anche perché rimanda direttamente all’esortazione che abbiamo ascoltato all’inizio della Quaresima quando il Signore ci ha richiamato a pregare, amare e digiunare nel segreto e non come se, il nostro digiuno, fosse una performance religiosa. La risposta del Signore alla questione del digiuno diventa esortazione ad entrare in una logica sponsale più sensibile e attenta al fine che si persegue e al modo interiore con cui si pratica piuttosto che alla sua frequenza: <molte volte>! Oggi, ci ritroviamo catapultati direttamente attorno alla <tavola> (Lc 5, 29) dei pubblicani e dei peccatori in casa di Levi. Quest’uomo da essere <seduto al banco delle imposte> (5, 27), si ritrova a presiedere – <nella sua casa> – non un semplice spuntino o un informale aperitivo, ma un <grande banchetto> (5, 29).

Sembra proprio che ci sia sempre qualcuno che si sente imbarazzato, infastidito e forse persino, sottilmente oltraggiato, dalla gioia e dalla serenità. Ed ecco che ancora una volta spunta un’altra domanda che viene catalogata dall’evangelista tra le cose più gravi che si possano fare, visto che la ritiene una mormorazione. Questa volta essa viene dalla parte dei farisei e i loro scribi che forse, per timore di essere umiliati, cercano di raggiungere il Maestro attraverso i suoi discepoli: <Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?> (5, 30). Il Signore Gesù non si avvale della mediazione dei suoi discepoli ma si assume tutta la responsabilità, e forse un po’ di soddisfazione, nel rispondere a scribi e farisei. La sua parola è capace di mettere in chiaro il grande problema del cuore dei suoi interlocutori troppo avvezzo a catalogare con rigore fino ad escludere e marchiare senza pietà. Quanti sono ai loro occhi <pubblicani> e <peccatori> diventano nello sguardo, nel cuore e nella parola di Gesù dei <malati> che, in modo del tutto naturale ed evidente, <hanno bisogno del medico> (5, 31).

In realtà ciò che cambia è lo sguardo e soprattutto ciò che rende tutto diverso è il modo di comprendere che cosa mai voglia significare essere <peccatori>. Per i farisei e gli scribi questa sembra essere una categoria da cui si entra per non uscirne più e questo rafforza l’idea che i <giusti> (5, 32) – di cui si sentono parte – sia anch’essa una specie di club di cui si possiede una sorta di tessera di riconoscimento. Per il Signore Gesù la salvezza non è una questione di club, ma è un banchetto in cui ciascuno mangia secondo la propria fame e in cui, a ciascuno, è data la possibilità di soddisfare il proprio <bisogno>. L’esortazione grave del profeta Isaia ci riguarda e ci riguarda profondamente: <Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore…> (Is 58, 9-10). Il nostro cammino quaresimale ci richiede, personalmente e come comunità di credenti, di imparare a non catalogare, ma ad imitare Levi che da essere al <banco delle imposte> per raggranellare fino ad estorcere, organizza nella sua casa un vero <banchetto> (Lc 5, 29). Secondo gli usi del tempo un banchetto non può che essere a porte aperte e ad esso sono invitati tutti… persino gli scribi e farisei che siamo noi, ma a condizione di non turbarne l’atmosfera di gioia e di <delizia> (Is 58, 14). A questo punto forse capiamo meglio che cosa comporti accogliere e onorare l’appello: <Seguimi!> (Lc 5, 27).

Convertire… il perchè

Venerdì dopo Le Ceneri –

Siamo abituati ormai a ricordarci reciprocamente che la cosa più importante nella vita non è quello che facciamo, ma il “perché” lo facciamo. Sembra che il Signore la pensi proprio come noi. Infatti, il profeta Isaia si sente investito da una missione da compiere con una certa virulenza: <Grida a squarciagola, non avere riguardo, alza la voce come il corno> (Is 58, 1). Continuando a leggere, troviamo che il Signore, per bocca del suo profeta, evoca il rimuginare interiore di quanti dicono di cercare la <vicinanza di Dio> (58, 2) mentre, in realtà, se ne allontanano: <Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai?> (58, 3). Sembra proprio il modo, modernissimo e particolarmente attuale di porsi la questione del digiuno. Ciò avviene persino negli ambienti più devoti ove si ragiona allo stesso modo: a cosa mai serve il digiuno? A questa domanda posta retoricamente – quasi per placare il rimorso della coscienza, si aggiunge tutta una serie di “digiuni” alternativi come quello dalla televisione, dal computer, dalla superficialità… dimenticando così che il gesto del mangiare, che tocca la nostra esperienza e non entra, in realtà, in alternativa con la televisione o internet, è per molti aspetti più profondo perché, innegabilmente, più primordiale.

Attraverso la pratica del digiuno siamo ricondotti alla sorgente del nostro essere creature viventi come tutte le altre. Questa consapevolezza comporta una capacità ritrovata di rapportarci in modo “giusto” al cibo – nella qualità, nella quantità e nella frequenza – e ciò diventa un esercizio che ci aiuta a diventare liberi e responsabili anche in altri ambiti della nostra vita personale e relazionale. Il profeta si fa interprete del disagio di Dio davanti a un modo di digiunare che fa <chiasso> (58, 4) e così ripropone un modo di digiunare capace di rinnovare profondamente il modo personale di essere nel proprio corpo. Esso diventa un esercizio – un’ascesi per quanto questa parola sia quasi temuta! – per stare nel mondo in modo sempre più luminoso ed armonico: <Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?>. E perché non ci siano ambiguità aggiunge: <Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?> (58, 6-7).

Questa parola di Isaia, che la Chiesa ci fa ascoltare volutamente nel primo venerdì di Quaresima in cui tutti i fedeli sono richiamati alla pratica dell’astinenza, non può essere una negazione del digiuno, ma l’orientamento evangelico di una prassi nota da sempre a tutte le forme di ricerca spirituale perché sia vissuta nel modo più luminoso e fecondo… nel modo più nuziale! La parola del Signore, infatti, non è, in realtà, una presa di posizione sul digiuno, ma una risposta ai discepoli di Giovanni che criticano il comportamento dei discepoli di Gesù che <non digiunano> (Mt 9, 14) come loro. Come sempre la risposta del Signore cerca di evitare l’ingerenza e il giudizio e diventa l’occasione per radicalizzare il senso delle pratiche. La risposta di Gesù, così citata per relativizzare il digiuno, in realtà è un modo per sapere perché e come digiunare da <invitati a nozze> (9, 15). Nutrirsi è qualcosa di più che un semplice consumare. Così digiunare evangelicamente, è qualcosa di più che fare astinenza: è aprirsi ad un di più di presenza che passa attraverso un più di vuoto – che dallo stomaco passa alla mente e al cuore – per fare spazio ad un amore più grande, più vero, più nutriente e saziante. La frustrazione evocata esperienzialmente dal digiuno, come privazione di cibo, ci permette di renderci consapevoli della frustrazione più profonda che è quella di privarci della presenza di Dio a motivo delle nostre autosufficienze, dei nostri peccati, dei nostri narcisismi: <Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno> (9, 15). La questione non è più quella di digiunare <molte volte> (9, 14) ma di digiunare in verità per riscoprirsi <invitati a nozze> (9, 15). Questo ci porta ancora più lontano… persino oltre il <perché> digiunare e scoprire, infine, il <per chi> digiuniamo. In una parola: chi amiamo così tanto da rinunciare a noi stessi pur di permettere all’altro un di più di vita.

Convertire… avanti!

Giovedì dopo Le Ceneri –

Il libro del Deuteronomio sembra avere una grande e una sola preoccupazione attorno alla quale tutto, nella vita e nel cammino del popolo e del singolo credente, sembra ruotare: <Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti ad altri dèi e a servirli…> (Dt 30, 17). Uno sforzo di resistenza sembra impegnare l’anima del credente ed è l’impegno costante a non cedere alla tentazione di volgersi indietro per concentrare, invece, tutta la sua attenzione e tutte le sue forze a guardare avanti e a volgersi verso Dio come qualcosa che non sta dietro di noi, ma che sempre ci precede e ci richiama a riprendere ogni giorno il cammino che ci porta, attraverso l’adesione profonda al mistero del nostro cuore, ad una scelta che sia di <vita> (30, 15). La parola del Signore Gesù sembra dare concretezza a questo invito ponendo una condizione che, in realtà, non è altro che una vera e propria chiarificazione: <Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua> (Lc 9, 23).

Si potrebbe riassumere il messaggio che accompagna e orienta i nostri primi passi quaresimali in una parola: mettersi quotidianamente dietro a Gesù per non volgersi mai indietro e andare sempre e solo avanti. Non è difficile immaginare come sia proprio la <croce> nel suo innegabile mistero di sofferenza e di contraddizione ad obbligarci a raccogliere le forze e a concentrarci interamente su quello che è il passo che stiamo per compiere senza indulgere a inutili retrospettive che non farebbero altro che farci perdere ulteriormente tempo ed energie. Se è vero che la parola del Signore si rivolge a ciascuno di noi: <Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà> (9, 24) e ancora più vero che questa parola radica in una constatazione che si fa accettazione piena e consapevole di un modo di stare al mondo che è un vero darsi senza sconti: <Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno> (9, 22).

Da dove viene al Signore Gesù questa chiarezza così inquietante per i suoi discepoli? Certo dalla sua profonda unità con il Padre, ma anche dalla sua capacità di radicare nella storia e nella vita tanto da conoscerne le leggi e i meccanismi più segreti e più fondamentali che fanno guardare avanti nella speranza di <risorgere il terzo giorno>, senza cadere nell’illusione del prezzo amaro che comporta ogni cammino di autenticità capace di non fare sconti a se stessi. Il nostro cammino quaresimale è ancora neonato, eppure la Liturgia ci porta all’essenziale quasi per non permetterci di perdere tempo e di decidere, nella libertà e nella consapevolezza, il cammino che vogliamo abbracciare per essere <come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo> (Sal 1, 3). Dagli alberi e dalle piante possiamo e dobbiamo imparare a stendere le radici e i rami sempre avanti: verso le profondità della terra e le altezze del cielo in un movimento apparentemente così diverso eppure così unico. La parola interrogativa del Signore non può che scavare dentro: <Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?> (Lc 9, 25). In realtà siamo chiamati a percorrere un lungo cammino interiore che ci porti non solo a scegliere la <vita e il bene> (Dt 30, 15) ma il Vivente che ha dovuto <soffrire molto> (Lc 9, 22) perché ha voluto.

Convertire… crescere

Le Ceneri –

Le parole di Gregorio Magno possono darci, come nell’esecuzione di una melodia o di un concerto, il “la” che ci permetta, non solo di intonare il nostro cammino quaresimale, ma pure di sperare, così, di arrivare serenamente fino in fondo: <Quaranta giorni per crescere nell’amore di Dio e del prossimo>. Lo stesso papa aggiunge <Ecco il digiuno che Dio vuole: digiuno attuato nell’amore del prossimo e impregnato di bontà. Dà, quindi, agli altri ciò di cui ti privi, così la penitenza del tuo corpo gioverà al benessere del corpo del prossimo che ne ha bisogno>1. La Quaresima è un tempo per crescere, accettando e amando di far crescere dentro di noi, un’attenzione al <benessere del corpo>, certo, di chi è più povero e bisognoso, ma anche di tutto il corpo della nostra umanità perché ritrovi il suo splendore. Un Padre della Chiesa come Gregorio Magno identificherebbe questo con l’antico splendore della nostra armoniosa vita con Dio, con noi stessi e con il mondo, armonia, che ha bisogno, ogni giorno, di essere ritrovata, risanata e riamata.

In questo senso le parole con cui il Signore Gesù ci spinge ad entrare, come Lui e con Lui, in questo tempo, definito dall’apostolo <favorevole> (2Cor 6, 2), assumono tutto il loro peso di bellezza: <Invece… Invece… Invece…> (Mt 6, 3. 6. 17). In questo solenne <invece>, non siamo chiamati a distinguerci – questo ci farebbe cadere nella stessa trappola dell’ipocrisia che il Signore Gesù denuncia così energicamente – ma siamo invitati a crescere in una consapevolezza che si fa attenzione. Questa consapevolezza, come ogni vera crescita, al momento non può che sfuggire perché ha bisogno di tempo, di calma, di <segreto> (6, 6). Ogni anno la Quaresima diventa l’occasione per non <accogliere invano la grazia di Dio> (2Cor 6, 1) e, se veramente ci apriamo al dono di questa grazia, allora potremo sperimentare, al cuore stesso dei nostri inverni interiori, i germogli di un’indubitabile e profumata primavera. Eppure, ritornando alle parole di Gregorio Magno, sembra proprio che non basti per crescere perché bisogna anche aiutare gli altri a crescere nella speranza e nella fiducia.

L’invitatorio del profeta Gioele sembra ricordarci due cose fondamentali. La prima sta nel fatto che il Signore si presenta così: <misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore> (Gl 2, 13). La seconda è che egli <si mostra geloso per la sua terra e si muove a compassione del suo popolo> (2, 18). Abbiamo davanti a noi un tempo per imparare e sperimentare ancora una volta e, possibilmente un po’ meglio, le qualità del nostro Dio, così da poterci lasciar contagiare dalla verità del suo amore fino. Solo così saremo in grado di dare ad ogni nostro gesto d’amore una qualità di verità che possiamo attingere solo nel profondo e nel segreto della nostra intimità, del nostro <cuore> (2, 13). In realtà, il cammino della Quaresima, se vuole prepararci alla celebrazione della Pasqua del Signore come cuore della sua rivelazione, vuole ancora di più riportarci alla nostra intimità perché il nostro cuore perché sia sempre più se stesso. Il primo passo di questo cammino sembra essere proprio quello di un riconoscimento tanto sereno quanto serio: <Sì, le mie iniquità io le riconosco> (Sal 50, 5). L’itinerario è racchiuso tra due simboli: la scintilla che farà divampare il fuoco nella notte di Pasqua sembra e la cenere delle nostre fragilità e dei nostri peccati sotto cui questo fuoco sembra covare. Il dono segreto di questa fiamma è il segreto dono che speriamo dalla nostra quaresima in cui impariamo a crescere nella logica della più pura gratuità: a Dio attraverso la preghiera, agli altri nell’attenzione della carità, a noi stessi nel segno del digiuno. Se saremo fedeli alle leggi e ai modi del combattimento spirituale ritroveremo, alla fine di questo cammino, la capacità di cantare la nostra vita, dall’inizio alla fine, in un’armonia giusta e piacevole. Perché questo avvenga è necessario prendere la nota giusta per non faticare troppo, né nelle note più alte né in quelle più basse, per crescere in autenticità.


1. GREGORIO MAGNO, Omelie sui Vangeli, 16, 5.

Dimenticare

VI Settimana T.O. –

La domanda che il Signore Gesù rivolge ai suoi discepoli può diventare un’occasione preziosa per fare un serio e sereno esame di coscienza sulla nostra vita: <Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?> (Mc 8, 17-18). Si potrebbe applicare forse ai discepoli, ma sicuramente a noi stessi il detto: <Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire>. Infatti, i discepoli che si ritrovano sulla barca insieme a Gesù cadono nella stessa attitudine dei farisei da cui il Signore sta cerando in tutti i modi di prendere le distanze: il vizio della discussione che, facilmente, scivola nella mormorazione. Se nei confronti dei farisei ieri abbiamo sottolineato come al Signore non resti altro da fare se non allontanarsi, in mezzo al lago e a bordo della stessa barca la reazione è diversa: vengono poste ben sette domande attraverso le quali siamo aiutati a renderci conto di quanto sia indurito il nostro cuore. Il vero problema non è aver <dimenticato di prendere dei pani> (8, 14) ma di aver fatto sì che il cuore si sia lasciato andare alla dimenticanza e per questo si ritrova ad essere come un pezzo di pane dimenticato da qualche parte e che non serve più a nutrire.

Una delle pi terribili forme di dimenticanza è quella che rammenta l’apostolo Giacomo: si tratta della confusione tra la <prova> e la <tentazione> (Gc 1, 12). Se le due cose sembrano essere assai vicine tanto da avere la tendenza persino a identificarle rimane il fatto che <Dio non può essere tentato dal male ed egli non tenta nessuno> (1, 13). Ma questo non toglie, anzi esige che ciascuno di noi passi attraverso il crogiolo della prova che mette a nudo quali sono le vere preoccupazione e attenzioni del nostro cuore… in una parola le sue tentazioni. Rischiamo infatti di ricordarci più facilmente di ciò che nella nostra vita è stato duro e dimentichiamo spesso la forza che ci è stata data nell’ammollare il pane della tribolazione nel latte della compassione e della benevolenza che lo ha reso ancora più gustoso e nutriente. Come spiega Origene: <i pani che avevano sulla riva precedente non erano più utili ai discepoli passati all’altra riva, per questo i discepoli, nel partire per l’altra riva, avevano tralasciato di portare dei pani e dimenticato di prenderli con loro>1.

Si potrebbe dire, seguendo il ragionamento del dottore alessandrino, che i discepoli hanno fatto bene a partire senza preoccuparsi di prendere del pane avendo con sé il Signore Gesù. Ma noi stessi facciamo esperienza di quanto sia poi difficile credere – una volta lontani dalla sicurezza e dalle opportunità della terra ferma – che veramente non abbiamo bisogno di nulla perché abbiamo tutto con noi, tutto in noi. Lo stesso Origene continua riprendendo la raccomandazione del Signore: <Chi non userà più del lievito dei farisei deve fare un cammino: per prima cosa “vedere” e, per seconda, “stare attento” a che per cecità o disattenzione non si prenda parte al loro lievito proibito>. Proibito è il lievito della sfiducia che fa crescere in noi la paura tanto da farci <ingannare> (Gc 1, 16).


1. ORIGENE, Commento al Vangelo di Matteo, XII, 5.

Prova

VI Settimana T.O. –

Un termine accomuna le due letture della liturgia odierna: <prova> (Mc 8, 11 e Gc 1, 2). Così pure un orizzonte si apre allo sguardo del nostro cuore come possibile cammino di conversione: la <perfetta letizia> (Gc 1, 2). Sembra che la Parola di Dio voglia creare una difficile ma forte corrispondenza tra la capacità di attraversare le prove della vita e la speranza di trovare nella propria vita una vera letizia. Mentre i farisei e noi stessi con loro continuano a chiedere <un segno dal cielo, per metterlo alla prova> (Mc 8, 11), il Signore sembra rimandare noi e loro alla prova propria della nostra vita come il segno che siamo chiamati ad accogliere e ad interpretare. Marco annota che Gesù <respirò profondamente> (8, 12) quasi a significare quanto sia difficile trattenere una certa collera dinanzi a tanta durezza di cuore e di mente.

La risposta è secca e solenne: <Non sarà dato alcun segno a questa generazione> e il sentimento di esasperazione di Gesù davanti a questa insistenza risulta chiaro: <Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva> (8, 13). Siamo invitati a serbare nel cuore la memoria di questo gesto forte del Signore Gesù il quale, stufo, del nostro rincorrere segni diversi e apparentemente più grandi di quelli che la nostra vita pone già sul nostro cammino, si allontana decisamente da noi lasciandoci soli e, in certo modo, da soli con i nostri sogni di risposte eclatanti. Si tratta invece di imparare la <sapienza> (Gc 1, 5) proprio dalla concretezza a cui fa continuamente riferimento la lettera di Giacomo. La sfida è quella di restare saldi davanti a tutto ciò che siamo e che la vita ci chiede di vivere <sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi> (Gc 1, 3-4). San Pier Damiani annota in una sua lettera: <Per questo l’orefice  batte l’oro con il martello per renderlo più puro dalle scorie. Per questo la lima raschia con insistenza, perché la naturale lucentezza del metallo appaia più chiaramente. La fiamma saggia i vasi del vasaio, mentre la tribolazione saggia gli uomini giusti. […] Pertanto, o carissimo e dolcissimo fratello, irrobustisci il tuo animo alla pazienza con queste e altre testimonianze della Sacra Scrittura e aspetta lietamente la gioia dopo la tristezza>1.

Si potrebbe concludere che il <segno> (Mc 8, 11) non è per mettere alla prova la verità delle promesse ma è proprio la capacità e l’amore con cui ciascuno attraversa <ogni sorta di prove> (Gc 1, 2) che si rivela segno della nostra interiore verità che non ci permette di essere <oscillante e instabile> (1, 8). Così accogliendo l’invito dell’apostolo non stiamo a guardare se siamo di <umili condizioni> o invece <ricco> (1, 9-10) bensì che cosa riusciamo a “produrre” umanamente parlando in quella che è la nostra condizione perché non ci accada di <seccare> (1, 11) ma di fiorire.


1. PIER DAMIANI, Lettere, 8, 6.

Distillare

VI Domenica T.O. 

Siamo ancora insieme al Signore Gesù, ai suoi apostoli e alla folla, sul monte delle beatitudini dove la Sua parola di consolazione diventa sempre più una parola di esortazione e di orientamento per la vita di ogni giorno, si direbbe, anzi, di ogni momento. All’inizio del lungo vangelo di questa domenica vi è una presa di posizione da parte del Signore Gesù che ha assunto le vesti del Maestro e che si è assiso serenamente sulla cattedra di Mosè, facendosi mediazione della parola di Dio per ogni uomo: <Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento> (Mt 5, 17). Possiamo e dobbiamo cogliere questo movimento di compimento nel duplice dinamismo del mettere in pratica e dell’amplificare. Del resto, è sempre vero che quando un insegnamento viene realmente accolto e incarnato, concretamente e veramente nella propria vita, non può che amplificarne ulteriormente il significato, rivelando continuamente nuove sfumature di colore e nuovi accenti.

Lo ricorda l’apostolo Paolo quando dice: <Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito, infatti, conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio> (2Cor 2, 10). La parola dell’apostolo ci permette di trovare la giusta attitudine nei confronti della parola del Signore Gesù. L’ascolto non è, proprio per questo, una semplice registrazione di contenuti, né tantomeno si traduce in una pratica dettata dal timore e tendente a garantirsi una buona posizione nei confronti del volere di Dio. L’ascolto autentico è un’operazione di dilatazione interiore che potremmo anche accostare all’opera della distillazione. La parola di Dio è riversata continuamente nei nostri cuori ed è affidata alla nostra vita perché, giorno dopo giorno, venga distillato il nettare della <sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria> (2, 7).

Se rimaniamo in questa immagine della distillazione, allora è più semplice e più efficace comprendere ciò che ci viene ricordato nella prima lettura: <Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno, se hai fiducia in lui, anche tu vivrai> (Sir 15, 16). La parola di Dio non solo esige di essere messa in pratica, ma esige pure di allargarne e amplificarne sempre di più la comprensione del cuore che avviene attraverso una sua essenzializzazione. Giorno dopo giorno la parola di Dio genera in noi un cuore come quello di Dio che è semplicemente amore che si fa attenzione: una goccia di questo amore contiene una potenza capace di ridurre a nulla l’ignoranza dell’insensibilità e dell’incapacità a desiderare non solo di amare sempre di più, ma di amare sempre meglio. In questa logica di dilatazione essenziale i gesti della preghiera non potranno che essere posti solo <poi> (Mt 5, 24) essendo sempre al primo posto il <tuo fratello>.

Distiller

VI Dimanche T.O. 

Nous sommes encore ensemble avec le Seigneur Jésus, ses apôtres et la foule, sur la montagne des béatitudes où sa parole de consolation devient toujours d’avantage une parole d’exhortation et d’orientation pour la vie de chaque jour, l’on pourrait même dire de chaque moment. Au début de l’évangile de ce dimanche il y a une prise de position de la part du Seigneur Jésus  qui a assumé de revêtir le vêtement du Maître et qui s’est assis sereinement sur la chaire de Moïse, devenant médiateur de la parole de Dieu pour chaque homme : «  Ne croyez pas que je sois venu pour abolir la Loi ou les Prophètes ; je ne suis pas venu abolir, mais apporter le plein accomplissement » (Mt 5, 17). Nous pouvons et nous devons accueillir ce mouvement d’accomplissement dans le double dynamisme de la mise en pratique et de son amplification. Il est d’ailleurs toujours vrai que lorsqu’un enseignement est réellement accueilli et incarné, concrètement et vraiment dans sa propre vie, il ne peut qu’amplifier ultérieurement sa signification, révélant continuellement de nouvelles nuances de couleurs et de nouveaux accents.

L’apôtre Paul nous le rappelle lorsqu’il dit : «  Le Seigneur nous l’a révélé par l’intermédiaire de l’Esprit ; en effet, l’Esprit connaît bien toute chose et même les profondeurs de Dieu » ( 2Co 2, 10 ). La parole de l’apôtre nous permet de trouver la bonne attitude face à la parole du Seigneur Jésus. L’écoute n’est donc pas un simple enregistrement de propos, encore moins leur traduction dans une pratique dictée par la peur  et tendant à nous garantir une bonne position face à la volonté de Dieu. L’écoute authentique est une opération de dilatation intérieure que nous pouvons constater aussi lors de la distillation. La parole de Dieu est reversée continuellement dans nos coeurs et confiée à notre vie pour que, jour après jour, y soit distillé le nectar de la «  sagesse de Dieu, mystérieuse et cachée  que Dieu a établi  pour notre gloire, avant les siècles » (2,7).

Si nous restons dans cette image de la distillation, il est alors plus simple et plus efficace de comprendre ce que l’on nous rappelle dans la première lecture : «  Si tu veux conserver ses commandements, ils te protégeront, si tu as confiance en lui, toi aussi tu vivras » ( Sir 15, 16). La parole de Dieu exige non seulement d’être mise en pratique, mais elle exige aussi d’élargir et d’amplifier toujours d’avantage la compréhension du coeur  qui passe par une essentialisation. Jour après jour, la parole de Dieu génère en nous un coeur comme celui de Dieu qui est simplement amour qui se fait attention : une goutte de cet amour contient une puissance capable de réduire à rien l’ignorance de l’insensibilité et de l’incapacité à désirer, non seulement d’aimer toujours plus, mais d’aimer toujours mieux. Dans cette logique de dilatation essentielle, les gestes de la prière ne pourront qu’être posés «  après » (Mt 5, 24), la première place demeurante toujours «  ton frère ».

Fratelli monaci

V Settimana T.O. –

Michele e Costantino diventano rispettivamente Metodio ossia “colui che fa le cose bene” – possiamo dire: “con metodo”? -, secondo un etimo popolare, e Cirillo cioè “il piccolo signore”, anche in questo caso secondo con etimologia popolare. I due nomi monastici rispecchiano quali siano state la vocazione e la missione dei due fratelli eruditi ed evangelizzatori sino ad “inventare” un alfabeto per cercar di trascrivere una lingua fino allora solo parlata, affinché un popolo avesse le sue memorie e fosse padrone in certo modo della propria storia e del proprio destino. Impegnati a dare ai popoli slavi la Parola attraverso la parola i due fratelli consumano la loro vita tra durezze e contrasti con un mondo, anche ecclesiastico, che non li capisce.

Il testo di Luca che oggi ascoltiamo ci porta a riflettere sulla loro identità profonda. Il passo evangelico che viene proposto per questa festa è, infatti, preceduto da due importanti episodi: la ferma decisione di Gesù di salire a Gerusalemme (9, 51) e l’evocazione della solitudine che attende colui che è chiamato alla sequela del Signore (9, 57ss). Questi due episodi ci fanno capire come mai gli operai siano “pochi” (10,2). È inevitabile che sia così: la sequela comporta un indurire la faccia e un accoglimento della propria solitudine alla scuola del Signore Gesù che non tutti possono consapevolmente accettare. 

La sequela esige decisioni dure e impopolari, come quella dell’Apostolo di volgersi ai pagani (At 13, 46), con tutti i rischi che essa può comportare. Eppure, è solo abbracciando la propria solitudine in nome di una chiamata che si può imparare a viverla e ad amarla. Perché non ci si può aprire all’universalità cantata ed invocata nel salmo responsoriale senza un certo distacco dal proprio mondo. Né si può costruire una vera comunione con qualcun altro senza una previa separazione dal proprio ambiente: è una specie di legge che troviamo già inscritta nella creazione (Gen 2, 24). È un po’ la legge del detto popolare “non si può avere tutto”. Esistono necessarie prese di distanza che sono, in realtà, momenti di dolorosa crescita. Perciò gli operai non potranno mai essere molti. Se a noi è chiesto di pregare è perché essi siano il più possibile pronti per le esigenze del loro lavoro apostolico, ossia per una vita <totalmente dedicata all’attività apostolica> e, nel caso dei due fratelli, alla <intuizione divina di rendere comprensibile e accessibile il messaggio della Rivelazione alle popolazioni> slave, che <fu motivo di unità per tradizioni e culture differenti>1. L’iconografia ci presenta Cirillo e Metodio sempre ieratici e come impassibili, rivestiti di splendidi paramenti che non rivelano la vita povera e durissima che certamente essi hanno condotto. Secondo l’icona, infatti, non conta la cronaca di quanto soffrirono, ma la gloria che hanno raggiunto. Tale gloria è stata, infatti, a ben caro prezzo, come sempre accade a coloro ai quali preme soltanto che la parola del Signore si diffonda (At 13, 49) e sia glorificata.


1. BENEDETTO XVI, Discorso ai pellegrini dell’ex Macedonia del 23 Maggio 2011.