Convertire… il perchè
Venerdì dopo Le Ceneri –
Siamo abituati ormai a ricordarci reciprocamente che la cosa più importante nella vita non è quello che facciamo, ma il “perché” lo facciamo. Sembra che il Signore la pensi proprio come noi. Infatti, il profeta Isaia si sente investito da una missione da compiere con una certa virulenza: <Grida a squarciagola, non avere riguardo, alza la voce come il corno> (Is 58, 1). Continuando a leggere, troviamo che il Signore, per bocca del suo profeta, evoca il rimuginare interiore di quanti dicono di cercare la <vicinanza di Dio> (58, 2) mentre, in realtà, se ne allontanano: <Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai?> (58, 3). Sembra proprio il modo, modernissimo e particolarmente attuale di porsi la questione del digiuno. Ciò avviene persino negli ambienti più devoti ove si ragiona allo stesso modo: a cosa mai serve il digiuno? A questa domanda posta retoricamente – quasi per placare il rimorso della coscienza, si aggiunge tutta una serie di “digiuni” alternativi come quello dalla televisione, dal computer, dalla superficialità… dimenticando così che il gesto del mangiare, che tocca la nostra esperienza e non entra, in realtà, in alternativa con la televisione o internet, è per molti aspetti più profondo perché, innegabilmente, più primordiale.
Attraverso la pratica del digiuno siamo ricondotti alla sorgente del nostro essere creature viventi come tutte le altre. Questa consapevolezza comporta una capacità ritrovata di rapportarci in modo “giusto” al cibo – nella qualità, nella quantità e nella frequenza – e ciò diventa un esercizio che ci aiuta a diventare liberi e responsabili anche in altri ambiti della nostra vita personale e relazionale. Il profeta si fa interprete del disagio di Dio davanti a un modo di digiunare che fa <chiasso> (58, 4) e così ripropone un modo di digiunare capace di rinnovare profondamente il modo personale di essere nel proprio corpo. Esso diventa un esercizio – un’ascesi per quanto questa parola sia quasi temuta! – per stare nel mondo in modo sempre più luminoso ed armonico: <Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?>. E perché non ci siano ambiguità aggiunge: <Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?> (58, 6-7).
Questa parola di Isaia, che la Chiesa ci fa ascoltare volutamente nel primo venerdì di Quaresima in cui tutti i fedeli sono richiamati alla pratica dell’astinenza, non può essere una negazione del digiuno, ma l’orientamento evangelico di una prassi nota da sempre a tutte le forme di ricerca spirituale perché sia vissuta nel modo più luminoso e fecondo… nel modo più nuziale! La parola del Signore, infatti, non è, in realtà, una presa di posizione sul digiuno, ma una risposta ai discepoli di Giovanni che criticano il comportamento dei discepoli di Gesù che <non digiunano> (Mt 9, 14) come loro. Come sempre la risposta del Signore cerca di evitare l’ingerenza e il giudizio e diventa l’occasione per radicalizzare il senso delle pratiche. La risposta di Gesù, così citata per relativizzare il digiuno, in realtà è un modo per sapere perché e come digiunare da <invitati a nozze> (9, 15). Nutrirsi è qualcosa di più che un semplice consumare. Così digiunare evangelicamente, è qualcosa di più che fare astinenza: è aprirsi ad un di più di presenza che passa attraverso un più di vuoto – che dallo stomaco passa alla mente e al cuore – per fare spazio ad un amore più grande, più vero, più nutriente e saziante. La frustrazione evocata esperienzialmente dal digiuno, come privazione di cibo, ci permette di renderci consapevoli della frustrazione più profonda che è quella di privarci della presenza di Dio a motivo delle nostre autosufficienze, dei nostri peccati, dei nostri narcisismi: <Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno> (9, 15). La questione non è più quella di digiunare <molte volte> (9, 14) ma di digiunare in verità per riscoprirsi <invitati a nozze> (9, 15). Questo ci porta ancora più lontano… persino oltre il <perché> digiunare e scoprire, infine, il <per chi> digiuniamo. In una parola: chi amiamo così tanto da rinunciare a noi stessi pur di permettere all’altro un di più di vita.







