Quale gioia?

XX Settimana T.O.

Sembra proprio essere completamente agli antipodi l’atteggiamento del profeta e quello stigmatizzato dal Signore Gesù. Il profeta Ezechiele davanti alla <gloria del Dio d’Israele> (Ez 43, 2) – come poi accadrà al veggente di Patmos (Ap 1, 17) – non può che cadere con la <faccia a terra> (Ez 43, 3) mentre gli <scribi e i farisei> (Mt 23, 2) passano la vita a cercare in tutti i modi di <essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbi” dalla gente> (Mt 23, 5-6). Quasi in conclusione del suo vangelo, Matteo sembra riprendere il filo del discorso della Montagna con cui il suo libro si apre. Le non-beatitudini che Luca pone nello stesso testo con i suoi <guai> (Lc 6, 24-26), Matteo sembra riservarle per la fine dove, naturalmente, il loro impatto è ancora più forte. Si tratta infatti di tirare un po’ le fila di tutto il cammino percorso dietro a Gesù fino a questo punto. Una delle conseguenze di un autentico ascolto della parola e dei gesti del Signore dovrebbe essere proprio una accresciuta e approfondita consapevolezza di quanto e di come siamo <tutti fratelli> (Mt 23, 8).

Ma per sentirsi ed essere tali nelle reciproche relazioni è necessario rinunciare ad ogni tentazione ed illusione di essere all’origine della vita degli altri sentendosi in diritto, e persino talora in dovere, di legare la vita dei nostri simili e compagni di strada con <fardelli pesanti> che noi non vogliamo muovere <neppure con un dito> (Mt 23, 4). Il Signore Gesù non mette per nulla in crisi il sistema del “magistero farisaico” anzi raccomanda alla <folla e ai suoi discepoli> (23, 1) in modo sorprendente e chiaro: <Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere> (23, 3). Non raramente siamo inclini a rendere meno esigente la nostra vita di sequela, poiché coloro che dovrebbero dare l’esempio non lo danno o perché siamo stati testimoni di incoerenze molto forti da parte dei pastori. Un simile atteggiamento oltre ad essere un alibi assai debole è anche un segno di immaturità umana e spirituale che si traduce, spesso, in questa sorta di caccia al <”rabbi”> (23, 8) e in una spasmodica ed eterna ricerca di un <”padre” sulla terra>. Invece il discepolo viene invitato a intessere relazioni tra <fratelli> che sono tali proprio in quanto si riconoscono in una stessa origine e in una stessa matrice.

Un simile modo di sentirsi interiormente e di porsi reciprocamente, non può che tagliare alla radice ogni altro desiderio che non sia quello di essere <servo> (23, 11) senza nessuna indulgenza verso speranze di carrierismo spirituale. Nella misura in cui abbiamo imparato a riconoscere in Gesù il Signore allora non avremo altro desiderio che quello di stare ai suoi <piedi> (Ez 43, 7) e di <adorarlo> (Mt 28, 9). E scopriremo che questi piedi di gloria sono quelli sporchi e infangati di ogni nostro fratello e sorella in umanità a cui non abbiamo, in realtà, niente da insegnare, nulla da dare e tutto – invece – da condividere <a terra> (Ez 43, 3). Del resto, il salmo è chiaro: <i cieli sono i cieli del Signore, ma la terra l’ha data ai figli dell’uomo> (113B, 16).

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