Estranei

XVII Settimana T.O.

Il lamento del salmista esprime al meglio il dolore del profeta e ancora più profondamente lo sconcerto del Signore Gesù: <sono diventato un estraneo ai miei fratelli, uno straniero per i figli di mia madre> (Sal 68, 9). Tornato tra la sua gente il Signore si sente un estraneo e questo per un eccesso di rispetto frutto della sua fama che sembra precederlo ed estraniarlo dalle persone che sono state parte, o almeno spettatori privilegiati, della sua crescita a Nazaret. Le persone più vicine al Signore, proprio mentre fanno l’accurato elenco della sua parentela, si allontanano sempre di più dalla sua presenza tanto che Gesù – il loro caro e forse amato Gesù – diventa <motivo di scandalo> (Mt 13, 57). Lo stesso Signore applica a se stesso l’identità del <profeta> e questo significa accettarne l’amara sorte di chi non può che essere <disprezzato>. La stessa amara conclusione la troviamo nella prima lettura. Davanti alle parole e ai gesti di Geremia – una sorta di strategia divina per non rassegnarsi al rifiuto del suo popolo – la reazione è una vera e propria decisione: <Devi morire!> (Gr 26, 8).

Ogni volta che “estraniamo” una persona dalla nostra vita e ci “estraniamo” dalla sua non facciamo altro che condannare a morte. Matteo annota che Gesù a Nazaret <non fece molti prodigi> (Mt 13, 58) e questo ha una spiegazione dura. È come se il Signore non vuole imporsi per la potenza dei segni ma desiderasse ritrovare a Nazaret la delicatezza e la tenerezza di una familiarità che si fonda sull’intimità e non sull’aspetto dimostrativo. I concittadini di Gesù reagiscono alla sapienza del Signore con una esclamazione: <Non è costui il figlio del falegname?> (13, 55). Con questo interrogativo tradiscono la loro incomprensione del mistero d’amore immenso e di tenerezza assoluto che sta a fondamento dell’esperienza di Gesù. Possiamo fare nostra una domanda di Giovanni Paolo II: <Poiché l’amore paterno di Giuseppe non poteva non influire sull’amore filiale di Gesù e, viceversa, l’amore filiale di Gesù non poteva non influire sull’amore paterno di Giuseppe, come inoltrarsi nel mistero di questa singolarissima relazione?>1.

L’unico modo di entrare in questa relazione che fa l’identità del Signore Gesù è accogliere il mistero di una gratuità nella relazione a cui i Nazaretani sembrano impreparati e insensibili: in realtà non si sono accorti di quello che per <circa trent’anni> (Lc 3, 23) è avvenuto sotto i loro occhi. Il Signore Gesù non fa sentire il suo peso per quello che fa ma vuole comunicare la bellezza di quello che è: un mistero da contemplare e amare e non un problema da risolvere o di cui parlare. Chissà forse lo stupore di Gesù nasce dal fatto che aveva guardato a Nazaret sempre attraverso gli occhi di sua madre e il cuore di suo padre… il fior fiore di Nazaret capace di irrorare, con la loro splendida umanità, il Profumo di Dio, Gesù!


1. GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Custos, 27.

Come capita

XVII Settimana T.O.

Nelle due letture della liturgia che accompagnano il cammino di questa giornata, il Signore ci mette di fronte – con una certa serenità – alla possibilità che ci può essere anche nella nostra vita l’esperienza di un possibile fallimento. Geremia deve rendersi conto, vedendo lavorare il vasaio, che <se si guastava il vaso che egli stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio egli rifaceva con essa un altro vaso> (Gr 18, 4). Il Signore Gesù concludendo le sue parabole sul Regno dei cieli non ha paura a dire come persino il mondo di Dio sia simile <ad una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci> (Mt 13, 47). Sembra che il Signore ci inviti ad avere il coraggio della verità per accogliere nella verità la vita e quindi renderla adatta al Regno di Dio che viene e che, continuamente, cerca di irrompere con la sua carica di novità e di speranza nella nostra esistenza. Ma questa irruzione sembra essere come legata profondamente alla nostra capacità di essere continuamente e sempre di più <come l’argilla è nelle mani del vasaio> (Gr 18, 6): la grande responsabilità di lasciarsi fare che comincia sempre col lasciarsi andare!

Per bocca del profeta il Signore afferma solennemente: <voi siete nelle mie mani> (18, 6). Questo “luogo” è l’unico ambito della nostra sicurezza! Persino nel caso estremo in cui queste mani – attraverso quelle degli <angeli> (Mt 13, 49) ci gettassero – non sia mai – <nella fornace ardente> (13, 50) sarebbero e rimarrebbero comunque il posto più adeguato per il nostro cuore e la nostra vita poiché nulla impedirebbe al Signore di trarre persino da <pesci cattivi> (13, 49) qualcosa di misteriosamente buono. Sentirci e amare di stare nelle <mani del vasaio> (Gr 18, 6) sposta completamente l’orizzonte della nostra attenzione e della nostra preoccupazione: il problema non è la qualità della creta che siamo ma l’arte del vasaio che è capace – per amore della verità e della bellezza – anche di accettare di ricominciare tutto daccapo se, mentre sta modellando, qualcosa non va per il verso giusto.

Non è facile accettare di essere re-impastati e magari usati come materia base per una forma di vaso diversa da quella con cui ci eravamo identificati, ma qui sta la differenza di <ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche> (Mt 13, 52). Anche a noi viene posta la domanda: <Avete capito queste cose?>. L’unica risposta valida è dire: “Sì, eccomi”, <nelle tue mani affido il mio spirito> (Lc 23, 46). Ogni mattina mentre riaccogliamo dalla mano di Dio il dono della vita siamo misteriosamente invitati a lasciarci di nuovo impastare dalle due mani del Padre – come diceva Ireneo – che sono lo Spirito e il Figlio: forma e contenuto della nostra pienezza. Si tratta di imparare ogni giorno l’arte del vasaio che è l’arte della fiducia.

Ospitare

S. Marta

L’evangelista Luca esordisce parlandoci di Marta in questo modo: <Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò> (Lc 10, 38). È’ come se la liturgia fosse ammaliata da quest’immagine di ospitalità di Marta di cui la Chiesa vorrebbe essere come una continuazione ed un’attuazione ma anche una sorta di pregusto in attesa di essere accolta da Cristo che cerca di accogliere e quasi coccolare ogni giorno. Infatti, le preghiere che accompagnano l’Eucaristia di quest’oggi fanno continuamente riferimento a questo mistero di reciproca accoglienza. La Colletta ci fa pregare così: <il tuo Figlio fu accolto come ospite a Betania nella casa di santa Marta> e aggiunge dapprima <concedi anche a noi di essere pronti a servire Gesù nei fratelli> e conclude <perché al termine della vita siamo accolti nella tua dimora>. Nell’orazione sulle offerte si arriva persino a porre in parallelo <il servizio sacerdotale> con <la premurosa ospitalità di santa Marta che accolse nella sua casa il Cristo>.

Come se non bastasse queste emozioni sono riprese e quasi rafforzate nella preghiera dopo la comunione <sull’esempio di santa Marta collaboriamo con entusiasmo all’opera del tuo amore, per godere in cielo la visione del tuo volto>. In tal modo la nostra esperienza di “casa” sulla terra non è altro che la preparazione attraverso il desiderio e l’amore della nostra casa in cielo che, di certo, non è un luogo ma uno stato quello vissuto in modo emblematico da Maria <seduta ai piedi di Gesù>. Da sempre questo testo ha posto dei problemi di interpretazione contrapponendo spesso l’attività alla contemplazione in realtà come spiega Bernardo di Chiaravalle: <il lavoro di Marta non può compiersi senza sollevare una nuvola di polvere>1. La sfida non consiste nel contrapporre l’atteggiamento di Marta con quello di Maria, ma esattamente il contrario, si tratta di integrare. L’apostolo Giovanni, nella prima lettura ci presenta l’amore in due dimensioni profondamente intrecciate tra loro: quella verticale dell’amore verso Dio che genera l’amore nella sua forma orizzontale della carità verso i fratelli.

Di questo amore il vangelo della risurrezione di Lazzaro ci offre un’icona magnifica. Il Signore Gesù rassicura Marta con parole solenni: <Tuo fratello risorgerà> (Gv 11, 23). Alle parole e alla promessa del Signore siamo chiamati a corrispondere ogni giorno sapendo risuscitare dentro di noi quella dimensione di fraternità che permette a coloro che ci vivono accanto di sentirsi vivi e sostenuti nella loro ricerca di pienezza di vita. A Marta possiamo chiedere di intercedere per ciascuno di noi perché la nostra vita sia una <casa> che accoglie e che potenzia la vita, sempre a Marta possiamo chiedere di tenerci vigilanti per combattere quella <nuvola di polvere> che sono le preoccupazioni eccessive e inutili che possono soffocare il dinamismo della vita.


1. BERNARDO DI CHIARAVALLE, cfr. Magnificat 200 (luglio-2009) p. 383.

Spiegaci

XVII Settimana T.O.

Il Signore Gesù non si fa pregare e risponde esaurientemente alla richiesta dei suoi discepoli che gli chiedono: <Spiegaci la parabola della zizzania nel campo> (Mt 13, 36). Si potrebbe rileggere la prima lettura, in cui il profeta Geremia contempla la <ferita mortale> (Ger 14, 17) che ha colpito il popolo, proprio come una sorta di spiegazione del reale che, non raramente, non può che indurre a versare <lacrime notte e giorno>. Nonostante il mistero della <zizzania nel campo> (Mt 13, 36) che produce tante <vittime> (Ger 14, 18), il mistero è più grande e non bisogna mai cedere alla tentazione di dimenticare che <colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo> (Mt 13, 37). Nonostante tutta la <nostra iniquità> (Ger 13, 20) siamo chiamati a non perdere la memoria che se il <campo è il mondo> (Mt 13, 38) in questo campo non c’è solo il male ma anche – e soprattutto – <il seme buono che sono i figli del regno>. Per molti aspetti il destino del mondo è affidato alle nostre mani, al nostro cuore, alla qualità del seme di umanità che siamo e che accettiamo – giorno dopo giorno – di diventare.

Una domanda potremmo lasciare emergere dal nostro cuore: come diventare sempre di più, ogni giorno di più, questo <seme buono> serenamente seminato nel <campo del mondo>? Infatti, il Signore ci promette che <alla fine del mondo> – ossia in ogni momento in cui si accetta di entrare nel discernimento – <il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente> (13, 41). Un modo “parabolico” per dire che il male non ha futuro e che il futuro appartiene solo al bene. Un modo sottile per rianimare la nostra speranza e soprattutto per ravvivare la nostra fiducia secondo la conclusione così inattesa della prima lettura: <In te noi speriamo> (Ger 14, 22). Non dimentichiamo che la parabola della <zizzania nel campo> è proprio una parabola sulla fiducia! Il <padrone> infatti non si lascia prendere dalla paura e dalla precipitazione ma sa, a differenza dei servi, contare sul tempo lasciando tutto il tempo perché ogni cosa si manifesti nella sua interezza e possa essere giudicata senza ombra di dubbio.

Il fatto che il Signore Gesù spieghi la parabola facendo riferimento alla <fine> (Mt 13, 40) è molto significativo: le cose, gli avvenimenti, le persone, le situazioni… vanno giudicati a partire da quello che sono e sempre saranno alla luce di Dio. Ma perché questo possa essere possibile è necessario crescere nella conoscenza e nell’amore di un Dio la cui presenza e la cui misericordia sono invincibili. A questo Dio che continua a seminare il <buon seme> possiamo sempre aprire il nostro cuore e invocare dal profondo di ogni <calamità> (Ger 14, 17): <per il tuo nome non respingerci… Ricordati! Non rompere la tua alleanza con noi> (14, 21-22). Cominciamo con l’essere fedeli all’alleanza che il Signore vuole ogni giorno intessere con noi e accogliamo anche oggi – dentro il più profondo di noi stessi – il <buon seme> della sua presenza dando a Dio una speranza, dandogli una possibilità.

Granellino

XVII Settimana T.O.

Con parole ed esempi tratti dalla nostra vita quotidiana, il Signore Gesù ci svela il lato essenziale della realtà, il mistero viene rivelato parlando delle <cose nascoste fin dalla fondazione del mondo> (Mt 13, 35), ma queste sono semplicemente le cose quotidiane della nostra vita. Con questo riferimento alle <cose nascoste> il Signore Gesù non pensa a nulla di esoterico la cui conoscenza e comprensione sarebbe riservata ad una sorta di aristocrazia spirituale, bensì pensa a ciò che è nascosto nel profondo di quelle realtà quotidiane e così consuete da essere banalizzate dalla nostra mancanza di attenzione e di riflessione. Matteo fa notare che il Signore alle folle <non parlava se non con parabole> (13, 34). Questa modalità riguarda anche noi: il Signore ci parla sempre attraverso le parabole dei gesti quotidiani come quello di allacciare ai fianchi una <cintura> (Gr 13, 1) che, da gesto meccanico e di riconosciuta banalità, può diventare un segno sacramentale dell’aderire intimamente e pienamente della nostra vita a quella di Dio che ama aderire a noi e mai vorrebbe spogliarci della sua presenza svergognandoci con la sua assenza.

Il Cardinal Newman commenta la parabola evangelica così: <Cristo è questo granellino di senape che deve crescere e coprire tutta la terra. Cristo è questo lievito che segretamente va per la sua strada attraverso la massa degli uomini, dei loro sistemi di pensiero e delle loro istituzioni finché tutto sia lievitato>1. Se Cristo è il granellino e quel po’ di lievito che dà speranza alla pasta della nostra umanità, allora se lo lasciamo vivere e agire in noi la nostra vita sarà in grado di diventare una parabola vivente da cui i nostri fratelli e sorelle in umanità potranno trarre la lezione della speranza e potranno ritrovare il coraggio di quella fedeltà smarrita e di cui il Signore Dio si dimostra così nostalgico: <come questa cintura aderisce ai fianchi di un uomo, così io volli che aderisse a me tutta la casa di Israele e tutta la casa di Giuda perché fossero mio popolo, mia fama, mia lode e mia gloria> e, per mezzo del profeta, così il testo si conclude <ma non mi ascoltarono> (Gr 13, 11).

Accogliendo questo testo possiamo dire che il granellino e il poco lievito cui il Signore fa riferimento e che sono da lui riconosciuti come il fondamento di un <albero> (Mt 13, 32) ombroso e gioioso come pure di un pane fragrante e gustoso, possiamo dire che è l’ascolto a porre nel segreto e nella quotidianità della nostra esistenza il seme e la speranza del Regno: Dio ha deciso di abitare nelle nostre oscurità come il lievito nella pasta, lui il Luminoso, si sente proprio a suo agio nell’oscurità della nostra fede. Ora tocca a noi di metterci a nostro agio nella grandezza che abita le piccole cose di ogni giorno diventando capaci di indovinarne e gustare il mistero nascosto, ma reale.


1. J. H. NEWMAN, PPS vol. 6, n° 20.

Passione

XVI Domenica del T.O. –

Tre brevissime parabole per continuare a pensare al regno di Dio e farlo crescere dentro di noi. Certo brevi, ma così efficaci le parabole che, come il simbolo, non spiegano esaustivamente ma danno a pensare aprendo sensi sempre nuovi e più profondi come fossero porte che danno sulle mille e mille stanze del palazzo dell’anima. Così il <tesoro nascosto nel campo> (Mt 13, 44) diventa la <perla di grande valore> (13, 45) che sembra essersi impigliata in una <rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci> (13, 47). E ancora, a conclusione di un lungo cammino di comprensione che esige una continua ricomprensione, il regno dei cieli<è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche> (13, 52). Per ognuna di queste parabole vale il principio di una imprescindibile passione per poter accogliere nella propria vita il Regno di Dio. Solo una profonda passione, infatti, può aprire il cuore e l’anima alla ricerca che esige tempo e un dispendio massivo di energie con una grande cura dei particolari.

La passione sembra congiungersi stranamente ad una lentezza fatta di gesti decisi, ma anche assai misurati per raggiungere lo scopo: bisogna saper ritornare sui propri passi come il contadino che trova a sorpresa un tesoro mentre cerca di piantare le patate; come il commerciante che un giorno trova una perla non da vendere, ma semplicemente da ammirare per tutta la vita; come i pescatori che, dopo una lunga notte di fatica, devono prendere il tempo di distinguere i pesci buoni da quelli cattivi… come il padrone di casa che ha bisogno di mettere ordine nelle proprie cose. L’apostolo Paolo enuncia un principio che dà molta speranza e che è capace di dare forza e passione alle nostre scelte, anche e soprattutto quando sono più rischiose come nel caso del commerciante che vende tutto per acquistare la perla che lo ha ammaliato: <tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio> (Rm 8, 28). In un mondo così segnato dalla legge – talora spietata – della concorrenza, il Regno di Dio rivela un modo diverso di stare al mondo e nella cui logica segnata da un amore fatto di passione e di cura tutto concorre al bene tanto da fare molto bene.

Nella <notte> (1Re 3, 5) delle nostre indecisioni e delle nostre difficoltà a comprendere quali siano le scelte più giuste per la nostra vita e quella degli altri, Salomone diventa una parabola vivente per saper discernere il percorso più promettente e più autentico: <un cuore docile> (3, 9). La docilità del cuore è l’armonica composizione alchemica tra passione e cura, tra decisione e calma, tra determinazione e attenzione. Sono le virtù che la natura, più o meno, fornisce ad ogni creatura che viene in questo mondo, ma che solo la preghiera e l’amore sono capaci di far crescere in modo armonico e nelle giuste proporzioni e nella giusta miscela. Questo meraviglioso ed esigente cammino non può che cominciare e sempre ricominciare con una pausa di silenzio profondo che ci rende capaci di riconsiderare le cose e i gesti di sempre in una nuova luce… quella di un <disegno> (Rm 8, 28) che ci precede e che attende il nostro tocco. La domanda rimane: <Avete compreso tutte queste cose?> (Mt 13, 51).

Passion

XVII Dimanche du T.O.

Trois paraboles très courtes pour continuer à penser au règne de Dieu et à le faire grandir en nous. Elles sont courtes, mais si efficaces, tout comme le symbole, elles n’expliquent pas de manière exhaustive, mais font réfléchir proposant toujours de nouvelles significations plus profondes, comme si elles étaient des portes qui ouvrent sur des milliers de pièces dans le palace de l’âme ? Ainsi, le «  trésor caché dans le champ » (Mt 13, 44) devient la «  perle de grande valeur » (13, 45) qui semble s’être empêtrée dans «  un filet jeté à la mer qui ramasse toute sorte de poissons » (13, 47). Et tout cela en conclusion d’un long chemin de compréhension qui exige une continuelle remise en question, le règne des cieux «  est semblable à un maître de maison qui extrait de son trésor de nouvelles choses et des choses anciennes » (13, 52). Chacune de ces paraboles révèle une passion incontournable pour accueillir dans sa propre vie le Règne de Dieu. Seule une profonde passion, en effet, peut ouvrir le coeur et l’âme à la recherche qui exige du temps et une grande dépense d’énergie prenant soin des détails.

 

La passion semble se conjuguer étrangement à une lenteur fait de gestes décisifs, mais aussi assez mesurés pour rejoindre le but : il faut savoir retourner sur ses propres pas comme le paysan qui trouve avec surprise un trésor alors qu’il veut juste planter des pommes de terre ; comme le commerçant qui trouve un jour une perle invendable, mais simplement à admirer toute la vie ; comme les pêcheurs qui, après une longue nuit de fatigue, doivent prendre le temps pour distinguer les bons poissons des mauvais…comme le maître de maison qui a besoin de mettre de l’ordre dans ses affaires. L’apôtre Paul énonce un principe qui donne beaucoup d’espérance et qui est capable de donner force et passion à nos choix, même et surtout, lorsqu’ils sont plus risqués comme dans le cas du commerçant qui vend tout pour acquérir la perle qui l’a enchanté : «  tout concoure au bien pour ceux qui aiment Dieu » (Rm 8, 28). Dans un monde si marqué par la loi – impitoyable – de la concurrence, le Règne de Dieu révèle une façon différente d’être au monde et dont la logique marquée par un amour fait de passion et de soin concoure au bien et fait beaucoup de bien.

 

Dans la «  nuit » (1R 3,5) de nos indécisions et de nos difficultés à comprendre quels sont les choix les plus justes pour notre vie et celle des autres, Salomon devient une parabole vivante pour savoir discerner le parcours le plus prometteur et le plus authentique : « un coeur docile » (3,9). La docilité du coeur est l’harmonique composition alchimique entre passion et soin, entre décision et calme, entre détermination et attention. Ce sont les vertus que la nature fournit, plus ou moins, à chaque créature qui vient en ce monde, mais que seuls la prière et l’amour sont capables de faire grandir de façon harmonique et dans les justes proportions et le bon mélange. Ce chemin merveilleux et exigeant ne peut que commencer et toujours recommencer par une pause de silence profond qui nous rend capables de reconsidérer les choses et les gestes de toujours, sous une lumière nouvelle …celle d’un « dessein » (R 8, 28) qui précède et attend notre touche. La question  pourtant se pose : Avez-vous compris toutes ces choses ? » (Mt,13,51).

Al largo

XVI Settimana T.O.

In un inno della Liturgia monastica per gli Apostoli si canta così: <Lo Spirito soffia su di voi, uomini che prendono il largo, gettate in noi l’amo del desiderio di Dio e rilanciate il nostro cammino>. Parole adattissime all’’apostolo Giacomo, fratello di Giovanni, che il vangelo di questa festa ci presenta in una luce almeno ambigua per la richiesta maldestra di sua <madre> (Mt 20, 20) che, nella tradizione della Chiesa, è legato al mare: dall’inizio a oltre la fine. È’ infatti in riva al <mare della Galilea> (Mc 1, 16) che la sua storia di intimità con il Maestro comincia, ed è al cospetto dell’Oceano che la tradizione vuole sia conservata la sua tomba. Sappiamo dagli Atti che il desiderio di sua madre venne esaudito, poiché verso l’anno 44 Erode Agrippa <fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni> (At 12, 2). La liturgia fa memoria di questo privilegio quando prega dicendo: <tu hai voluto che san Giacomo, primo fra gli apostoli, sacrificasse la vita per il vangelo> (Colletta). Ma come dimenticare la domanda postagli direttamente dal Signore Gesù al cospetto della madre intrigante: <Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?>. La risposta fu immediata ed unanime: <Lo possiamo> (Mt 20, 22).

E così questi due apostoli-fratelli sono posti – dalla tradizione – agli estremi del tempo, nel dono della vita per Cristo e il suo vangelo: Giacomo per primo e Giovanni per ultimo, quasi a sigillo della partecipazione pasquale dell’intero gruppo degli apostoli: <a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale> (2Cor 4, 11). L’apostolo Giacomo – che molto probabilmente non è mai uscito dai confini della sua terra – ha veramente gettato la rete della sua vita al largo. Quelle reti bucate che lui e il fratello <riassettavano> (Mt 4, 21) sulla barca, con il loro padre, sono diventate un cuore che si è lasciato sprofondare nel mare del mistero di Cristo, fino a portalo pienamente come <un tesoro in vasi di creta> (2Cor 4, 7). Le conchiglie, che i pellegrini portano con sé come ricordo del loro pellegrinaggio a Compostela, sono la memoria di questo desiderio di immergersi nell’oceano del mistero pasquale di Cristo, portandosi sempre di più <al largo> (Lc 5, 4) del suo amore. Ed è così che si compie la parola del salmo: <Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni> (Sal 125, 6).

Chiamato assieme a suo fratello, Giacomo non ha smesso di seguire il Signore insieme ad altri e, di questo pellegrinaggio infinito, la sua tomba si fa punto di riferimento. Nella vita di fede non si possono cercare privilegi, neppure quelli di una maggiore vicinanza al Signore e Maestro della nostra vita: questo tradirebbe infatti la stessa logica del discepolato che, per sua natura, è vissuto in comunione. Nessuno è soltanto uditore e nessuno è solo protagonista, ma si cammina insieme senza troppi programmi e in docilità crescente alla logica della strada. La parola di ciascuno, sottomessa all’ascesi del silenzio, entra in armonia e in contrappunto con la parola dell’altro. Come spiega stupendamente un autore contemporaneo: nessuno può pensare di credere veramente alla verità se pensa di esserne l’unico discepolo e garante spinoso e solitario. Così afferma: <La verità vive nell’amore ma si sottrae alla sua gelosia>. Chi infatti – pur con le migliori intenzioni – esclude l’altro, non fa che separarsi da una parte di se stesso poiché, come continua la citazione di cui sopra: <l’assoluto che si riceve è quello che si condivide>1.


1. P.- A. LESORT, Une brassée de confessions de foi, Seuil, p. 191.

Variabili

XVI Settimana T.O.

Dopo aver chiarito come e in quale misura l’intelligenza dei <misteri> proceda per gradi e non per spinte, il Signore non esita a far entrare i suoi discepoli nella più profonda comprensione possibile della <parabola del seminatore> (Mt 13, 18). Il cuore di questa parabola sembra essere, infine, non solo ciò che fa il seminatore ma pure e in modo inestricabile ciò che avviene profondamente in colui che <ascolta la parola del regno> (13, 19). Nella sua spiegazione il Signore rivela ai suoi discepoli come il destino di ciò che viene <seminato nel cuore> e nella vita di ogni uomo da parte del Signore, attraverso il dono della sua parola, è legato alla corrispondenza di ciascuno. E, in questo caso, non si tratta semplicemente di volontà ma soprattutto dello stato e del sostrato più profondo in cui si trova il cuore di coloro a cui la parola viene comunque donata e con abbondanza. Il Signore si lancia nella spiegazione di quei differenti tipi di terreno che aveva descritto raccontando la parabola e, in certo modo, si attiene ad una semplice descrizione che non incolpa nessuno ma che, comunque, prende atto del diverso grado di corrispondenza di ognuno.

Mentre il Signore Gesù parla e spiega, è come se si realizzasse sotto i nostri occhi e nei nostri orecchi la parola, la promessa, la speranza del profeta Geremia: <Vi darò pastori secondo il mio cuore, i quali vi guideranno con scienza e intelligenza> (Gr 3, 15). Veramente il Signore Gesù si comporta come pastore amorevole e, al contempo, rigoroso perché ci svela fino in fondo come i doni di Dio, per quanto grandi e irrevocabili, debbano fare i conti con il nostro <cuore malvagio> (3, 17). Eppure, non c’è nella sua parola nessuna acredine o disapprovazione, ma semplicemente una presa d’atto che ci lascia, in certo modo, la parola/risposta e la possibilità di reagire dopo aver compreso meglio. Si tratta di dare un’occhiata al <cuore> (Mt 13, 19) per vedere come accoglie o non accoglie o potrebbe accogliere meglio la parola del Signore per produrre <ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta> (13, 23): senza pigrizia, ma pure senza allarmismi.

Persino parlando della sorte del seme caduto e accolto nella <terra buona> di <colui che ascolta la parola e la comprende>, ci sono sempre delle variabili possibili di cui bisogna saper tenere conto accettando anche, talora, di non capire fino in fondo. Nella spiegazione si passa da <chi non la comprende> (13, 19) a colui che <la comprende> (13, 23) passando per chi <non ha radice in sé ed è incostante> (13, 21) e a coloro che sono come dominati dalla <preoccupazione> (13, 21) le cui spire <soffocano la parola ed essa non dà frutto>. Infine, quando dà frutto non sempre lo dà in egual misura…! Si tratta di entrare in questo misterioso gioco di corrispondenza tra ciò che siamo e ciò che ci viene donato e questo non è possibile senza sottrarsi gradualmente alla <caparbietà> (Gr 3, 17) con cui troppo spesso vorremmo catalogare noi stessi. Di fatto la cosa più sicura e più rassicurante è che <il seminatore> sta ancora seminando e non smetterà di farlo poiché Lui – solo Lui e nessun altro – è il nostro <padrone> (3, 14).

Piaghe

S. Brigida

La scelta liturgica della prima lettura per questa festa ci obbliga e meditare sulla figura di Brigida all’insegna di una vita completamente vissuta <per Dio> (Gal 2, 19) che esige il primo passo di essere <morto alla Legge> nel senso di saper superare tutto ciò cui da una vita siamo abituati. Brigida, la cui vita si potrebbe accostare alla figura biblica di Giuditta – vedova bella e ricca – non manca di niente e persino ciò che la vita le ha tolto, un marito, diventa per lei un’opportunità più che un impedimento per poter vivere una vita secondo il suo cuore davanti a Dio nella preghiera e, nel momento del bisogno, sapendo mettere a repentaglio la propria vita per farsi carico delle necessità del suo popolo. Anche Brigida è una donna ricca e bella, a cui non manca nulla e che proprio perché conscia che non le manca nulla accetta di farsi povera e pellegrina per portare <molto frutto> (Gv 15, 8) nella piena e chiara coscienza dell’azione divina che davanti a <un tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto> (15, 2).

Ciò che cambia o più precisamente dà alla vita di Brigda quel pizzico di sale in più che la rende per tutti una luce è la meditazione del mistero pasquale di Cristo Signore e, in particolare la meditazione sulle sue piaghe gloriose. Brigida apprende alla scuola della croce come ogni ferita può diventare feritoia da cui passa un raggio di luce ancora più grande che può rischiarare e riscaldare la vita di quanti rischierebbero di essere schiacciati dal peso di una vita troppo piagata e poco gloriosa. Additando Brigida come co-patrona d’Europa, la Chiesa prega e spera che i nostri popoli del vecchio continente siano capaci di farsi ancora e sempre di più, ambito in cui germina, fiorisce e fruttifica la novità del Vangelo. Novità, nella logica del Vangelo significa sempre un amore più grande anzi più ampio, una sensibilità alle sfide del proprio tempo sempre più profonde e mai un bisogno di arroccarsi o di contrapporsi.

Da Brigida inoltre possiamo e dobbiamo imparare un modo ardente di essere Chiesa e di essere nella Chiesa. Non esitò a farsi –come Caterina e altre donne in ogni tempo –animatrice di una rinnovato amore per la Chiesa e in particolare per il segno della sua unità che è il Vescovo di Roma con grande delicatezza ma pure con indomita chiarezza. La Chiesa, infatti, non è un dono per se stessa ma è un dono di grazia e un sacramento di salvezza per il mondo per cui ha la responsabilità di essere sempre più se stessa e di non ripiegarsi mai su se stessa. La meditazione amorosa <nella contemplazione della passione> come troviamo nella Colletta di oggi, della passione amorosa di Cristo fa percepire a Brigida – come a tante altre mistiche medievali – la forza del sangue. Lei che in quanto madre di otto figli ne conosce i percorsi più segreti e più sublimi, dopo la morte dell’amato marito, dilata ancora di più la conoscenza del sangue dilatando la sua maternità, radicalizzando la sua sponsalità, non abdicando alla sua libertà vedovile.