Convertire… in coraggio

II settimana T.Q.

L’inesauribile vangelo del “Figliol prodigo” o del “Padre misericordioso” che la liturgia di oggi ci regala ancora una volta, rappresenta un pozzo senza fondo per meditare sulla misericordia di Dio e sull’abisso del nostro bisogno di esserne ricolmati come da una sorgente inesauribile come sogna il profeta: <Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati> (Mi 7, 19). Dopo avere riletto o riascoltato questo testo non si può che acclamare in tutta verità e con una meraviglia del tutto nuova: <Qual Dio è come te?> (Mi 7, 18).

Il Signore Gesù con la sua parabola ci mette di fronte alla necessità del coraggio! I tre personaggi infatti si possono rileggere alla luce di una vita vissuta con coraggio – quella del figlio minore – o di una vita trascinata senza il coraggio di chiedere neppure <un capretto per far festa con i miei amici> (Lc 15, 29) completamente assorbiti – nel caso del figlio maggiore – da una logica di dovere paralizzante e soprattutto raggelante ogni anelito di vita divenendo immancabilmente sospettosa per ogni sussulto di vita.

Il figlio minore, nonostante tutto, ha avuto il coraggio di partire ma ancora più dopo essere partito ha avuto il coraggio di ritornare e di ritornare nudo e affamato. C’è più coraggio nel tornare che nel partire e il figlio minore, pur nella sua delinquenza, non si perde di coraggio anche se questo comporta un atto di umiltà che però viene vissuta in modo del tutto nuovo e maturato dopo aver sperimentato l’abisso dell’umiliazione in compagnia dei <porci> (Lc 15, 15) i quali hanno avuto un ruolo fondamentale nel suo processo di coscientizzazione, solo <allora rientrò in se stesso> (Lc 15, 17) 

In questo il ragazzo è degno figlio di suo padre! Il padre infatti è un vero uomo di coraggio: accetta di dividere i beni, accetta di vedere partire il minore e restare in modo alquanto insignificante il maggiore ma lotta nella lontananza – diversa ma uguale dei due figli – per riportarli appena possibile alla vita: <quando era ancora lontano… gli corse incontro> (Lc 15, 20) e ancora <il padre allora uscì a pregarlo> (Lc 15, 28).

Questo padre non si arrende davanti a nessuno dei due figli e in verità sa che sono uguali e ambedue perduti in se stessi e ambedue da rigenerare continuamente alla vita infondendo in loro il coraggio di andare oltre se stessi. Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo si <compiace di usare misericordia> (Mi 7, 18) e usando tutte le sue misericordie in certo modo ci abilita ad interiorizzare nel nostro stesso vissuto questa medesima logica che non si arrende mai e che va sempre avanti: incontro all’altro là dove egli si pone e come gli è concesso di porsi e persino di op-porsi fino a dire: <pascolino in Basan e in Galaad…> (Mi 7, 14)

Di certo ciascuno di noi è figlio e in ciascuno di noi abitano e convivono i due figli della parabola ma la sfida è quella di diventare a nostra volta padri come il padre della parabola. Essere padre secondo il vangelo non significa certo essere riveriti ma essere memori del proprio cammino e dei propri smarrimenti e incoraggiare e sostenere il grande cammino di ritorno, di conversione che fa di un figlio un padre a sua volta. Imitiamo il figlio che ha il coraggio di tornare, imitiamo il figlio che, dopo tante proteste amare, si lascia convincere – questo il testo non lo dice ma ci piace pensarlo e sperarlo – ad entrare. Imitiamo il padre che non si arrende mai né davanti alla partenza del minore né davanti all’indolenza e gelosia del maggiore.

Imitiamo Dio che conserva sempre e comunque la sua <fedeltà e benevolenza> (Mi 7, 20) persino quando sembra un po’ eccessiva. Eppure nessuna festa è degna di questo nome se non c’è un po’ di “eccesso” e, come ricordava amabilmente frère Roger, <il Cristo è venuto ad animare una festa nel più profondo dell’uomo>.

Convertire… il sogno

II settimana T.Q.

Le letture di oggi mettono sotto i nostri occhi due padri – Giacobbe e il Padrone della vigna – e due figli – Giuseppe e il figlio primogenito – e in sottofondo vi è questa idea del padrone della vigna: <Avranno rispetto di mio figlio!> (Mt 21, 37). In questa segreta speranza che fa tutt’uno con una sorta di evidenza affettiva si esprime fino in fondo la bellezza ma anche la rischiosità di ogni legame di predilezione che – non raramente – si trasforma in una sorta di esposizione al pericolo e ad una sorta di inconscia rappresaglia come quella scatenata da Erode, quando il sogno-Gesù era ancora in fasce (Mt 2, 16). Infatti sia Giacobbe che il Padrone della vigna amano il proprio figlio anzi ancora di più poiché <il padre amava lui più di tutti i suoi figli> (Gn 37, 4). Chi ama e chi ama molto è indotto a pensare che anche gli altri non potranno che amare colui che è amato e questo almeno per rispetto a Colui che ama!

Ma la Parola e l’esperienza della vita sembrano dirci proprio il contrario. Laddove ci aspetteremmo che l’amore generi amore ecco che invece esso rischia di generare l’odio. All’immagine di questo amore viscerale di Giacobbe per Giuseppe che rappresenta la memoria vivente dell’amore appassionato per Rachele corrisponde infatti una nota di fraternità alquanto inquietante: <lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente» (Gn 37, 4). Un sentimento la cui intensità è analoga a quello provato da Giacobbe ma che conduce ad un atteggiamento ben diverso nei confronti di Giuseppe e genera una terribile decisione: <venite, uccidiamolo> (Mt 21, 38).

Ci si potrebbe chiedere quale sia la colpa di questi due figli se non quella di essere tali, di essere amati ma è proprio questo essere amati che induce gli altri ad avere bisogno – un bisogno primario – di sopprimere chi è amato per illudersi di superare così finalmente il fatto di non essere amati in quel modo non riuscendo ad accettare di essere amati in modo diverso soprattutto con minore intensità.

Di Giuseppe si dice <ecco il sognatore arriva!> (Gn 37, 19) di Gesù non si dirà molto diverso e sotto la croce non si troverà di meglio che farsi <beffe di lui> (Mc 15, 31). In realtà una cosa è sognare e un’altra illudersi. Il sogno è un dono gratuito che arriva proprio quanto la nostra volontà è addormentata – appunto mentre dormiamo – l’illusione è invece il frutto di un lavoro mentale impegnativo e non raramente perverso.

Ecco perché il sogno – in quanto segno – misteriosamente si avvera sempre mentre l’illusione non ha altro destino che frantumarsi sotto i raggi del sole della verità. Il sogno esige l’abbandono della morte perché viva e si realizzi mentre l’illusione impegna tutte le nostre forze mentali e fisiche ma alla fine si rivela nella sua vanità, nella sua mortalità morti-fera e profondamente morti-ficante. Come distinguere il sogno dall’illusione? Guardando a Giuseppe, guardando al Signore Gesù la risposta sembra semplice: dal prezzo da pagare che è quello di addormentarsi in pace lasciando al sogno di apparire e di compiersi senza di noi, oltre noi e nonostante noi stessi.

Convertire… la porta

II settimana T.Q.

Il testo evangelico del “ricco epulone” che la liturgia offre alla nostra meditazione in questo giorno si apre offrendo lo sfondo di tutto il dramma che sarà presentato in seguito: <C’era un uomo … Un mendicante> (Lc 16, 19-20). E questi due personaggi sono divisi tra loro da una <porta> che rimane chiusa, inesorabilmente chiusa: non v’è nessuna comunicazione tra interno della casa ed esterno, chissà se il ricco si è reso conto che qualcuno <giaceva alla sua porta> (Lc 16, 20)? Chissà se anche alla nostra porta e sulla soglia della nostra vita non giace qualcuno senza che noi ne sappiamo assolutamente nulla… senza che vogliamo saperne nulla!

Luca aggiunge poi una pennellata tutta sua: <perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe> (Lc 16, 21) e con questa nota si dice – senza dirlo – che chi si chiude in “casa propria” è peggio di un cane e di lui ben si può dire con il profeta: <Più fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile> (Gr 17, 9). Si potrebbe parafrasare dicendo che non c’è nulla di più chiuso di una porta che non si vuole aprire.

Per guarire il cuore bisognerebbe dunque imparare dai cani che <venivano a leccare le sue piaghe> ricevendo in cambio non si sa bene cosa visto che Lazzaro era come un cagnolino che cerca di sfamarsi sotto la tavola del ricco, ma la porta è chiusa! Forse la ricompensa per questi cani era solo una carezza e la reciproca compagnia…! Forse! Comunque, più povero è il ricco che <quando viene il bene non lo vede> (Gr 17, 6)!

Ma ecco che la morte spalanca per tutti la sua Grande Porta che non è che l’abisso e il cielo aperti alla cruda verità: ormai non è più possibile non vedere o far finta di non vedere ma <levò gli occhi e vide lontano…> (Lc 16, 23). Quella lontananza che è stata creata, vissuta e coltivata per il tramite di una semplice porta chiusa sulla terra – a un passo l’uno dall’altro – assume la forma definitiva di ciò che spiega tanto amorevolmente Abramo: <tra noi e voi è stabilito un grande abisso> (Lc 16, 26) e non si può più passare da una parte all’altra. Una porta mai aperta si trasforma impercettibilmente ma ineluttabilmente in abisso.

Punizione divina? Forse più semplicemente e più veramente divina esortazione a stare attenti alle porte nella nostra vita, alla porta che è il nostro cuore: solitamente chiuse le porte vanno aperte per far passare l’altro per accoglierlo nella mia intimità e renderlo partecipe del mio bene. Se non apriamo la porta è perché ci sentiamo autosufficienti e se ci sentiamo autosufficienti dobbiamo dimostrare di essere tali non solo nella prosperità ma anche quando <la fiamma mi tortura> (Lc 16, 24). 

Il povero ricco non aveva bisogno di acqua ma di qualcuno che gli bagnasse la lingua con <la punta del dito>: sete di un pur esilissimo contatto che sarebbe stato capace di trasformare l’inferno dell’assoluta distanza e solitudine in un purgatorio capace di purificare il cuore in vista di una comunione più grande. Diamo uno sguardo fuori dalla nostra porta che non ci capiti che qualcuno vi giaccia in compagnia di qualche cane che gli lecca le piaghe: apriamo la porta e imitiamo il buon Samaritano che <gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino> (Lc 10, 34) anche solo con la punta del dito…!

Convertire… in rischio

II settimana T.Q.

È interessante notare come questa madre si ponga tra i suoi figli e Gesù per chiedere a quest’ultimo la garanzia di una carriera per i suoi pupilli, e bisogna apprezzare in questa donna tanto coraggio e l’assoluta assenza di rispetto umano: madre al cento per cento questa donna non vede niente altro che il “bene” dei suoi “figli” e non retrocede davanti a nulla e a nessuno. Forse inserendosi direttamente e quasi brutalmente tra Gesù e i suoi discepoli dopo uno degli scioccanti annunci della passione, riesce persino a dare corpo e voce a ciò che si agita nel cuore di tutti i discepoli, e nondimeno nel nostro stesso cuore.

Ma ecco che il Signore Gesù non risponde alla madre a cui ha chiesto <Che cosa vuoi?> (Mt 20, 21) ma ai discepoli dicendo loro: <Voi non sapete… Potete bere…?> (Mt 20, 22). Gli altri discepoli – cioè noi – si sdegnano ed ecco che il Signore Gesù fa una catechesi anche agli altri – anche a noi – su quel <servire e dare la sua vita> (Mt 20, 28) di cui ogni madre in certo senso è icona anche se talora in toni eccessivi. Infatti, il “materno” non vede altro che il “proprio” figlio, la propria carne ed è l’istinto materno quello non solo di proteggere la vita dei piccoli ma di “stra-vedere” per essi e per tutto ciò non vi può esser biasimo ma una giusta graduale presa di distanza.

Per questo il Signore Gesù supera a piè pari la mediazione della madre e parla direttamente ai figli che sono ormai due dei suoi discepoli per risvegliarli alla loro “adultità” e chiedere una risposta che sia la loro e in cui sappiano coinvolgersi e rischiare a partire non dal fatto di essere “figli della loro madre” ma dal fatto di aver liberamente acconsentito ad essere discepoli di quel <Figlio dell’uomo che sarà consegnato…> (Mt 20, 18).

Qui si colloca la sfida del Vangelo: passare dal “materno” protettivo e incapace di autentico realismo – e perciò stesso fagocitante – al “paterno” libero anch’esso da ogni forma di protettivo paternalismo: <ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio> (Mt 20, 23). Il Signore Gesù chiede ai suoi discepoli di affrancarsi da ogni sorta di protezionismo – simboleggiato dalla richiesta materna – per entrare nella logica del “calice da bere” ossia della capacità generosa di entrare nella volontà del Padre che non risparmia la fatica ma vigila perché ciascuno impari non a conservare la vita ma a darla e persino a rischiarla <appunto come il Figlio dell’uomo che è venuto per dare la sua vita> (Mt 20, 28).

Ogni relazione o atteggiamento “materno” rischia – dopo aver dato la vita – di bloccarne la crescita che significa “dare” a propria volta la vita per assicurare la vita. Non si tratta di proteggere o di raccomandare per evitare la fatica e assicurare il meglio a coloro che amiamo e, primi fra tutti, a noi stessi. Si tratta invece di intercedere come il profeta Geremia: <Ricordati quando mi presentavo a te, per parlare in loro favore…> (Gr 18, 20).

Intercedere non è proteggere ma chiedere al Padre di dare la forza e la sapienza a ciascuno, e prima di tutto a noi stessi, per entrare in quella logica del Regno che non è certo quella del privilegio o del posto assicurato ma quella del rischio a rischio della vita: <poiché essi hanno scavato una fossa alla mia vita> (Gr 18, 20).

L’esempio del profeta Geremia è proprio il contrario di ciò che la <madre dei figli di Zebedeo> (Mt 20, 20) cerca di fare o meglio evitare a suoi figli. Anche il profeta si è comportato davanti a Dio come questa madre appunto <quando mi presentavo a te, per parlare in loro favore, per stornare da loro la tua ira> (Gr 20, 20) ma sempre mettendo gli altri nella condizione – talora non facile da sopportare – di guardare ed assumere la realtà in tutta la sua interezza, nella totalità del rischio.

Visite alle Cappelle 2

– 4 aprile Sabato santo le visite sono sospese
– 5 aprile Domenica di Pasqua: visita guidata ore 11.30
– 6 aprile Lunedì di Pasqua: visite guidate ore 10.30 e 11.30

Convertire… la disparità

II settimana T.Q.

La parola del Signore oggi si rivolge in particolare ai capi, a coloro che hanno un ruolo di guida nel popolo. Saremmo tentati di sentirci quasi esenti dalla necessità di confrontarci con questo testo perché, in realtà, non riguarderebbe noi ma gli altri: quelli che comandano, quelli che contano e, naturalmente siamo sempre inclini a catalogare noi stessi tra quelli che non comandano e che, per varie ragioni, non contano niente.

Peggio ancora si potrebbe partire proprio dai testi del profeta che si rivolge ai <capi> (Is 1,10) e del Signore Gesù che parla alla folla e ai discepoli in modo forte contro gli scribi e i farisei per fare pure noi la nostra critica a quanti, nel nostro vissuto, sentiamo equiparati a questi personaggi e di cui, senza talvolta essere giusti fino in fondo, ci sentiamo vittime dimenticando quanto e come siamo forse vittime ma terribilmente consenzienti nella segreta speranza – prima o poi – di trovarci dall’altra parte della barricata del potere e di tutte le sue logiche e illusioni.

Per questo non possiamo per nulla sottrarci personalmente all’invito e alla verifica a cui questa parola del Signore ci obbliga come sempre. Tutti noi in modo più o meno velato cerchiamo – nei vari ambiti della nostra vita – di conquistarci dei titoli analoghi a quelli da cui ci mette in guardia il Vangelo <Rabbì>, <Padre>. Avere un titolo, ricoprire un ruolo, portare un’etichetta o un cartellino sul bavero della giacca, o un copricapo di un certo colore è un modo abbastanza utile per placare la nostra angoscia nel relazionarci con gli altri mettendoli ad un livello che ci rassicuri: un livello più basso del nostro verso cui possiamo volgere lo sguardo – magari persino con benevolenza – ma non di certo con parità.

Il Signore Gesù è invece lapidario: <voi siete tutti fratelli> (Mt 23, 8). Essere fratelli, essere pari, essere e mettersi sullo stesso piano è l’evangelo della salvezza ma è anche la grande sfida che il Vangelo lancia alla nostra vita. Perché essere e vivere da fratelli significa accettare di essere solo e solamente compagni di strada sulla medesima strada con la semplice differenza di esseri eventualmente messi in cammino un po’ prima o un po’ più tardi… nulla di più! Essere compagni di cammino significa condividere il proprio pane (cum-pane=compagno) nella semplicità di chi non ha bisogno di nascondere né la propria fame né la propria sete, ma è capace di fare partecipe l’altro sia del proprio bisogno che della propria soddisfazione.

Il potere, i titoli, le insegne, i privilegi – <allargano i loro filatteri e allungano le loro frange> (Mt 23, 6) – sono molte volte la maschera dietro cui si cela la grande povertà e il grande dramma di non saper camminare insieme e accanto e, perciò stesso, sono una soluzione peregrina alla solitudine e all’inadeguatezza.

Il Signore Gesù ci indica la via regia per essere come lui “signori, maestri, padri”: affiancarci ai nostri fratelli in cammino dalla Galilea a Gerusalemme e da Gerusalemme ad Emmaus e poi all’indietro (cfr. Lc 24) e condividere così il pane dell’angoscia e quello della consolazione come veri fratelli lasciando che la nostra presenza semplice e vera faccia sentire un ardore nuovo nel cuore che trasformi la lunghezza e la pesantezza del cammino in una passeggiata vissuta in buona compagnia: da fratelli sempre diversi ma comunque pari!

Convertire… in consapevolezza

II settimana T.Q.

Le parole del profeta Daniele si intrecciano mirabilmente con quelle del Signore Gesù offrendoci una sorta di tappeto magico con cui volare attraverso la vita senza lasciarci imprigionare da misure troppo strette e anguste per raggiungere invece, gradualmente ma decisamente, <una buona misura, pigiata, scossa e traboccante> (Lc 6, 38).

Tutti noi, ciascuno di noi desidera profondamente essere trattato con larghezza, essere oggetto di benevolenza e di misericordia. Chi, infatti, non ama ricevere regali e doni attraverso cui sentiamo riconosciuto e onorato quel bisogno profondo che ci abita da sempre di essere almeno un poco importanti per la vita dell’altro e, talvolta, persino che l’altro si senta in debito nei nostri confronti… talora pensiamo persino che sia proprio così?!

Eppure, è come se Gesù enunciasse un principio di fuoco: <con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio> (Lc 6, 38). Un principio con cui siamo invitati a confrontarci in ogni momento della nostra esistenza evitando accuratamente di fare solo finta di non giudicare gli altri per poter, semplicemente, esigere che gli altri non rappresentino per noi un costante e pressante invito alla conversione. Talora non giudichiamo – o non esprimiamo i nostri giudizi – semplicemente per non essere scomodati dalle nostre abitudini e potere così continuare indisturbati nel nostro modo di vivere secondo il motto “vivi e lascia vivere”.

Come in ogni parola di salvezza, anche in quella che il Signore ci offre oggi, può penetrare il veleno dell’ipocrisia…! Ed ecco che il profeta Daniele ci viene in aiuto aprendo i nostri occhi su quella che è <la canna per misurare> (Ez 40, 3) l’ampiezza della nostra conformità al Padre <misericordioso> (Lc 6, 36). Il punto di riferimento stabile per il nostro giusto rapporto con gli altri non può essere altro che la consapevolezza: <A te conviene la giustizia, o Signore, a noi la vergogna sul volto> (Dn 9, 7). Essere profondamente consapevoli del fatto che <abbiamo peccato e abbiamo operato da malvagi e da empi> (Dn 9, 5) ci permette di sentire – in prima persona – il bisogno della misericordia e del perdono.

L’incapacità e la in-disponibilità alla misericordia non può avere altra origine se non in una coscienza invincibilmente erronea, incapace di raggiungere la coscienza del proprio limite e del proprio peccato e, con ciò stesso, impossibilitata ad agire come Dio – <misericordioso> (Lc 6, 36) -. Vivere questo, vivere così significa, in realtà, sentire di non avere bisogno di Dio e non temere che egli ci “misuri” (Lc 6, 38) perché siamo misura di noi stessi e Dio non può che essere a nostra misura.

Tutto ciò sarebbe terribile! Perciò dobbiamo stare in guardia! Senza consapevolezza non ci può essere perdono, senza perdono non ci può essere salvezza perché tutto si riduce a misure troppo strette, in-capaci di quel Dio a cui immagine siamo stati creati e verso la cui rassomiglianza siamo incamminati (Gn 1, 26).

Convertire… il progetto

II Domenica T.Q. 

Il nostro cammino quaresimale ci obbliga oggi ad una nuova tappa che ha tutto il sapore di una nuova partenza. Sono passati alcuni giorni dal momento in cui, ricevendo le ceneri, abbiamo ripreso la nostra strada verso la Pasqua come pellegrini che accettano di attraversare il deserto del riconoscimento e della verbalizzazione di tutto ciò che nella nostra vita impedisce la conversione come conformazione al Vangelo. Oggi il Signore Gesù conduce anche noi <in disparte> (Mt 17, 1), con e come i suoi discepoli, dandoci la possibilità di fissare il nostro sguardo sul suo mistero di relazione al Padre e, alla luce di questa, riprendere la strada del desiderio e dell’imitazione. Per due volte in pochi versetti l’apostolo Paolo fa riferimento al <Vangelo> (2Tm 1, 8.10) cui siamo chiamati a conformare la nostra esistenza, riconoscendolo e accogliendolo come il <progetto> della nostra vita, attraverso cui possiamo realizzare – giorno dopo giorno – la nostra <vocazione santa> (1, 9). 

La memoria di Abramo ci ricorda i modi e le esigenze di ogni vocazione: bisogna accettare di ripartire ogni giorno accettando e amando che la strada e il cammino siano la nostra scuola e la nostra casa. La parola rivolta ad Abramo è lapidaria: <Vattene dalla tua terra…> (Gn 12, 1) per camminare verso un futuro che gli appartiene, ma che dovrà scoprire, giorno dopo giorno, e talora persino rettificare e rifare. Così Pietro, Giacomo e Giovanni sono chiamati da Gesù a fare con lui un percorso interiore assai impegnativo e importante che li porterà, infine, a porre il loro sguardo su <Gesù solo> (Mt 17, 8). Come spiega Efrem: <Li condusse sul monte e mostrò loro la sua regalità prima di soffrire, la sua potenza prima di morire, la sua gloria prima di essere oltraggiato, e il suo onore prima di subire l’ignominia. Così, quando sarebbe stato preso e crocifisso, i suoi apostoli avrebbero capito che non era per debolezza, bensì per consenso e di sua iniziativa per la salvezza del mondo>1.

Siamo condotti sul monte per non temere di seguire Gesù verso il suo mistero pasquale, pronti a rileggere ogni passo della nostra vita alla luce di ogni tratto della storia della salvezza, ma puntando direttamente e decisamente a conformare la nostra vita sul modello di quella del <Figlio amato> (17, 5) che è il Figlio offerto e consegnato. La trasfigurazione non mostra un’altra realtà, ma ci presenta la verità della nostra realtà che diventa luminosa se è conforme alla logica del dono di sé. Il tempo di Quaresima ci è dato come occasione per ripartire anche noi sulla parola del Signore che vuole fare, della nostra capacità di camminare insieme, il luogo della benedizione per <tutte le famiglie della terra> (Gn 12, 3). Questo esige che sappiamo andare – in un vero esodo da noi stessi – oltre le nostre abitudini, le nostre paure, le nostre resistenze, per camminare accanto ai nostri fratelli al di sopra di ogni sospetto e di ogni autoriferimento. Solo così ci apriremo ad un ascolto vero, capace di dare alla nostra vita ali sempre più ampie che ci permettano di elevarci al di sopra delle nostre piccinerie fino a renderci capaci di dare la nostra vita come Cristo Signore. Nella misura in cui lo sguardo del nostro cuore si poserà amorevolmente su <Gesù solo>, sarà capace di ritrovare lo sguardo di ogni fratello e sorella che sono la nostra <casa> e la nostra <terra> (Gn 12, 1) di benedizione, luogo sempre possibile di trasfigurazione attraverso uno sguardo d’amore in cui risplende <la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo> (2Tm 1, 10).


1. EFREM SIRO, Omelia sulla Trasfigurazione, 1, 3.

Convertir… le projet

II Dimanche de Carême 

Notre chemin quadragésimal nous engage aujourd’hui vers une nouvelle étape qui porte toute la saveur d’un nouveau départ. Quelques jours se sont écoulés depuis le moment où, en recevant les Cendres, nous avons repris notre route vers Pâques, comme des pèlerins qui acceptent de traverser le désert de la reconnaissance et de la verbalisation de tout ce qui dans notre vie empêche la conversion comme conformité à l’évangile. Aujourd’hui, le Seigneur Jésus nous conduit, nous aussi, «  à l’écart » (Mt 17,1), avec et comme ses disciples, en nous donnant la possibilité de fixer notre regard sur son mystère de la relation au Père, et à la lumière de celle-ci, de reprendre la route du désir et de l’imitation. Deux fois, en peu de versets, l’apôtre Paul fait référence à «  l’évangile » (2Rm1, 8.10) auquel nous sommes appelés à conformer notre existence, en le reconnaissant et en l’accueillant comme le «  projet » de notre vie par qui nous pouvons réaliser – jour après jour – notre «  vocation sainte » (1,9).

La mémoire d’Abraham nous rappelle les modalités et les exigences de toute vocation : il faut accepter de repartir chaque jour en acquiesçant et en appréciant que la route et son parcours soient notre école et notre maison. La parole adressée à Abraham est lapidaire «  Quitte ta terre… » (Gn 12,1) pour marcher vers un futur qui lui appartient, mais qu’il faudra découvrir, jour après jour, et parfois même rectifier et refaire. Ainsi, Pierre, Jacques et Jean sont appelés par Jésus pour faire avec lui un parcours intérieur assez exigeant et important qui les emmènera, finalement, à poser leur regard sur «  Jésus seul » (Mt 17, 8). Comme l’explique Ephrem  le Syrien : «  Il les conduisit sur la montagne et leur montra sa royauté avant de souffrir, son pouvoir avant de mourir, sa gloire avant d’être outragé et son honneur avant de subir l’ignominie. Ainsi, quand il aura été arrêté et crucifié, ses apôtres comprendraient que ce n’était pas par faiblesse, mais bien par consentement et de son initiative pour le salut du monde »1.

Nous sommes conduits sur la montagne pour ne pas craindre de suivre Jésus vers son mystère pascal, prêts à relire chaque pas de notre vie à la lumière de chaque partie de l’histoire du salut, mais pour viser directement et résolument la conformité de notre vie sur le modèle de celle du «  Fils aimé » (17, 5) qui est le Fils offert et soumis. La transfiguration ne montre pas une autre réalité, mais nous présente la vérité de notre réalité qui devient lumineuse si elle est conforme à la logique du don de soi. Le temps du Carême nous est donné comme une occasion pour repartir nous aussi sur la parole du Seigneur qui veut faire de notre capacité à marcher ensemble, le lieu de la bénédiction pour «  toutes les familles de la terre » (Gn 12,3). Cela exige que nous sachions aller – vers un véritable exode de nous-mêmes – au-delà de nos habitudes, de nos peurs et de nos résistances, pour marcher avec nos frères au-dessus de tout soupçon et de toute auto-référence. C’est seulement ainsi que nous nous ouvrirons à une véritable écoute, capable de donner à notre vie des ailes toujours plus amples qui nous permettront de nous élever au-dessus de nos mesquineries jusqu’à nous rendre capables de donner notre vie comme le Christ Seigneur. Dans la mesure où le regard de notre coeur se posera amoureusement sur «  Jésus seul », il sera capable de retrouver le regard de chaque frère et sœur qui sont notre «  maison » et notre «  terre » (Gn 12,1) de bénédiction, lieu toujours possible de transfiguration à travers un regard d’amour où resplendit «  la vie et l’incorruptibilité grâce à l’évangile » (2tm 1, 10).

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1. EPHREM de SYRIE, homélie sur la Transfiguration, 1,3.

Convertire… in straordinario

I settimana T.Q.

La parola con cui il Signore esorta i suoi discepoli, non si contrappone affatto a quanto è stato già annunciato al popolo attraverso Mosè sul Sinai le cui norme sono donate ad una condizione: che siano osservate <con tutto il cuore e con tutta l’anima> (Dt 26, 16). Il cammino quaresimale si offre, ancora una volta per noi, come una lunga strada di ritorno al cuore, con quelle che sono le esigenze e le scommesse di un modo di entrare in relazione con le prescrizioni, uno stile che non può in nessun modo essere legalista ed esteriore, ma che si approfondisce fino ad essere sempre più coinvolgente. La parola del Signore Gesù risuona volutamente provocatoria: <E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?> e aggiunge <Non fanno così anche i pagani?> (Mt 5, 47). Lo straordinario cui il Signore ci invita, non è altro che dare all’ordinario delle relazioni umane, sempre e necessariamente difficili, un respiro talmente profondo da raggiungere e trasformare la radice di ogni umano contatto conferendogli una qualità che potremmo definire divina e che Gesù chiarisce senza dubbio alcuno: <affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti> (5, 45).

Quando il Signore ripete anche a noi che siamo <suo popolo particolare> (Dt 26, 18) ci mette in guardia da ogni particolarismo ed esclusivismo aprendoci, invece, ad un senso di universalità che comincia dalle profondità del nostro cuore, sempre più conforme al nostro Creatore. Lo <straordinario> evocato nel Vangelo diventa allora un vero e proprio modo, del tutto naturale, di stare al mondo e di creare un modo di relazioni che se si gioca nell’orizzontalità delle relazioni quotidiane. Esso è sempre vissuto con lo sguardo fisso verso ciò che è definito come <il Padre vostro celeste> (Mt 5, 48) il cui volto non fa che rammentare quello dei nostri fratelli e persino dei nostri <nemici> (5, 44). La parola del Signore Gesù diventa per noi uno stimolo ad andare ben oltre le nostre ferite, per riandare continuamente – con il cuore e con la mente – a quel mistero di amore che sta a fondamento della nostra vita, mistero da cui possiamo sempre ripartire per amare di più.

La prima forma dell’amore, forse quella più basica, è il rispetto della realtà e dell’alterità di chiunque incroci il nostro percorso esistenziale. Rinunciare alla necessità quasi istintuale di catalogare in <giusti> e <ingiusti>, buoni e cattivi, amici e nemici, è il passo necessario per lasciare che l’altro viva accanto a noi e noi stessi possiamo continuare a vivere nella pace. Nell’atteggiamento del Padre avocato dal Signore Gesù sembra persino esserci una dose di indifferenza che è la forma di quel distacco necessario e di quella solitudine irrinunciabile che ci permette di vivere fino a lasciar vivere gli altri. L’essenziale è fare ogni cosa <con tutto il cuore e con tutta l’anima> (Dt 26, 16). L’importante è saper distogliere lo sguardo dall’orizzontalità deprimente delle nostre paure per elevarlo verso <il Padre> (Mt 5, 48).