Il tuo nome è Bisognoso, alleluia!

II settimana T.P. 

Ogni martedì del tempo pasquale la celebrazione eucaristica si apre con l’evocazione del trionfo di Cristo quale coronamento di tutta la storia della salvezza e risposta ad ogni profondo bisogno dell’umanità: <Rallegriamoci ed esultiamo, diamo gloria a Dio, perché il Signore ha preso possesso del suo regno> (Antifona di ingresso). La risurrezione del Signore e la sua esaltazione sono intimamente legate: Gesù di Nazaret e il Dio e Signore della vita non sono che un’unica cosa. In questa luce si rivela tutto il disegno del cuore del Padre che il Signore cerca di comunicare al suo interlocutore notturno che è Nicodemo: <Il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo> (Gv 3, 13) è colui che è stato <innalzato> (3, 14) per un motivo chiaro e fondamentale per il cammino dell’umanità <perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna> (3, 15). Ma possiamo ben chiederci cosa è mai questa <vita eterna> che il Signore Gesù ci comunica nel mistero della sua risurrezione? 

Nella prima lettura possiamo scorgere una possibile risposta quando troviamo che <la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era in comune> (At 4, 32). L’autore degli Atti completa questo magnifico quadretto della Chiesa nascente con una ulteriore nota: <Nessuno infatti tra loro era bisognoso> (4, 34). In realtà dovremmo dire che tutti i fratelli che erano venuti alla fede si sentivano talmente bisognosi gli uni degli altri da creare le condizioni di una comunione talmente profonda da diventare il luogo e l’ambito di una vita comune in cui nessuno più poteva sentire la vergogna di essere bisognoso, ma la gioia di condividere. Infatti, <quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno> (4, 34-35). 

Il frutto della vittoria pasquale di Cristo sulla morte diventa la vittoria su ogni forma di paura e di vergogna. La domanda di Nicodemo può essere ben ripresa in questo contesto: <Come può accadere questo?> (Gv 3, 9). Nella misura in cui si comincia a guardare e a vivere <le cose della terra> (3, 12) dal punto di vista di quel <cielo> (3, 13) da cui il Verbo è <disceso> facendosi per noi in tutto <bisognoso> (At 4, 34) perché diventassimo <ricchi per mezzo della sua povertà> (2Cor 8, 9). La vittoria pasquale di Cristo è la vittoria su ogni forma di conservazione e di rassicurazione per aprirsi ad una fiducia senza reticenze e sempre più piena propria di <chiunque è nato dallo Spirito> (Gv 3, 8) e che per la cui <grande forza> (At 4, 33) sono capaci – come il Signore Gesù – di deporre non solo i propri beni ma la stessa propria vita facendosi bisognosi di tutto per non avere bisogno di nulla in proprio ma di vivere tutto in <comune> (4, 32). Sì, è proprio vero ed è sempre vero: <dovete nascere dall’alto> (Gv 3, 7).

18 aprile H 15.30 – Il valico e il varco come parabola di umanità

Il tuo nome è “Se”, alleluia!

II settimana T.P. 

Il modo con cui rabbì Nicodemo si rivolge al Signore Gesù è emblematico: <Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui> (Gv 3, 2). In queste parole possiamo leggere una grande ammirazione da parte di un membro autorevole del Sinedrio nei confronti di questo rabbì itinerante proveniente dalla Galilea. Ma possiamo anche indovinare come per Nicodemo il criterio di discernimento per valutare una persona è legato ai <segni> che egli compie piuttosto che – partendo dai segni esterni – cercare di capire il segno che egli è come persona. A questo il Signore Gesù reagisce prontamente e, per certi aspetti, brutalmente: <In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio> (3, 3). 

Potremmo commentare questa risposta del Signore Gesù a Nicodemo riprendendo il testo del salmo responsoriale che la Liturgia ci offre: < Ride colui che sta nei cieli, il Signore si fa beffe di loro> (Sal 2, 4). Di certo il Signore Dio non ride di noi, ma come una madre che assiste ai primi passi del proprio bambino sostenendolo nelle sue innumerevoli cadute, vede e considera quanto facciamo fatica a guardare la realtà dall’interno e non solo dall’esterno come pure a valutare e incrementare la nostra stessa vita dal profondo del nostro cuore e non dall’esteriorità di gesti e parole talora più grandi di noi tanto da non esprimere nulla di quello che veramente desideriamo e di ciò che veramente siamo. Come spiega Teodoro di Mopsuestia parlando del Battesimo: <Quando si tratta della generazione naturale, il seno della madre è il luogo in cui si forma il bambino, ma questi si sviluppa fino al termine per la potenza di Dio che, sin dalle origini, lo ha creato. Così pure nel Vangelo l’acqua tiene il posto della madre, ma è lo Spirito ad essere il Creatore>1.

Laddove Nicodemo cerca di porsi con Gesù in una situazione di parità e persino con un briciolo di superiorità – <noi sappiamo> (Gv 3, 2) – il Signore lo richiama a se stesso e al suo personale cammino di crescita interiore che non si fa “in gruppo”, ma solo ed esclusivamente assumendo il peso della propria solitudine e della propria responsabilità personale. Attingere alla propria interiorità è il grande invito che il Signore Risorto fa a ciascuno di noi per poter, a nostra volta, vivere la stessa esperienza degli apostoli e della Chiesa nascente: un’apertura alla profondità di se stessi permette di essere fedeli a se stessi e di non temere nessuna minaccia esterna. Quando siamo capaci di vivere all’altezza della nostra interiorità allora è chiaro che lo Spirito non solo vive dentro di noi, ma ci rigenera così profondamente che la sua azione potente si rende percettibile: <Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza> (At 4, 31).


1. TEODORO DI MOPSUESTIA, Commento su Giovanni, II, 2.

Il tuo nome è Spezzare, alleluia!

II DOMENICA di PASQUA 

La prima lettura di questa liturgia ci fa entrare nel mistero della risurrezione come un paradigma di vita: <erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere> (At 2, 42). La prima comunità dei credenti, come ogni comunità di ogni tempo e di ogni luogo, diventa essa stessa sacramento della forza e del frutto della risurrezione. Tutto ciò si rivela in una capacità non solo nuova, ma capace di rinnovare continuamente i rapporti e di ritessere le relazioni in modo profondo e duraturo. Se la morte rappresenta il dramma di una rottura, la risurrezione afferma la speranza e la possibilità di riprendere sempre i cammini della comunione e dell’amore. La litania del salmo responsoriale non solo ce lo ricorda, ma anche ci chiede di cantarlo continuamente non solo a parole, ma con tutta la nostra vita: <il suo amore è per sempre> (Sal 117, 2).

Per questo motivo sembra che il Signore Gesù ritorni <otto giorni dopo> (Gv 20, 26) e si ponga al centro della comunità dei discepoli che è profondamente ferita. L’evangelista annota che <c’era con loro anche Tommaso>. Il gruppo dei discepoli è di nuovo al completo, ma non ancora veramente risanato. Il Signore Risorto si presenta come medico che augura il bene più grande e più importante: <Pace a voi!> (Gv 20, 21 e 26). Se questo è il dono che il Risorto porta e riporta a quei discepoli che, alla vigilia della sua passione, ha chiamato teneramente <amici>, è segno che di questo c’è maggiormente bisogno. E ancora: se il primo dono che il Risorto chiede ai suoi discepoli ritrovati, è quello di donare al mondo, nel suo nome, il perdono (cfr Gv 20, 23), allora è chiaro che la capacità di lasciarsi perdonare e di perdonare è il segno che la morte del Signore Gesù non è stata vana.

In mezzo ai suoi discepoli, la presenza del Risorto è capace di <spezzare> (At 2, 42), ancora una volta, la propria vita come dono che ridona pace. Il suo corpo Risorto, ma sempre segnato dalle ferite irrinunciabili della sua amara e gloriosa passione, è offerto alla Chiesa come il pane per il cammino attraverso la storia. Il Signore Gesù venne <mentre erano chiuse le porte> (Gv 20, 19) eppure <mostrò loro le mani e il fianco> (20, 20). La risurrezione non è una negazione della morte e della sofferenza, non è un irenico superamento dei conflitti e dei fallimenti relazionali, è la rivelazione della possibilità di fare spazio ad una misura d’amore sempre crescente e sempre più consapevole. Mentre i discepoli rischiano di essere intrappolati nelle reti del rammarico e nell’amarezza di un fallimento che li ferisce a morte, il Signore fa delle sue ferite una rivelazione: si può sempre ricominciare ad amarsi e i fallimenti dell’amore e nell’amore possono diventare le basi per un amore più grande e più vero perché più conscio della propria vulnerabilità. Il corpo risorto e piagato del Cristo, ci libera dalla vergogna di scoprire le ferite e le piaghe del nostro cuore che, nel perdono, ritrova tutta la sua pace ed è capace di spezzarla come dono agli altri. Possiamo fare nostre le parole di Pietro: <Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati> (1Pt 1, 3).

Così canta la liturgia bizantina: <Chi impedì che la mano del discepolo si fondesse, quando l’accostò al fianco infuocato del Signore? Chi le diede l’ardire e la forza di tastare ossa fiammeggianti? Se quel costato non avesse trasmesso il potere a una destra di fango, come avrebbe potuto toccare il segno dei patimenti che avevano scosso le regioni superiori e inferiori? Ma a Tommaso è stata data questa grazia di toccarlo, e di gridare al Cristo: <Tu sei mio Signore e mio Dio>1.


1. Anthologhion, III, pp. 212-213.

Ton nom est briser, alléluia !

II DIMANCHE des PAQUES 

La première lecture de cette liturgie nous fait entrer dans le mystère de la résurrection comme un paradigme de vie : «  Ils se montraient assidus à l’enseignement des apôtres, fidèles à la communion fraternelle, à la fraction du pain et aux prières » (Act 2, 42). La première communauté des croyants, comme chaque communauté de tout temps et de tout lieu, devient elle-même sacrement de la force et du fruit de la résurrection. Tout cela se révèle dans une capacité, non seulement nouvelle, mais capable de rénover continuellement les rapports et de resserrer les relations de façon profonde et durable. Si la mort représente le drame d’une rupture, la résurrection affermit l’espérance et la possibilité de reprendre toujours les chemins de la communion et de l’amour. La litanie du psaume responsorial, non seulement nous le rappelle, mais nous demande aussi de le chanter continuellement non seulement en paroles, mais par toute notre vie : « son amour dure  toujours » (Ps 117, 2).

 A cause de cela, il semble que le Seigneur Jésus retourne «  huit jours après » (Jn 20,26) et se  place au centre de la communauté des disciples, profondément blessée. L’évangéliste note que «  Thomas était aussi avec eux ». Le groupe des disciples est à nouveau au complet, mais n’est pas encore totalement guéri. Le Seigneur Ressuscité se présente comme le médecin qui souhaite le bien le plus grand et le plus important : «  La Paix soit avec vous ! » (Jn 20, 21, 26). Si ceci est le don que le Ressuscité apporte et ramène à ces disciples qu’il a tendrement appelés «  amis », à la veille de sa passion, c’est le signe qu’ils en ont le plus besoin. Et, encore : si le premier don que le Ressuscité demande à ses disciples retrouvés, est celui de donner au monde, en son nom, le pardon (cf Jn 20, 23), alors, il est clair que la capacité de se laisser pardonner et de pardonner est le signe que la mort du Seigneur Jésus n’a pas été vaine.

Au milieu de ses disciples, la présence du Ressuscité est capable de «  rompre » (Act 2, 42), encore une fois la propre vie comme don qui redonne la paix. Son corps ressuscité, toujours marqué par les blessures incontournables de sa triste et glorieuse passion est offert à l’Église comme pain pour le chemin à travers l’Histoire. Le Seigneur Jésus arriva «  alors que les portes étaient fermées » (Jn 20, 19) et « il leur montra les mains et son côté » (20,20). La résurrection n’est pas une négation de la mort et de la souffrance, ce n’est pas un dépassement irénique des conflits et des échecs relationnels, mais c’est la révélation de la possibilité de faire de la place à une mesure d’amour toujours croissante et toujours plus consciente. Alors que les disciples risquent d’être entremêlés dans les filets du remords et de l ‘amertume d’un échec qui les blesse à mort, le Seigneur fait de ses blessures une révélation : l’on peut toujours recommencer à s’aimer et les échecs de l’amour et en amour peuvent devenir les bases pour un amour plus grand et plus vrai, car plus conscient de sa propre vulnérabilité. Le corps ressuscité et couvert de blessures du Christ, nous libère de la honte de découvrir les blessures et les plaies de notre coeur qui, dans le pardon, retrouve toute sa paix et est capable de se rompre comme un don aux autres. Nous pouvons faire nôtres les paroles de Pierre : «  Béni sois-tu, Dieu et Père de notre Seigneur Jésus Christ, qui, dans sa grande miséricorde, nous a régénérés » (1 P 1,3).

La liturgie byzantine chante ainsi : « Qui empêcha que la main du disciple se fondit lorsqu’il toucha le côté ardent du Seigneur ? Qui lui donna l’ardeur et la force de tâter les os enflammés ? Si ce flanc n’avait pas transmis le pouvoir à cette plaie droite sanguinolente, comment aurait-il pu toucher le signe des souffrances qui avaient secoué les régions supérieures et inférieures ? Mais, il a été donné à Thomas cette grâce de pouvoir toucher et crier au Christ : «  Tu es mon Seigneur et mon Dieu »1.


1. Anthologhion, III pp. 212-213.

Il tuo nome è Battezzato, alleluia!

Sabato di PASQUA 

Ogni Sabato del tempo pasquale i testi eucologici ci aiutano a rammemorare e rinverdire la memoria della grazia del Battesimo che ci ha immersi nel mistero di Cristo. Infatti, tutta la vita del battezzato è un cammino verso la terra promessa come viene ricordato dall’antifona di ingresso: <Il Signore ha liberato il suo popolo, e gli ha dato esultanza, ha colmato di gioia i suoi eletti>. Nella nostra vita di credenti e di discepoli, potremmo chiederci che cosa indichi la nostra appartenenza a Cristo Signore e la nostra immersione nel mistero della sua Pasqua. Una risposta la troviamo nella prima lettura dove i notabili del popolo davanti a Pietro e a Giovanni <rimanevano stupefatti riconoscendoli per coloro che erano stati con Gesù> (At 4, 13). Forse il più grande desiderio del nostro cuore di discepoli e la più promettente testimonianza sarebbero proprio di poter essere riconosciuti e indicati come persone che vivono <con Gesù> per imparare a vivere come Gesù. Non è forse questo <il vangelo> (Mc 16, 15) che siamo chiamati a predicare attraverso la nostra stessa quotidiana esistenza?! Forse questa qualifica – <con Gesù> – vale più dei miracoli e degli stessi successi pastorali. Ciò che proclama con irresistibile <franchezza> la realtà della risurrezione di Cristo è il suo impatto vivificante sulla nostra esistenza concreta e quotidiana come avvenne per Maria di Magdala <dalla quale aveva cacciato sette demoni> (Mc 16, 9). 

Attraverso questa esperienza così profonda di salvezza e di guarigione, Maria, che rappresenta l’umanità aperta alla vita nuova, non può cedere alla reazione di disperato immobilismo dei discepoli i quali <erano in lutto e in pianto> (16, 10) mentre lei è già in cammino persino di notte. Nella nostra testimonianza battesimale ciò che è di primaria importanza non è il contenuto del nostro annuncio ma la forza del nostro essere stati cambiati da un’esperienza di rinnovamento totale. Per questo gli apostoli – dopo la Pentecoste – non hanno nessun timore nel reagire alle intimidazioni di quel medesimo sinedrio che aveva fatto uccidere il loro Maestro: <noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato> (At 4, 20). Il tempo e il regime della risurrezione si inaugurano proprio con una vita fondata sull’invisibile evidenza di una presenza che riempie, cambia e motiva la vita attraverso la fede che, come diceva Pascal, è <Dio sensibile al cuore>. Infatti, sia al mattino di Pasqua che al mattino dell’Ascensione la relazione con il Risorto e il Veniente comincia con la disponibilità a perdere la visibilità del suo corpo in favore di una relazione più dilatata nella linea della profondità. 

Come osa dire padre Thévenot1, la vita cristiana si presenta come una ricerca che passa dalla cura per un corpo perduto – quello cercato con calde lacrime da Maria al sepolcro vuoto e rimpianto dai discepoli nel Cenacolo – alla costruzione del <corpo totale> di cui <ogni creatura> (Mc 16, 15) che è chiamata ad esserne parte viva e vivente. Così il Battesimo è per noi il grande dono di poter accogliere ogni giorno la sfida di essere vero corpo di Cristo per la gioia e la salvezza dell’umanità. 


1. X. THÉVENOT, Souffrance, bonheur, éthique, Éd. Salvador, 1990, p. 121.

Il tuo nome è Graziato, alleluia!

Venerdì di PASQUA 

Il rimprovero di Pietro raggiunge anche noi e ci fa sentire trafitti interiormente: <avete graziato un assassino…> (At 3, 14). Dietro Barabba c’è ciascuno di noi al posto del quale il Signore Gesù, <autore della vita> (3, 15), ha accettato di essere scambiato. Il suo essere “dis-graziato” è stata per noi la fonte della vita, una possibilità rinnovata di vita. Le ultime parole che il Signore Gesù rivolge ai suoi nel Cenacolo che ritrova per la visita del Risorto il suo calore e la sua luce sono <di questo voi sarete testimoni> (Lc 24, 48). Ognuno di noi è chiamato ad essere testimone del fatto di essere stato <graziato> così da essere chiamato a graziare o almeno a ringraziare. Il mistero pasquale di Cristo, morto e risorto per noi, ci ridona la possibilità di trovare rinnovata la nostra umanità. Quella umanità che in Barabba – discendente di Caino come lo è ciascuno di noi – si mostra capace di essere omicida (Mc 15, 7) ritrova la sua identità più profonda e più vera che è la gioia della condivisione: <Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho> (24, 39). Il ritrovamento della relazione con il Signore Gesù da parte dei discepoli è motivo di <grande gioia> (24, 41) e questa gioia non risparmia la necessità di un cammino di memoria e di pentimento per l’incapacità a riconoscere i cammini di Dio nella nostra storia. Bisogna riconoscere che nonostante tutte le loro lentezze i discepoli hanno imparato la lezione aprendo finalmente la loro <mente all’intelligenza delle Scritture> (Lc 24, 45). 

Infatti, Pietro, dopo la guarigione dello storpio, storna l’attenzione da se stesso e richiama tutti a lasciarsi trasformare dall’annuncio pasquale: <per portarvi la benedizione e perché ciascuno si converta dalle sue iniquità> (At 3, 26). La conversione apre il nostro cuore ad una riconciliazione profonda che non esclude il fallimento del nostro essere discepoli, ma ne fa un’occasione di crescita. Il saluto del Signore Gesù è tanto speciale quanto consueto nella cultura ebraica: <Pace a voi!> (Lc 24, 36). Come esortava il card. Newman: <Questa è una cosa alla quale dobbiamo pensare bene al momento attuale, perché modererà le nostre speranze e dissiperà le nostre illusioni: non possiamo sperare di avere la pace in noi, se siamo in guerra al di fuori>1

Il Signore ci dà tutto il tempo per arrivare a questa pace e per appropriarci gradualmente del suo mistero che ci salva: dà tutto il tempo ai discepoli di sfogare la loro tristezza e, prima di farsi presente, dà loro tutto il tempo per condividere con gli altri la loro esperienza. Ancora una volta e sempre il Risorto conferma e dilata quei piccoli passi che – col suo discretissimo aiuto – ci sembra di poter fare da soli. Si fa presente alla nostra vita in modo del tutto naturale come se la morte non avesse interrotto ma approfondito la relazione, come se l’abbandono avesse rafforzato e indebolito il desiderio ridando ai passi dei discepoli un nuovo <vigore> (At 3, 16). La risurrezione non è una verità cui dare il proprio assenso ma una nuova ed intelligente apertura sul mondo da sperimentare.


1. J. H. NEWMAN, Sermons on Subjects of the Day, n° 10.

Il tuo nome è Tutto, alleluia!

Mercoledì di PASQUA 

I contristati discepoli in cammino verso Emmaus cercavano un poco di consolazione e, invece, vengono ribaltati completamente e rimessi in cammino e per giunta ben oltre quella <sera> (Lc 24, 29) da cui volevano mettere al riparo il loro sconosciuto pellegrino fattosi amabile compagno di viaggio. Al cuore dell’accompagnarsi del Risorto al nostro andare affrettato vi è una domanda: <Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?> (24, 17). Il Signore non solo si fa pellegrino, ma si fa persino ignorante. Si fa pellegrino per insegnarci la strada e si fa ignorante per aprire i nostri occhi su un mondo diverso da quello che possiamo vedere col naso incollato alla nostra angoscia: <Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere…?> (24, 18). In realtà i discepoli <in cammino> (24, 13) verso Emmaus non sono meno immobili di quel povero storpio che Pietro e Giovanni incontrano mentre <salivano al tempio> (At 3, 1). 

Noi tutti siamo come quest’uomo <storpio fin dalla nascita e lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta <Bella> a chiedere l’elemosina> (3, 2). Sembra quasi un insulto mettere uno storpio vicino alla più bella delle porte da cui tutti passano con la piena gioia di poter camminare. Sembra quasi un insulto che questo pellegrino non si sia fatto neppure minimamente toccare dalla tragedia delle morte così ingiusta del profeta di Nazaret. Eppure i nostri cammini sono ancora troppo angusti per il cuore di Dio ed è sempre più lungo il cammino necessario per sposare lo sguardo di Dio sugli avvenimenti di cui già noi ci siamo fatta una ragione e per cui già abbiamo trovato una pur triste soluzione. Si rende necessario guardare con gli occhi della Luce per cogliere nelle ombre il filo rosso di un disegno più grande del nostro particolare punto di vista, talora così povero da chiedere <l’elemosina> (At 3, 2). Come lo storpio il quale si aspettava che gli venisse dato <qualche cosa> (3, 5) i discepoli si aspettavano una parola di circostanza e invece viene dato tutto. Allo storpio un comando: <cammina> (3, 6) ai discepoli di fare <ritorno a Gerusalemme> (Lc 24, 33).

Emmaus è il mondo intero addolcito dalla tenue e calda presenza del Cristo che rende domestica la casa vuota inondandola di familiare tepore e trasforma il passo stanco in corsa perché non si può trattenere la gioia frutto dell’amore. Il Risorto ha aperto cammini divini sulla terra, trasformando ogni cammino in un pellegrinaggio e ogni umano pellegrinaggio in una mèta secondo gli stupendi versi di un poeta alessandrino contemporaneo: <Quando ti metterai in viaggio per Itaca / devi augurarti che la strada sia lunga / fertile in avventure ed esperienze. / Soprattutto non affrettare il viaggio… / e metta piede sull’isola, tu, ricco, / dei tesori accumulati per strada / senza aspettarti ricchezze da Itaca>1.


1. COSTANTINOS KAVAFIS, Itaca, in Settantacinque poesie, Einaudi, Torino 1992, p. 63.

Il tuo nome è Intuizione, alleluia!

DOMENICA di PASQUA 

Non sosteremo mai abbastanza sulla nota caratteristica del quarto vangelo per indicare gli indizi del grande evento della risurrezione: <e il sudario. che era stato sul suo capo, non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte> (Gv 20, 7). Su questo particolare i santi Padri come i moderni teologi hanno molto riflettuto dando diverse interpretazioni e, come nel caso di Agostino, arrivando persino a rinunciare a spiegare troppo il mistero di questo <sudario… piegato> in modo diverso da tutto il resto. Dopo Maria di Magdala, con Simon Pietro e il discepolo amato anche noi arrivando questa mattina al sepolcro ove dovrebbe giacere il corpo inerme del Signore Gesù, non possiamo che scandagliare tutti i minimi particolari. Sial il nostro modo per cercare di comprendere per intuire che cosa sia avvenuto e che cosa stia avvenendo attorno a noi e dentro di noi. Giovanni Crisostomo dice che se qualcuno avesse voluto trafugare il corpo del Signore – come sosterrà Maria parlando con il giardiniere – non avrebbe sprecato tempo nel ripiegare ordinatamente il sudario. Ma un altro Padre – Cirillo di Gerusalemme – è ancora più raffinato nel cogliere che questo sudario è <piegato> come se non avesse avuto nessun contatto con la morte poiché il corpo del Signore è <carne senza carne> anzi è <carne santa>. Potremmo dire che proprio nel momento della morte e della sepoltura il <Verbo si fece carne> (Gv 1, 14) e si fece <carne santa> per dare alla nostra carne e alla nostra umanità tutta la speranza della sua divinità. Così il sepolcro assume tutta la sua valenza di “monumentum/séma” in cui – sia in greco che in latino – troviamo la compresenza del legame alla morte che si fa testimonianza di qualcosa che la morte non può vincere e su cui non ha presa. Per questo la nostra non può che essere l’invocazione dei discepoli viandanti in cammino verso Emmaus: <Resta con noi, perché si fa sera>. 

Ton nom est intuition, alléluia !

DIMANCHE des PAQUES 

Dimanche de Pâques -Nous n’insisterons jamais assez sur l’annotation caractéristique du quatrième évangile qui désigne les indices du grand événement de la résurrection : «  et le suaire qui  recouvrait sa tête n’était pas avec les bandelettes, mais roulé dans un endroit à part » (Jn 20,7). Sur cette particularité, les saints Pères, tout comme les théologiens modernes ont beaucoup réfléchi donnant diverses interprétations, et, comme dans le cas d’Augustin, arrivant même à renoncer à trop expliquer le mystère de ce « suaire… plié » de façon différente à tout le reste. Après Marie de Magdala, avec Simon Pierre et le disciple bien-aimé, nous aussi, en arrivant ce matin au tombeau où devait être enseveli le corps inanimé du Seigneur Jésus, nous ne pouvons que scruter toutes les petites particularités. C’est notre façon de chercher à comprendre pour pressentir ce qui est arrivé et ce qui arrive autour de nous et en nous. Jean Chrysostome dit que si quelqu’un avait voulu dérober le corps du Seigneur- comme le soutiendra Marie en parlant avec le jardinier- il n’aurait pas perdu de temps à replier soigneusement le suaire. Mais, un autre Père – Cyrille de Jérusalem – est encore plus pointilleux dans sa façon de préciser que ce suaire est « plié » comme s’il n’avait eu aucun contact avec la mort, car le corps du Seigneur est « chair sans chair » donc « chair sainte ». Nous pourrions dire que précisément au moment de la mort et de l’ensevelissement, le «  Verbe s’est fait chair » (Jn 1, 14) et se fit «  chair sainte » pour donner à notre chair et à notre humanité toute l’espérance de sa divinité. Ainsi le tombeau assume toute sa signification de « monumentum/séma » où – que ce soit en grec ou en latin -nous trouvons la coprésence du lien à la mort qui devient témoignage de quelque chose que la mort ne peut vaincre et sur quoi elle n’a pas de prise. Pour cela, notre invocation ne peut être que celle des disciples, pèlerins en chemin vers Emmaüs : « Reste avec nous, car le soir tombe ».