Porte e vie

XII Settimana T.O.

In realtà una porta ci viene aperta ed è quella del Regno di Dio, e il Signore – oltre ad aprirci la porta, o meglio le porte – ci ricorda che esse conducono al mistero di una vita piena. Segno di questa vita piena è il fatto che essa è profondamente condivisa. Il fatto che la porta possa rivelarsi stretta è segno di quanto la nostra umanità rischia di essere incurvata e ripiegata su se stessa tanto da fare molta fatica nell’aprirsi a Dio e ai fratelli. Proprio per questo il Signore ci rammenta la regola d’oro che è quella, appunto, di non mettersi mai al centro dell’attenzione di se stessi. La facilità della via del Vangelo non è la faciloneria, ma il coinvolgimento appassionato nella storia dei nostri fratelli che fa di ogni esistenza una storia sacra. Il Signore non forza la porta del nostro cuore e non ci costringe a nessun cammino, ma cerca in tutti i modi di motivarci alla libertà che ci mette in grado di fare le nostre scelte in modo saggio in cui carità e realismo si congiungono in modo inequivocabile e imprescindibile: <Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi> (Mt 7, 11).

Il gesto del re Ezechia che, con la lettera di Sennàcherib in mano, <salì al tempio del Signore, l’aprì davanti al Signore e pregò davanti al Signore> (2Re 19, 14-15) è una splendida icona di uomo e di credente che sa molto bene dov’è e chi è il tesoro del suo cuore. Invece di lamentarsi e di cercare conforto in altri e senza per nulla arrabbiarsi, il re Ezechia va alla fonte, si reca dal suo Dio per ritrovare nella preghiera la possibilità di comprendere e di agire rivolgendosi all’Altissimo con umiltà e chiarezza: <Ma ora, Signore, nostro Dio, salvaci dalla sua mano, perché sappiano tutti i regni della terra che tu solo, Signore, sei Dio> (19, 19). Ezechia sa passare per la <porta stretta> (Mt 7, 13) della preghiera pura che si fa umile invocazione creando nel cuore del credente una diponibilità ad accogliere e attraversare la prova come occasione di purificazione. Perché <larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione> attraverso il cedimento alla superficialità e all’apparenza.

Infatti, la porta stretta bisogna non solo attraversarla, ma prima ancora bisogna trovarla proprio come una perla preziosa che va cercata prima di essere trovata. Per aiutarci in questo non facile discernimento, il Signore Gesù ci offre un criterio: <Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti> (7, 12). La porta e la via attraverso cui siamo continuamente chiamati a passare e a ripassare è la strettoia della disponibilità a usare il coltello sempre contro se stessi e mai contro gli altri secondo una bellissima nota di eleganza che si ritrova tra le tribù nomadi della Mongolia. Ciò che già ci è stato insegnato dalla Legge e dai Profeti diventa, nella vita del discepolo del Signore Gesù, incandescente esigenza di mettere sempre il bisogno e il desiderio del fratello al primo posto trasformando così l’imposizione della Legge in una naturale e spontanea esigenza dell’amore.

Cosa volete?

XII Settimana T.O.

La parola del Vangelo non ha come fine se non di toccare e trasformare alla radice il nostro modo di vivere e di sentire. Più che di atti, più o meno adeguati, è una questione di sguardo, più precisamente di sguardi… che condannano, che giudicano o, al contrario, che comprendono e vanno ben oltre le comode e troppo scontate apparenze. Il Signore non ci chiede di essere ciechi davanti al male, ma ci invita ad essere giusti cominciando sempre a guardare il nostro stesso occhio per evitare di immaginare di aver visto ciò che non saremmo neanche in grado di vedere a causa della nostra cecità. La prima lettura è come se ci rendesse più facile di evitare una lettura troppo sentimentale e ingenua di quelle che sono le parole del Signore Gesù: <Ciò avvenne perché gli israeliti avevano peccato contro il Signore, loro Dio> (2Re 17, 7) e, se non bastasse, l’agiografo aggiunge e conclude <Il Signore si adirò molto contro Israele e lo allontanò dal suo volto> (17, 18).

Il Vangelo non ci chiede di evitare la denuncia del male e ci ricorda che la sua radice non è mai imputabile, ma solo, realmente condivisibile poiché il male che riscontro nell’altro non può che essere in parte anche dentro di me… altrimenti non potrei neppure vederlo. Il discernimento può essere fatto a partire dalla capacità o meno che persino il giudizio sia capace di rilevare e offrire un avvenire. La sfida che il Signore ci offre è, in realtà, una consegna: <ci vedrai bene> (Mt 7, 5). Vedere e vederci bene è sempre un processo lungo e laborioso di cui il Signore si fa compagno e di cui si fa esigente animatore. Il Regno di Dio irrompe nella nostra vita nella misura in cui accettiamo di giocare la nostra esistenza coltivando relazioni non solo sane ma capaci di far crescere e di farci crescere. Tutto ciò va ben oltre la semplice gestione delle relazioni interpersonali e tocca, invece, quella che potremmo definire la nostra sensibilità teologica. A noi è affidato il compito di tenere sgombro lo spazio del nostro cuore vigilando su ogni minima <pagliuzza> (7, 3) che ci riguarda per non lasciare che il tempo – pagliuzza dopo pagliuzza – non la trasformi in <trave>.

Così commenta il pastore Bonhoeffeur: <Il discepolo non guarda mai l’altro come qualcuno verso il quale Gesù viene. Non incontra mai l’altro se non in quanto gli va incontro con Gesù. Gesù lo precede verso l’altro, e il discepolo lo segue>1. Così ogni nostro giudizio sull’altro – talora inevitabile – deve essere fatto con il Signore in modo che sia sempre più come quello del Signore che continua a ripeterci non per spaventarci, ma per illuminare e purificare il nostro sguardo: <con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi> (Mt 7, 2). Di fatto, ogni persona che incontriamo sul nostro cammino assume il ruolo dei <profeti> (2Re 17, 13) in quanto è un richiamo a convertire il nostro sguardo e a lasciarci continuamente rettificare dalla misericordia.


1. D. BONHOEFFER, Vivre en disciple, Labor et fides, Genève 2009, p. 151.

Vendetta

XII Domenica del T.O. –

La parola del profeta Geremia offertaci come chiave di comprensione e di interpretazione della parola che il Signore Gesù ci rivolge nel vangelo di oggi, ci stupisce non poco: <Signore degli eserciti, che provi il giusto e scruti il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di essi> (Gr 20, 12). Non dobbiamo vergognarci di questo bisogno che sale dal nostro cuore – come una marea – davanti al sentimento di minaccia, di incomprensione, di rifiuto e di opposizione che talora sentiamo crescere attorno a noi come una pianta rampicante che rischia di soffocare tutto ciò che in noi è vivo e desidera vivere. Le parole del profeta Geremia possono essere talora le nostre: <Sentivo le insinuazioni di molti: Terrore all’intorno! Tutti i miei amici spiavano la mia caduta> (Gr 20, 10). Di certo questi sentimenti profondi e terribili sono stati vissuti in prima persona dal Signore Gesù via via che si avvicinava a Gerusalemme e il conflitto con gli scribi e i farisei si faceva sempre più forte. Geremia e Gesù condividono la nomea di essere “uomini del conflitto” ma condividono pure il grande anelito di farla finita con una formula formale della religione per aprire ad un rapporto con Dio sempre più fondato nel <cuore> (Gr 31, 33). Nell’interpretazione televisiva di Geremia 1 il ministero di questo “profeta del cuore” viene inaugurato davanti al re di Israele – in realtà lontano da Dio – proprio con l’impossibilità del giovane sacerdote di procedere a sgozzare l’agnello per il sacrificio cultuale: tutto comincia con il disgusto per la morte sacrificale così ipocrita e che rischia di essere solo un’apparenza esteriore.

Geremia da lontano prepara la strada alla predicazione del Signore Gesù, particolarmente legato a quest’uomo del conflitto e della speranza a caro prezzo, tanto da essere identificato da alcuni proprio con questo profeta (Mt 16, 14) dei tempi nuovi, dei modi nuovi, del cuore circonciso da tutto ciò che non corrisponde alla verità e che è inutile e di peso. Il profeta Geremia è sempre capace di mettersi a nudo davanti a tutti rischiando fino in fondo la parola che gli sgorga dal cuore e la cui profondità si inabissa fino alla profondità di quel Dio. Un Dio che lo ha <sedotto> fino ad imporgli una verginità impensata come sigillo di quella solitudine che lo rende adatto a rischiare sempre tutto davanti a tutti senza risparmio e senza remore. Sulla bocca di questo profeta potremmo collocare le stesse parole del Signore Gesù: <Non temete gli uomini, poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato> (Mt 10, 26). Dal cuore di questo profeta, quasi condotto forzatamente ad esercitare un ministero così pericoloso ed esigente, possiamo pure riascoltare la parola dell’apostolo Paolo: <Ma il dono di grazia non è come la caduta> (Rm 5, 15).

Proprio davanti all’arrivo del nemico babilonese che minaccia di distruggere Gerusalemme e di ridurre in cenere il Tempio – mentre tutti reclamano una protezione dell’Altissimo che renda inefficaci le macchinazioni nemiche – il profeta Geremia guarda più lontano… guarda più profondo… guarda con e come il Signore proprio <il cuore e la mente> (Gr 20, 12). Quando tutti cercano di rassicurarsi reciprocamente per non cambiare radicalmente il proprio modo di vivere e di leggere la vita e gli avvenimenti, il profeta richiede un cuore nuovo e degli atteggiamenti nuovi cominciando a viverli in prima persona e sulla propria pelle con disgusto ma senza timore. Il ministero profetico, a cui siamo stati tutti consacrati con l’unzione crismale al momento del nostro battesimo, esige questo atteggiamento di intromissione nella storia senza paura e in una serenità di fondo di chi sa che la propria forza radica altrove. Allora la parola del Signore Gesù ci raggiunge profondamente: <Non abbiate paura che quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna> (Mt 10, 28)


1. Regia di Harry Winer, San Paolo 1998.

Vengeance

XII Dimanche du T.O.

La parole du prophète Jérémie qui nous est offerte comme clé de compréhension et d’interprétation de la parole que le Seigneur Jésus nous adresse dans l’évangile d’aujourd’hui, nous étonne, et pas qu’un peu : «  Seigneur des Armées, tu éprouves le juste et pénètres les reins et les coeurs. Je verrai ta vengeance s’exercer contre eux, car c’est à toi que je confie ma cause » (Jr 20, 12). N’ayons pas honte de ce besoin qui monte de notre coeur – comme une marée – face au sentiment de menace, d’incompréhension, de refus et d’opposition que nous sentons alors grandir autour de nous comme une plante rampante qui risque d’étouffer tout ce qui est vivant en nous et désire vivre. Les paroles du prophète Jérémie  peuvent alors devenir les nôtres : «  j’entendais les insinuations de beaucoup : terreur aux alentours ! Tous mes amis épiaient ma chute » (Jr 20, 10). Il est certain que ces sentiments profonds et terribles ont été vécus en premier lieu par le Seigneur Jésus lorsqu’il s’approchait petit à petit de Jérusalem et que le conflit avec les scribes et les pharisiens se faisaient toujours plus fort. Jérémie et Jésus partagent le qualificatif d’être «  hommes du conflit », mais partagent aussi le grand désir d’en venir à bout par une formule formelle de la religion pour ouvrir un rapport avec Dieu fondé d’avantage sur le «  coeur » (Jr 31, 33). Dans l’interprétation télévisée de Jérémie 1, le ministère de ce «  prophète du coeur » est inauguré devant le roi d’Israël – en réalité loin de Dieu – par l’impossibilité du jeune sacerdote de procéder à égorger l’agneau pour le sacrifice cultuel : tout commence par le dégoût de la mort sacrificielle, si hypocrite et qui risque de n’être qu’une apparence extérieure.

Jérémie prépare depuis longtemps la route à la prédication du Seigneur Jésus, particulièrement lié à cet homme du conflit et de l’espérance chèrement payée, jusqu’à être identifié par certain avec ce prophète (Mt 16, 14) des temps nouveaux, des manières nouvelles, du coeur entouré de tout ce qui ne correspond pas à la vérité et qui est inutile et pesant. Le prophète Jérémie est toujours capable de se mettre à nu face à tous, risquant entièrement la parole qui sort de son coeur et dont la profondeur s’enfonce jusqu’à la profondeur de Dieu. Un Dieu qui l’a «séduit », lui imposant une virginité impensable, symbole du sceau de cette solitude qui le rend apte à risquer toujours tout face à tous, sans limite et sans remord. Sur la bouche de ce prophète, nous pouvons recueillir les mêmes paroles que le Seigneur Jésus : « Ne craignez pas les hommes, car il n’y a rien de caché qui ne doit être sauvé, ni de secret qui ne sera pas manifesté » (Mt 10, 26). Du coeur de ce prophète, presque forcé à exercer un ministère si dangereux et exigeant, nous pouvons même re-écouter la parole de l’apôtre Paul « Mais le don de la grâce, n’est pas comme une offense » (Rm 5,15).

C’est justement face à l’arrivée de l’ennemi babylonien qui menace de détruire Jérusalem et de réduire le Temple en cendres – alors que tous réclament une protection du Très-Haut qui rendrait inefficaces les machinations ennemies – que le prophète Jérémie regarde plus loin…regarde plus profondément…regarde avec  et comme le Seigneur, avec «  le coeur et la raison » (Jr 20,12). Lorsque tous cherchent à se rassurer réciproquement pour ne pas changer radicalement sa façon de vivre et de lire la vie et les évènements, le prophète demande un coeur nouveaux et des attachements nouveaux en commençant à les vivre soi-même et dans son corps, avec dégoût, mais, sans peur. Le ministère prophétique, auquel nous avons tous été consacrés par l’onction chrismale au moment de notre baptême, exige cet attachement à la mission intérieure de notre histoire, sans peur et dans une sérénité profonde qui sait que la véritable force se trouve ailleurs. Alors, la parole du Seigneur Jésus nous rejoint profondément : «  N’ayez pas peur de ceux qui tuent le corps, mais n’ont pas le pouvoir de tuer l’âme, craignez plutôt celui qui a le pouvoir de faire périr l’âme et le corps dans la Géhenne » (Mt 10, 28).

 _____________________________

1 Régie de Harry Winer, San Paolo 1998.

Cosa volete?

XI Settimana T.O.

Spesso e volentieri noi non sappiamo quello che vogliamo e soprattutto non siamo disposti a pagare il prezzo di ciò che desideriamo e di ciò che speriamo per la nostra vita e la vita di quanti amiamo. Oggi la parola del Signore Gesù orienta e obbliga il nostro cuore a compiere delle scelte come pure l’esempio di Zaccaria – così vivo nella memoria del popolo da essere citato dallo stesso Signore contro i farisei – ci indica il modo con cui non solo esprimere, ma pure pagare ciò che ci sta veramente a cuore. In un momento non facile, in cui la cosa più semplice sarebbe stata quella di accodarsi al modo di sentire di tutti, troviamo che <lo spirito di Dio investì Zaccaria> (2Cro 24, 20) che rinverdì la memoria di tutti per non commettere in futuro gli stessi errori del passato. A tutti piace l’immagine bucolica che troviamo nel vangelo di quest’oggi: <Guardate gli uccelli del cielo… Osservate come crescono i gigli del campo…> (Mt 6, 26 e 28). È vero che gli uccelli <non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai>; è anche vero che i fiori <non faticano e non filano>, ma quanto, gli uni e gli altri, devono imparare l’arte di accontentarsi e di lasciarsi sfamare e rivestire dalla vita senza pretese e con una inenarrabile gratitudine piena di meraviglia?

Quest’oggi siamo chiamati a metterci alla scuola del profeta Zaccaria per imparare da quanto abbiamo già vissuto e, in modo del tutto particolare, da quanto abbiamo già sbagliato nella nostra vita. Siamo anche chiamati a metterci alla scuola della natura per imparare quel sereno abbandono che non corrisponde, almeno non sempre, ad una sicura facilitazione, che è indice di una fiducia di fondo nella vita che ci permette di vivere nel suo flusso con semplicità, che non significa ingenuità. Per questo il monito del Signore non solo ci riguarda profondamente, ma può diventare per noi una sorta di guida per le nostre scelte quotidiane: <Nessuno può servire a due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza> (Mt 6, 24).

Non si tratta di una concorrenza tra noi e Dio, tra ciò di cui abbiamo effettivamente bisogno per vivere e il Regno di Dio, ma si tratta di una necessità di chiarificazione attraverso una messa in ordine che esige anche una messa in valore degli aspetti della nostra vita che permetta a noi stessi di capire chi siamo realmente attraverso una percezione sempre più chiara di ciò che veramente desideriamo per la nostra vita. La parola del Signore Gesù ci ricorda che non è possibile vivere all’altezza della nostra vocazione di uomini e di credenti senza dover compiere delle scelte che indichino in modo chiaro non tanto le nostre preferenze emotive – perlopiù passeggere – ma quelle che sono le nostre scelte attraverso cui possiamo manifestare le nostre priorità. Tutto ciò non può che manifestarsi nel momento presente in cui siamo invitati a non lasciarci dominare dalle preoccupazioni, ma guidare interiormente dagli appelli della vita.

Occhio!

XI Settimana T.O.

Nel modo di parlare consueto si dice, appunto, per richiamare l’attenzione di qualcuno: <occhio!>. Il Signore Gesù ci sembra richiamare ad una misura supplementare di attenzione. Del resto, ci si può sempre sbagliare e questo bisogna saperlo senza per questo drammatizzare eccessivamente. Nella prima lettura ci viene narrato uno degli episodi più cruenti che troviamo nella Bibbia, capace di risvegliare in noi proprio l’attenzione per non cadere nell’illusione, frutto dell’accecamento prodotto dal dolore, di Atalìa la quale, infine, cade vittima del suo stesso inganno in una disperazione toccante che accompagna la sua vita fino alla morte: <visto che era morto suo figlio si accinse a sterminare tutta la discendenza regale> (2Re 11, 1). Si può veramente dire che Atalìa è una donna accecata dal dolore tanto da non vedere più nulla se non il proprio bisogno di vendetta che non dà più nessuna speranza di vita… per nessuno e – non può essere diverso – neanche per se stessa tanto che infine: <Le misero addosso le mani ed essa raggiunse la reggia attraverso l’ingresso dei Cavalli e là fu uccisa> (2Re 11, 16)

Un altro detto popolare ci può aiutare in questa giornata: “non è oro tutto ciò che luccica” e questo riguarda anche profondamente la nostra stessa vita. Persino le nostre qualità e i nostri legittimi successi possono diventare preda della ruggine dell’orgoglio capace di corrodere le cose più vere e le sensibilità più autentiche. Solo una relazione con Dio che parte e dimora nel profondo può rendere inossidabile il nostro cuore che, come un vero e inviolabile forziere, è chiamato a custodire e incrementare il <tesoro> (Mt 6, 21) che ci è stato affidato. Si può veramente dire che tutto comincia dall’<occhio> chiamato ad essere <semplice> e <luminoso> (6, 22) per essere capace di illuminare. Il detto del Signore Gesù che ci ammonisce ed esorta: <accumulate per voi tesori in cielo> (6, 20) non può essere assolutamente inteso come una fuga dalle nostre responsabilità nella vita presente.

Ciò che il Signore ci chiede è una profonda conversione dello sguardo per imparare a vivere le opportunità che la vita ci offre in una logica che non sia mondana, bensì evangelica. La tragica figura di Atalìa ci aiuta a capire quale possa essere il pericolo anche per la nostra vita: cedere ad una logica vendicativa che ci inclina ad ammassare per noi stessi. Diverso è l’atteggiamento di questa donna poco conosciuta e poco citata e di cui però le Scritture, come spesso avviene, ci tramandano il nome: <Ioseba, figlia del re Ioram e sorella di Acazìa, prese Ioas, figlio di Azazìa, sottraendolo ai figli del re destinati alla morte, e lo portò assieme alla sua nutrice nella camera dei letti> (2Re 11, 2). Possiamo ammirare in questa donna il coraggio di chi sa custodire non per se stessi, ma in vista di un bene più grande e con una capacità di guardare il reale in modo più ampio e generoso. L’ultima ammonizione del Signore Gesù ci raggiunge profondamente: <ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso> e come se non bastasse <Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tua tenebra!> (Mt 6, 23).

In-erenza

XI Settimana T.O.

La verità della nostra preghiera sta a fondamento della verità della nostra vita. Se nella vita cerchiamo di essere coerenti cercando di vivere una corrispondenza tra le parole che diciamo e i gesti che compiamo, questo è realmente e durevolmente possibile solo nella misura in cui nel profondo del nostro cuore si crea una in-erenza tra ciò che noi siamo e quella segreta presenza di Dio in noi che forma e continuamente riforma il nostro volto di uomini e di donne. Il fatto che la liturgia odierna prepari il testo della consegna della forma di preghiera da parte di Gesù agli apostoli con la memoria di Elia simile ad <un fuoco> (Sir 48, 1), ci aiuta a cogliere e a vivere la consegna della preghiera come la realtà che permette alla nostra vita di trovare un fondamento sicuro e duraturo. Fu così per Elia, fu così per Gesù, speriamo sia ugualmente vero per ciascuno di noi.

Le parole sono chiamate ad esprimere, e non a mascherare, il nostro desiderio non di far entrare Dio nel nostro modo di vedere e nei nostri schemi, bensì a lasciare che il modo di guardare i suoi figli da parte del Padre di tutti, divenga il nostro stesso modo di guardarci reciprocamente, per accoglierci come veri fratelli. Si dice che la parola del profeta Elia <bruciava come fiaccola> e ancora di più sono brucianti le parole con cui il Signore Gesù ci chiede di rivolgerci al Padre che è nei cieli per imparare ad essere sulla terra delle nostre difficili e talora così ferite relazioni un riflesso della sua bontà e della sua misericordia. La consegna del modello della preghiera del discepolo comincia con un invito a prendere coscienza di una differenza senza la quale nessuna preghiera sarebbe all’altezza del Vangelo: <non sprecate parole come i pagani> (Mt 6, 7) e finisce con la consegna di un criterio di discernimento imprescindibile: <Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe> (6, 14).

Per evitare che la preghiera del Signore passi inosservata nella nostra vita potremmo imparare a scegliere ogni mattina una delle sette invocazioni su cui ritornare durante il giorno e da cui partire per il piccolo esame di coscienza quotidiano prima di abbandonarci al sonno. Il fuoco con cui Elia fece ardere la sua profezia diventa per i discepoli del Signore Gesù la fiaccola bruciante del perdono offerto gratuitamente e incondizionatamente che è capace di liberare da ogni ostacolo il cammino che ci spiana la strada verso una crescente intimità con il Padre. Per quanti si fanno discepoli del Vangelo, non c’è nessuna intimità divina che non generi una carità fraterna sempre più vera e talora persino coraggiosa. Ciò che il Siracide ci dice del profeta Eliseo: <Nulla fu troppo grande per lui> (Sir 48, 13), vela per ciascuno di noi nella misura in cui accettiamo di lasciarci interrogare e continuamente formare alla scuola della preghiera che è sempre una scuola di indomabile carità, pronta a tutto e che mai ci fa presumere o sognare di essere <ascoltati a forza di parole> (Mt 6, 7).

Ammirati

XI Settimana T.O.

Cosa mai importa lo sguardo degli altri ai cui occhi rischia di sfuggire l’essenziale e il più vero della nostra vita? Meglio è lasciarsi guardare e penetrare dallo sguardo di Dio che conosce la verità del nostro cuore sapendone portare tutto il peso di amore. Vivere nell’ombra il digiuno, la preghiera, la carità significa, in realtà, viverla sotto lo sguardo di Dio liberandosi della più inutile e fallace delle preoccupazioni: <State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli> (Mt 6, 1). Pensiamo a ciò che avviene nel nostro cuore quando sorprendiamo qualcuno – senza essere visti – nell’atto di parlare bene di noi tanto da fare l’elogio della nostra devozione e della nostra generosità. Nel nostro cuore si accende un fuoco di contentezza, ma non dimentichiamo di presentare a Dio anche le nostre incrinature egoistiche che il suo amore e la sua misericordia sono in grado di raddrizzare in modo discreto e segreto. Essere ammirati può essere anche una cosa che fa piacere, ma la cosa più importante è di sentirsi guardati dal Padre <che vede nel segreto> (Mt 6, 4).

La conclusione del ciclo di Elìa ci regala un modo assai poetico di pensare non semplicemente alla fine della vita, ma, ben più profondamente, al buon esito possibile per un’esistenza: <Mentre continuavano a camminare conversando, ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elìa salì nel turbine verso il cielo> (2Re 2, 11). Questa barriera di fuoco può essere il simbolo di quel segreto intimo ed inviolabile tra ogni creatura e il suo Creatore che esige un certo nascondimento e una profonda dose di mistero. Non solo non c’è nessun merito, ma non ha nessun senso una ricerca spirituale portata avanti per essere ammirati. Il fine della nostra vita, come lo fu per il profeta, non è di esistere agli occhi degli altri, ma di stare serenamente al cospetto di Dio. La preghiera, il digiuno e l’elemosina sono dei mezzi con cui liberiamo il nostro cuore da un’eccessiva attenzione a se stessi per portarsi oltre noi stessi e lasciarci sempre più guardare in verità per riconoscerci nella verità di quello che siamo ben oltre tutte le apparenze.

Un testo di Govanni della Croce può illuminarci e confortarci: <Cosa cerchi fuori di te, se dentro di te hai la tua ricchezza, il tuo piacere, la tua soddisfazione, la tua pienezza e il tuo regno, cioè il tuo Amato, che la tua anima cerca e desidera? Ricorda solo una cosa, che cioè, anche se è dentro di te, rimane nascosto. Solo così, nascosto con lui, lo sentirai in segreto, lo amerai e ne godrai in segreto e in segreto con lui ti diletterai, più di quanto la lingua possa esprimere e i sensi comprendere>1.


1.GIOVANNI DELLA CROCE, Cantico spirituale B,1, 8-9.

Somigliare

XI Settimana T.O.

Siamo chiamati a ritrovare la nostra <somiglianza> (Gn 1, 26) con il nostro Creatore e la santità, che tutti cerchiamo giorno dopo giorno, non è altro che il mistero di questa consonanza profonda tra il nostro e il cuore stesso di Dio che si rivela sempre di più come <il Padre vostro celeste> (Mt 5, 48). Nella prima lettura il seguito della storia di Nabot ci racconta come l’iniquità del re induce il Signore a inviare <Elia il Tisbita> (1Re 21, 17) a manifestare tutto il suo sdegno per l’iniqua uccisione dell’innocente. Già nel dramma della prima lettura siamo posti di fronte all’immagine di un Dio capace di minacciare duramente senza mai indurirsi. Davanti alla reazione di Acab che <si coricava con il sacco e camminava a testa bassa> (21, 27), il Signore Dio non esita a mutare la sua decisione e lo fa attraverso la parola dello stesso profeta. La perfezione di Dio, rivelataci in modo così forte dal Signore Gesù, non è immobilità, bensì dinamismo di attenzione alle dinamiche e ai processi interiori delle persone che fanno la storia di ciascuno attraverso cammino talora tortuosi e in cui spesso intervengono dei profondi processi di maturazione e di conversione: <Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me?> (21, 29).

Il luogo indicato dal Signore Gesù per questa evoluzione sempre possibile è la preghiera che permette di maturare uno sguardo limpido, ma non immobile sull’altro, soprattutto quando questi ci rende la vita difficile e penosa: <pregate per quelli che vi perseguitano> (Mt 5, 44). Già la rivelazione ai Padri esige l’amore del prossimo e questo è un principio tanto fondamentale quanto scontato. Ma rivendicando l’amore del nemico il Signore Gesù ricusa ogni discriminazione nei confronti del prossimo. Così prega Gregorio di Narek: <Molti sono i miei peccati, eppure saranno sempre pochi, in confronto al tuo perdono… Cosa potrà fare un pò di tenebra alla tua luce divina? Come può un po’ di oscurità rivaleggiare con i tuoi raggi, tu che sei grande>1.

La perfezione di Dio come Padre consiste nella sua assoluta semplicità che è il segno di una unità profonda tra il suo essere e il suo volere. Per noi è molto diverso perché siamo costantemente abitati da una lotta interiore riguardo a come reagire nei confronti di quanti ci fanno realmente e indubitabilmente soffrire. Il Signore Gesù ci pungola e ci tocca sul nostro orgoglio di figli, sulla nostra dignità di creature volute e amate dal Creatore di tutti: <Infatti, se amate quelli che via amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?> (Mt 5, 46-47). Forse il primo passo che siamo chiamati a fare è proprio quello di riconoscere un certo livello di paganesimo ancora presente nella nostra vita e nella nostra sensibilità per desiderare, magari cominciando con piccoli passi, a somigliare di più al Padre.


1. GREGORIO DI NAREK, Libro di preghiere, 74.

Capriccio

XI Settimana T.O.

L’annuncio che viene portato al re Acab sembra concludere una volta per tutte la questione apertasi tra il re e Nabot e la cui soluzione radicale era stata ordita dalla regina Gezabele. Cosa di più decisivo, chiaro, conclusivo di questo: <perché non vive più, è morto> (1Re 21, 15). Dal punto di vista di Gezabele la questione è chiusa e finalmente il re può fare quello che vuole soddisfacendo così il suo capriccio… perché di un semplice capriccio si tratta. E invece non è così, non è proprio così: la spirale del male rischia di stritolare quanti la mettono in funzione, forse persino vantandosene segretamente non poco! In realtà ciò che viene reso <morto> dall’egoismo e dalla ingiustizia non può che gridare dalla terra come il sangue di Abele ucciso dal fratello Caino. Nel contesto creato dalla prima lettura, le parole di Gesù nel Vangelo diventato ancora più forti e si donano con una chiarezza sorprendente: <Ma io vi dico, di non opporvi al malvagio> (Mt 5, 39).

Opporsi, infatti, significherebbe porsi sulla stessa linea rischiando di non poter più essere se stessi. Monsignor Alichoran, vescovo cattolico di rito caldeo, abituato a vivere in situazioni di profondissimi conflitti e di terribili ingiustizie così insegnava: <Se mi pongo davanti a qualcuno che è cattivo e mi batto con lui, sarò schiacciato, umiliato, insultato. […] Bisogna invece evitare di porsi davanti all’altro come se si fosse davanti ad uno specchio per evitare di fare il suo stesso gioco, imitandolo, pensando di fare il contrario>1. Se la legge del taglione cerca di evitare che il male si radichi ed espanda limitando la spirale della vendetta, il Signore Gesù ci aiuta a risalire verso la dolcezza con cui Dio ha creato l’universo e che è sempre capace di ricrearlo. Si tratta di adottare un atteggiamento completamente opposto a quello della violenza: porgere <anche l’altra> guancia significa manifestare il proprio rifiuto di entrare nella logica della violenza, e ancora di più mettere l’altro di fronte ad un’<altra> possibilità di leggere e attraversare la vita.

L’ascolto della parola e dell’esempio del Signore Gesù ci esorta ad una rinuncia che non ha niente a che vedere con “le rinunce”. Si tratta di cambiare il proprio modo di guardare l’altro persino quando è chiaramente e persino deliberatamente: <malvagio> (Mt 5, 39). Ciò che ci chiede il Signore non è quello di trovare una nuova giustizia, ma di intraprendere un cammino di libertà che esige la rinuncia a lasciarsi dominare dal male per rimanere fedeli a se stessi così come ci sentiamo sotto lo sguardo di Dio. Sentire lo sguardo del Padre dei cieli, significa maturare uno sguardo sugli altri che è simile al suo: mai disperato. Per non cedere alla disperazione è necessario rischiare nella continua proroga di fiducia: <Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da un prestito non voltare le spalle> (5, 42). Sembrerebbe proprio che Nabot abbia fatto il contrario opponendosi risolutamente ad Acab eppure, in realtà, la sua fedeltà pagata con la morte non fa che rendere possibile al re di soddisfare il suo capriccio e, al contempo, che sia rivelata la sua iniquità.


1. Cfr. Magnificat, 211 (2010) p. 197.