Piccoli, piccoli

XV Settimana T.O.

La Liturgia ci fa leggere ancora una volta queste splendide parole del Signore Gesù che certamente ci commuovono: <hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli> (Mt 11, 25). Eppure proprio questa benedizione esultante del Signore Gesù ci interroga su quanto e su come siamo veramente dei <piccoli> capaci di passare per la porta stretta e per la cruna dell’ago di una semplicità che non è mai un dono di natura, ma la lenta conquista di un lungo cammino di spogliazione da tutto ciò che rischia di creare un’immagine di noi stessi talmente più grande di noi da essere non solo inutile, ma persino pericolosa in quanto rischia di schiacciare il meglio che c’è dentro di noi. Le parole del profeta Isaia ci aiutano a comprendere meglio che cosa significhi entrare nel dinamismo di una piccolezza non mortificante, ma dinamizzante: <Può forse vantarsi la scure contro chi se ne serve per tagliare o la sega insuperbirsi contro chi la maneggia?> e aggiunge: <Come se un bastone volesse brandire chi lo impugna e una verga sollevare ciò che non è di legno!> (Is 10, 15).

Il lungo cammino dell’esistenza consiste nel rimettere la propria vita nelle mani del Creatore liberati da ogni sospetto su di Lui e rinfrancati da ogni ansia per quanto riguarda noi stessi. Il senso della vita non è legata alla somma di successi e insuccessi, di riuscite e di fallimenti, ma è legata ad una sensazione crescente e – si spera! – sempre più accresciuta di serenità e di fiducia. In realtà siamo chiamati ad entrare nello stesso respiro relazionale che esiste da sempre tra Gesù e il Padre suo. L’esultazione di Cristo Signore diventa per noi un modello di vita: <Tutto è stato dato a me dal Padre mio> (Mt 11, 27) e una sorta di riscatto da quello che comunemente chiamiamo peccato originale sotto cui leggiamo tutta la nostra fatica a fidarci veramente di Dio e a pensare che la sua grandezza non è la negazione della nostra piccolezza, ma ne è la pura esaltazione come in ogni rapporto dominato non dalla violenza e dall’interesse, ma dalla benevolenza e dalla gratuità. Per questo il Signore Gesù non solo può, ma vuole dire: <nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo> (11, 27).

Al cuore del dinamismo interiore di Cristo Signore si trova, come un nocciolo incandescente, la percezione della bontà di Dio che ci permette di cogliere l’essenziale e insuperabile bontà originale e invincibile di noi stessi. Di questo possiamo renderci conto e possiamo veramente viverne solo a condizione che sappiamo farci piccoli piccoli, ma non nel senso della mortificazione della nostra personalità e della nostra dignità, ma per l’intimo piacere di sentirci amati e di lasciarci amare. Essere piccoli piccoli, non può sopportare nemmeno l’idea di una emancipazione adolescenziale che ci porterebbe a dire: <Con la forza della mia mano ho agito e con la mia sapienza, perché sono intelligente> e ancora <La mia mano ha scovato, come in un nido, la ricchezza dei popoli> (Is 10, 13, 14). Quando cominciamo a ragionare così non facciamo altro che raccogliere la legna della pira su cui dovrà ardere il nostro stupido orgoglio che ci isola fino ad ucciderci con il <fuoco>(10, 16) divorante della follia.

Attenzione

XV Settimana T.O.

Il Signore Gesù ci fa segno, si fa segno per ciascuno di noi e attende da parte nostra una sensibilità e un’attenzione senza le quali la nostra vita rischia di precipitare, non perché il Signore ci infligga chissà quale tremendo castigo, ma perché la nostra vita scivolerebbe, ineluttabilmente, verso un non-senso, capace di svuotare e avvilire ogni speranza. La parola di cui il profeta Isaia si fa mediazione presso il re Acaz riguarda ciascuno di noi chiamato, ogni giorno, a dare consistenza alla propria esistenza rifondandola continuamente su ciò che può assicurarci veramente una solidità interiore che ci renda capaci di affrontare tutte le traversie della vita. Da una parte il Signore conforta e rassicura il re perché il suo cuore unitamente a quello del popolo non si agiti e, dall’altra, rammenta al popolo che <se non crederete, non resterete saldi> (Is 7, 9b). Nello stesso senso il Signore Gesù <si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi perché non si erano convertite> (Mt 11, 20).

Il Signore non vuole sradicare l’albero che siamo, ma continuamente cerca di riportare ciascuno di noi a quel realismo che da una parte ci tiene al riparo dalla superficialità e dall’altro ci permette – dall’ultima foglia che spunta sul ramo più tenero che ondeggia nel cielo alla radice più possente che si nasconde nella terra – di ritrovare continuamente quella stabilità interiore che permette di crescere e di vivere pienamente: <Fa’ attenzione e sta’ tranquillo, non temere e il tuo cuore non si abbatta> (Is 7, 4). Il nostro cuore è così simile alla città di cui ci parla il Signore Gesù nel Vangelo e il profeta nella prima lettura: siamo continuamente gratificati da una continua attenzione da parte del Signore a cui, però, rischiamo di non riservare la dovuta attenzione. Non è certo preferibile la situazione e il destino di Sodoma a quella di Cafarnao, ma a nulla varrebbe il dono della possibilità di un incontro con il Signore se passasse nella nostra vita inosservato e, in una parola, dis-atteso.

Non dobbiamo mai dimenticare che c’è sempre una via per ritrovare l’attenzione e ristabilire la comunione e non è altro che il pentimento quale <porta della compassione; essa si apre a chi lo ricerca. Per questa porta entriamo nella compassione divina; fuori di essa non possiamo trovare la compassione: “Tutti hanno peccato, dice la Sacra Scrittura, e tutti sono giustificati gratuitamente per la sua grazia” (Rm 3,23-24). Il pentimento è la seconda grazia. Nasce dalla fede e dal timore nel cuore. Il timore è il vincastro paterno che ci guida, finché non siamo giunti al paradiso spirituale. Quando vi siamo giunti, esso ci lascia e se ne va>1. Il pentimento non significa guardare indietro come fece la moglie di Lot trasformandosi, per questo, in una statua di sale, ma è guardare avanti facendo tesoro di ogni passo compiuto, di ogni gioia provata, di ogni dolore sofferto.


1. ISACCO SIRO, Discorsi ascetici, I, 72.

Pace e pace!

XV Settimana T.O.

Le parole con cui il Signore Gesù conclude il suo discorso di consegna della sua missione agli apostoli non ci lascia certo indifferenti: <Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada> (Mt 10, 34). Come non ricordare che l’ultimo dono del Signore Gesù prima della sua passione è la promessa di una <pace> (Gv 14, 27) che viene ridonata abbondantemente e pienamente la sera di Pasqua nel Cenacolo (Gv 20, 19)?! In realtà, si può veramente dire che c’è pace e pace come c’è preghiera e preghiera, secondo quanto ci ricorda il profeta Isaia che arriva a dire: <Smettete di presentare offerte inutili; l’incenso per me è un abominio, i noviluni, i sabati e le assemblee sacre: non posso sopportare delitto e solennità> (Is 1, 13). Spesso si sente parlare di una ricerca di pace e di serenità che spinge a cercare luoghi di preghiera e di contemplazione e, certamente, questa è una cosa più che buona, nondimeno la parola del Signore di oggi ci aiuta a non cadere nella trappola di facili romanticismi spirituali.

La pace che il Signore ci dona non è l’irenismo di chi si sottrae alla quotidiana fatica dell’incarnazione e della solidarietà, ma il coronamento di un lungo processo interiore di adattamento e di coinvolgimento espresso attraverso un piccolo detto che potrebbe essere assunto come criterio di discernimento per ogni cammino di discepolanza e per ogni necessaria autenticazione di un reale impegno apostolico: <Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa> (Mt 10, 42). Per il Maestro i suoi discepoli non sono, prima di tutto, coloro che danno un bicchiere d’acqua fresca, ma, al contrario, sono coloro che lo ricevono e che accettano di muoversi in mezzo ai loro fratelli e sorelle in umanità non come coloro che possono dare una mano, bensì che ne hanno bisogno e non si vergognano di lasciarsi aiutare. In questo modo viene predicato il Vangelo di liberazione da ogni ansia di prestazione e viene disattivato quel meccanismo, tanto religioso quanto segnato endemicamente dall’ipocrisia, che viene così gagliardamente denunciato dal profeta.

La <spada> (10, 34) evocata dal Signore Gesù non ha niente a vedere con la violenza, ma è un simbolo che rimanda al necessario discernimento che deve continuamente accompagnare la nostra vita per non restare mai al livello delle apparenze e cercare di porre basi sempre più profonde e affidabili di quelli che sono gli orientamenti fondamentali della nostra esistenza. Anche i legami più sacri e amabili devono essere sottoposti a discernimento per comprendere quanto questi blocchino o, al contrario, sono capaci di dinamizzare il nostro progresso interiore nella libertà di amare senza mai diventare schiavi dei propri sentimenti e delle proprie emozioni: <Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera> (10, 35). Senza una giusta “separazione” analoga a quella con cui Dio ha creato il mondo separando, prima di tutto, la luce dalle tenebre, la vita non può progredire e rischia di implodere miseramente. Ogni volta che ci rendiamo disponibili ad una scelta dobbiamo necessariamente renderci pure disponibili ad attraversare il crogiolo della rinuncia come porta stretta di un’amplissima pace.

Aspettativa

XV Domenica del T.O. –

La parola dell’apostolo Paolo ci conduce al cuore del mistero del mondo che attraverso il tempo è nel suo insieme così simile a quei diversi tipi di terreno di cui ci parla il Signore Gesù in una delle sue parabole. Sì, al cuore del mondo e nel cuore di ciascuno di noi c’è <l’ardente aspettativa della creazione> che è <protesa verso la rivelazione dei figli di Dio> (Rm 8, 19). In realtà ciò che noi attendiamo, in comunione sofferta con tutta la creazione, non è che il riflesso di un’aspettativa ancora più ardente della nostra, quella di Dio stesso che si nasconde sotto le vesti di un semplice e prodigo <seminatore> (Mt 13, 3). Ciò che possiamo ammirare in questo seminatore è la sua fiducia che gli impone di spargere il seme sapendo che non si può sperare nulla se non si è capaci di rischiare molto. Del resto, persino il seme caduto sulla strada forse potrà servire da cibo per gli uccelli e persino quello soffocato dai rovi. In realtà, marcendo, il terreno ingombro di detriti diventerà terriccio che remotamente potrà accogliere fino a nutrire e far crescere i semi che cadranno domani o dopodomani.

Nel cuore del Signore Gesù è confermata la duplice profezia di Isaia. Quella che troviamo nella prima lettura secondo cui la <parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata> (Is 55, 11). Ma ancora più profondamente si compie, nelle parole e nei gesti del Signore Gesù, la profezia che egli stesso cita rispondendo alla domanda un po’ imbarazzata dei suoi discepoli: <Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore> (Mt 13, 15). Davanti ad un quadro così fosco che sembra rievocare e riassumere i vari tipi di terreno inospitale, la conclusione del profeta che diventa la stessa conclusione del Signore Gesù è sorprendentemente chiara come pure profondamente rasserenante: <e non si convertano e io li guarisca>.

A partire da questa citazione evocata dallo stesso Maestro possiamo persino pensare che la cosa che più sta a cuore al Signore Gesù non è il livello di fecondità del terreno del nostro cuore, ma la possibilità che esso possa essere lavorato e concimato per essere pronto ad accogliere e far fruttificare il seme a suo tempo. Quando il Signore termina la sua spiegazione dice che il seme <seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende> (13, 23). Come pure non teme di porre i discepoli che lo stanno ascoltando davanti alla responsabilità che la loro intimità con il Signore comporta: <Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano> (13, 16). Possiamo concludere che la grande aspettativa di tutta la nostra vita consista proprio in un lento e deciso cammino di sensibilizzazione che renda il nostro cuore sempre più consapevole. Per tutto ciò che in noi è ancora segnato dall’insensibilità vi è la speranza che la divina pazienza e larghezza del seminatore di vita pian piano ci <guarisca> (13, 15). Forse potremmo dire che ciò che il Signore si aspetta da noi come frutto è la guarigione della nostra sensibilità.

Attente

XV Dimanche du T.O.

La parole de l’apôtre Paul nous conduit au coeur du mystère du monde qui, à travers le temps et, d’une certaine façon, d’une manière si semblable à ces différents types de terrains dont nous parle le Seigneur Jésus dans l’une de ses paraboles ? Oui, au coeur du monde et dans le coeur de chacun de nous il y a «  l’ardente attente de la création » qui est  « extension vers la révélation des fils de Dieu « Rm 8, 19). En réalité, ce que nous attendons, en communion de souffrance avec toute la création, n’est que le reflet d’une attente encore plus ardent que la nôtre, celle de Dieu lui-même qui se cache derrière le personnage d’un simple et prodigue «  semeur » (Mt 13, 3). Ce que nous pouvons admirer en ce semeur est sa confiance qui lui demande d’éparpiller la semence tout en sachant qu’il n’y a rien à espérer si l’on n’est pas capable de risquer beaucoup. En plus, la semence tombée sur la route pourra servir de nourriture aux oiseaux, de même que celle étouffée par les ronces. En réalité, en pourrissant, le terrain encombré de détritus deviendra terreau qui, en profondeur, pourra accueilli jusqu’à nourrir et faire grandir les graines qui tomberont demain ou après-demain.

La double prophétie d’Isaïe est confirmée dans le coeur du Seigneur Jésus. Celle que nous trouvons dans la première lecture selon laquelle la «  parole sortie de ma bouche : ne reviendra pas vers moi sans effet, sans avoir opéré ce que je désire et sans avoir accompli ce pour quoi je l’ai envoyée » (Is 55,11). Mais elle s’accomplit encore plus profondément dans les paroles et les gestes du Seigneur Jésus, la prophétie qu’il citera répondant à la question un peu embarrassante de ses disciples : « Car le coeur de ce peuple est devenu insensible, ils sont devenus durs d’oreilles et ont fermé les yeux car ils ne voient plus avec les yeux, n’entendent plus avec les oreilles et ne comprennent plus avec le coeur » (Mt13, 15). Devant un cadre aussi sombre qui semble révoquer et résumer les différents types de terrains inhospitaliers, la conclusion du prophète qui rejoint la conclusion du Seigneur Jésus, est  étonnamment claire et aussi profondément réconfortante : «  et ils ne se convertirent pas et je les guéris ».

 A partir de cette citation évoquée par le Maître lui-même nous pouvons même penser que la chose qui tient le plus à coeur au Seigneur Jésus n’est pas le niveau de fécondité du terrain de notre coeur, mais la possibilité qu’il puisse être travaillé et conçu pour être prêt à accueillir et faire fructifier la semence au temps voulu. Quand le Seigneur termine son explication, il dit que le grain «  semé sur le bon terrain est celui qui écoute la Parole et la comprend » (13, 23). Il ne craint pas non plus  de mettre les disciples qui l’écoutent face à leur responsabilité que l’intimité avec le Seigneur suppose : « Mais, heureux vos yeux car ils voient et vos oreilles car elles entendent » (13, 16). Nous pouvons en déduire que la grande attente de toute notre vie consiste vraiment en un chemin lent et décidé de sensibilisation qui rende notre coeur toujours plus conscient. Pour tout ce qui en nous est encore marqué par l’insensibilité, il y a l’espérance que la divine patience et la largesse du semeur de vie nous «  guérisse » petit à petit (13, 15). Nous pourrions même dire que ce que le Seigneur attend de nous comme fruit, est la guérison de notre insensibilité.

Intelligenza

San Benedetto

La festa di san Benedetto ci riporta alla consapevolezza di una storia – quella della nostra Europa – che radica anche nell’esperienza di ciò che il monaco di Subiaco prima e l’abate di Montecassino dopo è stato capace di vivere personalmente in modo così intenso da comunicarlo non solo ai fratelli raccolti attorno a lui, ma anche al mondo da cui aveva preso le distanze in modo così radicale. L’esperienza di Benedetto da Norcia, da Subiaco, da Montecassino diventa una fonte di speranza per tutti e, in particolare, per noi che viviamo un nuovo tempo di crisi, di passaggio, per molti aspetti di fine non facile da accettare e da vivere. In un momento altrettanto difficile e segnato da cambiamenti così profondi, Benedetto ci rassicura del fatto che, se siamo in grado di tornare al Vangelo potremo sempre inventare cammini di umanità e di solidarietà fraterna. Nella preghiera e nella solitudine sembra che Benedetto sia stato capace di maturare non solo come monaco, ma pure come uomo in una capacità di leggere la storia e farne il solco in cui far cadere nuovamente il seme del Vangelo attraverso una sequela generosa e creativa.

La domanda di Pietro certo non solo non ci sorprende, ma forse pure ci esprime: <Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito: che cosa dunque ne avremo?> (Mt 19, 27). Per gli apostoli la predicazione del Signore e, soprattutto, l’orizzonte della croce non è facile né da accogliere né da gestire. Anche per ciascuno di noi il rischio è quello di cedere alla domanda su quale guadagno ci apporti la nostra fedeltà a Cristo. La risposta del Signore sposta l’attenzione dei discepoli dal presente al futuro: <riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna> (19, 29). Non si tratta di un modo gentile per eludere la domanda e circumnavigare il problema. Al contrario, il Signore ci ricorda che il valore della nostra vita non è legato al guadagno, ma alla capacità di fare della nostra esistenza un anello per la trasmissione e l’incremento della vita non solo per noi, ma anche e soprattutto per gli altri.

Ciò che la tradizione benedettina, nonostante tutte le ambiguità e contraddizioni, è riuscita a custodire è questo sguardo ampio e assolutamente inclusivo. Ampio perché capace di sognare e di pensare in grande e con lungimiranza, inclusivo perché ha sempre armonizzato le varie componenti della vita tenendo insieme tutti gli elementi dell’esistenza in quanto ad età, estrazione sociale, doti tecniche ed intellettuali. Tutto ciò è stato possibile ed è ancora possibile in obbedienza all’esortazione dei Proverbi: <se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti… se appunto invocherai l’intelligenza e rivolgerai la tua voce alla prudenza…> (Pr 2, 1-3). Benedetto ci rassicura e ci incoraggia per portare avanti un lavoro di intelligenza cha dall’interiorità forma e trasforma il mondo esteriore. Siamo di fronte al miracolo del genio personale messo a servizio della forza di una comunità che non si impone come una tribù che teme il dono personale, ma come luogo in cui ciascuno si scopre non per imporsi, ma per donarsi sempre più pienamente, sempre più umanamente.

Prudenza

XIV Settimana T.O.

È lo stesso Signore Gesù che, inviando i suoi discepoli come testimoni e annunciatori del Vangelo, raccomanda di essere <prudenti come i serpenti e semplici come le colombe> (Mt 10, 16). Forse questa parola del Maestro, pronunciata e consegnata in un momento particolarmente significativo per il cammino futuro della Chiesa che si fonda sulla predicazione apostolica, ci fa elencare e meditare, per prima, la virtù della prudenza. L’accostamento simbolico tra questi due animali ci permette di cogliere la continuità e, contemporaneamente la novità del modo evangelico di intendere una virtù assolutamente umana come la prudenza: si tratta di essere accorti e scaltri come dei serpenti in tutto ciò che concerne la vigilanza su se stessi, ma innocenti e semplici come colombe, che sono animali miti e arrendevoli. È necessario saper considerare le cose della terra con un senso di realismo, di praticità, di consapevolezza proprio come il serpente che conosce il suo territorio e sa muoversi con disinvoltura e finissima – oltreché silenziosissima – sensibilità percettiva, ma senza perdere la visione che delle cose si ha dall’alto per poter non assolutizzare nessun aspetto particolare a scapito dell’insieme. Ancora il Catechismo, parlando più particolarmente di questa virtù dice: <La prudenza è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo. L’uomo “accorto controlla i suoi passi” (Pr 14,15)>1. (1086).

San Tommaso, riprendendo la tradizione degli antichi filosofi, dice che la prudenza guida nell’agire e mai si confonde con la timidezza o la paura, né tantomeno con la doppiezza o la dissimulazione. Ogni uomo e ogni discepolo animato e guidato dalla virtù della prudenza è capace di orientarsi nel reale, complesso e talora umbratile, senza perdere né il contatto con la terra della concretezza – come il serpente – né l’intuizione di un orizzonte più ampio – come le colombe. La fedeltà al Vangelo, che esige sempre la perseveranza comincia ogni giorno con la semplice prudenza di compiere ogni passo con semplicità e con accortezza perché sia un passo per la vita e sia annuncio sereno e coraggioso del Regno di Dio che viene attraverso di noi e, talora, persino, malgrado noi. Il Signore Gesù si premura di darci pure un’altra consegna o, forse più precisamente, una sorta di consapevolezza necessaria a non perdere mai la pace: <infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi> (Mt 10, 20).

Il profeta Osea ci aiuta a maturare l’atteggiamento giusto nel ricevere la parola del Signore perché orienti la nostra vita e la nostra testimonianza di discepoli: <Chi è saggio comprenda queste cose, chi ha intelligenza le comprenda; poiché rette sono le vie del Signore, i giusti camminano in esse, mentre i malvagi v’inciampano.


1. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1086

A piedi nudi

XIV Settimana T.O.

I discepoli sono invitati dal Signore Gesù a non procurarsi nemmeno i <sandali> (Mt 10, 10)! Sono chiamati ad annunciare il vangelo con la stessa attitudine richiesta da Dio a Mosè sul monte mentre rivela il suo Nome e lo chiama a farsi mediatore e presenza di salvezza. A differenza di Mosè, al discepolo è chiesto da Matteo – a differenza di Luca, di non procurarsi neppure il <bastone>. Si tratta di una disponibilità assoluta a ricevere ciò che serve per il cammino senza troppo premunirsi e senza pensare di potersi o doversi difendere. Essa si esprime abbracciando una inermità talmente assoluta da essere imprescindibile, perché l’annuncio che viene offerto dalla generosa predicazione sia confermato dall’atteggiamento concreto e visibile della vita. Il discepolo è chiamato ad essere disposto persino a camminare a piedi nudi e, soprattutto, a mani nude poiché questo è il modo di annunciare senza mai farsi annunciare.

Al discepolo che diventa apostolo, è richiesto di avere un atteggiamento di gratuità che permette e, in certo modo, suscita la gratuità. Il discepolo si presenta nella vita dei suoi fratelli spogliato di ogni sicurezza e di ogni rassicurazione ed è come consegnato all’accoglienza degli altri in una disponibilità pronta a dipendere piuttosto che a rendere dipendenti. Il testo del profeta Osea, uno dei più toccanti di tutte le Scritture, sembra contrapporre la verità del Dio di Israele alla falsità degli dèi proprio a partire dal fatto che Dio si presenti a piedi nudi e a mani nude, in un atteggiamento d’amore assoluto e per questo disarmato e disarmante. Esso si fa lamento amoroso pieno di struggente nostalgia e di implacabile desiderio: <ma essi non compresero che avevo cura di loro> (Os 11, 3).

Gregorio Magno fa eco alla parola del Signore Gesù animato dagli stessi sentimenti del profeta Osea: <Trascinate gli altri con voi; siano i vostri compagni sulla strada che conduce a Dio. Quando, andando sulle piazze, incontrate qualche sfaccendato, invitatelo dunque ad accompagnarvi. Infatti, le vostre stesse azioni quotidiane servono a unirvi agli altri. Stavate andando a Dio? Provate di non arrivarvi soli. Che colui che ha già sentito nel suo cuore la chiamata dell’amore divino, ne tragga per il suo prossimo una parola di incoraggiamento>1. Se si potesse o si volesse trarre da questi testi una sorta di strategia di annuncio basterebbe dire che i discepoli del Signore dovrebbe essere capaci di far percepire una <cura> capace di sollevare il cuore e incuriosire la mente. Il modello è il Signore risorto che si accosta a due dei suoi discepoli in cammino verso Emmaus facendosi con loro e per loro nomade di senso avvolgendoli di una <compassione> (11, 8) che continuava ad ardere nel loro <cuore> (Lc 24, 32) persino dopo la lunga corsa di ritorno a Gerusalemme. Dal Signore dobbiamo apprendere non solo il contenuto ma pure il modo dell’annuncio: <come chi solleva un bimbo alla sua guancia> (Os 11, 4).


1. GREGORIO MAGNO, Omelie sui Vangeli, 6.

Tornare

XIV Settimana T.O.

La minaccia del profeta suona in modo forte e quasi categorico: <dovranno tornare in Egitto> (Os 8, 13). Anche per noi rischia di rendersi necessario di dover tornare ai luoghi delle nostre idolatrie per riassaporare l’amarezza della schiavitù che rischiamo di dimenticare fino ad avere nostalgia di ciò che ci ha fatto così a lungo soffrire: <e poiché hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta> (8, 7). Le parole accorate del profeta sono offerte dalla liturgia per aiutarci ad accogliere e a comprendere la conclusione della seconda grande sezione del vangelo di Matteo. Dopo le parole di Gesù pronunciate sul monte per sfamare la fame spirituale della folla che lo attorniava, il Signore compie dieci miracoli che confermano e in certo modo spiegano esistenzialmente il cuore del suo insegnamento. L’ultimo di questi miracoli consiste nel ridare la parola ad <un muto indemoniato> (Mt 9, 32). Finalmente quest’uomo può parlare e quindi non essere più schiavo di chi parla in suo nome togliendogli attraverso il diritto di parola, quello ben più fondamentale di esistere.

La reazione dei <farisei> (9, 34) è terribile e temibile: la libertà di quest’uomo li spaventa più della sua schiavitù, e il fatto che ci sia una persona in più che possa prendere la parola ed esprimere il proprio cuore desta quasi sgomento. Il silenzio cui quest’uomo è costretto dal demonio sembra quasi gradito ai notabili del popolo, mentre la sua parola sembra quasi spaventarli. La reazione di Gesù, secondo Matteo, non è di discussione, ma di prosecuzione e di intensificazione: <percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno di Dio e guarendo ogni malattia e ogni infermità> (9, 35). Ciò che il popolo di Samaria sembra aver dimenticato è proprio la <compassione> (9, 36) con cui Dio lo ha liberato dalla schiavitù e questa dimenticanza è la più terribile delle malattie che chiude non solo il cuore a Dio, ma lo sbarra pure ai propri fratelli verso le cui necessità non si ha nessuna sensibilità.

Il Signore si rende ben conto di quanto sia immenso il campo di lavoro dell’umanità la cui sofferenza è così <abbondante> (9, 37) da esigere non i <sacrifici> (Os 8, 13), ma una misura sempre più generosa di compassione che si faccia carico di ogni smarrimento, di ogni disorientamento, di ogni non senso per ridare a ciascuno la possibilità, infine, di essere veramente ascoltato così da poter finalmente riprendere a parlare. Essere <muto> (Mt 9, 32) può essere talora l’unico modo per non essere completamente schiacciato lasciando ad altri l’illusione della nostra approvazione conservando segretamente la nostra personale sensibilità. Quella provata dal Signore Gesù non è una semplice pietà emotiva, ma è un coinvolgimento profondo che lo prende, letteralmente, sin dalle viscere, proprio come già nelle Scritture Ebraiche si dice essere il sentimento di Dio nei confronti del suo popolo. Lasciamoci guarire dalla malattia dell’indifferenza e curare dall’infermità dell’insensibilità per tornare ogni giorno al ricordo dei tempi e dei modi con cui il Signore Dio si è preso cura di noi per diventare affidabili <operai nella sua messe> (Mt 9, 38).

Lasciarsi andare

XIV Settimana T.O.

Nella litania delle guarigioni che Matteo ci chiede di meditare per potere, a nostra volta, sperimentare un cammino di profonda e duratura guarigione della e nella nostra vita, oggi contempliamo la figura di due donne per le quali il Signore Gesù si manifesta come l’uomo capace di ridare loro la fiducia in una vita che sia buona e bella, degna di essere vissuta. Il Signore Gesù si lascia toccare dall’emorroissa e con il suo tocco richiama alla vita la figlia del capo della sinagoga. Ambedue queste donne, che sono simbolo della nostra umanità bisognosa di essere amata e riconosciuta, si lasciano profondamente toccare dalla presenza di Cristo e si lasciano attraversare dalla sua potenza di guarigione. Questi segni avvengono come una sorta di interruzione del dialogo in atto tra Gesù e i <discepoli di Giovanni il Battista> (Mt 9, 18).

Il Precursore è veramente l’icona di quegli <otri nuovi> (9, 17) di cui ha appena parlato il Signore rispondendo alla reazione scandalizzata dei farisei ed è, inoltre, colui che ha percepito la presenza del Messia come qualcosa di ben più profondo e intimo di un risveglio spirituale, così com’era atteso da molti in Israele non senza qualche ambiguità e persino gli uni contro gli altri. Eppure, già i suoi discepoli rischiano di sistematizzare fino a svuotare il messaggio del loro Maestro riconosciuto da Gesù come il più grande dei nati e presentatosi come <l’amico dello sposo> (Gv 3, 29). L’evocazione sponsale appena richiamata da Gesù (Mt 9, 15) si concretizza nell’atteggiamento così intimo e così forte che il Signore assume nei confronti di due donne riportate alla vita e alla dignità dalla sua disponibilità a lasciarsi coinvolgere nel loro dolore senza timore, senza imbarazzo, senza paura e, soprattutto, con un amore che potremmo definire veramente medico.

La liturgia prepara la lettura di questo testo proprio con il profeta Osea, aiutandoci così a cogliere in modo ancora più profondo come Dio voglia essere lo sposo amoroso e fedele oltremisura della nostra umanità assetata di tenerezza: <Ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza…> (Os 2, 17). Alla tentazione ricorrente di sacralizzare troppo romanticamente il deserto in un luogo impalpabile e pio, il Vangelo oppone una identificazione di questo deserto nell’ambito in cui continuamente la nostra umanità viene fidanzata al suo Creatore nella concretezza di una morte appena avvenuta o di una <perdita di sangue> (Mt 9, 20) – cioè di vita – che dura da troppo tempo: <dodici anni>! A queste due donne il Signore Gesù dona la possibilità di lasciarsi andare finalmente alla vita. E non solo a loro! Come dimenticare questo padre che pur essendo <uno dei capi, gli si prostrò dinanzi> (9, 18) confidandogli tutta la sua pena e tutto il suo dolore a cui però si unisce una grande speranza: <ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà>?! In un momento in cui sarebbe stato comprensibile un certo irrigidimento in questo padre disperato, in questa giovane appena consegnatasi all’abbraccio della morte, in una donna ormai abituata a soffrire, il Signore Gesù crea le condizioni reali di un’alternativa, di un lasciarsi andare non alla deriva della rassegnazione, ma alla corrente di una speranza difficile, certo, eppure non impossibile.