Piaghe

S. Brigida

La scelta liturgica della prima lettura per questa festa ci obbliga e meditare sulla figura di Brigida all’insegna di una vita completamente vissuta <per Dio> (Gal 2, 19) che esige il primo passo di essere <morto alla Legge> nel senso di saper superare tutto ciò cui da una vita siamo abituati. Brigida, la cui vita si potrebbe accostare alla figura biblica di Giuditta – vedova bella e ricca – non manca di niente e persino ciò che la vita le ha tolto, un marito, diventa per lei un’opportunità più che un impedimento per poter vivere una vita secondo il suo cuore davanti a Dio nella preghiera e, nel momento del bisogno, sapendo mettere a repentaglio la propria vita per farsi carico delle necessità del suo popolo. Anche Brigida è una donna ricca e bella, a cui non manca nulla e che proprio perché conscia che non le manca nulla accetta di farsi povera e pellegrina per portare <molto frutto> (Gv 15, 8) nella piena e chiara coscienza dell’azione divina che davanti a <un tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto> (15, 2).

Ciò che cambia o più precisamente dà alla vita di Brigda quel pizzico di sale in più che la rende per tutti una luce è la meditazione del mistero pasquale di Cristo Signore e, in particolare la meditazione sulle sue piaghe gloriose. Brigida apprende alla scuola della croce come ogni ferita può diventare feritoia da cui passa un raggio di luce ancora più grande che può rischiarare e riscaldare la vita di quanti rischierebbero di essere schiacciati dal peso di una vita troppo piagata e poco gloriosa. Additando Brigida come co-patrona d’Europa, la Chiesa prega e spera che i nostri popoli del vecchio continente siano capaci di farsi ancora e sempre di più, ambito in cui germina, fiorisce e fruttifica la novità del Vangelo. Novità, nella logica del Vangelo significa sempre un amore più grande anzi più ampio, una sensibilità alle sfide del proprio tempo sempre più profonde e mai un bisogno di arroccarsi o di contrapporsi.

Da Brigida inoltre possiamo e dobbiamo imparare un modo ardente di essere Chiesa e di essere nella Chiesa. Non esitò a farsi –come Caterina e altre donne in ogni tempo –animatrice di una rinnovato amore per la Chiesa e in particolare per il segno della sua unità che è il Vescovo di Roma con grande delicatezza ma pure con indomita chiarezza. La Chiesa, infatti, non è un dono per se stessa ma è un dono di grazia e un sacramento di salvezza per il mondo per cui ha la responsabilità di essere sempre più se stessa e di non ripiegarsi mai su se stessa. La meditazione amorosa <nella contemplazione della passione> come troviamo nella Colletta di oggi, della passione amorosa di Cristo fa percepire a Brigida – come a tante altre mistiche medievali – la forza del sangue. Lei che in quanto madre di otto figli ne conosce i percorsi più segreti e più sublimi, dopo la morte dell’amato marito, dilata ancora di più la conoscenza del sangue dilatando la sua maternità, radicalizzando la sua sponsalità, non abdicando alla sua libertà vedovile.

Madre

S. Maria Maddalena

La parola dell’apostolo Paolo si fa per noi traccia per assumere gli atteggiamenti più giusti e accogliere la testimonianza di Maria di Magdala lasciando che ella formi in noi un cuore di discepoli: <Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così> (1Cor 15, 16). Ciò che ha cambiato lo sguardo di Maria, così dolcemente abituato a vivere e a godere di una grande familiarità con il Signore Gesù, è ciò che ha vissuto ai piedi della croce ove l’amore è stato non solo purificato, ma ulteriormente approfondito. Il beato Charles de Foucauld non esita a rivolgersi a Maria di Magdala con queste parole: <Oh, madre mia, santa Maddalena, per la quale la terra è diventata, dopo il “Maria” di questa mattina, e resterà fino all’ultimo tuo sospiro, un paradiso, perché tu ami Gesù. O santa Maddalena, io questuo l’amore, in nome di Gesù! Datemi l’amore, molto amore e fatemi insieme a voi venir meno dalla felicità ai piedi del nostro beneamato Gesù!>1.

Questo amore è certamente quello che è sbocciato nella frequentazione tra la discepola e il Maestro, ma esso ha dato frutto, nel momento della partecipazione, a quel dono pasquale che, caduto dalla croce come un frutto maturo, ha diffuso tutto il suo profumo nel giardino della risurrezione ove Maria è divenuta nostra madre nella fede amorosa di chi sa attraversare ogni <notte> (Ct 3, 1) senza temere nessun <buio> (Gv 20, 1): né dentro il proprio cuore né dentro le pieghe più dolorose della storia. Tutti i vangeli attestano che ai piedi della croce era presente quel gruppetto fedele di donne che avevano seguito e assistito il Signore Gesù ponendosi al suo servizio nel periodo della sua predicazione. Fra di loro, Maria di Madgala viene nominata per prima. Le parole e i tenerissimi gesti di Cristo avevano suscitato in lei una fede capace di liberarla dal male oscuro del suo travaglio interiore, fino a condurla a rispondere all’amore con altrettanto amore.

La risurrezione non è una rivincita sui propri nemici per i quali la morte sembra avere l’ultima parola, la risurrezione è per coloro che amano – e continuano ad amare – persino nella notte della più assoluta oscurità e per i quali la risurrezione è rivelata come vittoria dell’amore su ogni tenebra di odio. Come Maria di Magdala siamo chiamati, a nostra volta, ad uscire dal <letto> (Ct 3, 1) delle nostre evidenze per andare, ogni giorno, incontro all’aurora, nella segreta certezza che anche se non sperassimo di incontrare nessuno, sempre, potremo essere incontrati e riamati. Come discepoli abbiamo anche noi la nostra avventura quotidiana di rispondere all’amore di Cristo lasciandoci guarire, fino in fondo, dalla paura che tutto sia definitivamente regolato e scontato. Maria di Magdala è nostra compagna di discepolato, ma è pure nostra madre nel discepolato perché, attraverso di lei – e come lei – possiamo veramente osare l’impossibile non solo di un parto verginale, ma di una morte vivificante.


1. CHARLES DES FOUCAULD, Brevi considerazioni sulle feste dell’anno.

Una mano

XVI Settimana T.O.

Possiamo lasciarci emozionare da quella <mano> che si tende anche <verso> di noi e si fa oltre che gesto anche parola: <Ecco mia madre e i miei fratelli> (Mt 12, 49). Tutto il nostro desiderio, tutta la nostra tenerezza può farsi anelito per essere riconosciuti dal Signore come parte irrinunciabile della sua famiglia, come parte amata del suo cuore e della sua intimità. Mentre contempliamo questa mano che si tende verso di noi e ci regala un’identità forse insperata e così cara possiamo fare le nostre le parole del profeta: <Quale Dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità> (Mi 7, 18). È, infatti, il gesto quotidiano del Signore che tende la mano verso di noi a permetterci di entrare e far parte della sua famiglia e non certo il nostro arrampicarci, magarsi subdolamente, per rivendicare un posto di privilegio non nascondendo un certo disprezzo che ci induce a rimanercene <fuori> con un senso sottile di superiorità e di sufficienza.

Il testo del vangelo ci mostra il Signore Gesù serenamente ospitato in una casa che non è la sua né quella dei suoi familiari i quali <stavano fuori e cercavano di parlargli> (Mt 12, 46). Sembra proprio che qualcosa si è rotto tra Gesù e la sua famiglia, forse una delusione resta da metabolizzare e intanto il contatto è rotto, si fa ricorso ad un intermediario forse nella speranza che il Signore faccia un gesto – tipo quello di venire incontro ai suoi parenti – che risani la frattura. Ma ciò non avviene. Invece di tendere loro la mano, attraverso la sua mano traccia un cerchio di appartenenza di ampiezza quasi insopportabile, tanto che la distanza, non solo non viene accorciata, ma diventa intollerabile. Ma quello di Gesù non è un segno di disprezzo, anche se rischia comunque di ferire, è un modo per invitare ad un amore nuovo, che esige sempre che si entri nella casa dell’altro per ritrovarsi a casa presso l’altro.

Certo la parola del profeta ci riguarda profondamente e in verità: <Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà, ad Abramo il tuo amore, come hai giurato ai nostri padri fin dai tempi antichi> (Mi 7, 20). Ma ormai la fedeltà del Signore alle sue promesse non è più circoscritta né, tantomeno, circoscrivibile entro i limiti – non raramente asfittici – del nostro modo di concepire le appartenenze in un senso di esclusività, poiché in modo sempre più sorprendente e generoso non solo <non serba per sempre la sua ira, ma si compiace di manifestare il suo amore> (7, 18). L’unico modo per essere parte della famiglia del Signore Gesù è quello di riuscire a nostra volta <a manifestare il suo amore> e a condividerlo generosamente e non a privatizzarlo. Lasciamoci indicare dalla dolcissima <mano> (Mt 12, 49) del Signore per essere riplasmati ogni giorno come discepoli che cercano di entrare nella <volontà del Padre che è nei cieli> (12, 50).

Piccolo!

XVI Settimana T.O.

Le parole del Signore Gesù sono rivolte prima di tutto a noi e, solo dopo, al mondo: <generazione malvagia e adultera> (Mt 12, 39). Siamo noi gli adulteri in quanto non siamo mai contenti e non siamo mai sazi dei segni con cui Dio accompagna il nostro cammino di vita e per questo volgiamo il nostro cuore ad-altro. Proprio come una persona felicemente sposata, ma che non riesce a circoscrivere la propria esperienza d’amore nella propria coppia e ha bisogno sempre di altre esperienze. Normalmente ci si dice che sarà l’ultima volta come si dice a Dio che sarà l’ultimo dei segni che gli chiederemo e, invece, siamo sempre lì a cercare o a chiedere altro perché incapaci di lasciarci guidare e sostenere da ciò che ci viene quotidianamente donato. Di noi stessi possiamo in verità dire: è inutile fare segni ai ciechi ma ancora più inutile è parlare ai sordi.

Il profeta Michea si rivolge direttamente ad ognuno di noi e quasi aldilà – sarebbe meglio dire precedentemente – alla nostra scelta e pratica di fede: <Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio> (Mi 6, 8). La parola del profeta illumina ulteriormente l’orizzonte del nostro cammino quando riduce – si fa per dire – o meglio concentra la vita spirituale in questo trittico meraviglioso: la giustizia come capacità e volontà di aderire il reale senza fughe; la bontà di chi sa scorgere e accogliere continuamente l’elemento trascendente che sta alla base della propria vita e ci impegna a diventarne limpido riflesso per gli altri; la decisione a camminare insieme a Dio per camminare insieme ai nostri compagni di viaggio a cui va reso il primo e fondamentale servizio di permettere a ciascuno di camminare con il proprio ritmo e il proprio passo.

Michea condisce questo atteggiamento verso la vita con una nota che ne esalta il sapore: <umilmente>. Ciò significa camminare “in verità” che precede e prepara il camminare “nella verità. Si tratta di vivere ogni passo con aderenza, ciò genera la fedeltà al limite della nostra vita che ci rende dunque capaci di resistere ad ogni tentazione di adulterio che è sempre un modo – talora profondamente sofferto – di adulterare la qualità della nostra relazione con Dio che è fondamento di ogni nostra giusta, buona e umile relazione con il prossimo. La domanda di Michea ci viene drammaticamente rivolta durane la Liturgia della Passione del Signore, ogni Venerdì Santo: <Popolo mio che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato?> (Mi 6, 3). Sono le parole di un amante che si rivolge alla persona amata nel dramma di sentire il proprio amore incompreso fino ad essere rifiutato. Come spiega Heinrich Schlier nella passione del Signore che è il <segno> (Mt 12, 38) cui rischiamo di rimanere insensibili: <siamo finalmente di fronte alla giustizia di Dio che è la rivelazione al contempo della sua fedeltà, della sua verità, della sua grazia e della sua gloria>1. Sapremo renderci conto che <qui vi è uno più grande di Giona… più grande di Salomone?> (41-42). Solo questa coscienza di ciò permetterà di rimanere fedeli e non essere adulteri.


1. H. SCHLIER, La résurrection de Jésus Christ, Ed. Salvator, Paris 1969, p. 72.

Indulgenza

XVI Domenica del T.O. –

Indulgenza

Nonostante tutto il buon grano dentro di noi e attorno continua a crescere. Uno dei segni caratteristici del modo di crescere del seme che viene da Dio è la sua liberà di crescere nonostante tutti gli impedimenti e le difficoltà. La reazione del padrone al disagio allarmato dei suoi servitori è emblematica: <Lasciate che l’una e l’altra crescano insieme> (Mt 13, 30). Il padrone ha una doppia consapevolezza: egli stesso <ha seminato del buon seme nel suo campo> e sa altrettanto bene che <Un nemico ha fatto questo> (13, 28). Il padrone conosce bene il seme che ha fatto cadere nella terra e non teme la <zizzania>, soprattutto non lascia impressione e impanicare col rischio di fare proprio il gioco del <nemico>. La parola dell’apostolo è illuminante: <colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio> (Rm 8, 26).

La prima lettura ci porta direttamente al cuore dell’attitudine divina che deve diventare pure la nostra stessa attitudine nei confronti delle scelte importanti della vita: <tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza> (Sap 12, 18). L’indulgenza divina non ha nulla a che vedere con la debolezza che dimissiona davanti al male. Al contrario è una forma di <potere> che si erge come un muro contro <l’insolenza> (12, 17) del male. Tutto ciò diventa una regola imprescindibile: <il giusto deve amare gli uomini> (Sap 12, 19). Amare talora significa attendere e pazientare senza fare nulla per far sì che tutto accada.

La mietitura è la fine del mondo, quando a mietere saranno gli angeli: non è l’uomo che miete, non siamo noi ad essere garanti della riuscita finale delle nostre stesse opere: se c’è un pericolo di indifferenza e di superficialità nondimeno c’è pure il pericolo di un eccesso di responsabilità. L’uomo semina, cura, ma non sta a noi di decidere il tempo della mietitura. Dunque, mentre i servi avrebbero voluto dichiarare guerra alla zizzania, il padrone non può, non vuole, perché anche un solo chicco di grano ha diritto ad essere custodito integralmente e fino in fondo. La logica del padrone è quindi quella di prendersi cura anche dell’ultimo chicco di grano: ogni barlume, ogni scintilla, ogni pezzetto di bontà possibile va custodito a costo di sopportare il male per tutta una vita. Se non si può rischiare di perdere nulla di noi stessi, a maggior ragione non possiamo pensare di perdere nessuno (cfr. Gv 17, 12). Come spiega Anselm Grün:

Solo se il buon grano e la zizzania crescono insieme, il primo fiorirà. Tuttavia non possiamo strapparla via. Nella profondità della nostra anima vi è la tendenza a liquidare tutti i nostri lati imperfetti. Allora la nostra anima non porta più frutto e non può più crescere nemmeno il bene. Ci vuole molta pazienza a pacatezza per lasciar procedere in noi le due dimensioni. E occorre essere liberi dall’obbligo interiore di dover giudicare tutto. Rinuncio a giudicare il buon grano e la zizzania. Li lascio crescere e affido a Dio, il signore del mondo, il giudizio sui due aspetti 1.


1. A. GRÜN, p. 77.

Indulgence

XVI Dimanche du T.O.

Malgré tout, le bon grain en nous et autour de nous, continue de croître. L’un des signes caractéristiques de la façon de grandir du grain qui vient de Dieu est sa liberté de pousser malgré tous les empêchements et les difficultés. La réaction du patron au désarroi alarmé de ses serviteurs est emblématique : «  laisser l’un et l’autre grandir ensemble » (Mt 13,30). Le patron a  une double connaissance : il a lui-même semé du bon grain dans son champ » et il sait très bien que « un ennemi a fait cela » (13,28). Le patron connaît bien la semence qu’il a fait tomber dans la terre et ne craint pas «  la mauvaise herbe », surtout, il ne se laisse pas impressionner, ni paniquer, prenant le risque de faire ainsi le jeu de «  l’ennemi ». La parole de l’apôtre est illuminant : «  Celui qui scrute les coeurs sait ce que désire l’Esprit, car il intercède pour les saints selon les desseins de Dieu » (Rm 8, 26).

 La première lecture nous emmène directement au coeur de l’attitude divine qui doit devenir la nôtre aussi face aux choix importants de la vie : «  Tu juges avec tendresse et nous gouvernes avec beaucoup d’indulgence » (Sa 12, 18). L’indulgence divine n’a rien à voir avec la faiblesse qui démissionne devant le mal. Au contraire, c’est une forme de «  pouvoir » qui s’érige comme un mur contre «  l’insolence » (12, 17) du mal. Tout cela devient une règle indispensable : «  le juste doit aimer les hommes » (Sa 12, 17). Aimer signifie alors attendre et patienter sans rien faire pour laisser tout se réaliser.

La récolte sera pour la fin du monde, lorsque les anges feront la récolte : ce n’est pas à l’homme de récolter, nous ne sommes pas garants de la réussite finale de nos propres œuvres : s’il y a un danger d’indifférence et de superficialité, il y a néanmoins le danger d’un excès de responsabilité. L’homme sème, soigne, mais ce n’est pas à nous de décider du temps de la récolte. Donc, alors que les serviteurs auraient voulu déclarer la guerre à la mauvaise herbe, le patron ne peut, ne veut, car le moindre petit grain a le droit d’être accueilli intégralement de fond en comble. La logique du patron est donc celle de prendre soin, même du dernier petit grain : chaque lueur, chaque étincelle, chaque petit bout de bonté possible est accueilli au risque de supporter le mal toute une vie. Si l’on ne peut risquer de ne rien perdre de nous-mêmes, à plus forte raison, nous ne pouvons imaginer perdre quelqu’un (cfr Jn 17, 12). Comme l’explique Anselm Grün :

 C’est seulement si le bon grain et la mauvaise herbe poussent ensemble que le premier fleurira. Toutefois, nous ne pouvons l’arracher. Dans la profondeur de notre âme il y a une tendance à vouloir éliminer tous nos côtés imparfaits. Alors, notre âme  ne porte plus de fruit et ne peut plus s’épanouir, même en bien. Il faut beaucoup de patience et de maîtrise de soi pour laisser procéder en nous les deux dimensions. Il s’agit aussi de rester libre de l’obligation intérieure de devoir juger tout. Je renonce à juger le bon grain et la mauvaise herbe. Je les laisse grandir et je confie à Dieu, le seigneur du monde, le jugement sur les deux aspects. 1


1. A. GRÜN, p. 77.

Guai

XV Settimana T.O.

Le parole del profeta Michea ben si addicono a commentare ciò di cui ci parla il Vangelo: <Guai a coloro che meditano l’iniquità e tramano il male sui loro giacigli; alla luce dell’alba lo compiono perché in mano loro è il potere> (Mi 2, 1). Dopo tutto quello che il Signore ha insegnato con la sua parola e ha rivelato con la sua misericordiosa compassione, la conclusione è alquanto triste: <i farisei uscirono e tennero consiglio contro Gesù per farlo morire> (Mt 12, 14). La reazione del Signore non è di continuare a discutere, bensì quella di prendere le distanze e di uscire dal chiuso della sinagoga e delle sue adiacenze non solo logistiche, ma pure mentali e spirituali per dilatare ulteriormente il suo campo d’azione. Per riprendere le parole di Michea potremmo parafrasare dicendo: Guai a coloro che vorrebbero costringere a reagire per poter annientare! Al contrario il Signore Gesù non si smentisce e continua ad incarnare la piena rivelazione del volto e del cuore di Dio modellandosi sulla figura del servo: <Non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta, finché non abbia fatto trionfare la giustizia> e la conclusione manifesta la particolarità dell’annuncio: <nel suo nome spereranno le nazioni> (12, 19-21).

Ciò che sta a cuore al Signore Gesù non è di trionfare o almeno di non essere troppo umiliato nella sua sempre più acerbata discussione con i farisei e i notabili, ciò che interessa è di aprire comunque uno spazio di speranza che sia fruibile per tutti coloro che volessero usufruirne: <Gesù, però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo> (12, 15-16). Il suo ministero terapeutico non è dimostrativo della sua potenza nei confronti dei suoi avversari, ma è un’opportunità donata a quanti nella vita rischiano di avere meno opportunità di altri. E soprattutto sta a cuore al Signore Gesù di non coinvolgere possibilmente nessuno nella propria disgrazia nei confronti di quanti detengono il potere. Il Signore Gesù è <servo> (12, 18) fino in fondo facendo della propria vita una discreta custodia di ogni fragilità e di ogni debolezza.

La <giustizia> che il Signore Gesù annuncia non ha niente a che vedere con la “giustizia” difesa dagli scribi e dai farisei spesso e volentieri a loro vantaggio, ma è la capacità di essere giusti nei confronti della realtà e della sofferenza di ogni uomo e donna che incontra sulla sua strada. Chissà se interiormente il Signore ha ruminato le parole del profeta per trovare la forza di una fedeltà ad ogni fragilità che non si lascia intimidire da nulla e da nessuno: <Ecco, io medito contro questa genìa una sciagura da cui non potranno sottrarre il collo e non andranno più a testa alta, perché sarà un tempo di calamità> (Mi 2, 3). Il giudizio di Dio trionfa in Gesù non come accusa, ma come compassione di un medico che delicatamente accompagna ciascuno nel proprio percorso di guarigione anche quando, come nel caso dei farisei, si sceglie di non farsi curare continuando a coltivare l’illusione di essere sani.

Sabato 8 agosto H:16.30 – Conferenza “I codici musicali e la Notazione Novalicense” e concerto

Rugiada

XV Settimana T.O.

La parola profetica di Isaia: <Sì, la tua rugiada è rugiada luminosa> (Is 26, 19) si fa volto e voce nella persona del Signore Gesù ed è un volto, un tratto, un tono assai <dolce> e infinitamente <leggero> (Mt 11, 30). Ciò che rende sicuro il riposo e leggero il fardello di essere uniti intimamente a Cristo collaborando alla sua missione di dissodare le terre dei cuori per il seme del Vangelo, è la promessa che egli sarà presente, discretamente e profondamente presente alla nostra vita. Seguire Gesù significa seguirlo così da vicino – come avviene appunto secondo l’immagine evocata dal detto del Signore – tra due buoi aggiogati è la certezza di trovare sollievo non in un meno di fatica, ma in un più di compagnia. La <rugiada luminosa> di cui parla il profeta è la presenza accanto a noi del Signore che non cambia nulla delle nostre fatiche; eppure, le rende più vivibili.

Se è questo il volto di Dio per noi in Cristo Gesù, allora siamo chiamati a vivere altrettanto per i nostri fratelli imparando ed amando di essere sempre meno grandine gli uni per gli altri e sempre più rugiada. Allora l’invito del Signore risuona in tutta la sua profonda bellezza: <Venite a me> (Mt 11, 28). A questo invito così accorato da essere dolcissimo dovrebbe rispondere e corrispondere da parte nostra lo stesso sentimento di cui ci parla il profeta: <al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio> (Is 26, 8). Il nostro cuore è come una <donna incinta che sta per partorire e si contorce e grida nei dolori> (26, 17) in attesa di dare alla luce la verità di se stessi in una mitezza e in una umiltà continuamente non solo ritrovate, ma ridonate con una semplicità e una gioia veramente contagiose.

Ciò da cui vuole sollevarci il Signore Gesù è l’idea di dover accedere al dono della salvezza penando sotto un gioco massacrante di doveri e di costrizioni. Proprio la relazione con il Signore Gesù, la possibilità di posare il proprio sguardo sul suo volto, mite e festoso, ci permette di recuperare uno sguardo sereno su Dio capace di ridonarci uno sguardo più che sereno su noi stessi come pure sulle nostre relazioni. Scoprire che chi è aggiogato a noi, in realtà, ci aiuta a fare meno fatica, significa trasformare il tempo – non sempre facile e gratificante – del lavoro un’occasione per rinsaldare i legami e un modo per riconciliarsi profondamente con la legge della terra che, in ultima analisi, è la nostra madre ed è l’ambito che ci permette di essere parte della vita. Il Signore Gesù non ci libera dal giogo dandoci l’impressione di una tanto falsa quanto impossibile libertà, ma si pone accanto a noi così da trasformare il peso della costrizione in sollievo della reciproca fiducia che è il primo passo per entrare in un dinamismo di giustificazione non attraverso le opere, ma in una fede semplice e serena. Per questo risuona la parola del profeta; <Ma di nuovo vivranno i tuoi morti. I miei cadaveri risorgeranno! Svegliatevi ed esultate voi che giacete nella polvere> (Is 26, 19).