Il tuo nome è Pietas, alleluia!

III settimana T.P. 

Come una madre il Signore Gesù cerca in tutti i modi di convincere i suoi ascoltatori, di convincere ciascuno di noi, su quanto è grande il suo dono di vita per la nostra vita. Il Signore Gesù insiste più e più volte nel porre l’accento sul legame tra il pane e la vita, tra la vita di cui facciamo esperienza ogni giorno – come di un pane duro da ingurgitare – e la vita che egli ci dà <chi viene a me non avrà più fame> (Gv 6, 35).

Come la Sapienza (cfr. Pr 8) il Signore Gesù si aggira per le nostre strade, per i sentieri della nostra vita cercando di convincerci a comprare il “suo” pane, ad entrare in comunione con la “sua” vita di Risorto. Ma certo la domanda che viene spontanea è: “cos’ha di speciale questo pane?” che il Signore ci dà e ci vuole come vendere, o più precisamente, regalare a tutti i costi.

Il Pane del cielo è il pane della Pietas, quella che ritroviamo nella prima lettura: <persone pie seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui> (At 8, 2). Il Signore Gesù vuole darci il pane della sua presenza, della sua compagnia, della sua compassione proprio e soprattutto mentre la persecuzione <infuriava contro la Chiesa> (At 8, 3).

Il Signore ci svela il nocciolo, l’essenza e la fonte del piano di Dio e della sua volontà: <che io non perda nulla> (Gv 6, 39). Consolazione infinita è questa immagine di Dio che da sempre e per sempre – si tratta e si parla della volontà del Padre che fonda il mondo e la storia – raccoglie le briciole di pane <perché nulla vada perduto> (Gv 6, 12), perché nessuno si perda. 

L’immagine del pane in cui Gesù si identifica è per noi mediterranei il rimando a ciò che può tenere in vita una persona, ma dice pure tutto il lavoro umano capace di trasformare – attraverso il fuoco – i doni della natura in un segno della cultura, dello scambio tra persone. Il pane rimanda così a qualcosa che nutre dopo un lungo lavoro che parte dalla semina del frumento e si corona nel forno fumante e profumato che viene condiviso e che accompagna e, in certo modo, rende sostanzioso ogni altro alimento che la natura ci offre. 

Tutta la serie dei gesti che accompagna la panificazione dice una cura, un’attenzione, una capacità di trasformazione e di condivisione che sono la perenne garanzia di una risurrezione dell’umano che non può morire neppure nella morte. Il gesto di coloro che seppelliscono Stefano (At 8, 2) è capace di trasformare la fine in un inizio, l’ora dello sterminio in un tempo di semina abbondantissima <quelli però che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio> (At 8, 4) come il vento che porta lontano i semi e il polline per dilatare la vita. 

Il Signore Gesù ce lo assicura con forza: <io lo risusciterò nell’ultimo giorno> (Gv 6, 40) ma la risurrezione è legata alla nutrizione. Risorgeremo se ci saremo nutriti del Pane che è il Figlio, risorgeremo <nell’ultimo giorno> se “oggi”, nutriti al pane della Parola, trasformeremo, attraverso la cura e la dedizione proprie di ogni processo di “panificazione”, la nostra stessa vita in un pane che nutre e che fa risorgere tanto che <vi fu grande gioia in quella città> (At 8, 8) in noi e attorno a noi. Così persino la notte della sepoltura può trasformarsi nel prezioso tempo del chicco che muore in terra e della pasta che lentamente lievita fino ad essere pane condito di pietas, saporoso di vita.

Il tuo nome è Mangiato, alleluia!

III settimana T.P. 

Nella sinagoga di Cafarnao il Signore Gesù risponde alle domande e soprattutto alle provocazioni dei suoi ascoltatori. Tutto il discorso verte sulla richiesta di <quale segno tu fai perché vediamo e possiamo crederti?> (Gv 6, 30). Sinceramente dobbiamo riconoscere che anche noi poniamo continuamente la stessa domanda che si ritroverà nel cuore e sulla bocca di Tommaso dopo la Pasqua. Il nostro bisogno è talmente forte e i nostri bisogni talmente impellenti ed urgenti da non riuscire – forse neppure lo possiamo – leggere la vita e i segni di vita se non a partire dalla soddisfazione o perlomeno dalla consolazione di ciò di cui maggiormente sentiamo la necessità.

Il rischio è sempre quello di fermarci ai doni della vita e di farne il centro della vita: <I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto> (Gv 6, 31). Il Signore Gesù ci invita ad andare oltre quello che “abbiamo mangiato” e ad aprirci ad un mangiare diverso a nutrirci del <pane di Dio> che <è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo> (Gv 6, 33). Di quel pane si nutre, quasi come viatico, il diacono e protomartire Stefano che <fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra> (At 7, 55). Ai Giudei – a noi – viene comodo fare riferimento al pane del deserto che ci ha permesso di raggiungere la Terra Promessa, il Signore Gesù invece ci invita a passare da un mangiare per sopravvivere ad un mangiare per essere mangiati come Lui che ha dato se stesso per noi. 

Il Risorto ci invita in ogni momento con le parole: <date voi stessi da mangiare> (Mc 6, 37). Con grande forza il Signore ci sospinge ad essere grano maturo, pane ben cotto per poter finalmente dire con Gesù e in Gesù: <Io sono Pane> (Gv 6, 35) <Venite a mangiare> (Gv 21, 12). Un pane che non si può andare a comprare ma che può essere solo donato e ricevuto in gratuità come il sangue, come la vita versata da Stefano e che già irriga la pianticella di quel <giovane> (At 7, 58) che sarà l’apostolo delle genti. Noi tutti ci sentiamo mangiati e in certo modo privati della nostra stessa vita: <e così lapidavano Stefano mentre pregava…> (At 7, 59). E la nostra preghiera deve crescere e passare dal <dacci oggi il nostro pane quotidiano> (Mt 6, 11) al “fa’ che io sia come pane quotidiano” per i miei fratelli. E talora si diventa un pane nutriente solo col fatto di lasciarsi mangiare con lo sguardo di chi ci chiede un sorriso: <chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete> (Gv 6, 35). La storia dell’umanità è cominciata col gesto di stendere la mano per prendere e mangiare (Gn 3), la storia dell’umanità raggiunge la sua maturità e la sua pienezza quando un uomo o una donna sono capaci di donarsi fino in fondo lasciandosi mangiare con gusto e soddisfazione trovando in ciò tutta la propria gioia… Non lo celebriamo forse nell’Eucaristia? Non lo sperimentiamo forse nell’amore…?

Il tuo nome è Alato, alleluia!

III settimana T.P. 

La condivisione del pane e dei pesci ha creato un legame tra Gesù e la folla che, in certo modo controlla i movimenti di Gesù e dei suoi discepoli: <notò che c’era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi discepoli> (Gv 6, 22). Ma la folla deve rendersi conto che <Gesù non era più là> (Gv 6, 24) e fare la stessa strada dei discepoli al fine di trovarlo infine <di là>.

Davanti a questo “spostamento” di Gesù la folla pone una domanda: <Maestro quando sei venuto qua?> (Gv 6, 25) e il Signore Gesù risponde in modo provocatorio ma chiaro: <Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura> (Gv 6, 27). La folla dopo aver mangiato a sazietà pensa di sdebitarsi con Gesù facendolo re (Gv 6, 15) e idolatrando il luogo in cui il Signore Gesù ha operato il segno del pane e dei pesci. La folla, ciascuno di noi quando non è sufficientemente “solo/unificato” come il Maestro (Gv 6, 15), davanti ai prodigi operati da Dio nella nostra vita e nella nostra storia, ha la tendenza a voler imbrigliare questa potenza e possibilità nella forma di un “luogo sacro”. L’istinto di sopravvivenza e di conservazione ci spinge continuamente a mettere in scatola anche Dio.

Il Signore Gesù è invece sempre in movimento e noi siamo chiamati a cercarlo per trovarlo sempre <di là dal mare> (Gv 6, 25) e non nel Tempio gelosamente custodito per conservarsi in vita a tutti i costi: <Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo> (At 6, 14). Per la gente “fissata” nelle proprie paure, continuamente alla ricerca di luoghi e tempi di sicurezza e di sopravvivenza, il semplice allargamento di un orizzonte è una minaccia terribile: <distruggerà>! 

Il Signore Gesù, Risorto e Vivente, si sottrae ad ogni “fissazione” e per questo subito se ne va sul monte e oltre il mare per non perdere il contatto con lo spazio in tutta la sua altezza ed ampiezza, per non lasciarsi rinchiudere in un bisogno <voi mi cercate perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati> (Gv 6, 26) mentre egli vuole, saziando il bisogno, dilatare il desiderio verso le vette dei monti e gli amplissimi orizzonti marini che si riflettono nei tratti dei suoi discepoli: <fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo> (At 6, 15). Gli angeli non mangiano ma sono in grado di nutrire e soprattutto non si sedentarizzano mai e non sono soggetti ad alcun limite di spazio e di tempo.

Stefano prima di morire è già un risorto perché si è nutrito del pane <che il Figlio vi darà> (Gv 6, 27) in virtù del quale ha sviluppato pienamente l’abbozzo di ali di cui tutti siamo dotati. Possiamo chiedere a nostra volta: <Che cosa dobbiamo fare> (Gv 6, 28) per sviluppare le nostre ali? Sembra che basti <credere in colui che egli ha mandato> (Gv 6, 29). Se ascoltiamo fino in fondo il Signore Gesù ance il nostro volto sarà <come quello di un angelo> (At 6, 15) perché l’abbozzo delle ali non sono altro che le nostre orecchie che sono pure la nostra vera bocca per nutrirci di cielo. Il Padre ci nutre ogni giorno al suo stesso Petto che è Cristo e attende che raggiungiamo la <piena maturità> (Ef 4, 13) per mettere anche su di noi il suo <sigillo> (Gv 6, 27).

Il tuo nome è Lontano, alleluia!

III Domenica di PASQUA 

L’apostolo Pietro ci aiuta a guardare e a considerare la nostra vita sulla terra e nel tempo come un vero e proprio pellegrinaggio. La vita è occasione per vivere un continuo e sempre più profondo processo di conversione interiore: <comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri> (1Pt 1, 17). È lo stesso apostolo che, nella forza delle primizie dello Spirito effuso, ci aiuta anche a renderci conto con più chiarezza del fine che ha il nostro cammino il quale non è un lento andare verso il nulla, bensì un graduale avvicinarsi ad una pienezza: <Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza> (At 2, 28). Di una presenza, capace di rimettere in moto la speranza e di ridare vigore e senso al proprio cammino, fanno esperienza i due discepoli che sembrano fuggire da Gerusalemme per riguadagnare la quiete e l’anonimato rassicurante del loro villaggio.

L’evangelista Luca tiene il nostro animo sospeso più a lungo di quanto facciano gli altri evangelisti. Infatti le donne fuggono dal sepolcro con un messaggio di risurrezione, ma senza avere incontrato il Risorto. Prima di incontrare personalmente il Signore Vivente è come necessario un tempo di rilettura e di riapertura del proprio cuore a leggere gli stessi avvenimenti, quelli che ci hanno fatto sperimentare una terribile delusione, in uno modo completamente diverso, ovvero: purificato dalle nostre illusorie aspettative e aperto ad un modo di leggere le cose più profondamente. Il Risorto non si impone con una gloriosa e schiacciante presenza, bensì si ripropone in modo ancora più discreto nelle nostre stessi vesti: si fa viandante con dei viandanti, si fa pellegrino con dei pellegrini, si fa ignorante degli eventi, con quanti gli eventi li hanno subiti senza veramente comprenderli: <Solo tu sei forestiero a Gerusalemme!> (Lc 24, 18).

La nota quasi di rimprovero da parte dei discepoli è, in realtà, una dichiarazione inconsapevole dello stato del loro cuore incapace non solo di riconoscere in quel viandante il loro compianto Maestro, ma di rileggere gli ultimi avvenimenti a partire da una sapienza più profonda. Cosicché il Signore comincia una lunga catechesi che, a partire dalle Scritture, aiuta i discepoli a leggere gli eventi non solo a partire dalle evidenze, ma ripartendo dal senso di una morte che, in realtà, non è stata un fallimento bensì un coronamento. La risurrezione del Signore non è la negazione della morte, bensì il suo regale e libero attraversamento. Per questo il Risorto si mostra con i segni della passione che lo hanno segnato profondamente e veramente e, in questo modo, rivela anche ai suoi discepoli come non fuggire la prova, ma dimostrarsi piuttosto capaci di essere temprati nella e dalla prova stessa. Il gemito dei discepoli è spesso anche il nostro: <Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele> (24, 21). In realtà, ciò che talora sembra fondare le nostre speranze non è capace di scaldare il nostro cuore. Il nostro cuore ritrova il suo palpito vitale non nel successo e nella riuscita, bensì in una relazione in cui anche le realtà più dure rivelano un senso che ci porta un po’ <più lontano> (24, 28).

La lettura dei vangeli della risurrezione è sempre l’occasione per fare il punto sulla nostra speranza. Il Signore Gesù si accosta ai due discepoli di Emmaus e li lascia sfogare per poi riorientare la loro lettura degli avvenimenti. È necessario assumere la “morte” di una serie di illusioni… ma siamo pronti ad accogliere le sfide di nuove e impreviste prospettive?

Ton nom est plus loin, alléluia !

III Dimanche de PAQUES 

L’apôtre Pierre nous aide à regarder et à considérer notre vie sur la terre et dans le temps comme un pèlerinage personnel et vrai. La vie est une occasion pour vivre un continuel et toujours plus profond processus de conversion intérieure : «  comportez-vous avec la crainte de Dieu pendant le temps où vous vivez ici-bas en tant qu’étrangers » (1P 1, 17).  C’est le même apôtre qui, dans la force des prémices de l’Esprit répandu, nous aide aussi à nous rendre compte avec plus de clarté de la fin de notre chemin qui n’est pas un lent voyage vers le néant, mais plutôt une approche échelonnée vers une plénitude : «  Tu m’as fait connaître les chemins de la vie, tu me combleras de joie par ta présence » (Act 2, 28). D’une présence, capable de remettre en mouvement l’espérance et de redonner vigueur et sens au chemin même, les deux disciples qui semblent fuir Jérusalem pour regagner le calme et l’anonymat rassurant de leur village, en font l’expérience.

L’évangéliste Luc nous tient en haleine plus longtemps que les autres évangélistes. En effet, les femmes s’enfuient du tombeau avec un message de résurrection, mais sans avoir rencontré le Ressuscité. Avant de rencontrer personnellement le Seigneur Vivant un temps de relecture  et de réouverture du coeur est nécessaire pour relire les mêmes événements qui nous font expérimenter une terrible désillusion, de façon complètement différente, c’est-à-dire, purifiés de nos attentes illusoires et ouverts à une lecture plus profonde. Le Ressuscité ne s’impose pas par une glorieuse et éclatante présence, au contraire, il revient de façon encore plus discrète se mettant dans notre peau : il se fait voyageur avec des voyageurs, pèlerin avec des pèlerins, semble ignorer les événements quand tant d’autres ont subi les évènements sans vraiment les comprendre : « Tu es bien le seul habitant de Jérusalem à ignorer ce qui s’est passé ces jours-ci ! » (Lc 24,18).

La remarque, presque un reproche de la part des disciples, est, en réalité, une déclaration inconcevable de l’état de leur coeur incapable non seulement de reconnaître en ce voyageur leur Maître pleuré, mais de relire les derniers événements à partir d’une sagesse plus profonde. Ainsi le Seigneur commence une longue catéchèse qui, à partir des Ecritures, aide les disciples à lire les événements, non seulement à partir des évidences, mais en repartant du sens d’une mort qui, en réalité, n’a pas été un échec, mais bien un couronnement. La résurrection du Seigneur, n’est pas la négation de la mort, mais bien la façon royale et libre de la traverser. Pour cela le Ressuscité se montre avec les signes marquants, caractéristiques de sa passion  et il révèle ainsi à ses disciples comment ne pas fuir l’épreuve, mais se montrer plutôt capables d’être endurcis dans et par l’épreuve même. Le gémissement des disciples est souvent aussi le nôtre : «  Nous espérions qu’Il était celui qui aurait libéré Israël » (24, 21). En réalité, ce qui alors semble fonder nos espérances, n’est pas capable de réchauffer notre coeur. Notre coeur retrouve sa palpitation vitale non pas dans le succès et la réussite, mais dans une relation où même les réalités les plus dures révèlent un sens qui nous emmène un peu «  plus loin » (24, 28).

La lecture des évangiles de la résurrection est toujours l’occasion de faire le point sur notre espérance. Le Seigneur Jésus s’approche des deux disciples d’Emmaüs et les laisse s’extérioriser pour ensuite réorienter leur lecture des événements. Il est nécessaire d’assumer la «  mort » d’une série d’illusions…mais sommes-nous prêts à accueillir les défis de nouvelles et imprévisibles perspectives ?

Il tuo nome è Timone, alleluia!

II settimana T.P. 

Concludiamo questa seconda settimana del tempo pasquale prendendo un tempo di riposo con il Signore che si mostra come colui che è capace, ancora una volta e sempre, di raggiungerci nel bel mezzo della nostra vita di farsi facilitatore e animatore appassionato della nostra pace e della nostra serenità. Possiamo oggi contemplare il Signore Gesù al timone della sua Chiesa. Al timone della nostra vita. Tutto ciò ci viene confermato nella e dalla prima lettura della liturgia: in un momento di difficoltà e di incomprensione all’interno della giovane comunità cristiana, gli apostoli si dimostrano capaci di trovare la giusta e innovativa soluzione senza timore e con grande sicurezza. La nostra vita di uomini e di donne, come pure il nostro itinerario di discepoli e il nostro cammino di Chiesa sempre esigono una leggerezza come quella che permette ad una imbarcazione di solcare le onde riuscendo a raggiungere il porto. Così, mentre infuria la tempesta dello scontento e della mormorazione all’interno della comunità, gli apostoli invece di appesantire la situazione rischiando di affondare così la vita della comunità, con grande libertà, trovano una soluzione nuova che ha il crisma dell’evangelicità in quanto è capace di alleggerire e non di appesantire: <Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola> (At 6, 2-4). Questa creatività di cui gli apostoli si dimostrano capaci nello Spirito del Risorto, forse hanno cominciato ad impararla proprio in quella notte di turbamento e di paura… sul lago. Loro, che quella notte nel mare in tempesta erano stati così paurosi hanno imparato dal Signore a non temere di andare avanti anche quando è <ormai buio> (Gv 6, 17), a trovare una soluzione anche quando tutto è incerto e causa di insofferenza per alcuni che si sentono – più o meno ragionevolmente – trascurato. Meditando su questo testo del vangelo di Giovanni nel 1940, Edith Stein in un poema intitolato La Tempesta così chiede: <Signore quanto sono alte le onde, quanto oscura la notte! Non vorresti forse illuminarla per me che veglio solitaria?>. E il Signore le risponde: <Tieni saldamente il timone, abbi fiducia e conserva la calma. La tua barca è preziosa ai miei occhi, voglio condurla al porto>. Dal canto suo Simone Weil nella stessa cornice storica così dura da portare e da comprendere, scriveva: <Quando un uomo si allontana da Dio, semplicemente si abbandona alla pesantezza>1. E la pesantezza non può che portare ad affondare mentre la leggerezza ci permette sempre di immaginare e di creare persino delle istituzioni nuove per rispondere a nuovi bisogni senza perdere la giusta direzione e tenendo saldamente il timone non per restare fermi ma per avanzare persino quando è <ormai buio>.


1. S. WEIL, L’attente de Dieu, Fayard, Paris 1966, p. 111.

Il tuo nome è Profeta, alleluia!

II settimana T.P. 

Vi è sempre qualcosa che <avanza> nella nostra conoscenza del mistero di Cristo e che ci porta sempre un po’ più oltre di ogni esperienza già vissuta e di ogni intuizione già avvertita. Molto abbiamo da imparare dalla saggezza delicata e al contempo così virile di Gamaliele che si fa oggi anche nostro maestro rammentandoci che l’unico vero guaio nella nostra vita potrebbe essere quello di ritrovarsi, magari con l’intenzione di dare una mano a Dio, addirittura di <combattere contro Dio> (At 5, 39). La riflessione di un teologo contemporaneo ci può illuminare su quella che è la posta in gioco della nostra vita di discepoli: <La certezza della risurrezione trasfigura tutta la nostra vita e nella sua luce rinnova i rapporti umani. Essa ci richiama ad una conversione sempre più profonda che esige da parte nostra una dilatazione del cuore a misura di quello di Cristo e ci invita ad incontrare i fratelli in modo personale… proprio come siamo chiamati ad incontrare Dio>1

La lunga vita di Gamaliele e la sua continua meditazione sulla storia della salvezza, unitamente all’attenta considerazione di quelle storie che della salvezza sono remoti ingredienti, gli ha insegnato ad avere occhi per le persone per non lasciarsi accecare dalle precomprensioni e dagli automatismi interpretativi. Sarà necessario un lungo cammino a uno dei discepoli eminenti di Gamaliele per arrivare ad intuire il punto di vista del maestro, ben oltre gli insegnamenti accademici. E, se è stato difficile per Saulo di Tarso, possiamo ben mettere in conto che non sia tanto facile neanche per noi che ci ritroviamo sempre come la folla affamata e bisogno per cui il Signore moltiplica il pane fino a farne avanzare. La conclusione del Vangelo di quest’oggi è una professione di fede semplice, ma chiara: <Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!> (Gv 6, 14).

Eppure, sembra proprio che questa professione non sia sufficiente, anzi, rimane persino ambigua se non converte e <rinnova i rapporti umani>. Per la folla sembra di aver trovato la soluzione ai propri problemi di sostentamento e, invece, il Signore Gesù non vuole risolvere, ma vuole rinnovare. Il suo gesto di moltiplicazione e di condivisione non è magico, ma è profondamente umano: parte dal suo sguardo attento verso i bisogni della folla e passa attraverso la disponibilità di quel ragazzo a mettere a disposizione quello che ha senza trattenerlo per se stesso. In questo modo il Signore ci svela in cosa consista la profezia: uno sguardo attento nel leggere i bisogni e un cuore disponibile a lasciarsi coinvolgere personalmente nei bisogni. In questo Gamaliele si rivela anch’egli un profeta perché capace di immaginare uno spazio per l’opera di Dio che non si può e non si deve controllare ma piuttosto dilatare per evitare sempre e in ogni modo di <combattere contro>. Come dimenticare che l’unzione battesimale fa di noi dei profeti secondo il cuore di Cristo Signore?!


1. M. J. Le GUILLOU, Chrétiens dans le monde, Mame, Paris, 1992, p. 133.1. S. WEIL, L’attente de Dieu, Fayard, Paris 1966, p. 111.

Il tuo nome è Capo, alleluia!

II settimana T.P. 

Le parole di Pietro sono chiare, nitide e non ammettono interpretazioni riduttive a motivo di una falsa e subdola sudditanza della coscienza cui il Sinedrio vorrebbe costringere gli apostoli: <Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati> (At 5, 31). Il Cristo è il capo del corpo che noi siamo chiamati a diventare e in cui possiamo sperimentare ciò che sta al cuore della stessa vita del Signore Gesù rendendola estremamente feconda a motivo di un amore che è il vero e unico segreto della sua vita: <il Padre ama il Figlio> (Gv 3, 35) Come insegna ed esorta Simeone il Nuovo Teologo: <Siate certi, fratelli, che nulla è favorevole alla nostra salvezza quanto l’osservanza dei divini precetti del Signore. Ci vorrà tuttavia molto timore, molta pazienza e perseveranza nella preghiera perché ci sia rivelato il significato di una sola parola del Maestro, perché conosciamo il gran mistero nascosto in ogni sua minima parola, e occorrerà che siamo pronti a dare la nostra vita per non lasciare cadere un solo segno dei comandamenti di Dio>1.

Tra le parole che il Signore ci dona, certo, quella che oggi riceviamo nel vangelo ha un peso di rivelazione particolarmente significativo non solo perché ci permette di comprendere un po’ meglio il mistero di Dio, ma perché ci aiuta a capire come lo stesso mistero della nostra esistenza trova il suo orientamento profondo nella scoperta che all’origine e alla fine della nostra esperienza c’è un Padre che sempre – anzi per sua stessa natura – <ama il Figlio> e ama nel Figlio tutti i suoi figli. L’annuncio di Pietro ricorda a ciascuno di noi che il Risorto è nostro <capo e salvatore> e questo proprio per darci la gioia di sperimentare quel perdono che rifonda la nostra vita e la rende una vita salvata e non un’esistenza precaria.

Il dialogo serrato che si svolge nella notte tra Nicodemo e il Signore Gesù riguarda ciascuno di noi e tocca intimamente e fortemente la nostra capacità e volontà di aprire la nostra vita ad una dimensione sempre più ampia indicata dalle parole del quarto evangelista: <Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra> (Gv 3, 31). In una parola si tratta di decidere a chi vogliamo appartenere e questa scelta comporta il sapere a chi vogliamo obbedire. Gli apostoli di dimostrano capaci di questa scelta malgrado le conseguenze di questa presa di posizione: <Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini> (At 5, 29). Obbedire nel linguaggio biblico non è un’attitudine militaresca bensì la rivelazione di una disposizione profonda alla relazione che, al di fuori della libertà e del suo generoso e sereno esercizio, non sarebbe più se stessa.


 1. SIMEONE IL NUOVO TEOLOGO, Catechesi, 3.

Il tuo nome è Annuncio, alleluia!

II settimana T.P. 

L’antifona di ingresso riprende il salmo che ci ha accompagnato nella meditazione del mistero pasquale del Signore: <ai miei fratelli annunzierò il tuo nome>. L’angelo che spalanca le porte della prigione in cui sono confinati gli apostoli affida loro la stessa missione: <Andate e mettetevi a predicare al popolo nel tempio tutte queste parole di vita> (At 5, 20). Il messaggio pasquale è intriso di un profondo e grande dinamismo di condivisione di ciò che è la rivelazione essenziale della nostra fede e che l’evangelista Giovanni riassume con le parole di cui il Signore Gesù fa dono a Nicodemo e, attraverso di lui, partecipa a ciascuno di noi: <Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna> (Gv 3, 16). Questa parola del Signore Gesù è la rivelazione ardente, attraverso il roveto della croce, del cuore del Padre che batte per ciascuno di noi sin dalla fondazione del mondo e persino da prima che il mondo fosse creato.

Davanti a questa meraviglia che commuove le profondità del nostro essere non possiamo che fare nostra l’esultanza del salmista che canta: <Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire> (Sal 33, 6). Sì, non abbiamo più motivo di arrossire di vergogna perché la nostra vita è continuamente accompagnata da questo sguardo pieno di benevolenza e di amore del Padre il quale partecipandoci la sua intimità ci libera da ogni senso di inadeguatezza che sta alla base di ogni senso di colpa. Forse è proprio questa libertà di stare davanti a Dio senza paura alcuna e senza che nessuno mai in nome suo ci possa fare paura e generare la <gelosia> (At 5, 17). Il Signore non si lascia irretire dalla gelosia di nessuno e soprattutto di quelli che rischiano – come i sacerdoti di tutti i tempi e di tutti i luoghi – di creare l’immagine di un Dio geloso della nostra felicità e nemico della nostra libertà. Per questo il testo degli Atti continua così e, grazie a Dio, continua proprio così: <Ma, durante la notte, un angelo del Signore aprì le porte del carcere, li condusse fuori e disse: “Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita”. Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare> (5, 20-21).

Teniamo a mente le parole che l’angelo rivolge ai discepoli liberandoli dal carcere perché siano testimoni intrepidi di un annuncio di libertà attraverso le <parole di vita>. Facciamo un piccolo esame di coscienza per renderci conto se il nostro modo di parlare di Dio non è talora così poco <di vita> da generare, in realtà, un senso di repulsione e quasi una paura di essere come impediti nella ricerca di una pienezza di felicità. Ricordiamo le parole del Signore Gesù <Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui> (Gv 3, 17). Questo annuncio è affidato alle nostre mani e al nostro cuore: ciò che importa non è <sapere> qualcosa su Dio, ma essere consolati e rafforzati da ciò che Dio fa per noi.