Pane

XXI Settimana T.O.

Il salmo responsoriale trasforma quella che – comunemente – ricordiamo come una maledizione e punizione da parte di Dio dopo il primo gesto di rottura delle origini, in una vera e propria benedizione: <Beato l’uomo… della fatica delle tue mani nutrirai> (Sal 127, 1-2). A questa conclusione sembra giungere lo stesso apostolo quando, proprio terminando una delle sue lettere e offrendosi come esempio ai credenti, scrive: <chi non vuol lavorare neppure mangi> (2Ts 3, 10). Un testo quest’ultimo famosissimo e citatissimo, ma che non va mai disgiunto dal versetto che – la scelta liturgica – fa seguire immediatamente a questo “detto” il quale ha tutta l’aria di essere un proverbio popolare. Il seguito del testo così contestualizza e amplifica il “proverbio”: <Il Signore della pace vi dia egli stesso la pace sempre e in ogni modo> (3, 16). Laddove alle origini la necessità del lavorare con <sudore> (Gn 3, 19) sembra essere il segno e la conseguenza della rottura della pace tra Dio e l’umanità, qui sembra che in <Gesù Cristo> (2Ts 3, 6) sia invece il segno di una ritrovata sinergia tra il Creatore e la creatura chiamata a non vivere <oziosamente> (3, 7). Il legame tra il lavorare e l’essere in pace, l’essere in pace e il lavorare è una dimensione assai importante e, in certo modo, da rivalutazione in una cultura che rischia di esaltare così tanto il “tempo libero” da rendere insensibili all’esperienza di liberazione e di realizzazione personale e sociale che si può vivere proprio attraverso un lavoro umanizzato e umanizzante.

La persona che lavora mostra nel suo agire e nel suo essere creativo di essere vivo e di essere sensibile alla vita con tutte le sue dinamiche di perenne trasformazione e infinita creatività, di essere, in certo modo, “divino”. Una simile sensibilità per la creatività e per la vita non può che tenere il nostro cuore assolutamente lontano da tutto ciò che ha a che fare con i <sepolcri> (Mt 23, 27). Troppo spesso, infatti, vi è un’eccessiva familiarità tra le persone devote e tutto ciò che ha a che fare con la morte e le <tombe> (23, 29). Di fatto il Signore Gesù continua a stigmatizzare l’ipocrisia degli scribi e dei farisei e, nella pericope evangelica di oggi, in certo modo li identifica ai becchini o ad un’impresa di pompe funebri: tutti intenti ad adornare le tombe e a porre rimedio – senza riuscire a trasformarlo veramente – l’operato dei <padri> dimostrandosi infine come <figli di chi uccise i profeti> (23, 30-31). C’è in questo modo di vivere e di concepire la devozione e la religiosità qualcosa di profondamente malato e di terribilmente morti-fero da cui il Signore prende le distanze e ci chiede di tenerci debitamente a distanza.

Si tratta di quel senso di morte e di quell’odore cimiteriale che talora si può avvertire in taluni ambienti e situazioni della nostra vita quotidiana dove, invece di lavorare all’amplificazione e all’approfondimento della vita, ci si trasforma – magari senza neppure farci più tanto caso – in una sorta di <sepolcri imbiancati> (Mt 23, 27) da cui – e comprensibilmente – la gente si tiene alla larga per rispetto e per timore di esserne ammorbata. Come dimenticare e come non ricordare continuamente l’augurio del salmo che dopo avere detto <della fatica delle tue mani ti nutrirai> aggiunge <sarai felice e avrai ogni bene> (Sal 127, 2)?! Lavorare per essere felici! Essere felici per creare nuovi spazi di vita: <belli all’esterno> (Mt 23, 27) perché felici dentro per evitare di cadere nella palude dell’<ipocrisia> (23, 28)… maschera di tristezza.

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