Vicino

IX Settimana T.O.

Le parole con cui si apre la prima lettura di quest’oggi sono di grande tenerezza: <mi hai seguito da vicino nell’insegnamento, nel modo di vivere, nei progetti, nella fede, nella magnanimità, nella carità, nella pazienza, nelle persecuzioni, nelle sofferenze> (2Tm 3, 10). Ciò che Paolo dice della sua profonda comunione con Timoteo può essere un modo per comprendere la relazione di cui Gesù parla in riferimento al Padre suo: <Siedi alla mia destra…> (Mc 12, 36). Anche noi ascoltiamo più che <volentieri> (12, 37) il Signore, soprattutto quando ci parla del mistero di comunione con il Padre nella cui pneumatosfera, per citare una bellissima espressione di Olivier Clément, siamo chiamati ad entrare a nostra volta per poterne pienamente vivere. Come raramente avviene nei Vangeli, è lo stesso Signore Gesù a sollevare una questione teologica ed esegetica: <Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide?> (12, 35).

Al <come>, che rischia di essere sempre confuso con la questione dell’origine nel senso della discendenza o ascendenza, il Signore Gesù oppone un modo ben più profondo per cogliere il senso profondo del suo mistero e che concerne una relazione profonda ed unica con il Padre la cui intensità supera ogni possibile riduzione ad una questione di genealogia. L’evangelista Marco, che non si sofferma per nulla sulle circostanze della nascita e della genealogia di Gesù, evoca questo detto del Signore che parla di se stesso proprio verso la fine della sua narrazione e a ridosso della Pasqua ormai imminente. È infatti sotto la croce che Gesù sarà riconosciuto dal centurione quale <uomo> rivelatosi nel suo modo di morire <davvero figlio di Dio> (Mc 15, 39). Sottilmente il Signore supera anticipando e neutralizzando tutte le discussioni tendenziose di scribi e farisei sulla sua identità, capovolgendo il modo di valutare la sua messianicità a partire non dalla sua origine, bensì dal suo modo di portare a compimento la sua testimonianza di rivelazione del Padre. Al mattino di Pasqua, il Messia Crocifisso si rivelerà come il Figlio amato che infine <sedette alla destra di Dio> (16, 19).

Non ci sfugga che la breve ed efficace dimostrazione teologica che leggiamo nel Vangelo di quest’oggi, ci riguarda ben più profondamente di quanto possiamo immaginare. Ci viene ricordato dall’apostolo Paolo quando rammenta al suo discepolo: <E tutti quelli che vogliono rettamente vivere in Cristo Gesù saranno perseguitati> (2Tm 3, 12). In tal modo ci viene chiaramente ricordato che anche per noi vale lo stesso metro di autenticazione: la verità del nostro essere discepoli non può essere definita dalla nostra origine “cristiana”, ma dal fatto di accogliere – giorno dopo giorno – le esigenze della nostra fedeltà al Vangelo che risplenderà in tutta la sua luce solo alla fine della nostra esistenza. Per questo Paolo insiste con Timoteo: <Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente> (3, 14). La domanda viene assai spontanea: <Come fare per non ingannarsi?>. Ancora l’apostolo ci dà una pista per non smarrirci nel deserto della vita: <Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare…> (3, 16) prima di tutto noi stessi per rimanere vicino al nostro Maestro e sempre più essergli conformi.

Richiamare

IX Settimana T.O.

L’esortazione dell’apostolo è amorosa: <Richiama alla memoria queste cose> (2Tm 2, 14) e questo continuo lavoro di richiamo è ciò che avviene nel vangelo odierno la cui dolcezza è rara: lo scriba e il Signore Gesù non solo si incontrano, non solo si interrogano e rispondono, ma si riconoscono, si stimano e si amano: <Non sei lontano dal regno di Dio> (Mc 12, 34). La meditazione e la quotidiana frequentazione – attraverso la lettura o la memoria del cuore – della Parola di Dio racchiusa nelle Scritture e continuamente incarnata dagli incontri della vita, sono una sorta di vaccino che ha normalmente bisogno del “richiamo” per essere realmente efficace. Essere cittadini del regno esige di osservare un solo comandamento: amare che si esplicita su due soggetti, Dio e il prossimo, i quali non possono e non devono mai diventare oggetto, tanto da trasformarsi in una sorta di mezzo per conseguire la salvezza!

Se riflettiamo con attenzione e facciamo cadere le sterili e superficiali precomprensioni e pregiudizi sulla tradizione racchiusa nelle Scritture Ebraiche, ci rendiamo ben conto che a livello di valori irrinunciabili non si dice nulla di nuovo, eppure tutto è nuovo poiché il Signore, rispondendo allo scriba, aggiunge al comandamento di amare Dio con la totalità della propria umanità la memoria del prossimo che fa tutt’uno con il suo Creatore. Non si tratta semplicemente e solo di ribadire il dovere della “carità”, è, invece, una grande rivelazione: Dio non richiede un amore esclusivo ed escludente, bensì un amore assoluto che non può escludere nulla e nessuno. Nella misura in cui lo scriba non solo si trova con-corde con Gesù, ma arriva a dire: <… e amare il prossimo come se stessi vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici> (12, 33), allora la gioia è perfetta poiché la comunione è piena e si tratta non di una comunione tra accademici, ma è una comunione capace di inglobare amorevolmente e con venerazione ogni filo di umanità, ogni frammento di storia.

Come annota Agostino: <amando secondo l’amore il fratello, lo amiamo secondo Dio. Né può accadere che non amiamo principalmente questo amore, con cui amiamo il fratello. Da ciò si conclude che quei due precetti non possono esistere l’uno senza l’altro. Poiché in verità “Dio è amore”, ama certamente Dio, colui che ama l’amore ed è necessario che ami l’amore colui che ama il fratello>1. Il testo del Vangelo apre il cuore ad una grande speranza. Non è detto che tutto debba giocarsi in continue e <vane discussioni> (2Tm 2, 14), ci possono essere momenti in cui ciascuno diventa capace di tirare dall’intimo del proprio cuore il meglio di sé, rinunciando ad ogni pregiudizio per aprirsi ad un vero incontro capace di confortare fino a richiamare ciò che di più santo e di più vero custodiamo nella nostra interiorità.


1. AGOSTINO, Sulla Trinità, VIII, 12.

Promessa

IX Settimana T.O.

Le parole di Paolo al suo discepolo ed amico Timoteo aprono uno squarcio nella sterile discussione intavolata dai sadducei: <apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio e secondo la promessa della vita che è in Cristo Gesù> (2Tm 1, 1). In Cristo riceviamo una promessa di vita che conferma il grande e unico desiderio di vita espressosi nel gesto della creazione in cui continuamente si rivela quanto e come il nostro <non è Dio dei morti, ma dei viventi> (Mc 12, 27). La conclusione del Vangelo riguarda non soltanto il mistero e il punto controverso della risurrezione, ma tocca interamente il mistero della vita: <Voi siete in grande errore> dice e conclude Gesù davanti alla prova evidente apportata dai sadducei. Possiamo ben dire che siamo sempre in <grande errore> ogni volta non sentiamo personalmente e non ci facciamo testimoni e garanti per tutti i nostri fratelli e sorelle in umanità di quella <promessa della vita che è in Cristo Gesù>.

Il Vivente, la Vita, fa di noi dei viventi e, come Dio stesso che ne è la fonte, possiamo manifestarlo solo e soltanto nella capacità, talora persino paradossale, come nel caso della donna presentato a Gesù, che la vita ci sia presa, quasi scippata. Ciò che sfugge ai sadducei, ed è profondamente rivelato dal Gesù, è il fatto che la risurrezione non è una forma di semplice sopravvivenza, bensì una vera continuità della vita mediante una così profonda trasformazione che esige una rottura ben significata dal riferimento agli <angeli nei cieli> (Mc 12, 25). Quando il Signore Gesù afferma: <Non è forse per questo che siete in errore> continua spiegando e interrogando <perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio?> (12, 24). L’apostolo ribadisce tutto questo in altro modo, ma nella stessa linea: <Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio… non uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza> (2Tm 1, 6).

Così esorta un pastore contemporaneo: <Aprite il vostro vangelo. Tenetelo amorevolmente tra le mani. Fatelo vostro. Dalla prima all’ultima pagina il Vangelo è il libro dei risorti!>1. Molto si deve vigilare a non cadere nella stessa trappola di farisei e sadducei i quali, in realtà, non riescono ad immaginare la vita – persino quella eterna – come perpetuazione della propria logica di possesso e di controllo. Il Signore Gesù sottraendosi ad ogni forma di curiosità sulla modalità della vita eterna, sottolinea come l’orizzonte dell’eternità serva a convertire profondamente il nostro modo di vivere il tempo presente. Un cammino è continuamente aperto davanti ad ognuno di noi nella misura in cui vogliamo essere dei discepoli autentici e non semplicemente degli accademici: passare dal <soffrire per il Vangelo> a <soffrire il Vangelo>! Ciò significa accettare che la logica del dono pasquale di Cristo informi e continuamente riformi profondamente, interamente e visibilmente la nostra vita, soprattutto per quanto riguarda il nostro essere in relazione con gli altri: così la nostra capacità di fraternità e di solidarietà sarà promessa di eternità.


1. Mons. D. PEZERIL, Ajourd’hui Jésus, Seuil, Paris 1973, p. 74.

Concorrenza?

IX Settimana T.O.

Non c’è nessuna concorrenza tra Dio e l’uomo! Eppure, non è raro che proprio gli “uomini di Dio” o meglio sarebbe dire, le “persone religiose” rischiano di creare le condizioni di una concorrenza capace di renderli concorrenti in una sorta di scalata di privilegi così estranea al cuore di Dio: <ma egli conoscendo la loro ipocrisia…> (Mc 12, 15). Il Signore Gesù ci rivela l’immagine vera di Dio che, nonostante tutte le resistenze e montature farisaiche, assomiglia proprio ad una moneta con due facce: quella della divinità e quella dell’umanità, imprescindibilmente unite! Non c’è alcun bisogno di distogliere l’attenzione dalla sfera umana per concentrarla su Dio, non si tratta di una sorta di privilegio che ben esprime un bisogno che ci è così proprio, ma che non appartiene, in realtà, al Signore Dio. Dare la priorità assoluta a Dio nella nostra vita è il modo più sicuro e dinamico per assicurare un posto – adeguato, giusto e altrettanto assoluto, ad ogni persona e ad ogni realtà umana la cui esperienza si contestualizza: <Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia> (2Pt 3, 13)

La <giustizia> di cui parla l’apostolo, e che sarà piena solamente nel Regno di Dio, corrisponde alla “giustezza” di cui parla il Signore Gesù ai farisei: <Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?> (Lc 12, 16). La domanda diretta e chiara del Signore è l’unica risposta possibile all’ipocrisia dei farisei, i quali si presentano a Gesù con una maschera di benevolenza e persino con parole elogiative in realtà <per coglierlo in fallo nel discorso> (12, 13). Sembra proprio che i farisei vivano di discorsi, mentre il Signore Gesù vive di realtà che sono essenziali, che vanno all’essenziale e che esigono una capacità di sopportare l’essenziale: <Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro voglio vederlo> (12, 15). Questa domanda del Signore Gesù è rivolta a ciascuno di noi ed è quel <denaro> che è la nostra vita, che il Signore vuole vedere da vicino per aiutarci a decifrarne i simboli e il valore a partire dalla sua appartenenza.

Potremmo immaginare il Signore Gesù che tiene in mano la nostra vita e mentre ci lasciamo attraversare dal suo sguardo possiamo accogliere l’esortazione dell’apostolo Pietro: <fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia> (2Pt 3, 14) e ancora <state bene attenti a non venir meno alla vostra fermezza… crescete invece nella grazia e nella conoscenza del Signore> (3, 17-18). Per ciascuno di noi è la sfida di tenere bene in mano la nostra vita come si fa con una moneta: ha sempre due facce, sempre rimanda ad altro da se stessa facilitando la relazione e lo scambio, non ha nessun valore se non viene scambiata ed è tenuta semplicemente prigioniera nel materasso delle proprie paure e pigrizie. Il Signore non ci chiede di scegliere tra Lui e noi, tra Lui e gli altri… ci chiede sempre solo di essere consapevoli del senso profondo di ogni realtà sapendo rimanere aperti a ciò che sta all’origine come alla fine di tutto.

Contro?

IX Settimana T.O.

La conclusione del vangelo di oggi ci deve far molto pensare: <Allora cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro> (Mc 12, 12). Ma i farisei, e noi con coloro, abbiamo veramente <capito>? In realtà, il “contro” di cui parla questa parabola è analogo a quello usato dalla Genesi nel momento in cui narra della creazione della donna da parte del Signore Dio, il quale pone accanto all’uomo una creatura in cui possa riconoscersi <simile> e nello stesso tempo che gli permetta quel confronto indispensabile perché ci possa essere realmente una crescita. Ciò che noi traduciamo con <simile> (Gn 2, 18) ha nell’originale ebraico tutto il sapore di una sfida: incontrarsi per aiutarsi ad andare oltre se stessi. L’immagine dello <sposo che sarà loro tolto> (Mc 2, 20), con cui si apre il Vangelo di Marco in una delle prime discussioni tra i farisei e Gesù, può aiutarci a comprendere ciò che sta avvenendo alla fine: i farisei fanno fatica a digiunare da quelle che sono le proprie precomprensioni che generano un pregiudizio tale per cui, nonostante le ripetute e infinite elucubrazioni, non riescono ad incontrare il Signore, né a lasciarsi incontrare da Lui e questo genera un bisogno forte e altamente comprensibile di eliminarlo dalla loro vita.

Prima di stigmatizzare i farisei, è bene guardare con infinita attenzione nel nostro proprio cuore e avremo la triste sorpresa di quanta fatica facciamo ad accettare che qualcuno ci metta <contro> – proprio davanti al naso – quelle realtà che in noi non sono adeguate alle esigenze della vita e conformi alla generosità del vangelo. Possiamo trovare un valido aiuto in questo discernimento, sempre necessario, nella conclusione della prima lettura in cui l’apostolo Pietro ci offre dei criteri per mettere ordine e orientare la nostra esistenza interiore, tenendola, lealmente, aperta al confronto con gli altri: <Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità> (2Pt 1, 5-6). Sono questi i criteri per verificare quanto il nostro cammino di persone e di discepoli si stia realmente volgendo a quello che è il fine – l’unico – della nostra vita e che viene espresso sempre dall’apostolo nel suo più alto grado di espressione e di possibilità come l’essere nientedimeno che <partecipi della natura divina> (1, 4).

Un Dio che ci rende partecipi della sua stessa natura di cui non è affatto geloso (cfr Fil 2), ma, al contrario, si mostra desideroso di donarci <i beni grandissimi e preziosi> (2Pt 1, 4) della sua stessa vita, non può di certo essere <contro> (Mc 12, 12) di noi a meno che siamo noi stessi i nemici della nostra vita come luogo di reale integrazione e di efficace crescita. Non possiamo e non dobbiamo sottovalutare gli inevitabili e necessari conflitti che accompagnano il cammino di ogni uomo e di ogni donna cercando di renderli occasioni di crescita interiore senza la quale rischiamo di essere persone rachitiche e alquanto infelici.

Dio prossimo

Santissima Trinità

Un Dio prossimo che si fa sempre più profondamente prossimo è ciò che in questa solennità siamo invitati non solo a contemplare ma da cui siamo chiamati a farci contagiare. Dopo un lungo tempo di contemplazione del mistero di Dio rivelatosi nel mistero pasquale di Cristo Signore, questa solennità sembra essere una sorta di riassunto. Non si tratta, né soprattutto né prima di tutto, di un “riassunto dogmatico”, ma di un “riassunto esistenziale” che ci permette di ritrovare la somiglianza con quel Dio a cui immagine siamo stati creati e per la cui gioia siamo stati redenti. L’augurio benedicente di Paolo ai cristiani di Roma diventa un programma di vita: <La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi> (2Cor 13, 13). Questa grazia e questo amore che danno pace animano la vita di ciascuno e si riflettono nella vita di relazione tra tutti: <siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti> (13, 11). Contemplare il mistero della vita intima di Dio non è un’operazione astratta o “teologica”, nel senso accademico del termine, ma è un modo per fare memoria di come e di quanto l’Altissimo si è compromesso con la nostra storia, così da essere capaci a nostra volta di farci prossimi agli altri e di essere prossimo per gli altri.

Nella prima lettura viene evocato un altro passaggio di Dio nella vita di Mosè in cui ancora una volta rivela al suo servo la realtà di se stesso attraverso la cantillazione di alcuni nomi divini nella cui realtà possiamo forgiare i nostri atteggiamenti umani: <Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà> (Es 34, 6). Il Signore Gesù, dialogando nella notte con Nicodemo, conferma e radicalizza le intuizioni dei patriarchi e dei profeti: <Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio> (Gv 3, 16). Potremmo dire che l’eterna e infinita occupazione dell’Altissimo sia quella di dare, di darsi senza risparmio in una gratuità che fonda la stessa possibilità della vita. Il faccia a faccia del Figlio con il Padre nell’abbraccio amoroso dello Spirito non ha niente a che vedere con una fusione narcisistica e una soddisfazione autoreferenziale. Un amore fusionale non è amore, ma solo una forma, forse un po’ più raffinata, di egoismo. Solo un amore che si sa abbandonare e sa liberare crea lo spazio di una vita che si dilata.

Se i nostri amori sono sempre un po’ fusionali e un po’ egoisti, l’amore di Dio è l’abbandono più assoluto nella libertà più piena perché continuamente animato dal desiderio fattivo di mettere a disposizione dell’altro la dimensione più profonda del proprio essere. Dalla vita della Trinità siamo chiamati ad imparare a mettere a disposizione dell’altro ciò che ci fa vivere perché possa dare vita, gioia, pace. Il tutto in un’atmosfera di riposante silenzio di un dono disinteressato, semplice, tranquillo. In tal modo la Trinità farà spazio a quel “quarto” che è il fratello, che è l’altro. Infatti, è la relazione tra noi – fratelli e sorelle in umanità perché già figli e figlie in divinità – che rivela la nostra capacità profetica: amandoci come fratelli testimoniamo di riconoscere un solo Padre che ci è stato rivelato nelle parole e nei gesti del Signore Gesù e si invera nella delicatezza della nostra carità animata e forgiata dal fuoco dello Spirito. Entrando e rimanendo in questo dinamismo della vita divina non possiamo che rinunciare ad ogni desiderio di vendetta e di sopraffazione e non ci resta che optare risolutamente per la tenerezza e la misericordia. Un modo per evocare l’assoluta trascendenza di Dio anche quando si fa nostro prossimo è l’evocazione di come Mosè e Dio per incontrarsi debbano spostarsi: uno sale e l’altro scende! Proprio come ci insegna il Signore Gesù quando ci ricorda: <Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui> (Gv 3, 17).

Dieu proche

La Très Sainte Trinité

Un Dieu proche qui se fait toujours plus profondément proche, voilà ce que nous sommes invités à contempler en cette solennité, mais nous sommes aussi appelés à devenir contagieux. Après un long temps de contemplation du  mystère de Dieu se révélant dans le mystère pascal du Christ Seigneur, cette solennité semble être une sorte de résumé. Il ne s’agit pas, ni surtout, ni avant tout, d’un « résumé dogmatique », mais d’un «  résumé existentiel » qui nous permet de retrouver la ressemblance avec ce Dieu à l’image duquel nous avons été créés et rachetés dans la joie. Le souhait de bénédiction de Paul aux chrétiens de Rome devient un programme de vie : «  La grâce du Seigneur Jésus Christ, l’amour de Dieu et la communion de l’Esprit Saint soit avec vous tous » (2 Co 13,13). Cette grâce et cet amour qui donnent la paix animent la vie de chacun et se reflètent dans la vie relationnelle entre tous : «  Soyez joyeux, tendez vers la perfection, encouragez-vous mutuellement, ayez les mêmes sentiments » (13,11). Contempler le mystère de la vie intime de Dieu n’est pas quelque chose d’abstrait ou de «  théologique », dans le sens académique du terme, mais c’est une façon de se souvenir comment et combien le Très-Haut s’est compromis dans notre Histoire, afin que nous soyons capables, à notre tour, de devenir proches des autres et d’être un proche pour les autres.

Dans la première lecture un autre passage de Dieu dans la vie de Moïse est évoqué où, une fois encore, il révèle à son serviteur une de ses réalités à travers la psalmodie de certains noms divins qui peuvent nous aider à forger nos attachements humains «  Le Seigneur, Dieu miséricordieux et pieux, lent à la colère et riche d’amour de de fidélité » (Ez 34, 6). Le Seigneur Jésus dialoguant dans la nuit avec Nicodème, confirme et radicalise les intuitions des patriarches et des prophètes : «  Dieu a tant aimé le monde qu’il a donné son Fils » (Jn 3, 16). Nous pouvons dire que l’éternelle et infinie occupation du Très-Haut, est de donner, de se donner sans limite dans une gratuité qui fonde la même possibilité de la vie. Le face-à-face du Fils et du Père dans l’embrassement amoureux de l’Esprit n’a rien à voir avec une fusion narcissique et une satisfaction autoréférentielle. Un amour fusionnel n’est pas de l’amour, mais seulement une façon, peut-être un peu plus raffinée, de l’égoïsme. Seul un amour capable de s’abandonner et de se libérer crée l’espace d’une vie qui se dilate.

Si nos amours sont toujours un peu fusionnels et un peu égoïstes, l’amour de Dieu est l’abandon le plus absolu dans la liberté la plus totale, animé continuellement par le désir effectif de mettre à disposition de l’autre la dimension la plus profonde de son propre être. Par la vie de la Trinité, nous sommes appelés à apprendre à mettre à disposition de l’autre ce qui nous fait vivre pour donner vie, joie, paix. Tout cela dans une atmosphère de silence reposant et de don désintéressé, simple et tranquille. Ainsi, La Trinité donnera de l’espace à ce «  quatrième » qu’est le frère, l’autre. En effet, c’est la relation entre nous – frères et sœurs en humanité car déjà fils et filles en divinité – qui révèle notre capacité prophétique : en nous aimant comme des frères, nous témoignons reconnaître un seul Père qui nous a été révélé par les paroles et les gestes du Seigneur Jésus et se verra dans la délicatesse de notre charité animée et forgée par le feu de l’Esprit. En entrant et en restant dans ce dynamisme de la vie divine, nous ne pouvons que renoncer à tout désir de vengeance et de supériorité et il ne nous reste plus qu’à opter résolument pour la tendresse et la miséricorde. Une façon pour évoquer l’absolue transcendance de Dieu, lorsqu’il se fait notre proche, est l’évocation du déplacement de Moïse et de Dieu lors de leur rencontre : l’un doit monter et l’autre descendre ! De la même manière que le Seigneur Jésus nous rappelle son enseignement : «  En effet, Dieu, n’a pas envoyé le Fils dans le monde, pour le condamner, mais pour que le monde soit sauvé par lui » (Jn 3, 17).

Fermezza

VIII Settimana T.O. 

Nella conclusione del romanzo di Gertrud von le Fort Il lino di Veronica, dopo la morte della nonna – donna agnostica di nobiltà e finezza rarissime – la nipote trova accanto alla sua poltrona un biglietto che era stato il punto di riferimento di questa donna – quasi un pro-memoria – durante la sua ultima malattia. Vi era scritto: “Fermezza e silenzio”. Ci sono dei silenzi che stanno solo a significare il vuoto, la codardia, l’incapacità o la viltà e vi sono dei silenzi invece che dicono inequivocabilmente il coraggio di mettersi in relazione con gli altri nella verità e senza paura alcuna: <Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale potere faccio questo> (Mc 11, 29). A differenza di Mosè che fugge davanti alla domanda dei suoi fratelli <Chi ti ha costituito su di noi?> (Es 2, 14), il Signore Gesù mette <i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani> (Mc 11, 27) – abituati per il loro stesso ufficio a interrogare e a giudicare gli altri – dalla parte degli interrogati. Potremmo esultare con una certa soddisfazione perché finalmente anche costoro devono lasciarsi interrogare.

Davanti alla reazione del Signore Gesù ci troviamo di fronte a uomini che normalmente incutono timore e che invece – sorprendentemente – scopriamo <temevano la folla> (11, 32). Il Signore Gesù non rifiuta la risposta ai suoi interlocutori, ma la condiziona alla verità della loro domanda, alla loro capacità di non fare solo finta di domandare e di ascoltare – sicuri di avere già la risposta – ma di porsi veramente in relazione che esige la crescita e il cambiamento attraverso la reazione dell’altro. Ma – purtroppo – alla fine non possono che dire: <Non lo sappiamo> (11, 33). Risposta chiaramente falsa tanto quanto quel <Noi sappiamo> (Gv 3, 2) che troviamo in bocca a Nicodemo, il quale visita Gesù <di notte>… anche lui per paura che sembra quasi un vizio di casta. Sembra dirci il Signore Gesù – normalmente così aperto a rispondere a chiunque – che se non c’è un desiderio di farsi cambiare dall’incontro con lui – e non solo con lui ma con chiunque – allora bisogna fare ciò che raccomanda così impietosamente l’apostolo Giuda: <abbiate compassione con timore, stando lontano perfino dai vestiti, contaminati dal loro corpo> (Gd 23).

Quando le domande e l’apparente apertura al dialogo nascondono l’ipocrito bisogno di essere solo confermati e non trasformati, allora la via per costruire <sopra la vostra santissima fede> (Gd 20) è proprio quella della fermezza e del silenzio da cui si spera che la falsa domanda <con quale autorità fai queste cose?> (Mc 11, 28) possa convertirsi in un desiderio di comprensione della compassione: “Perché fai queste cose?”. La compassione non può essere degna di questo nome se non fa crescere per farci <comparire davanti alla sua gloria senza difetti e colmi di gioia> (Gd 24), in caso contrario merita il nome di complicità.

Sorpresi

VIII Settimana T.O. 

L’apostolo Pietro esorta: <carissimi, non meravigliatevi della persecuzione che, come un incendio, è scoppiata in mezzo a voi per mettervi alla prova> (1Pt 4, 12). Lo stesso Pietro che la <mattina seguente passando> (Mc 11, 20) rimase sorpreso del fatto che la parola del Signore detta il giorno innanzi: <Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti> (11, 14) si fosse puntualmente e terribilmente compiuta tanto che lo spettacolo è quello di un <albero di fichi seccato fin dalle radici> (11, 20). Pietro non resiste ed esclama perplesso: <Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto si è seccato> (11, 21).  È l’unica volta che vediamo Gesù fare qualcosa di “brutto” e la maledizione del fico fa da cornice alla purificazione del tempio dove <si mise a scacciare quelli che vendevano e compravano nel tempio> (11, 15). Un gesto quest’ultimo che avrà terribili conseguenze nella vicenda del Signore in quanto <l’udirono i sommi sacerdoti e cercavano il modo di farlo morire> (11, 18). I sommi sacerdoti cercheranno di fare a Gesù ciò che Gesù ha fatto al fico: faranno di tutto per s-radicarlo perché il suo evangelo rinsecchisca.

In realtà, l’albero sterile di frutti non è di certo il Signore ma il Tempio trasformato in <covo di ladri> (11, 17), mentre doveva essere sempre e per tutti una <casa di preghiera>. E il Signore Gesù rispondendo alla domanda di Pietro ci svela il segreto stesso della preghiera che è il perdono: <Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate> (11, 25). Il per-dono è il segno che il nostro cuore non si è trasformato in mercato, ma vive della stessa logica di gratuità assoluta che presiede alla stessa vita divina. Ma se nel nostro cuore – come nel cuore del Signore Gesù – è stata sradicata la logica del mercato per far posto all’evangelo del perdono allora è chiaro come i sacerdoti: <avevano paura di lui> (11, 18). La paura nasce dalla capacità di discernere tra le <foglie> (11, 13) che custodiscono i frutti primaticci del fico e le foglie che non custodiscono altro che l’apparenza e il vuoto. Una preghiera senza perdono non porta nessun frutto poiché solo il perdono ci mette nella lunghezza d’onda del Signore e ci permette di entrare in comunione feconda con il <Padre> (11, 26).

Il Signore Gesù ponendo come condizione assoluta della preghiera il perdono è come se desse per scontato che nella nostra vita avremo sempre da perdonare e spesso ci capiterà di avere <qualcosa contro qualcuno> (11, 25) e questo non dovrebbe né sorprenderci né meravigliarci. Eppure, ogni volta che la necessità del perdono evidenzia il male che attraversa la nostra esperienza si continua ad esserne <meravigliati… come se vi accadesse qualcosa di strano> (1Pt 4, 12). La necessità di perdonare e di farsi perdonare è il luogo della <fervente carità> (4, 8), è la forma della più grande <ospitalità> (4, 9), è il più grande <servizio> (4, 10) perché come ama ripetere san Benedetto nella sua regola per i monaci: <in tutto sia glorificato Dio> (4, 11). Il perdono – solo il perdono – è il Tempio purificato e purificante in cui e attraverso cui possiamo presentarci serenamente e veramente al cospetto di Dio come suoi figli.

 

 

Latte genuino

VIII Settimana T.O. 

Il <genuino latte> (1Pt 2, 2) di cui parla l’apostolo Pietro è la fede pura – capace di essere ciecamente vedente – proprio come quella di Bartimeo. Quest’uomo grida verso Gesù come un bambino che brama la vita e non ha altro modo di far sentire il suo bisogno se non il grido quasi inarticolato di quella che diventa la base di ogni pura preghiera: <Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me> (Mc 10, 47). I discepoli che <sgridavano> i bambini (Mc 10, 13), ora sgridano il cieco seduto sulla strada di Gerico – il punto più basso della terra – dove il Giordano va come a morire e da dove il Signore Gesù comincia a salire verso Gerusalemme dove, tra non molto tempo, toccherà il punto più basso della sua vita lasciandosi consegnare alla morte. Bartimeo, appena ridivenuto vedente, si metterà a seguire Gesù per quella strada che sale per scendere e sembra che non si voglia più staccare dal suo seno come <un bimbo svezzato in braccio a sua madre> (Sal 130).

La sequenza degli avvenimenti, così come ce li presenta l’evangelista Marco, ci mostra un primo cieco – quello di Betsaida (Mc 8, 22-26) – totalmente passivo cui segue la guarigione del cieco di Gerico che ci viene dapprima inquadrato seduto e immobile nella sua cecità e che alla fine invece è un uomo che cammina e che s’incammina dietro alla Vita. Tra questi due episodi troviamo che il Signore Gesù annuncia la sua imminente passione per ben tre volte e, alla fine del testo, il cieco di Gerico, in cui l’evangelista intravede l’icona del discepolo, sembra proprio non avere paura di seguire il <Maestro> (10, 51) da Gerico fino a Gerusalemme. 

Con questa figura ciascuno di noi è chiamato a confrontarsi per imparare quale dinamismo può soggiacere persino alle immobilità più evidenti e questo nella misura in cui manteniamo viva in noi la sensibilità ai passaggi del Signore, al passaggio della vita che incrocia la nostra strada e ci chiama a fare un balzo: <Chiamatelo!> (10, 49). Questo invito del Signore viene rivolto a ciascuno di noi che forse si trova al bordo della strada in attesa che qualcosa ridia vigore e direzione alla propria vita. Anche l’apostolo ci invita. <Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale> (1Pt 2, 4-5). Con dinamismo e con curiosità lasciamoci impiegare nella costruzione di un modo nuovo di vivere e di pensare per essere primizia di quel mondo nuovo che nasce come promessa di speranza dal mistero pasquale del Signore Gesù. Il primo passo capace di trasformare ogni storia in un racconto di salvezza è quello di tenere le orecchie del cuore tese ad ogni fruscio della grazia, ad ogni sussurro di salvezza accettando di sormontare ogni ostacolo pur di poter incontrare personalmente il Cristo che è ben più di quel <Gesù Nazareno> (Mc 10, 47) di cui parla la gente.